La lingua Italiana di Sissa Melogli

Pubblicato: 23/01/2011 in racconto
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LA LINGUA ITALIANA

di Sissa Melogli

Stava accadendo qualche fatto particolare, lì, qualcosa per cui sarebbe valsa la pena di fermarsi, di distogliersi dalle occupazioni tutte urgenti del quotidiano, che nella metropoli ciascuno – dal neonato indifeso all’anziano indebolito – aveva nella propria lista.

Ogni sera nella vita di ognuno, un rigo sulle voci dell’elenco riportava la pace nell’animo e manteneva oliato il VIVERE BENE della civiltà: crescere a modo, imparare a fare, a usare, ricercare il sapere, produrre, insegnare, adeguarsi sempre e comunque, levarsi di mezzo senza troppo disturbo.

Ma in quel viale, con gli alberi malati di tumori rigonfi, c’era proprio un intoppo.

Alle prime confuse frasi concitate, parecchi curiosi con cartelle, zaini o sacchi della spesa avevano cominciato ad accalcarsi intorno a un piccolo negozio a una vetrina, con l’insegna sbiadita e un grande cartello al centro, tutti immobili a cercare di comprendere dalle parole e dai gesti dei protagonisti cosa stesse succedendo.

C’era chi aspettava l’arrivo delle telecamere per poter fare “CIAO!” al telegiornale; chi telefonava a casa o in ufficio, coprendo il microfono con la mano per non far sentire i rumori e le voci di sottofondo: «Guarda che faccio tardi… c’è coda in posta… i computer non funzionano…» Per nulla al mondo si sarebbe perso lo show. Qualcuno invece si allontanò subito pensando a qualche nuova forma di spettacolo, dando l’assoluta priorità alle sue emergenze: non c’era tempo di occuparsi di qualcosa che non fosse sulla propria lista.

Il titolare del negozio, un uomo di mezza età, grasso e stempiato, si passava nervosamente le mani sulla testa. Meglio lassù – pensava – piuttosto che al collo di quella donnina piccola, elegante ma un po’ demodé che forte della sua cotonatura azzurrina strillava: «Lei è un truffatore, sa? Ma io la denuncio… Scrivo ai giornali… Non la passerà liscia… Conosco i miei diritti… Voglio la mia camicia!»

«Signora – ribattè lui rabbioso – Guardi che c’è un malinteso… non c’è nessuna camicia».

Lei ribatté acida: «Eh no. Troppo comodo. Ha chiamato i vigili? I carabinieri? La vedremo…! Guardi che ho studiato, io!»

Giunsero due motociclette della polizia municipale scortando una vettura della ASL. I ghisa si fecero largo a fatica tra la folla. Nessuno degli astanti voleva perdere il proprio posto: vero o falso che fosse, lo spettacolo meritava di essere visto in diretta e quindi, dopo aver fatto passare i tutori dell’ordine, la piccola folla – come una bocca dopo aver inghiottito qualcosa di gustoso – si richiuse pregustando il finale.

Davanti al bancone stava la signora anziana. Solo osservandola con molta attenzione si notava qualche pallino di lana sul golfino non proprio freschissimo, il filo che pendeva dalla gonna blu e la scoloritura delle scarpe – di buona fattura – nei punti in cui dall’interno premevano le ossa dei piedi contro il cuoio vecchio.

Con voce calma, ora, e una leggera opacità agli occhi, cominciò a raccontare:

«Due settimane fa sono passata qui davanti per andare a trovare mia nipote. Si sposa tra poco, sa? È la figlia di mio fratello, che è mancato giusto nel 2007, lo stesso giorno che è morta la mamma dieci anni prima… si era in luglio… un caldo terribile…»

Il vigile la interruppe gentilmente: «Ne sono dispiaciuto, ma non potrebbe… tornare sull’argomento?»

La donnina si riprese e proseguì:

«Ho visto il cartello sulla porta. Ho annotato il numero di telefono del negozio e prima di passare ho telefonato. Mi ha risposto lui…- e allungò il braccio con lo scarno indice nodoso quasi teso – Mi ha detto che l’offerta era sempre valida. E così eccomi qui. Arrivo e lui si rifiuta, capisce?, rifiuta di darmi ciò che mi spetta. Vede? Lì c’è quello che ho portato. Conti, conti pure se manca qualcosa!»

Il comandante dei vigili esaminò e contò la merce sul bancone: dieci camicette da donna, pulite, lavate, e stirate. Alcune erano di cotone a righine sottili, una a fiori con le maniche a sbuffo. La maggior parte aveva la scollatura smerlata. Una, di seta color panna aveva perso un bottone.

A quel punto, il comandante ebbe un lampo di lucidità. Estrasse dal borsello di servizio un codice civile tascabile, lo sfogliò e si rivolse al titolare: «Senta, facciamo presto… è un bottone di madreperla? Sembra vecchio – no, pardon, antico! Cos’è? Non si riesce a trovarne uno uguale? Scusi, ma in questo caso è tenuto a cambiarli tutti, con altri che siano dello stesso materiale, foggia adeguata allo stile dell’indumento e valore presumibilmente identico.»

A quella il titolare sbottò: «Non ci si metta anche lei, adesso! – strappandosi le guance per la disperazione – È così difficile capire o seguite dei corsi apposta?»

Appoggiata alla vetrina, la dottoressa dell’ASL, arrivata con i vigili, aveva assistito alla scena. Fino a quel momento si era limitata a guardare il negozio e a osservare i capi di abbigliamento appesi e imbustati con le loro targhettine colorate sulla catena mobile che con giri strani occupava il negozio.

Chiese al comandante di spostarsi di qualche centimetro e prese atto che sulla vetrina e sul bancone del negozio era riportata a caratteri fluorescenti la medesima strepitosa offerta.

A quel punto la dottoressa con piglio deciso disse: «Bene, signora. Ora mettiamo tutto a posto!»

Prese una camicia da uomo appesa e la porse alla anziana, dicendole: «Ecco, tutto a posto. Può andare».

Il titolare sbiancò in volto e tentò di togliere la camicia dalle mani della dottoressa, ma un’occhiata decisa della donna lo paralizzò all’istante.

La signora anziana si ritrasse esclamando: «Ma è da uomo!».

La dottoressa non batté ciglio: «Nell’offerta non è specificato. Questa. Prendere o lasciare!»

La donnina controllò la scritta sul bancone. In effetti era giusto così. Avrebbe potuto rendersene conto da sola, in realtà. La vita è come la matematica: non occorre amarla, basta conoscerla. Si sarebbe potuta risparmiare quel viaggio, se ci avesse riflettuto. Il fatto è che voleva indossare una camicetta nuova al matrimonio della nipote. E aveva sperato.

Mesta, raccolse quindi le sue dieci camicie appendendole al carrello della spesa e a occhi bassi si allontanò.

La folla si disperse, passò un tram lungo e verde scampanellando: tutti al proprio posto! Fine della ricreazione.

La psichiatra preparò il verbale del suo intervento. Ne consegnò una copia ai vigili e una al titolare del negozio, dicendogli: «Per prima cosa deve riscrivere LAVANDERIA in modo che sia leggibile. E poi si faccia aiutare a riscrivere l’offerta. OGNI 10 CAMICIE LAVATE E STIRATE (NON PIEGATE) UNA IN OMAGGIO significa che quella signora aveva ragione. Non è lei la matta!»

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commenti
  1. Oissela ha detto:

    Allorché la lingua italiana non è un optional, questo brano è da considerare un paradigma.
    Brava l’autrice.
    Lascio un saluto.
    Oissela

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