A spasso con Bob di Nicola Losito

Pubblicato: 10/02/2011 in racconto
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A spasso con Bob

di Nicola Losito

Come si fa a dire no a Roberto Rizzi che m’invita, per la prima volta nella sua vita, ad accompagnarlo a fare shopping? Ho accettato senza fare storie, più che mai incuriosito da quell’inaspettata richiesta. Non è da molto che siamo diventati amici, due anni esatti a giugno, ma ci siamo capiti e apprezzati fin da subito. Roberto è un super manager di una grande società multinazionale italiana, io un ingegnere in pensione: tra noi due c’è lo stesso divario di possibilità economiche che intercorre tra l’emiro Al-Waleed e il comandante del suo yacht megagalattico.

Prima di addentrarmi nel resoconto di quell’incredibile mezza giornata spesa con lui in giro per Milano, però, è doveroso fare alcune precisazioni.

Innanzi tutto, io odio fare shopping. Mia moglie da secoli ci va da sola ed è lei che compra le cose che mi servono. Marta sa benissimo che la misura del collo delle mie camicie è la 42, che calzo scarpe numero 42 e mezzo e che la taglia dei miei abiti è il 54. È bravissima, azzecca quasi sempre modelli e colore e, se malauguratamente qualcosa non mi piace, ma solo in quel caso, alzo il mio didietro dalla poltrona dello studio e vado a cambiare ciò che non mi soddisfa.

Secondo, siccome Roberto è un maniaco di Londra, della lingua inglese e di tutto ciò che ha attinenza col mondo britannico – usi e costumi, regina e principe Carlo compresi – ormai lo chiamo Bob e so che gli fa piacere. Io, al contrario, non sono mai stato a Londra e non parlo correntemente l’inglese: due delle mie manchevolezze che lui ritiene imperdonabili.

Terzo, da quando ci conosciamo soffro, nei suoi confronti, di un complesso d’inferiorità che nasce dai seguenti motivi: Bob è alto almeno venti centimetri più di me, ha il portamento dell’uomo maturo ancora bello (e ben consapevole di esserlo), è un incallito sciupa femmine, uno dalla battuta sempre pronta e azzeccata. Tutto l’opposto di me, un bruttino stagionato che s’impappina sempre quando racconta una barzelletta davanti a estranei. Lui ha tre anni meno di me, la mia stessa corporatura con stomaco dilatato da troppo sedentarietà e cibo troppo condito ma, messi a confronto, il mio fisico fa pena, cioè sono irrimediabilmente obeso, mentre lui si può definire opulente, aggettivo che contraddistingue le persone grassottelle ma egualmente dotate di fascino e carisma. Per tutte queste differenze fisiche a suo unico vantaggio, dovrei odiare Bob eppure non ci riesco. D’accordo lo invidio, ma mi piace un sacco stare con lui, perché ho come la sensazione che il suo splendore illumini anche me e quando siamo insieme mi sembra di godere di una maggiore considerazione da parte delle persone che incontriamo per strada. Ricordate il famoso attore Stewart Granger? Beh costui, in versione magra, assomigliava al mio amico Bob. Stesso portamento aristocratico, stesse sfumature argentee dei capelli, stesso sex appeal.

Quarto, anche lui è sposato. Su questo punto siamo alla pari perché tutte e due le nostre signore sono adorabili. Quanto alla fedeltà al vincolo matrimoniale non posso dire alcunché. Lui non sa nulla dei miei traffici extraconiugali ed io non so nulla dei suoi.

L’appuntamento è alle 9 di questa mattina davanti a casa mia. Scendo in strada qualche minuto prima dell’orario stabilito, la giornata è fredda ma bella. Bob arriva puntuale col suo Suv nero così pulito e lucido da riflettere il sole. Ci salutiamo e partiamo subito in direzione di Porta Genova. Il traffico a quell’ora è già caotico, ma lui sa destreggiarsi bene tra vie e viuzze secondarie, senza nemmeno accendere il navigatore che inutilmente fa bella mostra di sé sul cruscotto del suo bolide. Appena la strada lo permette preme sull’acceleratore più del dovuto. Glielo faccio notare e lui tira fuori dalla tasca un foglietto giallo a righe con l’elenco dei negozi e delle cose da acquistare e giustifica la sua fretta dicendo che la lista è lunghissima e il tempo a disposizione è limitato. Arrivati in corso Genova, ci sono macchine parcheggiate ovunque, ma Bob ha sempre la fortuna dalla sua e trova un posto vuoto proprio di fronte al primo negozio in indice.

Il marciapiede è largo a sufficienza per camminare appaiati, in tale condizione si evidenzia che la mia testa gli arriva alle spalle e, come sempre, il mio abbigliamento, benché costoso, sembra dieci volte più modesto del suo. Forse è solo una mia impressione, comunque è evidente che il suo modo sciolto di incedere, rende i suoi abiti molto più eleganti dei miei. Ormai a questa disparità ci ho fatto il callo e non mi dà più fastidio.

Il primo negozio della lista è l’Old England Shop, manco a dirlo.

Il tempo di dare un veloce sguardo alle vetrine e poi entriamo.

Al banco ci sono un uomo anziano e uno giovane, entrambi stanno servendo dei clienti e così Bob ha il tempo di illustrarmi cosa offre quell’antica e prestigiosa bottega: prodotti per la cura della persona, saponi, deodoranti, dentifrici. Mi viene da sorridere al pensiero che mia moglie compra quelle cose in un banalissimo supermercato, spendendo veramente poco, mentre lui si reca di proposito in un esercizio commerciale che importa tutto dall’Inghilterra. Bob deve avermi letto nel pensiero perché, senza che gliel’abbia chiesto, mi spiega per filo e per segno le ragioni per cui gli acquisti li fa qui invece che in negozi più a portata di mano e di portafoglio.

All’Old England Shop, mi assicura, trova non banali dentifrici che assommano in sé cinque o più funzioni (pulizia dei denti, sbiancatura, protezione dalla carie, eliminazione della placca, purificazione dell’alito, eccetera eccetera) ma singoli prodotti per singole funzioni che rappresentano il meglio che c’è in commercio per l’igiene orale. Previene persino la mia obiezione circa il costo del­l’insieme, spiegandomi che utilizzando cinque prodotti specifici al posto di uno multifunzione ottiene non solo il risultato finale migliore ma spende meno di chi fa la scelta opposta. Inoltre, a suo dire, i titolari dello shop, nel tempo, hanno selezionato e importato dall’Inghilterra e dalle sue ex colonie, i migliori ritrovati per le singole esigenze. Ovviamente questi prodotti non sono pubblicizzati sui media ma, proprio per questo, possono essere venduti a prezzi molto più interessanti di quelli conosciuti dalla massa dei consumatori.

Bob è un supermanager commerciale, abituato a fare budget e a ottimizzare le risorse, dunque perché non crederci?

L’Old England Shop, però, vende mille altre cose ed è questo che mi sbalordisce. Qui si trovano lucidi per scarpe nelle varie tonalità, calzascarpe di enne fogge, profumi per ambienti, bastoni da passeggio, boccali da birra e piatti in peltro per uso alimentare e non da appendere al muro, forbici e forbicine di forma e dimensioni così diverse da riempire un angolo di parete di due metri per tre, coltelli in ceramica bianca adatti al taglio fine della carne cruda o cotta (guai a usarli per spolpare o tagliare il pane!), coltellini multifunzione che io credevo appannaggio della Svizzera ma che invece sono surclassati da quelli di produzione inglese, preziosi soprattutto nel manico (in legno palissandro, in pelle, in argento, in corda intrecciata e quant’altro), seriose pantofole da casa di campagna che a guardarle mi fanno venire in mente il tipico lord inglese in vestaglia seduto davanti a un enorme camino acceso con un levriero dormiente accucciato ai suoi piedi, scatolette portagioie in legno finemente intarsiato, antiche penne d’oca da scrittura e pennini di cento forme e grandezza. Insomma in quella piccola stanza, otto metri per tre, c’è esposta un’infinità di merce dall’uso così svariato da far pensare a un bazar orientale, ma a differenza di questo, qui tutto è disposto con cura maniacale e non accatastato alla rinfusa. Ogni oggetto ha il suo spazio vitale e può essere preso in mano e rimirato senza correre il rischio di provocare danni girandovi intorno.

L’altra cosa che mi stupisce è che i due uomini al banco, pur servendo altri clienti, seguono i nostri movimenti e, ascoltando Bob che mi parla, riescono a sottolineare con ulteriori precisazioni le informazioni che lui mi sta man mano dando durante l’esplorazione del negozio.

A un certo punto il cellulare di Bob segnala l’arrivo di un messaggino. Bob estrae dalla tasca il telefonino, per qualche istante osserva pensieroso lo schermo, poi legge ad alta voce:

«Il mio cane è così stupido che… sono le macchine a corrergli dietro!»

Tutti nel negozio scoppiano a ridere. L’atmosfera amichevole che si è creata è la molla che convince i due clienti che ci precedono a concludere in fretta gli acquisti e a permettere a Bob di fare i suoi.

Usciamo un quarto d’ora dopo con un sacchetto pieno di una quindicina di articoli, la metà dei quali di sicuro non erano compresi nella lista. Ormai da tempo tra noi c’è confidenza e mi azzardo a chiedergli: «Posso sapere quanto hai speso?»

Lui mi guarda dall’alto dei suoi venti centimetri in più e, sorridendo, mi fa vedere lo scontrino: 26 euro per tutto quel po po’ di roba che ha comprato, compreso il bellissimo coltello multifunzione col manico in corno di stambecco. Sembra impossibile, eppure è vero!

Prima di andare nel secondo negozio della lista entriamo in un bar e, come sempre, non mi permette di precederlo alla cassa. Vorrei essere io a offrire qualche volta ma ogni volta è lui a farlo avanzando la scusa che “tanto poi lo scarico come spesa di rappresentanza!

Abbozzo e sento che si rivolge alla bella cassiera con queste parole: «Un caffè, un cappuccino e una pipì!»

Mai io mi sarei permesso una confidenza del genere con una donna sconosciuta! Detta da lui, col tono ironico della voce e un sorriso accattivante, quella frase fa sì che la cassiera lo guardi con malizia e gli risponda a tono: «Non al banco però, la toilette la trova laggiù, in fondo a destra…»

Ecco un modo davvero brillante di Bob di ottimizzare tempo e parole e minimizzare una richiesta imbarazzante. Mi segno mentalmente la battuta perché voglio utilizzarla anch’io la prima volta che entrerò in un bar e mi scapperà di andare in bagno.

Percorriamo corso Genova verso l’omonima piazza e qui troviamo un negozio specializzato in Barbour originali, i famosi giacconi inglesi che si fregiano di ben 3 supporter reali: la regina, il duca di Edimburgo e il Principe di Galles. Gli faccio notare che quello che sta indossando è ancora in perfetto ordine e non capisco perché voglia sostituirlo. Da come mi risponde mi rendo conto che gli acquisti di Bob, che a prima vista possono sembrare compulsivi, cioè poco ragionati, hanno invece una loro logica stringente.

Il Barbour è dotato di un’imbottitura che può essere staccata nelle mezze stagioni per alleggerirlo, ma attaccare e staccare quella parte interna è noioso e spesso le attaccature si rovinano per cui si finisce per usare quel capo di abbigliamento o sempre imbottito o sempre leggero. La via di mezzo, mi dice, potrebbe essere quella di adottare un giubbino senza maniche, una specie di panciotto, che però non stoni con lo stile di quel giaccone sportivo, legato indissolubilmente alla tradizione britannica. Purtroppo, dopo mesi di ricerca, non è ancora riuscito a trovare qualcosa di sostitutivo che sia all’altezza. Entrati nel negozio monomarca, la commessa si dimostra completamente disinteressata alla richiesta precisa del mio amico, anzi è quasi inorridita all’idea di imbastardire un capo di vestiario così esclusivo con soluzioni alternative. Bob trattiene a stento un moto d’ira e, senza nemmeno salutare, m’invita a uscire dal negozio, masticando tra i denti un’imprecazione diretta a chi non sa trattare con cortesia i clienti.

Lui però non demorde, dal suo foglietto legge il nome di un negozio più fornito e non monomarca come il precedente dove forse troverà una risposta più soddisfacente alla sua esigenza, e ci dirigiamo lì. Dopo una camminata di una decina di minuti entriamo in un locale grande quanto basta per vestire completamente una persona, dalle scarpe fino al cappello. Un commesso, anziano e ossequioso, capisce al volo la richiesta di Bob e, dopo avergli chiesto conferma sulla sua presumibile taglia e sul colore desiderato, scompare per qualche minuto dietro una porta, per presentarsi poi col volto contrito. La taglia 56 c’è, dice, ma il colore verde richiesto è esaurito. Nelle mani ha un golfino marrone senza maniche. Bob fa una smorfia a significare che il colore non è di suo gradimento, però dà al commesso la soddisfazione di indossare il capo che gli ha portato per vedere come gli sta. La taglia è perfetta, purtroppo il colore stona terribilmente con quello del suo Barbour. Dunque, niente da fare anche qui. Stiamo per andarcene quando in uno scaffale Bob vede degli stivali verdi da pioggia, perfetti per i weekend in montagna durante la stagione autunnale. Il colore è ok, non resta che chiedere la misura 46 adatta per il suo piede. Questa volta il commesso non fa nemmeno il tentativo di andare a guardare nel retrobottega. «Mi dispiace… – mormora con voce flebile e il capo ripiegato in una postura di evidente mortificazione – non teniamo misure grandi.»

Usciti dal negozio, sul viso di Bob si legge un chiaro disappunto per le due ultime richieste andate a vuoto per colpa del suo fisico imponente, decisamente fuori dai canoni dell’italiano medio.

Mi guarda fisso, mi squadra per qualche istante poi dice: «Capisci perché mi vesto a Londra? Non è per snobismo. In Inghilterra quasi tutti sono alti come me e non ho mai problemi a trovare la mia taglia…»

«Hai ragione! non dovevi nascere in Italia…» rispondo io che amo il mio paese e la città dove mia moglie non ha mai problemi a trovare ciò che mi serve.

«Maledetti terroni!» grida rivolto a me, condendo l’esclamazione con una risata così possente che alcuni passanti si voltano perplessi a guardarci.

Tira fuori dal taschino il foglietto giallo e la penna, cancella con rabbia due righe dalla lista e in silenzio controlla cosa rimane ancora da fare e dove andare a parare.

Riprendiamo il Suv. Dopo un quarto d’ora di viaggio senza intoppi troviamo parcheggio in prossimità della Torre Velasca, Bob estrae dal portabagagli dell’auto un sacchetto abbastanza voluminoso e, a piedi, ci dirigiamo verso la galleria Vittorio Emanuele. La grande piazza antistante il Duomo è stranamente vuota, anche i piccioni l’hanno disertata. È un giorno feriale, fa freddo, c’è così poca gente in giro che posso dare, senza prendere spintoni, una bella occhiata dattorno. La luce è tale da far risaltare la sfumatura rosa dei marmi della facciata da poco ripulita della cattedrale. Persino Bob si sofferma un attimo ad ammirarla. La galleria invece brulica di gente, turisti a coppie o in gruppi, armati di macchine fotografiche, camminano con la testa rivolta verso l’alto a contemplare le vetrate colorate, ancora in parte coperte dagli addobbi natalizi. Chiedo a Bob di lasciarmi dare col piede destro una strizzatina alle palle del toro disegnate sul pavimento della galleria, vicino alle vetrine del negozio Swarovski: in questo periodo un po’ di buona sorte mi andrebbe a fagiolo. Devo rinunciare perché davanti a me c’è una lunga fila di gente che sta aspettando il proprio turno.

Entriamo poi in un elitario negozio di scarpe e qui assisto a una vera e propria lezione di comportamento lontano mille miglia dal mio modo di agire e pensare. Bob saluta con rumorosa allegria il commesso elegantissimo e cerimonioso che gli viene incontro e, senza alcuna vergogna, estrae dal sacchetto che si era portato dietro un paio di scarpe con un buco su entrambe le suole. Una cosa del genere io non l’avrei fatta manco morto. Siamo in galleria Vittorio Emanuele, dentro il negozio più caro ed esclusivo di Milano e lui, con la più bella faccia tosta del mondo, dice: «Me le risuoli!»

Meraviglia delle meraviglie! Il commesso non fa una piega, prende un blocchetto, scrive le generalità del mio amico, elenca tempo di consegna e costo della riparazione: due mesi e 180 euro tondi tondi. Mentre avviene tutto ciò guardo le scarpe che sono in esposizione, tutte bellissime, e do un’occhiata ai prezzi. Cifre da capogiro e solo allora capisco la corretta scelta di Bob di acquistare lucidi speciali per mantenere in vita le tomaie delle sue scarpe inglesi e non mi meraviglio più del fatto che ogni sabato lui perda la mattinata per spazzolare a fondo la sua vasta collezione di calzature di varia e preziosissima foggia.

Usciti da lì, entriamo in un’altra rivendita, anch’essa in galleria, dove sono esposti oggetti di arredamento molto particolari, regalistica raffinata per la casa, tutte cose che non ho mai visto nelle pochissime volte che ho seguito mia moglie a fare spese in giro. Qui pare che tutti conoscano Bob.

Infatti, dopo uno scambio di saluti molto caloroso con i presenti, lui e uno degli addetti al banco si addentrano in uno scherzoso battibecco sulle sorti maligne o fortunate delle rispettive squadre di calcio e fra una risata e l’altra, dal sacchetto dove teneva le scarpe da risuolare Bob tira fuori una boccia di vetro con un becco d’argento a punta, da cui parte un tubicino di gomma alla cui estremità c’è una piccola palla ovale rossa anch’essa in gomma, scarica il tutto nelle mani del suo interlocutore e dichiara: «Questo nebulizzatore che mi avete venduto è una baracca! Da qualche giorno non funziona più a dovere. Oggi, invece di spruzzare due gocce di lavanda, mi ha lavato la faccia e la camicia, veda di sistemarmelo in fretta, grazie!» Il commesso ripone l’oggetto in una scansia e continua a parlare di sport con lui. Vanno avanti a battibeccare allegramente qualche minuto ancora, poi il mio amico saluta tutti a gran voce e usciamo di nuovo in galleria.

«Bene, Nic, – mi fa, appena fuori – manca soltanto un salto alla libreria Rizzoli, una visitina a MediaWorld e poi abbiamo finito!»

Tiro un sospiro di sollievo: in questi due luoghi posso dare un’occhiata a cose che interessano anche me e chissà che non trovi delle novità da acquistare.

Nella libreria Rizzoli, dopo avere chiamato per nome la commessa addetta alla sistemazione dei libri, con gentilezza le chiede di trovargli il libro autobiografico di Riccardo Muti, “Prima le parole poi la musica” dicendo: «È per mia moglie, lei stravede per Muti… a me, invece, sta cordialmente sulle palle!»

Ridono entrambi in una sorta di complice sintonia. Mentre la commessa cerca il libro richiesto, guardo le pile di volumi che al momento occupano gran parte del pavimento della libreria. Trovo i soliti nomi, Grisham, Follett, Camilleri, Faletti, mamma che noia! Intravedo cataste dei libri di cucina della Parodi e della Clerici, di Io e te, l’ultimo romanzo di Ammaniti, che mi hanno regalato a Natale e che ho già letto. Non c’è niente di nuovo che mi colpisca. Non vedo l’ora di uscire dalla libreria, non perché sia infastidito, ma perché l’odore della carta impregnata d’inchiostro da stampa per me è una droga e se non scappo subito finisce che faccio man bassa di romanzi che poi non ho il tempo di leggere. Gli amici sanno di questa mia passione e nelle feste di fine anno o al compleanno me ne regalano in quantità industriale. Anche Bob insiste a volermi donare un libro per ringraziarmi della pazienza con cui lo sto seguendo nel suo giro di acquisti ma, visto il mio fermo diniego, non insiste.

Ultima tappa, MediaWorld, per cercare un cavo con cui collegare l’Ipod alla televisione e il cd del Rigoletto cantato da Luciano Pavarotti e diretto da Riccardo Chailly che qualche giorno prima in casa gli è caduto di mano e si è un po’ rovinato. A detta di uno svogliato commesso sembra che quel cavo sia esaurito e che verrà riordinato solo dopo l’inventario di fine anno e che Il Rigoletto in quella particolare versione sia da tempo introvabile. Ma Bob non demorde e con una pazienza da certosino riesce a trovarli entrambi sugli scaffali, sbeffeggiando poi ad alta voce il poco attento addetto alle vendite.

Mentre stiamo per andare alla cassa, mi squilla il telefonino. È Marta che mi chiede se torno a casa per pranzo. Da un po’ di giorni il mio vecchio cellulare non funziona molto bene, la voce va e viene e ci metto un’infinità di tempo per dirle che non so ancora se tornerò a casa o andrò al ristorante con Bob. Seccato da quel fastidioso malfunzionamento, seduta stante decido che è ora di acquistare il primo cellulare della mia vita e di mettere in pensione lo strumento preistorico che mi ha passato mia figlia cinque anni fa ritenendolo, già allora, obsoleto per le sue esigenze. Bob, esperto in quel campo, di sicuro mi darà una mano per sceglierlo. Arrivati nel reparto giusto, diamo uno sguardo alle offerte del momento: il modello più scarso costa sui cento euro, un prezzo che trovo esagerato per l’uso modesto che devo farne. Io odio telefonare a chicchessia e quell’aggeg­gio portatile mi serve solo per ricevere le due o tre chiamate al mese degli amici o gli sms pubblicitari della Wind che m’invita a sottoscrivere le mega offerte che mi permetteranno di telefonare gratis a mezzo mondo. Decido di soprassedere e faccio per andarmene ma vedo che Bob si sofferma ancora un po’ a osservare i modelli in vetrina e alla fine sceglie per sé un Nokia di fascia intermedia. Arrivati alla cassa, appoggia sul tapis roulant i suoi acquisti, chiede la fattura e allunga la carta di credito. Il cassiere completa le opportune operazioni di smagnetizzazione dei vari oggetti e pinza lo scontrino al documento di vendita in una posizione tale da non nascondere né l’intesta­zione del fornitore, né il nome del committente, né l’elenco degli articoli acquistati. Bob, a quella vista, ha un moto di gioia bambinesca, esulta e si congratula a gran voce con l’addetto alla cassa, in modo che tutti, clienti e colleghi dell’uomo, sentano: «Lei è bravissimo, uno dei pochi che sa fare davvero il suo mestiere! Il mio commercialista le sarà grato in eterno. Lo scontrino pinzato correttamente gli farà risparmiare una telefonata per chiedermi cosa diavolo c’è scritto sulle fotocopie delle fatture che sta registrando nel mio rendiconto fiscale del mese…»

L’uomo arrossisce per l’imbarazzo, ma dal sorriso che rivolge al mio amico si capisce che ha gradito quell’estemporaneo complimento. Si guarda in giro per vedere se il caporeparto è nelle vicinanze, vedi mai che ci scappi un’ulteriore gratificazione da parte del suo superiore!

Usciti da MediaWorld, Bob dà un’ultima occhiata alla lista e dichiara concluso lo shopping.

Mezzogiorno è superato da un pezzo. Per una volta lo precedo e sono io a invitarlo a pranzo, lasciando a lui la facoltà di scegliere il ristorante che più gli aggrada. Per qualche istante Bob fa mente locale poi suggerisce di andare alla trattoria più antica e rinomata della vecchia Milano. «Non è cara – dice – non è distante, e si può mangiare anche un’ottima pizza.»

In cinque minuti a piedi arriviamo a destinazione. Le luci nel locale sono soffuse e del tutto consone all’ambiente. C’è ancora posto e subito un solerte cameriere ci assegna un tavolo in buona vista. Il tavolo, un quadrato settanta centimetri per settanta di lato che la stazza di Bob supera come niente, ha un piede unico centrale decisamente traballante. Vorrei protestare, ma l’ambien­te è così raffinato che decido di lasciar perdere. In più è lo stesso Bob che s’incarica di tessere le lodi del ristorante: «Qui ci venivo da ragazzo con i miei genitori e ti assicuro che nulla è cambiato da allora. I tavoli sono gli stessi di trent’anni fa e già all’epoca ballavano un po’. Sono fatti di legno pregiato, costruiti a incastro alla vecchia maniera. Dai, accontentiamoci.»

Visto che non si lamenta lui che fra noi due è il più intransigente, non mi resta che abbozzare e dedicarmi a sfogliare il menù. I prezzi sono abbordabilissimi, quindi le mie finanze non ne soffriranno molto. Scegliamo entrambi la pizza e una birra e, nell’attesa di essere serviti, chiacchieriamo delle reciproche occupazioni del momento. Bob è davvero interessato a ciò che faccio, visto che da qualche anno sono in pensione e ho tanto tempo libero a disposizione. Quando gli dico che sto scrivendo il mio secondo romanzo, mi fa i complimenti e, allo stesso tempo, la butta sul ridere: «Questa cosa un po’ mi spaventa, so che voi che scrivete siete sempre alla ricerca ossessiva di argomenti e di personaggi con cui creare le vostre storie e quindi devo stare attento a come mi comporto, sennò rischio di trovarmi sbattuto in un tuo racconto, sbertucciato più per i miei difetti che per i miei pregi. Non è così?»

Scappa da ridere anche a me e gli rispondo a tono: «Esatto, caro mio. Noi scrittori abbiamo un accentuato sesto senso e, a differenza di voi manager che pensate solo alla carriera e ai quattrini, scrutiamo la realtà che ci circonda con uno sguardo attento ai particolari che sembrano insignificanti, sbaviamo per i tic delle persone, per i piccoli contrasti nei rapporti interpersonali… Solo così possiamo catturare le bellissime storie che girano per l’aria.»

«Potresti davvero scrivere su di me? – chiede – O meglio, come mi tratteresti se io fossi davvero un tuo personaggio?»

«Vuoi una risposta seria o una freddura?» domando.

Bob si china e, da sotto il tavolo, fruga nel sacchetto dove ci sono gli acquisti appena fatti ed estrae la scatola contenente il cellulare comprato a MediaWorld.

«Questo l’ho preso per te. Adesso rispondi liberamente alla mia domanda di prima…»

Non faccio in tempo a pensare a una risposta adeguata e intelligente alla sua strana richiesta che dal tavolo vicino due attempate signore scoppiano a ridere, guardando dalla nostra parte. Senza volerlo hanno ascoltato i nostri discorsi, Bob ha la voce possente ed io forse avevo alzato troppo il volume della mia.

Bob si rivolge alle due donne con un aperto sorriso: «Adesso vediamo come se la cava il grande scrittore che è qui davanti a me!»

In effetti mi ha preso in contropiede. Non mi aspettavo assolutamente che il cellulare lo avesse acquistato per me. Fare cose del genere non è da tutti. Da un lato credo che sul lavoro sia bravissimo e che sia arrivato ai vertici per indubbie qualità professionali, dall’altro, cioè nei rapporti sociali, sa muoversi con autorevolezza e indiscutibile presenza scenica. Ostenta scatti d’ira improvvisi e furibondi a fronte di disfunzioni piccole o grandi che intralciano il suo cammino, è un po’ razzista e del tutto intollerante nei confronti delle persone incompetenti, ma è capace di sconcertanti gesti di riconoscenza verso chi, come me, gli è amico senza se e senza ma. A volte è bugiardo, caratteristica questa che gli deriva dall’avere fatto il venditore in gioventù. È lui stesso a confessarlo quando spara frottole talmente grosse da non stare né in cielo né in terra. Al telefono è così convincente che riuscirebbe a vendere ghiaccio persino al Polo Nord.

Sì, Bob non sfigurerebbe come maschera letteraria.

Ma come posso dirglielo in una maniera spiritosa?

Ci penso un po’ su e di colpo trovo la soluzione.

Alzo un pochino la voce in modo che le due signore sentano: «Certo, amico mio, se tu fossi un personaggio di un mio racconto, ti tratterei bene e senza nessun sforzo… Anzi, se pagherai anche il pranzo, sarai il perfetto protagonista del mio prossimo romanzo!»

Milano, 27 gennaio 2011

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commenti
  1. oissela ha detto:

    Al fine di migliorare il protagonista del prossimo tuo romanzo, suggerisco di fargli
    passare qualche serata nella Taverna di Oissela.
    Scritto come Dio comanda.
    Ciao.
    Oissela

    • nicolalosito1942 ha detto:

      Sarebbe bello ospitare le nuove storie della Taverna di Oissela qui nel mio blog…
      Cosa ne dici?
      Nicola

      • oissela ha detto:

        Nicola, ma ti sembra possibile?
        Quei Lestofanti scapestrati li ho condotti sulle colline a prendere aria.
        A tavola non portano rispetto e non usano forchette o coltelli, nemmeno
        quando mangiano il pollo.
        Te li lascio immaginare quando si misurano contro trote o gamberoni.
        Appena scorgono una donna cominciano con il celebre coro:
        ” Ullallà, Ullallé/ E fammela toccà e fammela vedè”
        Già su Net metto in difficoltà gli amici,che hanno la bontà di leggermi e
        che commentano questi personaggi strani, comunque se provi ad insistere
        ti assumi una bella responsabilità.
        Questi a volte si comportano peggio di me.
        Intanto lascio un saluto per tutti.
        Ciao.
        Oissela

  2. Sissa M. ha detto:

    Sei un bieco profittatore, Nic!
    Ma anche un grande scrittore….
    Ciao
    Sis

    • nicolalosito1942 ha detto:

      ahahahah, approfittatore io?
      Bob mi ha tenuto in ballo tutta una mattina per i fatti suoi… dovevo per forza fargli pagare pegno!
      A parte gli scherzi, credo che un personaggio del genere meritasse uno spazio adeguato e spero di averglielo dato.
      Nicola

  3. giulia ha detto:

    …vendere ghiaccio agli esquimesi..sono virtù, doni come il saper scrivere.
    buon racconto, agile ,e quasi prodromico, se ti conosco un pò
    lodi

  4. nicolalosito1942 ha detto:

    Venditori si nasce e Bob nacque proprio con quelle doti. Al contrario di me che non riuscirei a vendere una bottiglia d’acqua neanche nel deserto…
    Però accetto volentieri le tue lodi.
    Nicola

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