Un romanzo in divenire – Nicola Losito

Pubblicato: 23/06/2011 in Appunti di scrittura, articolo, racconto
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Io e Agata è il secondo romanzo a cui sto dietro ormai da più di un anno. In questi giorni ho finito l’ottava revisione. Prima di iniziare la nona e spero ultima stesura, ho deciso di lasciare decantare per qualche tempo questo mio progetto letterario: anche gli scrittori non professionisti hanno bisogno di mandare in vacanza, di tanto in tanto, sia la testa sia il corpo!

In realtà sto aspettando gli ultimi feedback da parte di alcuni amici che con tanta buona volontà hanno letto o stanno leggendo il mio romanzo ancora in bozza e di sicuro le loro osservazioni mi saranno utili per andare avanti. Io e Agata l’ho presentato mesi fa, a puntate, su un sito letterario che si chiama Neteditor. In quell’occasione ho collezionato una media di 60 contatti per puntata ma, se devo tenere conto dei commenti ricevuti, solo cinque o sei lettori hanno “effettivamente” letto l’intero romanzo. Dunque devo ammettere – ahimé – che l’accoglienza non è stata granché buona.

Avevano ragione gli utenti di Neteditor?

Forse sì. Siccome non sono uno che si piange addosso, ho accettato con filosofia il verdetto del web, anzi è stato proprio quel giudizio a spingermi a riconsiderare tutta la storia e a rivederla nelle sue linee essenziali, in modo da renderla più accattivante alla lettura. In realtà avere pubblicato un romanzo in rete è stata un’enorme sciocchezza: ben pochi si cimentano a leggere lunghe videate al computer. Dopo una pagina di video l’attenzione scema e il lettore si annoia anche se si tratta di un capolavoro.

In rete funzionano solo le poesie e i racconti brevi (brevissimi).

L’ho capito troppo tardi, però da quell’esperienza ho tratto le debite conseguenze. Il romanzo, nella versione pubblicata in rete, cioè la sesta, non era ancora pronto per essere dato in pasto a lettori smaliziati e non sempre bendisposti a donare il proprio tempo a uno sconosciuto scrittore non professionista. Sono passati diversi mesi da allora, ma non sono stato con le mani in mano. Ho lavorato sodo per migliorare la mia opera, eppure non sono ancora soddisfatto al 100%.

Concludo presentandovi una delle prime modifiche che ho introdotto nell’ottava versione e cioè un “prologo” al romanzo vero e proprio. Spero che dalla lettura di questa breve introduzione vi venga la voglia di leggere il seguito di Io e Agata quando l’avrò finito.

Grazie per l’attenzione.

Nicola

AgataCopertina

 

Prologo

In famiglia dicevano che Agata, invecchiando, fosse diventata matta.

   Al contrario io sostengo che, essendo lei sempre stata una donna deliziosamente originale, col passare degli anni la sua fervida immaginazione si sia concentrata su un unico punto irrinunciabile: crollasse il mondo, lei voleva vivere e morire a Strà Ferrari. Una notizia del genere – mi chiedo – può turbare o impaurire così tanto da avvalorare l’ipotesi che Agata sia uscita fuori di cervello?

   Freud affermava che tutti gli esseri umani hanno delle fissazioni: se lo diceva lui, c’è da crederci! Solo chi ha poca inventiva non ha, o non ha mai avuto, delle ossessioni, tipo mettere le mani su una donna, su un terreno, su una casa o su qualsiasi oggetto che abbia assunto nella sua mente la connotazione di aspirazione assoluta e incontrollabile.

   Io, Fabio Fortis, professore di lettere antiche, al pari di Agata, sono un uomo pieno di passioni e perciò appartengo di diritto a questa interessante genia di persone con grandi fantasie per la testa.

   Non una ma due sono le idee fisse per realizzare le quali potrei anche uccidere: diventare uno scrittore famoso e possedere una biblioteca con un numero infinito di libri.

   Ce la farò, durante la mia esistenza, a concretizzarle entrambe o, mal che vada, almeno una delle due?

   A me, per fortuna, sta andando meglio di Agata: nessuno mi ha ancora detto in faccia che sono sulla buona strada per dare i numeri.

   Sin da bambino ho sognato di dedicarmi alla scrittura, per questo scelsi lettere alla Statale di Milano. In cuor mio speravo che, studiando I Grandi della Letteratura, avrei potuto affinare quelle doti che tutti, genitori, insegnanti e amici, sostenevano che io avessi nel DNA.

   Il mio primo romanzo lo scrissi a undici anni, in seguito alla lettura di Ivanhoe di Walter Scott. L’avevo intitolato Il cavaliere di ferro e, per l’occasione, avevo assunto lo pseudonimo di Victor Rilke. Il secondo, il cui titolo era Lettere aperte, lo scrissi all’inizio dell’Univer­sità. Ricordo che avevo preso una cotta per una ragazzina che stava frequentando da interna il terzo anno di liceo scientifico in un collegio di suore molto esclusivo di Milano. La nostra storia d’amore, complicata dalla differenza di età e da un abisso fra le nostre condizioni sociali, durò un anno, poi lei mi lasciò adducendo la scusa di essersi innamorata di un altro. Vissi quell’abbandono con grande sofferenza e per mesi non uscii di casa. C’erano, quindi, tutti gli ingredienti per trarre da quella mia vicenda personale un romanzo nello stile di Liala, scrittrice assai in voga a quei tempi, e così feci.

   Terminati gli studi, trovai subito posto in un liceo scientifico della periferia milanese e, sei mesi dopo, mi sposai con Marta, una bella ragazza che avevo incontrato a una festa in casa di amici. La nascita di quattro figli e l’impegno scolastico m’impedirono di dedicare anima e corpo alla scrittura: iniziai allora decine di romanzi che abortivano dopo poche pagine perché mi mancavano sia le idee sia il tempo per portarli avanti.

   Ho di buono che l’ansia da prestazione non acceca del tutto la mia razionalità, nel senso che se non raggiungo subito l’obiettivo primario non mi deprimo ma m’ingegno a cercare una meta alternativa. Infatti, proprio da quella temporanea incapacità di concludere qualsiasi progetto letterario, nacque la mia passione sfrenata per i libri scritti da altri. Intorno ai trent’anni prese a togliermi il sonno non solo il desiderio di leggerli, ma anche il possesso dell’oggetto in sé. Ai miei occhi uno scrittore che era riuscito a portare a termine un romanzo rappresentava un eroe da ammirare e qualsiasi libro, frutto di immense fatiche intellettuali, bello o brutto che fosse, doveva avere un posto d’onore in casa. Però, per arrivare ad accumulare libri nella quantità non modica capace di soddisfare il mio ego, occorrevano montagne di denaro.

   Purtroppo lo stipendio di professore di liceo era quello che era. Perciò, in attesa di scatti di carriera in grado di darmi una maggiore disponibilità economica, frequentavo le biblioteche comunali e passavo lì dentro gran parte del mio tempo libero. Giravo fra gli scaffali e col dito accarezzavo le coste dei libri: in questo modo provavo brividi di piacere e soddisfacevo le mie voglie più nascoste. Il matrimonio, con i suoi addentellati (quattro figli uno dopo l’altro, responsabilità sempre crescenti e ineludibili, cronica difficoltà a far quadrare i conti, eccetera) se da un lato mi aveva fatto rimandare a tempi migliori l’ambizione di diventare uno scrittore famoso, dall’altro aveva aperto uno spiraglio alla possibilità di realizzare la seconda delle mie ossessioni: avere una biblioteca tutta mia comprendente le opere più importanti della letteratura mondiale.

   Marta, infatti, aveva una parente che si chiamava Agata Rolli, una donna benestante a cui lei era affezionatissima. Per l’esattezza era la sorella minore di suo padre Guido. Quando me la fece conoscere mi piacque subito e ancora di più l’apprezzai quando seppi che non era sposata e che possedeva una biblioteca che dire fantastica è dire poco. Da allora mettere le mani sui suoi libri divenne il mio freudiano fort-da, un ripetitivo gioco del rocchetto, che ho praticato negli anni con tenacia degna di ben più redditizi traguardi.

   Se da un canto è impossibile sterminare in un sol colpo la lunga fila di editori incompetenti che hanno rifiutato o che in futuro rifiuteranno di pubblicare i miei romanzi, impedendomi così di raggiungere la celebrità, dall’altro, esistendo questa parente di Marta e giocando con astuzia le mie carte, forse, avrò qualche possibilità di realizzare l’altra mia fissazione. In realtà non ho mai pensato di ammazzare Agata per far sì che la sua biblioteca diventasse mia in anticipo però, visto il carattere spigoloso e ondivago di quella donna, ci sono andato molto, molto vicino…

   Ma questo è soltanto il prologo.

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commenti
  1. Giusy ha detto:

    Mi hai messo curiosità Nicola. Riuscirà il nostro “eroe” …… 🙂

  2. nicolalosito1942 ha detto:

    Se il nostro eroe riuscirà nel suo intento lo si saprà solamente nell’ultima pagina del libro…
    Ti toccherà leggerlo… non appena sarà finito! ahhahahahaaaaaaah
    Nicola

  3. Giusy ha detto:

    Sai che dispiacere 🙂

  4. nicolalosito1942 ha detto:

    Il romanzo è finito ma non è ancora pronto per essere dato alle stampe.
    Ti avviserò quando sarà il momento.
    Mi farai la traduzione per la versione in inglese… 😀

  5. Giusy ha detto:

    😀

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