Pensieri e Soprappensieri – di N.Losito

Pubblicato: 16/04/2012 in articolo, cultura, Fotografia, psicologia, Società
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BenReynoldsTree1

L’altro giorno girovagando su Internet mi sono imbattuto nel blog del fotografo Ben Reynolds (http://theunknownproject.wordpress.com) e, sfogliando tra le sue foto, ho trovato quest’immagine che mi ha subito colpito.

Evidentemente ero in uno stato d’animo particolare, perché nel volgere di un attimo nella mia testa si sono presentate un sacco di domande esistenziali. Ad accenderle sono state nell’ordine, l’alberello piegato dal vento, il muro bianco e, infine, il portone chiuso.

Quante volte nella vita un’avversità (il vento) ha cercato di piegare la nostra resistenza?

Quante volte ci siamo trovati di fronte a un foglio (il muro bianco ) a cercare (invano) le parole per riempirlo?

Quante volte un ostacolo (il portone chiuso) ci ha impedito di proseguire il nostro cammino?

È mai possibile che una foto possa creare tanti interrogativi quando invece avrebbe dovuto provocare solo godimento interiore, cioè quel piacere che sorge spontaneo quando ci si trova davanti a una bella opera dell’ingegno umano?

Il passo successivo è stato quello di chiedermi cosa avrà spinto Ben Reynolds a fermarsi, prendere la macchina fotografica e scattare quella foto.

Sono convinto che ad accendere la sua immaginazione sia stato l’albero ma – chi può dirlo? – per ragioni opposte alle mie. Supponiamo che quel giorno Ben fosse in pace con se stesso e col mondo, cioè in uno stato d’animo del tutto diverso da quello mio di ieri l’altro: quel sottile tronco piegato potrebbe averlo visto come una vittoria della natura sulle intemperie (o dell’uomo sulle avversità), cioè una rappresentazione visiva del famoso aforisma di Jean de La Fontaine “mi piego ma non mi spezzo” che è l’esatto contrario del detto latino “frangar, non flectar” – mi spezzo ma non mi piego…

Non vorrei avere sollevato un vespaio fra gli amici psicologi che ogni tanto frequentano il mio blog.

Esistono infatti sostenitori accaniti della forza della resilienza, cioè dell’andare avanti nonostante tutto e altrettanti adepti della saggezza degli antichi romani, cioè dello spezzarsi piuttosto che piegarsi, ma non è di questo che volevo discutere oggi.

La mia domanda è più semplice, ma allo stesso tempo più profonda: Ben Reynolds scattando quella foto ha visto solo l’albero contorto o è stato colpito anche dal muro bianco e dal portone chiuso?

Un caso fortuito il suo o lui ha ricevuto in dote la grandezza di chi non si ferma alla prima impressione e sa guardare oltre?

Mi piacerebbe chiederglielo. MOST_P~2

Nicola

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commenti
  1. Sissa ha detto:

    No, di casi fortuiti qui non parlerei proprio…
    Esistono delle persone che hanno un talento speciale nel comunicare cose che interessano tutti, anzi di più, che coinvolgono tutti in prima persona.
    E la cosa fantastica è che ciascuno può dire la sua: avrà sempre comunque ragione perchè è il cuore l’organo sollecitato a “ragionare” della foto.
    Ecco la mia storia.
    L’alberello solo apparentemente esile tenta da sempre di seguire chi entra e chi esce; di tanto in tanto dalle piccole finestrelle rettangolari fuoriescono note allegre e profumi di snack gustati da invitati eleganti. Ogni sua fogliolina tenera sa che al di là di quel pesante portone di metallo c’è qualcosa di molto gradevole che viene costantemente negata. L’albero tenta di bussare, di entrare, di farsi sentire, si offre di ossigenare l’aria della festa. Si storta così tanto da colpire l’occhio di un fotografo famoso! Eppure non è questo che desidera l’alberello. Vi sono delle radici in quel metro quadrato di terra che gli hanno lasciato intorno, radici che gli impediscono di vagabondare a suo piacimento. Ha un compito preciso: quello di offrire ombra e riparo a chi viene e a chi va. Lui non può sapere che è meglio così, che se entrasse morirebbe in pochissimo tempo. E continua a provarci. E’ per questa ragione che l’alberello cadrà.
    Il muro è solido ed esiste. Non è un sogno. E’ bianco, ci si può disegnare sopra, coprirlo di sigle o di parole, di scarabocchi o aforismi saggi, è li per ciascuno di noi ma soprattutto per l’albero: ogni tanto ci disegna sopra delle ombre vive e ci chiacchiera. E così può tirare avanti….
    Il portone se ne frega di tutto e di tutti. Lui si apre e si chiude, ha imparato a non cigolare e non far rumore. E’ nero e marrone. E’ testardo. E non si fa alcuna domanda, limitandosi a girare sui cardini ogni volta che glielo si chiede. E quando l’albero cadrà, la prima volta che il portone si dovrà aprire dopo il crollo, cercherà di straziare i rami e le foglie della pianta.
    Ma non ce la farà, ne sono sicura, sarà costretto a rimanere aperto per sempre!
    Sissa

    • Nicola Losito ha detto:

      Beh, che dire?
      Il tuo commento è più bello del mio post.
      Mi è parso di tornare indietro di qualche anno quando la nostra insegnante di scrittura (Antonella Fiori, ricordi?) ci presentava oggetti, immagini da commentare e da cui ricavare una storia.
      Quella foto, come immaginavo, può portare ognuno di noi a vedere qualcosa di diverso, a seconda del nostro stato d’animo e della nostra sensibilità.
      Il bello della scrittura sta tutta qui.
      Dall’osservazione della realtà si ricavano impulsi personali e nascono così racconti diversi partendo dalla stessa base di partenza.
      Brava tu, come al solito e ottimo il tuo occhio interiore.
      Conclusione?
      Questo blog possiamo dividercelo tra noi due.
      Un abbraccio.
      Nicola

  2. Cristiano A. ha detto:

    Dovresti chiederlo a Reynolds, magari si prende la briga di risponderti. Comunque, il vostro slancio a interpretare la fotografia, spinti da curiosità e inquietudine, è più bello della fotografia in sè.
    Io cerco di essere un po’ più scientifico, se mi passate il termine (e la supponenza, visto che non sono un botanico): l’albero è storto perchè le radici non riescono a svilupparsi bene, l’albero si è piegato perchè il terreno in cui è nato non lo aiuta a crescere…

    • Nicola Losito ha detto:

      Ahahaha, giusto! Perché non pensare botanico?
      Tutte le nostre pippe mentali, forse, non avrebbero ragione di esistere.
      Viva la scienza, dunque.
      Ciao Cristiano.
      Nicola

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