Uccidere il padre? – di N. Losito

Pubblicato: 26/11/2012 in cultura, prosa, psicologia, racconto lungo, Società
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L’albero di rusticani

di Nicola Losito

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Non si riceve la saggezza, bisogna scoprirla da sé, dopo un tragitto che nessuno può fare per noi, né può risparmiarci, perché essa è una visuale sulle cose.

Alla ricerca del tempo perduto – Marcel Proust

Prologo

A Clara Laurenti per uccidere il padre fu sufficiente un albero di rusticani.

Clara amava tantissimo suo padre ma, quando il loro rapporto entrava in crisi, lo odiava con pari intensità. Dopo ogni grossa lite, spendeva metà della notte a organizzare mentalmente plateali e punitive uscite di casa, ma più eclatante era la sofferenza che pensava di impartirgli, più grande era il rimorso che provava. Finché un giorno si decise e se ne uscì di casa. Se ne andò in silenzio, accettando da sua madre un po’ di soldi per sopravvivere qualche mese e promettendole che al più presto si sarebbe fatta viva per restituirglieli. Di nascosto su Internet aveva trovato a Bologna una stanza a buon prezzo da condividere con una ragazza della sua stessa età.

Aveva scelto quella città per diverse ragioni: Bologna era decisamente lontana da Milano, e in Emilia, verso la fine degli anni ’90, c’erano molte piccole e grandi industrie a cui inviare il curriculum, e infine perché ci abitava sua zia Paola. Nel malaugurato caso si fosse trovata in difficoltà, lei l’avrebbe senz’altro aiutata.

***

Le indicazioni dell’agenzia immobiliare erano state precise. Per arrivare a Lavino di Mezzo, Clara doveva scendere alla quarta fermata dell’autobus che, partendo da Bologna, fa capolinea a Anzola dell’Emilia. Altri cento metri a piedi e, sulla destra, un po’ nascosta alla vista da tre alti pini a ombrello, avrebbe trovato la villa, stile anni trenta, del dottor Badiali. Compiuto quel breve tratto di strada, Clara si trovò davanti al cancello di una costruzione color rosso cupo, rinfrescata di recente e dall’aspetto decisamente solido. Nell’attimo stesso in cui stava per suonare il campanello, però, ebbe un ripensamento. Lo stabile dove era situato l’appartamento propostole dall’agenzia era troppo signorile, di sicuro l’affitto sarebbe stato al di sopra delle sue attuali possibilità economiche. Clara ebbe un gesto di stizza e un pensiero conseguente: una volta tornata a Bologna avrebbe fatto le sue rimostranze a chi di dovere!

Decisa a rinunciare al sopralluogo, stava incamminandosi per tornare alla fermata dell’autobus che l’avrebbe riportata in città, quando un distinto signore alle sue spalle le rivolse la parola:

“È qui per vedere l’appartamento da affittare?” chiese l’uomo.

Colta di sorpresa, Clara, suo malgrado, non poté che assentire.

Carlo Badiali, dottore a riposo, settant’anni passati, ne dimostrava molti di meno, avvantaggiato com’era da un portamento eretto e da quell’atteggiamento bonario che contraddistingue gran parte della popolazione emiliana. Sorridendo con cordialità la invitò a seguirla.

“Mi chiamo Badiali e sono il proprietario dell’immobile. È da molto che aspetta?” disse mentre le faceva strada.

“No, sono appena arrivata da Bologna.”

“Gran bella città, vero?”

“Sì, però io preferisco mille volte di più la vita tranquilla di un piccolo paese. Ecco perché sono qui.”

L’uomo sorrise alle parole decise della giovane donna che le camminava a fianco e si prese qualche istante per osservarla meglio. Non molto alta, capelli neri a caschetto, sguardo vivace e, al contempo, dolce. Da come si era espressa gli dava l’idea di una persona determinata nelle sue scelte.

“È da un po’ che sto cercando casa lungo la direttrice Bologna-Vignola.”

“Ha visto il cartello appeso sul cancello o l’ha indirizzata qui l’agenzia Santulli?”

“L’agenzia.”

“Santulli è un uomo in gamba, pensi che gli ho conferito l’incarico solo da pochi giorni e già arrivano persone interessate all’appartamento in affitto!”

“Però quel signore non mi ha detto che la villa era così… così imponente…”

“Imponente ma non pretenziosa. Non deve spaventarsi.” proseguì il dottore avendo notato l’imbarazzo a stento trattenuto nella voce della ragazza.

Superato un breve vialetto di acciottolato, i due raggiunsero il lato sinistro dello stabile ed entrarono in un portone di legno intarsiato, dove da un androne luminoso partiva una larga scala che permetteva di accedere ai due piani della villa.

L’appartamento da affittare era situato al primo piano: l’ingresso, grande in modo esagerato, non aveva finestre. Al centro c’era un semplice tavolo rettangolare, mentre un paio di quadri a soggetto agreste ne impreziosivano le pareti dipinte di un bel giallo tenue. Un cassettone di provenienza contadina ma così lucido da sembrare antico completava l’arredo. Sulla sinistra c’era la cucina e, di seguito, una camera per gli ospiti. A destra una spaziosa camera da letto e il bagno. La cucina e la camera degli ospiti guardavano su un giardino esteso e assai curato dove alberi secolari erano inframmezzati a piante da frutto e da piccole zone coltivate a verdura di stagione.

"Cosa ne pensa?" chiese il dottor Badiali al termine della visita.

Clara non rispose subito, intenta com’era a guardarsi intorno per valutare l’ampiezza e la disposizione delle stanze. L’abitazione che da mesi stava cercando, pitturata di fresco e arredata in modo essenziale, si era materializzata davanti ai suoi occhi.

"È perfetta!" disse, ma avrebbe voluto subito aggiungere: "Purtroppo non posso permettermela!"

Il dottor Badiali invitò la ragazza a sedersi al tavolo di cucina e facendo la mossa di aprire il frigorifero le chiese se poteva offrirle qualcosa da bere.

“Se ha un succo di frutta, lo accetto volentieri.”

“Penso di sì, mio figlio ne andava matto e dovrebbero essercene ancora in fresco…”

Dopo avere riempito due bicchieri con del succo di arancia, anche il dottor Badiali si sedette e prese a illustrare alla ragazza pregi e difetti di quel piccolo paese e di come, in pochi anni, avesse cambiato fisionomia. Molti avevano venduto la loro casa per andare a vivere nelle città limitrofe o vicino ai luoghi dove avevano trovato lavoro. L’uomo raccontò che Lavino da paese prettamente rurale si era rapidamente trasformato, soprattutto nella parte collinare, in zona esclusiva di seconde case per gente benestante di Bologna o Modena. Che le vecchie cascine, una volta ristrutturate, erano diventate aziende agricole o vinicole molto floride. Che di gran parte dei vecchi abitanti si era persa traccia, mentre lui e sua moglie mai si sarebbero sognati di lasciare il paese dove avevano vissuto parecchie generazioni di Badiali.

“Mio figlio, invece…”

Nel dire questo si rabbuiò e per qualche istante rimase in silenzio. Clara si accorse del turbamento del suo interlocutore e prese la parola per riportare il discorso sull’appartamento da affittare.

“L’agenzia non mi ha parlato di prezzi, mi ha solo spinto a venire a dare un’occhiata. L’appartamento mi piace molto ma credo che…”

Al dottor Badiali tornò il sorriso:

"Questa era l’abitazione di mio figlio Augusto. Si è sposato qualche mese fa ed è andato a vivere a Boston, negli Stati Uniti, con la moglie americana. Mi spiace lasciarlo vuoto, perciò lo affitto a un prezzo ragionevole."

"Quanto ragionevole? Ho appena trovato lavoro e non ho molto denaro a disposizione. Vivo sola e non voglio pesare sui miei genitori. " disse Clara, mettendo tutte le sue carte in tavola.

Il dottore evitò di rispondere alla domanda: “Di questo ne parleremo dopo. Prima, se permette, vorrei conoscerla meglio… per mia tranquillità, capisce?”

“D’accordo. Cosa vuol sapere?”

"Qual è il suo titolo di studio?"

"Laurea in ingegneria elettronica e sono al mio primo impiego."

"A vedere una così bella ragazza, nessuno penserebbe che si sia dedicata a studi tanto impegnativi!" esclamò stupito.

"I tempi sono cambiati, una donna può fare tranquillamente le stesse scelte di un uomo! Comunque io non ho fatto altro che seguire le orme di mio padre, anche se, a dire la verità, questa è l’unica cosa che ci accomuna." rispose Clara, pentendosi subito di quell’accenno a questioni personali.

"Non volevo offenderla, ma solo complimentarmi con lei. Mi par di capire che lei non vada molto d’accordo con suo padre…"

A Clara, in generale, seccava parlare del suo privato con un estraneo, ma la bonomia e la sincera partecipazione con cui il vecchio dottore le si era rivolto, la convinse a rispondere.

"Per i genitori i figli non crescono mai, rimangono sempre bambini da proteggere o da tenere al guinzaglio…”

“A volte noi genitori ci comportiamo così per troppo amore.”

“Posso capirlo e a qualche mio coetaneo questa condizione di sudditanza sta anche bene, ma a me no. Ho quasi venticinque anni, finiti i miei studi, dovevo uscire di casa per crescere veramente e potere decidere da sola della mia vita.”

Clara, accortasi che le sue parole avevano rattristato di nuovo il suo interlocutore, decise di porre fine al colloquio e, alzandosi, disse:

“Si è fatto tardi, devo proprio andare…"

Evidentemente al dottor Badiali quella giovane donna, all’apparenza fragile, ma in realtà ben decisa a emanciparsi dalla famiglia, interessava molto e non sembrava voler interrompere quella conversazione scivolata troppo rapidamente nel personale.

"Aspetti, – disse l’uomo, invitandola di nuovo a sedersi – rimanga qualche minuto ancora! Posso chiederle se ha dovuto questionare con i suoi genitori per andarsene da casa?"

Clara non avrebbe voluto rispondere a una domanda del genere. Ripensare alla sofferenza che aveva inflitto ai suoi genitori la faceva stare male, eppure quel vecchio signore gli dava l’idea di essere in grado, più di suo padre, di capire e accettare il suo desiderio di indipendenza.

"Lo scoglio maggiore è stato il mio papà. Secondo lui, prima di uscire di casa avrei dovuto trovare un lavoro e solo allora avrei potuto andarmene."

"Non mi sembra che suo padre sia stato così irragionevole, anch’io sono un genitore e posso capirlo. Lei crede che non mi sia dispiaciuto che mio figlio se ne sia andato a vivere in America senza avere la sicurezza di un impiego?"

"Ma lei lo ha fatto sentire in colpa per questo?"

"Questo no, però, secondo me, mio figlio ha fatto un passo avventato. A Lavino aveva un’attività sicura: gestiamo da sempre una farmacia importante e in poco tempo avrebbe potuto essere sua. Laggiù, a casa di Dio, per i primi tempi dovrà appoggiarsi alla famiglia della moglie. Detto questo, lui è un uomo, mentre…"

"Mentre io sono una donna, vero?"

"Già, e le donne hanno meno armi per difendersi…"

"Ah, lo sapevo! Tutti uguali i padri. Le donne sono deboli, devono restare in famiglia e possono uscire nel mondo solo se si sposano!"

"Beh, questa sarebbe la condizione ottimale…"

"Non sono d’accordo. Io non ho un fidanzato, quindi niente marito in vista. Cosa dovevo fare? Aspettare di trovare un buon pretendente e nel frattempo perdere la possibilità di cercare fuori casa un lavoro adatto alle mie aspirazioni?"

"Sono sicuro che ci avrà pensato parecchio prima di fare questa scelta.”

“Certamente, e se proprio vuole saperlo, in caso di insuccesso ho un paracadute nella valigia!”

“Mi piace la sua grinta, signorina! Il lavoro se l’è già trovato e carina com’è, presto le si presenteranno delle opportunità interessanti anche dal punto di vista sentimentale. Quello che non capisco è perché lei abbia lasciato una città importante come Milano per cercare fortuna dalle nostre parti."

"Milano è diventata una città invivibile, se si va in giro a piedi si respira solo smog. Il traffico è impossibile, l’indifferenza della gente è insopportabile e anche i vicini ti salutano a fatica. Da tempo desideravo andare a vivere in campagna, dove la vita è più tranquilla, più semplice, dove l’aria è ancora buona e si può passeggiare senza il timore di essere investita da un’auto o da una moto!"

"Beh, Lavino è un piccolo paese che si sviluppa in gran parte lungo la statale, perciò se eviterà quell’unica strada trafficata, qui potrà trovare la quiete e la tranquillità che cerca. Avrà di sicuro notato che subito dietro la nostra villa c’è la campagna e che dall’altra parte della statale inizia la collina."

"Infatti, trovare casa a Lavino per me sarebbe l’ideale. Il guaio è che non credo di potermi permettere questo bell’appartamento…"

"Sul prezzo ci si può mettere d’accordo. Io non affitto di mestiere, lo faccio solo perché mi dispiace vedere vuoti dei locali che sono sempre stati occupati, prima da me e poi da mio figlio. Mia moglie ed io viviamo al secondo piano nell’appartamento grande."

"Quindi sarebbe la prima volta che un estraneo mette piede qui…"

"Non precisamente. Alla fine della seconda guerra mondiale, siccome la villa aveva spazio in esubero, le autorità ci avevano chiesto, anzi, imposto di accogliere per qualche tempo degli sfollati, fintantoché per loro non fosse saltato fuori un appartamento in una casa popolare in costruzione. Si trattava di una famiglia composta da padre, madre, da un maschietto vivacissimo e da una femminuccia sempre sorridente."

"Immagino che si siano trovati bene, l’appartamento è così spazioso da ospitare tranquillamente quattro persone."

"A dire la verità, i miei genitori avevano concesso a quella famiglia solo l’uso della cucina, del bagno e della camera situata sulla destra. Per farle posto, avevamo ammucchiato nell’ingresso tutti i miei mobili e nel locale a sinistra avevo ricoverato la mia biblioteca, il grande tavolo da ping-pong e svariati oggetti personali di uso meno frequente."

"Lei ci sarà rimasto male vedendo il suo appartamento ceduto con la forza a gente estranea…"

"In un primo momento mi sentii defraudato della mia indipendenza, però in seguito stringemmo amicizia con tutti i componenti di quella famiglia e averli come inquilini fece piacere sia a me che ai miei genitori. Il padre era un brigadiere dei carabinieri, e questo, per la turbolenza dei tempi, ci dava sicurezza. All’epoca la nostra farmacia era situata a pianterreno sul davanti della villa e avevamo già subito un paio di tentativi di furto."

A Clara non è che interessasse granché ascoltare i ricordi del dottor Badiali, però non voleva mostrarsi scortese, vista la non remota possibilità di ottenere a buon prezzo quel fantastico appartamento. Perciò si era bene adattata a dargli corda.

"Mi parli ancora di quella famiglia di sfollati…"

"La signora, benché giovanissima, era una perfetta donna di casa. Curava l’appartamento nello stesso identico modo in cui accudiva i suoi due bambini. Era sempre piena di attenzioni, e poi sapeva lavorare di cucito quel tanto da tenere i figli e il marito sempre in ordine. Il maschietto era una birba tremenda e, quando mi sentiva scendere le scale, spesso apriva la porta di casa e m’implorava d’intercedere presso la madre per poter uscire in giardino con me. La bambina, invece, anche se aveva un paio d’anni più del fratello, era molto riservata e stava sempre sulle sue…”

Il dottore si fermò un attimo a prendere fiato e guardò l’ora.

“Ma io la sto annoiando, signorina…"

"Oh, mi scusi, non mi sono ancora presentata. Mi chiamo Clara."

"Bene, signorina Clara, vogliamo discutere dell’affitto? Di che cifra potrebbe disporre?"

"Nell’azienda in cui lavoro sono ancora in prova. Il mio attuale stipendio si aggira sulle novecentomila lire, ma spero che aumenti se mi assumeranno a tempo indeterminato."

"Uhmm, non è molto per una persona che ha deciso di vivere da sola. I suoi genitori sono in grado di aiutarla finché non guadagnerà abbastanza da essere completamente indipendente?"

"Potrebbero, ma sono io che non voglio. Se non posso permettermi un appartamento così grande e costoso, mi accontenterò di qualcosa di più modesto."

"Ciò le fa onore, ma non è poi un gran delitto farsi aiutare dai genitori in caso di bisogno…"

"Come le ho detto, mio padre non voleva lasciarmi andare allo sbaraglio. Io sono cocciuta e sono uscita di casa senza il suo consenso. Sotto sotto ci vogliamo bene, ma non intendo farmi aiutare da lui. Sarebbe una sconfitta troppo grande per me. Papà, anche se ha vissuto quasi sempre al nord, è di origine meridionale, e pensa ancora che le donne, prima di tutto, debbano accasarsi e poi, eventualmente, trovarsi un lavoro. Queste sono le cose che gli ho sempre contestato. Ho come l’impressione che non si sia accorto che la società è cambiata e che sua figlia è una donna adulta e vaccinata. Che male c’è a vivere da sola? Non ho ancora venticinque anni, per sposarmi c’è tempo!"

"Ha qualcosa contro il matrimonio?"

"Le ho dato quest’impressione?"

"Direi di sì."

"Confesso che sono appena uscita da una storia importante e credo che per un po’ starò lontana dagli uomini. Può stare tranquillo se mi affitterà il suo appartamento. Sempre che si riesca a metterci d’accordo sul prezzo.”

“Questo è l’ultimo dei problemi…”

“Sono al corrente di quanto chiedono per un bilocale con cucina abitabile e le dico subito che attualmente non sono in grado di permettermelo…"

"Avevo in mente di chiederle proprio quella cifra che non può permettersi, però lei mi è simpatica e voglio venirle incontro. Trecentomila lire al mese potrebbero andarle bene?"

Clara sgranò gli occhi per la sorpresa. Non le pareva possibile un affitto così basso.

"Veramente, dottor Badiali? Non mi sta prendendo in giro?"

"No, non sono il tipo…"

Clara avrebbe voluto abbracciare quel vecchio e distinto signore che le stava regalando il paradiso.

"Se lei è d’accordo, mi lasci il tempo di raccogliere le quattro carabattole che ho parcheggiato nella stanza che condivido con una studentessa a Bologna e fra pochi giorni volo qui. Grazie, grazie dottore. Le sarò riconoscente in eterno!"

“Non mi ringrazi, le starò col fiato sul collo perché desidero che l’appartamento sia trattato con la massima cura.”

Clara, accortasi della bonarietà con cui il dottor Badiali si era espresso, scoppiò in un’allegra risata e gli rispose con pari tono:

“Scappo da un papà troppo esigente e mi ritrovo un padrone di casa uguale!”

“Non mi permetterei mai di sostituirmi a suo padre. Lei qui può vivere tranquilla la sua vita, a me importa solo che abbia riguardo per l’appartamento di mio figlio. Chissà che un giorno a lui non venga la voglia di tornare in Italia…”

“M’impegnerò come la signora che è stata qui nel dopoguerra. Normalmente sono abbastanza ordinata e pacifica, però vorrei segnalarle che di tanto in tanto suono la chitarra e canto. Spero che questo non sia un problema.”

“Assolutamente no. Questa casa è fin troppo silenziosa.”

“Bene, allora visto che siamo d’accordo…”

“Un’ultima domanda. Perché ha scelto di stabilirsi proprio in questa zona?”

“Per diverse ragioni. La prima perché qui c’è un treno che mi porta diretto a Vignola dove lavoro. Secondo, perché Lavino è abbastanza vicino a Bologna dove abita mia zia. È stata proprio lei a consigliarmi di cercare qui, avendoci vissuto qualche anno da piccola.”

"Come si chiama sua zia?"

"Paola Laurenti ed è la sorella di mio padre."

Per un attimo nella testa del vecchio dottore si accese una lampadina che però si spense subito.

"Laurenti… Laurenti… Ho come la sensazione di avere già sentito questo cognome.”

Fece poi un gesto di stizza battendosi la fronte con la mano.

“Benedetta memoria! Bah, prima o poi mi verrà in mente…”

“La zia mi ha raccontato che qui a Lavino ha frequentato le scuole elementari e poi la sua famiglia si è trasferita a Bologna.”

“Oggi capita il fenomeno inverso. La gente lascia la città e viene a vivere in campagna. Proprio come sta cercando di fare intelligentemente lei…”

“Questo significa che ho superato l’esame di ammissione?” disse Clara ridendo.

“Direi proprio di sì…”

“Allora, se non ha altre domande da farmi, cosa ne dice, dottore, se firmiamo adesso un preliminare di affitto?”

“Lei mi piace signorina Clara, precisa e attenta ai dettagli! Questa è una ragione in più per accoglierla a casa mia. Sono stato fortunato: un’inquilina ingegnere e in più canterina! Spero solo di non avere sbagliato a cederle l’appartamento così a buon mercato!”

“Non se ne pentirà, dottor Badiali. Per sdebitarmi suonerò la chitarra e canterò per lei ogni sera! Mi dovrà sfrattare per farmi smettere!”

“Ahahahah, perfetto!”

***

Caro papà,

mi faccio viva dopo un bel po’ di tempo e per questo mi scuso con te e la mamma. Non l’ho fatto prima perché sapevo che la zia a cui di tanto in tanto faccio visita, era in contatto con voi e penso che lei vi abbia tranquillizzato sul mio conto.

Da qualche mese ho trovato un buon posto a Vignola e, dopo un breve periodo di prova, mi hanno assunta definitivamente. Il lavoro mi piace abbastanza, l’unica cosa che m’infastidisce un po’ è che sono l’unica donna in un ufficio di uomini. Mi guardano come una bestia rara. Ci farò il callo e chissà che alla fine non trovi qui un partito in grado di soddisfare le mie e le tue aspettative…

Ma non è solo per questo che ti ho scritto. Ho anche affittato un appartamento tutto per me. È grande come lo desideravo io ed è situato in campagna a pochi chilometri da Bologna. Il paese, ai piedi delle colline, si chiama Lavino. La zia mi ha accennato che alla fine della seconda guerra mondiale per qualche tempo con i nonni avete abitato da queste parti.

Come vedi, senza volerlo, seguo giudiziosamente le tue tracce. Ho un lavoro e una casa, quindi le tue paure sulla mia scelta di cercare fortuna lontano da Milano si sono rivelate infondate. La tua "poco assennata" figliola, anche se ha fatto arrabbiare te e la mamma, è riuscita a trovare la sua strada da sola, senza protezioni o spinte. Non so se sbaglio a chiedertelo, ma vorrei che per una volta mi dicessi che sei fiero di me.

In fondo non pretendo molto.

Con affetto.

Clara

Cara Clara,

le notizie che ci hai dato sono bellissime e ci riempiono d’orgoglio. Eccomi pronto a scusarmi per non essere mai stato capace di esprimere a parole quello che veramente provo per te.

Forse perché sei la nostra unica figlia, io e la mamma abbiamo pensato che tu avessi bisogno di una protezione speciale e abbiamo sempre interpretato la tua insofferenza come una mancanza di affetto nei nostri confronti. In realtà tu avevi solo bisogno di maggiore libertà e indipendenza, ma a me, soprattutto a me, tutto questo spaventava. Oggi sono qui a ricredermi e a chiederti di perdonarmi. Spero che non sia troppo tardi per appianare tutte le divergenze che abbiamo avuto in passato.

Hai detto che hai trovato casa a Lavino e questo mi ha messo una pulce nell’orecchio. Quando la mia famiglia si stabilì lì io ero molto piccolo e ho in mente solo dei flash su quel periodo della mia vita, così ho telefonato a tua zia Paola. Lei, all’epoca, era già grandicella e ricorda molte più cose di me su Lavino. A suo dire, siamo arrivati lì nel ‘45 quando avevo tre anni e ci siamo rimasti finché mio padre, tuo nonno Aldo, nel ‘50 non fu promosso appuntato e trasferito d’ufficio a Bologna.

Con l’aiuto della memoria formidabile di tua zia Paola, piano piano, alcuni avvenimenti di allora sono tornati alla luce. Avvenimenti importanti per la mia crescita. La zia mi ha detto che da bambino ero molto vivace, e per questo ero oggetto di particolari attenzioni da parte della mamma. Lei non mi staccava mai gli occhi di dosso ed era un problema per me sfuggire dalle sue grinfie per potermi dedicare alle classiche marachelle dell’infanzia. Manco a dirlo, le stesse attenzioni che io e tua madre abbiamo sempre avuto verso di te. Come vedi, molte situazioni si ripetono uguali nella vita degli esseri umani…

A Lavino vivevamo in un appartamento di una grande villa a due piani dove, nell’ingresso, ammucchiati uno sull’altro, c’erano i mobili del figlio dei proprietari, un giovane e brillante studente di medicina – credo si chiamasse Carlo – che presto mi prese in simpatia. Bene, su quei mobili ho cercato più volte di arrampicarmi col rischio di rompermi l’osso del collo. La cosa più interessante dell’appartamento era una stanza che io e zia Paola avevamo chiamato la "tana dei misteri", una stanza sempre chiusa a chiave e che noi cercammo di aprire con tutti i mezzi, non riuscendoci mai. Quella era la camera dove il signor Carlo aveva ricoverato i giochi dell’infanzia, i giornalini, i libri che intravedevamo quando lui ci entrava per ritirare qualcosa che gli serviva o quando sua madre veniva a darle aria.

Da anni Carlo tirava di fioretto: appesi in bella vista a una parete c’erano le sue maschere di protezione del viso e almeno quattro fioretti. Tanto feci, tanto insistetti che lui permise a me e a tua zia di indossare le sue maschere e tenere per una settimana intera, come se fossero nostre, due delle spade di quando, da bambino, aveva iniziato a praticare la scherma. Mamma era spaventatissima perché temeva che ci facessimo male, ma lui riuscì a convincerla che la scherma non è uno sport pericoloso e che, come recitava a memoria, forma il carattere e contribuisce a una crescita equilibrata della personalità, incanalando l’aggressività spesso inespressa dei bambini verso valori importanti come la lealtà e il rispetto degli altri. Mia madre mi permise una volta di recarmi a scuola con maschera e spada e da allora fui il più invidiato e ricercato dei bambini. Ovviamente quello era lo sport preferito delle persone abbienti e mai mia sorella e io avremmo potuto permettercelo, però quelle giornate vissute da spavaldo spadaccino furono una bellissima ed entusiasmante esperienza.

Oltre questo, tua zia mi ha fatto venire in mente una grossa bravata che ebbe conseguenze non altrettanto piacevoli. Nel giardino sul retro della villa c’era un albero di rusticani: di quest’albero non saprei dirti nulla su caratteristiche e dimensioni se non che ai miei occhi di bambino sembrava gigantesco, che dava dei frutti tondi e verdi, asprigni al gusto e che io aspettavo con ansia la primavera per poterli rubare e mangiare di nascosto ancor prima che maturassero. Eh già, perché mamma mi aveva proibito di farlo, pena solenni sculacciate. Un giorno di giugno, credo all’età di sette anni, sfuggendo allo sguardo vigile di mamma e del contadino che abitava sul retro della villa, non so come riuscii ad arrampicarmi sull’albero dei rusticani e mangiai una quindicina dei suoi aciduli frutti. A scendere mi aiutò il contadino, richiamato dal mio pianto disperato perché avevo paura di fare il cammino a ritroso verso terra. Quel giorno le buscai di santa ragione e a sera mi venne un mal di pancia terribile accompagnato da febbre altissima. Dovetti stare tre giorni a letto e ingoiare, con alti anche se inutili strepiti, due bicchierini colmi di olio di ricino.

Mangiare i frutti acerbi del rusticano e la scherma vissuta come gioco segnarono il mio passaggio dall’infanzia all’adolescenza. Facendo della psicologia spicciola si può dire che salire su un albero e rimpinzarmi anzitempo dei suoi frutti fu il mio primo tentativo di ribellione nei confronti della famiglia, mentre tirare di spada, seguendo precise regole, fu un modo ardimentoso di affrontare il mondo esterno armato di tutto punto ma con intenzioni pacifiche.

Che dirti ancora di quegli anni vissuti a Lavino? Su un noto avvenimento del dopoguerra che valutai nella sua importanza e pericolosità solo in età adulta, conservo un ricordo fatto esclusivamente di sensazioni. Era l’estate del ‘48, in luglio per l’esattezza, quando uno scalmanato studente fascista, a Roma, sparò a Togliatti. Quel gesto provocò una forte scossa emotiva in Emilia: la paura per una probabile insurrezione della popolazione contro il governo dell’epoca si poteva toccare con mano. Tutte le forze dell’ordine, ben poco amate in quella regione, erano state allertate. Ci furono diversi morti nei disordini di quei giorni. Allora io avevo sei anni e non ero certo in grado di capire il pericolo che mio padre stava correndo mentre, per servizio, girava il paese e la campagna in bicicletta, eppure, in qualche modo del tutto inconscio, percepii la preoccupazione dei miei genitori.

Ricordo che mia madre spesso piangeva e aspettava con trepidazione il ritorno a casa di papà per il pranzo e la cena. Per me e mia sorella c’era l’assoluto divieto di uscire in strada. Quel brutto momento durò circa una settimana e poi lentamente le acque si calmarono e a Lavino tornò a prevalere il buon senso della popolazione emiliana. Come premio per il mio comportamento responsabile tenuto in quei giorni, mamma accettò che papà mi portasse, un paio di domeniche dopo l’attentato, a fare un giro per la campagna seduto sulla canna della sua bicicletta. Di mio padre avevo sempre avuto soggezione, forse per quella sua aria severa e poco avvezza alle smancerie con noi bambini, però quel giorno fui davvero felice e, anche se, come al solito, mi parlò poco, intuii che era orgoglioso di portarmi con sé e di presentarmi alle persone che incontravamo lungo il tragitto. Ecco, questo è tutto ciò che posso raccontarti di quei cinque anni passati a Lavino. Che tu abbia trovato casa proprio in quest’anonimo paesino dell’hinterland bolognese è piuttosto curioso. Spero che tu possa trovare lì quella serenità che non avevi a Milano e dei buoni motivi per arricchire la tua personalità.

Un caro abbraccio anche da parte di mamma.

Papà

Caro papà,

nel retro della villa dove abito, a piano terra vive un contadino che cura il giardino, Ci sono alberi da frutta e parte del terreno è occupata da un orto. Il proprietario dello stabile, un anziano dottore, cordiale e gran chiacchierone, mi ha affittato a un prezzo di grande favore l’appartamento dove lui aveva vissuto da ragazzo. Si chiama Carlo Badiali. Quando gli ho rivelato le mie generalità mi ha dato l’impressione che il cognome Laurenti gli suonasse familiare. Senza che glielo avessi chiesto, mi ha raccontato di una famiglia di sfollati che subito dopo la fine della guerra avevano abitato qui. Quella famiglia aveva due bambini, un maschio e una femmina. Potrebbe essere che…

Un bacio.

Clara

Cara Clara,

tutto può succedere nei corsi e ricorsi della vita. Ho chiesto a tua zia Paola se si ricordava come si chiamavano i proprietari della villa dove abbiamo vissuto per qualche tempo da piccoli: lei ha confermato il cognome Badiali.

Hai ragione. È un evento davvero straordinario quello che ti è successo!

Saluta da parte mia il signor Carlo, vedrai che si ricorderà di me e delle mie marachelle.

Un abbraccio.

Papà

***

Epilogo

Clara mise al corrente il dottor Badiali di quella singolare coincidenza e questo fece aumentare ancora di più l’empatia creatasi fra loro già al primo incontro. Sei mesi dopo questa scoperta, però, Clara decise di lasciare l’appartamento di Lavino. In tutto il periodo che abitò lì non invitò mai i suoi genitori a farle visita. Non lo fece per diverse ragioni, la più importante delle quali era che quella casa le ricordava troppo suo padre. A causa dell’atteggiamento gentile ma assillante del dottor Badiali, quel luogo stava diventando una scelta inadeguata per lo scopo che si era prefissa.

Attraverso i ricordi che il vecchio dottore si peritava di raccontarle ogni volta che la incontrava e che, per timore di mostrarsi maleducata, lei non riusciva in alcun modo a bloccare, suo padre era costantemente accanto a lei. Lo era quando di sera girava sola e annoiata nell’appartamento o se di giorno si recava in giardino. Le sembrava persino di udire in ogni strillo di bambino proveniente dalle case vicine la voce di suo padre da piccolo mentre cercava di rincorrere il gatto del contadino o si esercitava in  altre e  più azzardate marachelle. Col passare dei mesi Clara capì che anche lì il peso della presenza paterna era diventato insostenibile. Non era libera in quel luogo tanto quanto non lo era stata nella casa dei suoi genitori a Milano. Doveva andarsene da Lavino. A spingerla a una nuova fuga fu ciò che accadde in un tiepido pomeriggio di primavera.

Clara si trovava nel giardino sul retro della villa a rincorrere un refolo d’aria sotto la quercia o all’ombra dei tigli che costeggiavano il lungo viale che si perdeva nella campagna. Non aveva fatto che pochi passi quando davanti ai suoi occhi si presentò una grande pianta nodosa, carica di frutti verdi e tondi. Incuriosita, si fermò a osservarla. Era forse quello il famoso albero di rusticani di cui gli aveva parlato suo padre? Tutto si poteva dire meno che la pianta fosse bella da vedere, era soltanto un vecchio albero dal fusto rugoso che a fatica reggeva rami carichi di frutti. A Clara venne spontaneo pensare a come sarebbe stato facile per chiunque salirci su per raggiungere i frutti proibiti, sfruttando i numerosi nodi del suo tronco, mentre non sarebbe stato altrettanto agevole tornare a terra, dovendo alla cieca indovinare la posizione giusta dei piedi.

Fu proprio guardando l’albero dei rusticani che Clara ebbe un’illuminazione.

Suo padre le aveva scritto che mangiare i frutti acerbi di quella pianta, era stato il suo primo atto di rivolta nei confronti dei genitori, l’inizio simbolico della sua crescita personale. Ma qualcosa a lui era andato storto. La sua ribellione era riuscita a metà. Non ce l’aveva fatta a scendere da solo dall’albero e la sua azione coraggiosa si era tramutata in una parziale disfatta. A lei, però, non sarebbe toccata la stessa sorte. Non doveva arrampicarsi sull’albero, le bastò allungare il braccio e staccare una dozzina di quei verdi e invitanti frutti. Ne mangiò a fatica soltanto tre, storcendo la bocca perché il loro sapore era decisamente asprigno, ma conservò i rimanenti nella borsa per finirli poi nel prosieguo della settimana. Se voleva veramente uccidere suo padre, era di vitale importanza mangiare tutti i frutti che aveva appena rubato.

Dopo quel giorno, si mise in cerca di un nuovo alloggio, esplorando i paesi vicini a Lavino. Lo trovò a Ponte Ronca, pochi chilometri più avanti sulla stessa direttrice per Vignola. L’appartamento era situato al secondo piano di un condomino di recente costruzione, con vista sulle colline emiliane. Aveva lo stesso numero di stanze di quello del dottor Badiali ma, ovviamente, l’affitto era parecchio più alto. Questo, però, non era un problema: da pochi giorni Clara aveva avuto un congruo aumento di stipendio e perciò poteva permettersi un aumento di spese per l’alloggio. Il problema, semmai, era come comunicare la sua decisione al vecchio dottore. Infatti lui accolse con molta tristezza la notizia della sua partenza, ormai si era affezionato a Clara quasi fosse una figlia, però alla fine comprese la sincera spiegazione che lei stessa si sentì in dovere di dargli. I suoi occhi erano lucidi e le parole smorzate dalla pena quando gli disse:

"In questa casa, piena di ricordi di mio padre e dei miei nonni, non sarei mai riuscita a crescere nel modo in cui io desideravo. Le chiedo scusa per non averlo capito subito e di avere abusato fin troppo della sua benevolenza…"

“Non posso impedirle di andarsene, spero di tutto cuore che ogni tanto lei torni a trovarmi… e sarebbe magnifico potere incontrare anche suo padre.”

“Può contarci, glielo prometto!” disse, abbracciandolo.

Entrata in possesso del nuovo appartamento, Clara poté sbizzarrirsi ad arredarlo secondo il gusto suo e del ragazzo con cui, da qualche mese, conviveva, dedicando una cura particolare alla camera degli ospiti, perché aveva in mente un piano. Era ormai passato più di un anno e mezzo da quando lei era andata via da Milano e riteneva fosse giunto il momento di riallacciare i rapporti con la famiglia.

Con l’aiuto prezioso di sua zia Paola preparò una mappa dettagliata dei luoghi e delle persone che avevano contrassegnato l’infanzia di suo padre. Cercò la chiesa sulla collina dove lui aveva fatto il chierichetto, la villa dei conti Aldovisi, la vecchia stazione di Lavino da tempo abbandonata, il bar Sport dove ai bambini che nel ‘48 percorrevano un chilometro a piedi per raggiungere la scuola materna ed elementare a Zola Predosa, ogni mattina il vecchio gestore regalava una caramella. Con infinita pazienza rintracciò Giovanni, il figlio del titolare della Ferramenta Rovelli e Amilcare Zanca, sordomuto dalla nascita il cui padre era un artista del traforo e che solo agli amici del figlio permetteva di vedere i suoi capolavori, tra cui una bellissima Torre Eiffel alta due metri e, per ultimo, mise sull’avviso il dottor Badiali.

Solo allora Clara si sentì pronta e invitò i genitori nel suo nuovo appartamento.

Uccidere il padre per Clara fu un’impresa facile. Finì così una guerra fra generazioni durata anni perché, in passato, padre e figlia non avevano saputo trovare un compromesso onorevole fra aspettative e desideri discordanti. Tutto si consumò a Lavino sotto l’albero dei rusticani, nel giardino della villa del dottor Badiali.

Mai l’uccisione di un padre fu tanto incruenta.

Negli annali della famiglia Laurenti, però, di quell’accadimento si ricorda soprattutto un curioso effetto a strascico che, in egual misura, colpì Clara e suo padre: un acuto mal di pancia causato dall’avere entrambi mangiato troppi frutti ancora acerbi di un’antica, rigogliosa quanto misconosciuta pianta…

Brignano Gera d’Adda – Luglio 2009-Dicembre 2012

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commenti
  1. Luisa ha detto:

    Questo racconto non mi è nuovo! Ogni riferimento a cose e persone è puramente casuale !!!

    • Nicola Losito ha detto:

      Ciao Lu,
      il post odierno è il ripescaggio di un racconto scritto nel 2009 come prova d’esame nella scuola di scrittura che frequentai all’epoca. Racconto ripescato, rivisto da cima a fondo e con un epilogo nuovo.
      Per me rappresenta una doppia sfida. La prima, vedere quanti dei miei pochi lettori avranno la pazienza di arrivare fino in fondo. Seconda, sperare in un commento che, prescindendo dalla lunghezza del testo, sappia darmi una valutazione sincera di ciò che ho scritto.
      papà
      P.S. Alcuni riferimenti a cose e persone sono voluti… e sinceri.

  2. oissela ha detto:

    Non lo avevo letto e sono arrivato fino in fondo per la semplice ragione che come regia narrativa
    eccelli. La storia non mi sembra inventata e penso che ti appartenga.
    Ovviamente i ricordi sono stati colorati dalla fantasia, ma quel bambino che mangia frutti acerbi potrebbe essere il creatore di un mio amico che si chiama: Giacomo.
    Ciao.
    Oissela

    • Nicola Losito ha detto:

      Ciao Alessio,
      effettivamente hai una bella pazienza: essere riuscito a leggere tutto questo lungo racconto è stata un’impresa non da poco. Bello anche il tuo commento.
      Hai capito tutto, anche se la fantasia questa volta ha un po’ alterato la realtà dei fatti.
      Un cordiale saluto
      Nicola

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