Archivio per settembre, 2013

Questa settimana mi taccio e con grande piacere vi presento un racconto di vita vissuta dalla mia amica Viola Veloce, una scrittrice molto brava e simpatica e, nel contempo, vi invito a seguirla sul suo blog.

Buona lettura, buon divertimento e… occhio agli acquisti!

Nicola

Come NON comprare una roulotte usata di sesta mano

di Viola Veloce

C’è sempre qualcosa di intimamente razzista quando si parla di qualcuno riducendolo alla sua origine etnica o al paese in cui è nato.

Orribile sentirsi definire: “Un italiano”, così com’è orribile bollare qualcuno semplicemente come: “slavo”.

Ma solamente andare a messa di domenica è politically correct e quindi mi prenderò qualche libertà nell’esposizione dei fatti relativi all’acquisto della mia roulotte di sesta mano da uno slavo.

Dopo aver fatto un paio di premesse per scusarmi di quanto scriverò.

Allora: nella scena che preferisco dei Blues Brothers, John Belushi cerca di comprare le donne dei vicini di tavolo, facendo probabilmente finta di essere slavo.

Chiede: «Quanto costa bambina? Quanto costano tue donne?» e conclude con: «Compro tutte tue bambine!».

Belushi era di origini albanesi e forse stava imitando qualche accento sentito nel quartiere (di albanesi) dov’era cresciuto.

Insomma, gli slavi non hanno storicamente la fama dei benefattori, anche se, tra loro, le brave e le cattive persone sono probabilmente distribuite (statisticamente) come nelle altre popolazioni.

C’è solo un piccolo dettaglio che li distingue dalle altre popolazioni: i maschi slavi sono spesso delle montagne di muscoli (tatuati) e non vorresti trovartene un paio contro una sera in cui hai bevuto un po’ troppo e magari hai fatto una battuta di cattivo gusto sul conto loro.

Scendendo ancora più nel dettaglio, non vorresti trovarti contro un ex-militare croato che ha combattuto a Vukovar (dove durante la guerra civile il sangue scendeva dai rubinetti al posto dell’acqua), e che ti sta vendendo una roulotte usata CHE FA SCHIFO.

Finite quindi le necessarie premesse, posso raccontare tutto dall’inizio.

L’estate di tre anni fa ero più scannata del solito.

I bungalow del campeggio nudista che fino a un anno prima costavano 45 euro al giorno (la mezza pensione) per due erano raddoppiati fino a toccare l’irraggiungibile vetta dei 90 euro al giorno.

Mi viene allora un colpo di genio: comprare una roulotte usata!

Telefono alla reception del campeggio naturista e parlo con uno degli impiegati. Gli chiedo se conosce qualcuno che potrebbe vendermi una roulotte.

Lui risponde immanente: «Certo, c’è un amico di cui mi fido. Si chiama Dragan. Ha fatto il soldato con me. È di Vukovar».

E mi dà il suo numero.

Lo chiamo.

Dragan risponde, ma parla male l’italiano.

Dice, con lo stesso tono di Belushi: «Io vendere te bella roulotte tutta legno!».

Gli chiedo: «Ma è veramente di legno? Ha gli interni di legno?».

Dragan risponde: «Certo, TUTTA LEGNO!».

Chiedo: «C’è anche l’acqua in roulotte?».

E lui, serissimo, come se l’avessi offeso: «Acqua sì!».

Insisto: «E il bagno, c’è il bagno?».

Lui allora ammette: «No, bagno no c’è».

«E quanto costa?», domando.

Lui spara: «1200 euro! Prezzo buono!».

Allora domando: «Ma di che anno è?».

Silenzio.

Chiedo ancora: «Di che anno è?».

Dragan a questo punto risponde: «1980, più o meno…».

Ho cominciato a ridere come una pazza.

Non ho detto nulla, ho solo riso.

Anche Dragan ha cominciato a ridere, e poi ha concesso: «Solo mille euro, faccio sconto!».

Bene, affare fatto.

Un mese dopo, io e Tommaso partiamo per le vacanze. In treno (non guido la macchina) fino a Trieste, dove prendiamo un autobus che ci porta in Croazia.

Tommaso mi chiede per tutto il viaggio come sarà questa famosa roulotte TUTTO LEGNO, e siccome io sono di un fottuto ottimismo, lo tranquillizzo: «Vedrai, sarà molto carina…».

Poi, verso le tre, arriviamo (in autobus) nel paesino dove Dragan ci sta aspettando.

Il mio obiettivo è di farmi portare la roulotte di Dragan in campeggio e non pagare neanche una notte nei bungalow, anche perché i bungalow sono tutti prenotati, e quindi, anche volendo pagare i 90 euro per una sola notte, non ci sarebbe posto.

Ma Dragan non si vede. Non c’è nessuno. Io e Tommaso ci sediamo su un muretto ad aspettarlo.

Verrà? O ci lascerà marcire da soli in un paese sconosciuto della compagna croata?

Dopo un quarto d’ora vediamo arrivare un SUV.

È lui. Si ferma davanti a noi e scende a salutarci.

Io e Tommaso rimaniamo col sedere incollato sul muretto.

Dragan non sorride, ma ghigna.

Sfoggia un metro e novanta di muscolatura in vera pietra croata, ed è tatuato fino ai denti.

Non fai fatica a immaginartelo che ammazza un serbo a coltellate, dopo un corpo a corpo in cui si sono presi a testate.

Mi dice, senza troppi complimenti: «Sali su macchina!».

Io e Tommaso saliamo.

Dopo cinque minuti di strada, arriviamo in una specie di campo abbandonato, dove c’è un cane lupo legato alla catena che abbaia  e una vecchissima roulotte abbandonata in un angolo, sotto un albero.

Ci accoglie una donna bionda, che prova quasi a sorridere.

Dragan ci fa scendere e io, tanto per dire qualcosa, domando: «È tua moglie?».

E lui risponde: «No, questa no è mia dona».

Allora indico il cane: «Ma questo cane è tuo, invece!».

E lui: «Questo no è mio cane! Quelli miei cani!».

E indica con un dito una gabbia poco vicina dove sono pigiati due molossi da cento chili l’uno, così feroci da sembrare incrociati con i leoni del Colosseo (quelli che mangiavano i cristiani).

I due molossi ringhiano come belve affamate.

Mi guardo intorno: non ho via di fuga. Ma soprattutto non ho un posto dove dormire di notte.

Chiedo a Dragan: «Posso vedere dentro la roulotte?».

Lui allora risponde: «Sì, ma prima pulire!».

Fa un gesto alla bionda che sale e porta fuori dei sacchi a pelo puzzolenti.

Dragan dice: «Dormito cugino in roulotte!».

Io e Tommaso entriamo a dare un’occhiata, ma scappiamo fuori immediatamente, vinti dalla sporcizia e dalla puzza di chiuso.

Riesco a dire: «No, non la voglio! Brutta roulotte, brutta! Non ne hai un’altra?».

Dragan e la bionda confabulano per un minuto, e poi mi indicano un’altra roulotte seminascosta dietro una casa lì vicino.

Sembra ancora più schifosa di quella appena vista.

Ma Tommaso mi tira per una manica: «Diamo un’occhiata, mamma…».

Andiamo a vedere il rudere.

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L’interno sembra polverizzato: ci sono ancora le tracce delle mantovane a fiorellini che pendolano sbilenche dalle finestre, e tutto è coperto da una polvere biancastra che sa di malato.

Un formicaio si è già mangiato metà parete della cucina, e sento Dragan che dice: «Questa roulotte molto bela: 1400 euro!».

Tommaso mi guarda nelle palle degli occhi: «Prendiamo l’altra!».

Scendiamo dal rudere e torniamo verso la roulotte TUTTA LEGNO.

Dico a Dragan: «Questo no legno!» (gli interni sono di formica color legno).

Lui allora urla: «No, questo LEGNO!».

Tommaso insiste: «Compriamola e andiamocene!».

Io però 1000 euro per quella merda non glieli do.

Mi faccio ammazzare, ma non glieli do.

Butto lì: «La compro, ma solo per 700 euro!».

Che è pur sempre un prezzo assurdo per quello schifo.

Allora Dragan parla cinque minuti furiosamente con la sua amica bionda e dice: «Torna domani per risposta. Oggi no so!».

«Cosa vuol dire: torna domani?», gli chiedo.

Ma lui è furioso: «Torna domani: oggi no so!».

Tommaso mi guarda: «Mamma, compriamola e basta!».

Io allora rilancio: «800 euro OGGI va bene?».

Dragan parla in croato per altri cinque minuti con la bionda e poi emette la sentenza: «Ok, tu dare me 800 euro oggi e roulotte tutta legno tua!».

E fu così che sono diventata l’onorabile proprietaria di una roulotte in formica del 1981 dove ancora trascorro le mie confortevoli e ricche vacanze naturiste.

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Libreria

La domanda di oggi è: “Quando vai in libreria (se ci vai ancora…) quale metodo adotti per acquistare libri?”

Tanto per cominciare, pur essendo un esperto di aggeggi elettronici di avanguardia, non mi sono ancora appassionato agli e-book. Mi piace troppo l’odore della carta stampata e i libri voglio averli ben solidi tra le mani per poterli annusare e sfogliare come e quando mi pare. E non mi accontento di averne uno solo sul comodino, ma due o tre… Infine, i libri non li acquisto via Internet, ma preferisco mille volte di più andare in libreria.

Ciò premesso, tre volte all’anno (Natale, Pasqua, Vacanze) con tutta calma preparo una lista dei desideri, a questa ci aggiungo i titoli consigliati da amici di cui mi fido e, infine, scelgo il negozio in cui recarmi. Vivendo a Milano, di solito mi reco alla Mondadori di Piazza Duomo, o alla Rizzoli in Galleria o alla Feltrinelli di Piazza Piemonte: trattasi di tre enormi empori generalisti (ormai manca poco che lì dentro vendano alimentari, frutta e verdura per poter accontentare, in un colpo solo, stomaco e mente…) dove penso sia più facile trovare, senza prenotazione, i testi che cerco.

Appena entro in uno di questi mega negozi e comincio a dare un’occhiata alla distesa infinita di libri in mostra, mi assale un senso di smarrimento tale che dimentico di avere in tasca una lista ben precisa. Inizia così la lenta osservazione delle mille e mille copertine colorate allineate sui banconi e tutte mi gridano: comprami, comprami… Ovviamente inciampo nelle enormi pigne di libri di Dan Brown, di Benedetta Parodi, di 50 cinquanta sfumature di porcherie, piazzate in posizioni strategiche in modo tale che non posso evitare di andarci a sbattere contro. Mentre cerco di sistemare alla belle e meglio il danno che ho provocato alla super studiata composizione dei duecento e passa volumi di Inferno  artisticamente impilati, in un nanosecondo il mio cervello li sostituisce con Alla bisogna tango si balla (uno dei miei tre libri inediti) e, felice come una pasqua, proseguo il mio cammino. Arrivato in fondo al locale sono andato del tutto in confusione. Ondeggio quasi. Per darmi un tono, tiro fuori la lista e mi rendo conto che, sui banconi che ho appena esplorato, non ho individuato nemmeno uno dei libri che avevo in nota.

Questo mi fa venire dei dubbi amletici: sono proprio sicuro di voler comprare dei romanzi che non sono più esposti in bella vista? Non sarà che sono delle boiate tali che li hanno tolti subito dal commercio e li hanno già mandati al macero? Faccio bene a fidarmi dei consigli degli amici?

Scaccio dalla mente questi pensieri e decido di comprare, senza condizionamenti preventivi, qualcosa che mi colpisce al momento e, per fare questo, intraprendo a ritroso un nuovo giro della libreria. A mente libera mi lascio sedurre – nell’ordine – dalla bellezza del titolo, dall’immagine di copertina, dal carattere tipografico usato dalla casa editrice e dall’incipit. Il prezzo e l’autore non li ho nemmeno citati, tanto so già che alla fine spenderò una fortuna ed è cosa nota che il nome dello scrittore non sempre è garanzia di una scelta felice.

Ok, questo è il primo metodo con cui, in genere, raccolgo una prima infornata di libri. Lo so che non è il sistema migliore per intercettare capolavori, ma che ci posso fare? Sono fatto così… Spero sempre nella buona sorte. Poi ritiro fuori la lista e mi rivolgo a uno dei tanti volenterosi giovani che girano in negozio per adocchiare eventuali ladruncoli e sistemare il disordine provocato da clienti maleducati che prendono in mano i libri, leggono qualche pagina e poi li abbandonano dove capita. I  commessi di libreria sono fantastici: in cinque minuti trovano quello che io non sono riuscito a individuare in un’ora e passa di esplorazione.

Anche quest’anno, prima di partire per la campagna, le cose sono andate come ho appena finito di raccontare. Volete conoscere i titoli e gli autori dei libri acquistati col primo metodo? Ok, vi accontento subito e aggiungo anche il perché della mia scelta libera.

  • Le età di Lulù di Almudena Grandes: copertina sull’erotico snob.
  • Della Bellezza di Zadie Smith: mi ha colpito il titolo.
  • Accabadora di Michela Murgia: vincitrice del premio Campiello 2010.
  • La preda di Irène Némirovsky: mi ha incuriosito la donna nuda in copertina. Un’immagine molto audace per una casa editrice seriosa come l’Adelphi.
  • L’occhio del lupo di Daniel Pennac: da anni avevo perso  di vista questo famoso scrittore francese.

Con ‘sto malloppo in mano ho beccato un commesso e gli ho affidato la lista di libri che avevo preparato a casa e di cui, come accade sempre, non avevo trovato traccia sui banconi. Il giovanotto ha dato un’occhiata veloce al foglietto, mi ha guardato ammirato ed è partito in tromba per accontentarmi. In quattro e quattr’otto mi ha consegnato i seguenti testi:

  • Inseparabili (Il fuoco amico dei ricordi) di Alessandro Piperno
  • Molto forte, incredibilmente vicino di Jonathan Safran Foer
  • 1Q84 – Libro 3 Ottobre-Dicembre di Murakami Haruki
  • A sud del confine, a ovest del sole di Murakami Haruki
  • La ragazza dello Sputnik di Murakami Haruki

I primi due titoli mi sono stati consigliati da amici, gli altri li ho voluti io perché, come è noto a molti, sono un fan sfegatato di Murakami Haruki e quei tre mi mancavano per completare l’opera omnia di questo scrittore giapponese che, solo per un soffio, quest’anno ha mancato il premio Nobel della Letteratura.

Quest’estate, oltre a cercare sassi sul prato, andare in piscina e scorrazzare in bicicletta  nella pianura bergamasca, ho letto molto e ho finito tutti i libri elencati prima.

Devo confessare che dei cinque titoli scelti da me con criteri molto discutibili, solo due mi sono piaciuti: Della bellezza e Accabadora. Gli altri tre potevo benissimo evitare di comprarli. L’età di Lulù è un romanzo pornografico tout court e ve lo sconsiglio. Se proprio siete interessati all’argomento sesso sfrenato di coppia e di gruppo (mancano solo gli animali e poi gli accoppiamenti strani ci sono tutti, incesti compresi), allora andate in Internet e cliccate su You Porn, forse vi divertite di più e non spendete 10 euro per acquistare quella boiata di libro. La preda è un romanzo noiosissimo, direi inutile. L’occhio del lupo è quello che mi ha deluso di più. Peccato. Anni fa avevo amato alla follia Benjamin Malaussène, capro espiatorio di professione, protagonista di alcuni dei romanzi più riusciti di Pennac. Ecco l’esempio di uno scrittore che non ha saputo, dopo tanti successi e onorificenze, deporre la penna e dedicarsi ad altro.

Termino con alcune brevi osservazioni sulla mia lista di libri, cioè quelli acquistati previa accurata ponderazione.

Inseparabili (Premio Strega 2012) è il seguito di Persecuzione, un romanzo di qualche anno fa che mi era piaciuto ma che finiva lasciando parecchi argomenti aperti che sarebbero stati ripresi e completati da Piperno in un successivo libro. Inseparabili, infatti, spiega il tutto, raccontando anche diversi antefatti relativi ai vari personaggi della famiglia ebrea dei Pontecorvo. Non so quanto sia stata felice la scelta di spezzare in due parti la vicenda. Secondo me, tagliando qua e là, poteva bastare un solo libro per raccontare l’epopea di questa famiglia. Dunque un premio Strega non proprio esaltante. I due suddetti volumi sono da acquistare insieme, altrimenti lasciate perdere.

Molto forte, incredibilmente vicino di Jonathan Safran Foer è un romanzo molto bello, parla di un bimbo che ha perso il padre a New York l’11 settembre nel crollo delle torri gemelle. Da leggere assolutamente.

Dei tre libri di Murakami Haruki citati in elenco, vi consiglio gli ultimi due: sono entrambi sullo standard piuttosto elevato di questo scrittore giapponese. Su 1Q84 Libro 3, ho qualche perplessità, non perché sia brutto, ma può interessare solo a chi ha letto il precedente 1Q84 Libri 1 e 2. Vale il discorso appena fatto per i due libri di Piperno, cioè è stato un errore non unire in un solo volume 1Q84. D’accordo, forse sarebbe risultato un tomo di troppe pagine, ma chi ama questo scrittore sarebbe arrivato in fondo senza problemi. Infatti la vicenda narrata è molto interessante e i tanti personaggi che popolano 1Q84 rimarranno per parecchio tempo nella mia mente di lettore.

Volete sapere il perché del titolo del post odierno? A detta di mia moglie sono un compratore compulsivo di libri e, proprio per questo, spendo troppo quando metto piede in una libreria. Credo che in famiglia stiano seriamente pensando di interdirmi l’uso della carta di credito… ROFL_C~1

Nicola

Dopo il post della settimana scorsa dovrebbe essere noto a tutti che il mio passatempo di questa calda estate è stato curare/combattere il nuovo prato della casa di campagna appena ristrutturata. Prima di promettervi che non tornerò più su questo argomento, permettetemi un piccolo flashback.

Non ho potuto fotografare – come mi ero ripromesso – il primo filo d’erba cresciuto sulla terra arata e seminata al termine dei lavori edili sul vecchio stabile dei miei suoceri perché la ditta che aveva in carico la realizzazione del giardino mi aveva tassativamente proibito di camminarci su fin quando il manto erboso non avesse raggiunto gli otto centimetri di altezza.   Pena la perdita della garanzia che il prato avrebbe, in seguito, sopportato il peso del cane di mia figlia e di noi umani. Quindi tutto ciò che ho potuto fare, tre mesi fa, è stato quello di fotografare il giardino in fieri, immortalando la nudità della terra e con il futuro vialetto disegnato usando assi di legno di cantiere.

PasserellaBrignano

Nella foto si intravedono mia moglie, mia figlia maggiore col fidanzato e il suo cane Lea che, religiosamente, si tengono a debita distanza dal futuro prato. Tutti sembrano abbastanza scettici circa la possibilità di vedere a breve crescere l’erba su quel terreno arido e sassoso.

Malfidenti!

Venti giorni dopo l’erba, aiutata da un efficiente impianto d’irrigazione notturna e dal caldo sole estivo, è nata e cresciuta abbastanza da permettere un primo taglio e si è potuto dare il via alla realizzazione del vialetto vero e proprio:

Vialetto

Costruire il vialetto – non scherzo – è stata un’operazione di alto livello ingegneristico (scavo curvo calcolato al computer, creazione di tre differenti strati di pietrisco, impianto sotterraneo di scolo dell’acqua, contenimento con piastre di cemento ai bordi) e ciò ha comportato, come in tutte le grandi opere che si rispettano, inconvenienti di ogni genere. Subito si è parzialmente rovinato il prato antistante la casa (e questo lo si vede chiaramente nella foto) e dovranno passare diversi giorni prima che la distesa d’erba si riformi in maniera adeguata. Poi la scavatrice meccanica ha tranciato, non volendo, tre dei tubi dell’impianto d’irrigazione  sotterrati al tempo della spianatura e semina del terreno. Se avessi saputo in anticipo che avremmo avuto tutti questi problemi, di certo mi sarei accontentato di una decina di beole buttate qua e là lungo un tracciato calcolato a spanne…  Per fortuna, alla fine dei lavori, il vialetto non ha disatteso le aspettative.

Il camper che vedete nella foto (sulla sinistra, dietro la tettoia) è di mio figlio che è venuto a trovarci prima di partire per la montagna. Col suo potente e pesantissimo mezzo, ha contribuito anche lui a dare un ulteriore colpo di grazia al prato nascente. Ma che posso dire? I figli sono piezze e core e bisogna fare buon viso a cattiva sorte mostrandosi sempre felicissimi quando si degnano di venirci a trovare e si fermano un giorno (massimo due, per carità) a dormire dai vecchi genitori.

Terminato il vialetto, la terra in più è stata portata via e, dopo tre settimane,  l’erba è ricresciuta nei punti dove era stata brutalmente schiacciata. Solo a questo punto ho potuto dire la parola fine alla ristrutturazione, durata più di due anni, della vecchia casa di campagna.

Se fossi poeta, ora mi stenderei per terra e ascolterei il rumore dell’erba che cresce (citazione da La ragazza dello Sputnik di Murakami Haruki) e intitolerei “Caro prato” la poesia che con naturalezza sgorgherebbe dal mio cuore. Purtroppo, dopo aver visto la fattura della ditta floricultrice che lo ha realizzato,  dalla mia bocca è uscito un flebile “carissimo prato” e sono letteralmente svenuto, a significare che non mi aspettavo un conto tanto salato…

A parte ogni considerazione pecuniaria, da sempre (anche quando l’immobile era solo un rudere umido e privo di ogni comodità) io amo perdutamente questa casa di campagna e sono convinto che si meritava un’adeguata cornice erbosa. Quest’abitazione per me rappresenta l’emblema del relax, mentre per mia moglie – visto che ama l’ordine e la pulizia – lo è un po’ meno. Qui posso dimenticare tutto e tutti, qui non c’è traccia dei rumori e del caldo soffocante di Milano. Solo qui riesco a vivere con quella lentezza laboriosa che non ho mai trovato altrove. Proprio qui, anni addietro, ho ideato e scritto i tre romanzi che lascerò in eredità ai miei figli. Non so quanto apprezzeranno questo mio regalo, di sicuro non li hanno apprezzati gli editor di una nota casa editrice italiana a cui li avevo inviati in passato sperando – inutilmente – che venissero pubblicati. 110110~4CHUBBY~409WIDE~1

Che dire ancora?

Può darsi che, abbastanza presto, mia moglie e io ci si trasferisca definitivamente in campagna per passare in santa pace quel poco (o tanto!) che ci resta da vivere. Vorrei, infine, far sapere che qui c’è spazio sufficiente per ricevere gli amici di una vita che desiderano venirci a trovare.

Per noi sarà un piacere ospitarli.

Nicola

e va bene, ci provo a tenere in vita il blog di Giacomo…

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Ricomincio con un cordiale saluto e un vivo ringraziamento a tutti gli amici che hanno commentato il mio ultimo post di due mesi fa e che mi hanno spinto a soprassedere alla chiusura del blog. Grazie di cuore e spero di non deludere proprio chi ha  insistito perché io riprendessi le mie periodiche chiacchierate via Internet.

Bene, interessa a qualcuno sapere come ho speso il mio tempo quest’estate?

No?

Vabbè, io ve lo dico lo stesso. Sono stato in guerra. E lo sono tuttora. Non in Afghanistan, non in Libano, non in Egitto e nemmeno in Siria. La località dove ho combattuto (e sto ancora combattendo) è Brignano Gera d’Adda a pochi chilometri da Bergamo, esattamente nella mia casa di campagna. A dichiarare l’inizio delle ostilità, con parole molto ma molto offensive, è stato il mio prato. Un prato che, detto inter nos, mi è costato un occhio della testa e a cui non potevo certo dargliela vinta senza combattere.

A voi, immagino, verrà da ridere pensando che la mia sia una guerra sbagliata, inutile come tutte le guerre che avvengono nel resto del mondo. Però, se mi prestate un po’ di attenzione, vi renderete conto che c’è ben poco da ridere e che le buone ragioni sono tutte dalla mia parte. Per un momento, mettetevi nei miei panni. Sin da bambino – come cantava Gianni Morandi – sognavo un grande prato verde, (un vero prato all’inglese, per intenderci) dove scorrazzare, giocare a pallone, rotolarmi addosso alle ragazze più belle del vicinato o addormentarmi all’ombra di alberi frondosi disposti strategicamente attorno a me. Bene, per mille e una ragione, quel sogno ho potuto realizzarlo (escludendo purtroppo le ragazze…) solo adesso, alla tenera età di 71 anni e con pochissimo futuro davanti (scusate, ma mi sto toccando le palle…) per godermi il mio bel prato. Ovvio che non potevo permettere che il prato tanto agognato fosse al di sotto delle mie aspettative infantili. Per questa ragione ho fatto fare il progetto a una ditta specializzata in giardini e in sistemi di irrigazione e ho contattato il miglior floricultore della zona, affidando alle sue cure un terreno di circa mille metri quadri prospiciente la mia casa e, soprattutto, non ho badato a spese.

Il risultato? Eccolo qui sotto:

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A prima vista il prato sembra davvero un grande spettacolo della natura e avrebbe potuto soddisfare chiunque, invece, guardandolo criticamente più da vicino, purtroppo mi sono accorto che qualcosa non andava. Nascosto tra i fili d’erba, in un punto che ricordo benissimo, c’era un sassolino. Chinatomi per raccoglierlo, incontrai una resistenza incredibile e, se proprio volete saperla tutta, insistendo nel tentativo di strapparlo dal terreno, alle mie orecchie arrivò una risata agghiacciante mista a queste dure parole:  “Lasciami stare, stupido vecchio, o te ne pentirai…”. Uno come me che è uno sperticato ammiratore di Murakami Haruki, non poteva certo meravigliarsi o lasciarsi intimorire da quella misteriosa voce che sembrava uscire dal sottosuolo. Il grande scrittore giapponese di cui ho appena finito di leggere tutta la produzione letteraria, ha raccontato e fatto passare per vere delle situazioni ben più strane di quella che stavo vivendo io (tipo vedere due lune in cielo, cfr. 1Q89 Libri  1, 2, 3). 

Dunque quella voce mi stava prendendo sonoramente in giro e mi sfidava a lasciare il famoso sassolino nel punto in cui si trovava. Io sono un tipo pacifico, ma quando qualcuno mi offende divento una belva e reagisco in un modo che dire esagerato è dire poco. Corsi subito nella casetta prefabbricata in legno dove tengo tutti gli attrezzi e presi in mano la classica zappetta biforcuta a due funzioni tipica del giardiniere fai da te, e con quella mi accinsi a estirpare dal terreno il succitato sassolino. Che poi non era un sassolino ma la punta emergente di un’enorme pietra affondata per parecchi centimetri sottoterra. Mentre stavo eseguendo quell’operazione, udii distintamente la voce di prima che diceva: “E allora guerra sia!” .

Ahimè, il prato mi aveva dichiarato guerra…

Da quel momento in poi, non so come né perché, in ogni centimetro quadrato del prato spuntarono dei sassi e ogni sasso opponeva una grande resistenza a essere estirpato. Insomma, per farla breve, tra me e il prato scoppiò una guerra senza quartiere della quale, a tutt’oggi, non vedo la fine.

Immagino che qualcuno di voi si stia chiedendo come io stia conducendo la mia battaglia e come reagisca il mio nemico. Ve lo spiego subito. Sveglia alle 8.30 del mattino, doccia calda corroborante, una ricca colazione poi, armato della mia zappetta, di un poggia-ginocchia in plastica morbida e di un capiente cesto, segno con dei rametti un quadrato di due metri di lato sul campo di battaglia e lì inizio la mia giornaliera opera di estirpazione di sassi. All’una in punto, seguendo un tacito patto tra me e il prato (il sole e il caldo danno fastidio a entrambi) sospendiamo le ostilità giornaliere. Dopo avere portato il cesto colmo di morti e feriti in una zona franca e scaricato lì l’orrido contenuto, ritorno a  casa per rifocillarmi alla mensa tenuta da mia moglie che è una cuoca eccezionale. Un giusto riposo per il vecchio guerriero segue e conclude la giornata.

Ah, dimenticavo, in caso di pioggia, naturalmente c’è tregua.

Quali sono le contromosse del mio infido contendente? Tutti sanno che la tela di Penelope di notte veniva disfatta affinché la fedele moglie di Ulisse potesse ricominciarla il giorno dopo, il mio prato, al contrario, di notte, complice l’irrigazione, sua infame alleata, fa salire in superficie nuovi sassi, ottenendo così che la guerra tra noi continui all’infinito. In più, costringendomi a stare inchinato per ore, l’umidità del terreno oltrepassa le modeste difese del poggia-ginocchia e arriva alle mie povere gambe, agendo malamente sull’artrite galoppante che da cinque anni tormenta la mia deambulazione.

Sono ormai tre mesi che questo conflitto va avanti così e, al mio attivo, ho parecchi successi, come si può vedere dalla foto qui sotto:

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Ma questo non significa che sto vincendo la guerra: la mezza tonnellata di sassi di già caduta nelle mie grinfie è il modesto risultato di scaramucce che hanno coinvolto solo pochi metri quadri di prato. Perciò, sapendo che il campo di battaglia si aggira sui mille metri, è matematicamente sicuro che passeranno parecchi mesi (forse un anno o due) prima che io possa dichiarare vittoria.

A meno che qualche anima pia non prezzolata mi venga a dare una mano in questa guerra senza quartiere.

Si accettano volontari… 09BIG_~1

Nicola