I cinque cani e la seduta psicoanalitica – di N. Losito

Pubblicato: 17/02/2014 in cultura, e-book, Libri, memoria, racconto lungo, Romanzo, Società
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Dal mio romanzo incompiuto Io e Agata estraggo un capitolo e, nel porlo alla vostra attenzione, vorrei segnalare due cose: primo, che Agata era una psicoanalista molto sui generis in quanto curava i suoi pazienti con l’aiuto delle piante che, a mo’ di foresta incolta, riempivano il suo studio e, secondo, che l’Io del titolo non sono io. Ma è soltanto un simpatico tipetto a cui mi sono ispirato nell’ideare questo romanzo che spero di terminare prima di passare a miglior vita.

Buona lettura!

Nicola 

shi-tzu

shih-tzu

I cinque cani e la seduta psicoanalitica

Dopo circa un anno di matrimonio, tra me e Marta era sorto un problema che non riuscivamo a risolvere con le nostre forze e che rischiava di far saltare la nostra unione. Al sesto mese di gravidanza, per colpa di un maledetto virus che aveva attaccato la placenta di Marta e aveva impedito al feto di respirare, perdemmo il nostro primo figlio maschio. Dopo l’aborto terapeutico, resosi necessario per evitarle pericolose infezioni, mia moglie, pensando di essere in qualche modo responsabile della morte del bambino, entrò in depressione e, ben presto, l’atmosfera in casa divenne cupa e invivibile.
Appena fu possibile riprendemmo a fare l’amore, sbagliando, però, approcci e metodi. Ci assoggettammo a vere e proprie maratone, avendo come unico scopo la procreazione, dunque con preliminari ridotti al minimo, cioè con divertimento e piacere completamente assenti. Facevamo sesso senza quel contorno che rende tale attività speciale per la mente e il corpo. Forse per questo arrivai al punto di odiare il momento di andare a letto per assolvere un dovere coniugale ormai ridotto a una mera ripetizione di penetrazioni. Siccome i nostri sforzi non stavano dando i frutti desiderati, Marta, accortasi della mia crescente insoddisfazione, pretese un maggiore impegno da parte mia e, di conseguenza, cominciai a sentire il peso di una situazione che tardava a sbloccarsi. Sempre più delusi e amareggiati ci recammo da diversi medici specialisti e questi, dopo averci sottoposto ai test più avanzati sulla nostra idoneità a procreare, ci assicurarono che eravamo fisicamente a posto e che dovevamo soltanto avere “pazienza”.
In queste condizioni di acuto stress psicologico, era impensabile che Marta rimanesse incinta e, dopo alcuni mesi di quella frenetica attività sessuale, il desiderio di fare l’amore con lei cessò del tutto. Mi buttai a capofitto nel lavoro, evitando in tutti i modi possibili di affrontare la questione che ci assillava. Marta interpretò il mio atteggiamento sfuggente come mancanza d’interesse nei suoi confronti e quando prese a stigmatizzare la mia appannata aspirazione di avere un figlio, tra noi sorsero dei violenti screzi. Non era vero che avessi rinunciato alla paternità, in realtà mi ero semplicemente stancato di essere considerato alla stregua di un animale da monta, diventato inetto a procreare. Arrivati assai vicini a un punto di rottura, senza avvertirmi dei suoi piani, Marta decise di rivolgersi a Agata nella speranza che lei risolvesse il nostro problema.
Prima di proseguire, a questo punto, devo aprire una breve parentesi sulla fauna di cui Agata amava circondarsi quando abitava ancora a Milano in Corso Sempione.
Forse per colpa della sua disastrosa disavventura con lo studio medico Rolli in cui aveva perso gran parte delle sue sostanze, Agata aveva deciso di abbandonare l’università, pur mancandole pochissimi esami alla laurea e, per mantenersi, aveva allestito uno studio nel suo appartamento: lì riceveva una clientela che, aiutata dal passa parola sulla sua bravura, si stava facendo via via più numerosa. In pochi anni si era risollevata finanziariamente e aveva ripreso a condurre una vita dispendiosa, spesso permettendosi acquisti di necessità assai dubbia. A un certo punto si era convinta che due gatti e cinque costosissimi shih-tzu nani, tre maschi e due femmine, avrebbero lenito le sue sofferenze di donna tradita negli affari e negli affetti da persone che credeva amiche.
Quei cinque cani giapponesi, destinati a rimanere nella dimensione di cuccioli per tutta la vita, si chiamavano Kazu, Suke e Hiko, i maschi; Hara e Kasa, le femmine. Non so come Agata facesse a riconoscerli dal momento che avevano tutti la stessa corporatura e lo stesso colore del folto manto. Per distinguerle dai maschi, sul capo delle femmine aveva legato un ciuffettino di peli con un nastrino rosa.
Non posso dire molto sui due gatti perché non amavano gli estranei e perciò vivevano sempre nascosti da qualche parte in luoghi ben protetti dell’appartamento.
Chiusa parentesi.
Un giorno di giugno del 1970, Agata invitò Marta e me a pranzo nel suo appartamento milanese per farci conoscere i suoi cani. Pur essendo di razza molto pregiata e ricercatissima in quegli anni, se devo essere sincero, trovai quelle curiose matasse di pelo in perenne movimento, decisamente odiose, tranne una.
Kazu, il più nervoso della combriccola, non smise di abbaiarmi dietro per tutto il tempo che rimasi in casa, Suke si attaccò con le gambe anteriori al mio polpaccio destro ed ebbe con questo ripetuti e soddisfacenti approcci sessuali, Hara dopo avermi annusato per qualche minuto decise che il mio odore non era di suo gradimento e se andò via disgustata. Hiko, sin dal mio ingresso in casa, mi guardò dal basso verso l’alto con scostante sufficienza come se fossi l’uomo più brutto e sgradevole della terra. In realtà non vidi davvero quello sguardo disgustato ma lo percepii intenso e discriminante dietro la lunga chioma che gli copriva completamente occhi e muso. Non fece neppure la mossa di avvicinarsi per annusarmi ma, sculettando, se ne andò a pomiciare con Hara.
A Kasa, invece, piacqui da subito. Mi venne incontro sulla porta e, con le zampette protese verso di me, diede chiari segni di volere essere presa in braccio. L’accontentai e rimase accoccolata sul mio grembo sia durante il pranzo sia dopo, nel prosieguo della visita in casa della sua padrona.
Non desiderando far sapere a Agata che il mio matrimonio era in crisi, feci di tutto per mostrami allegro e collaborativo, ma risultai ben poco credibile. Finito di pranzare, infatti, Agata disse che doveva parlarmi e, stranamente, mi fece accomodare nello studio dove riceveva i clienti,  “ordinandomi” con un tono tra il serio e il faceto di rilassarmi mentre lei e Marta sparecchiavano la tavola.
Chiusa la porta dello studio, non più intento a difendermi dagli assalti passionali di Suke e con le orecchie non più martoriate dall’abbaio insistente di Kazu, seguito solo dalla scodinzolante Kasa, mi accomodai sulla poltrona in vimini con il poggia piedi in stoffa colorata (quella destinata ai pazienti). Di colpo la tensione accumulata negli ultimi mesi si allentò e da lì a poco mi addormentai con Kasa adagiata sulla pancia. Merito dell’ottima colazione offerta da Agata, del leggero e musicale russare della bestiola e del gradevole calore del suo corpo. Merito, soprattutto, della verde foresta tropicale che imperava attorno a me e che, appena entrato nella stanza, mi aveva stordito con i suoi profumi.
Agata interruppe il mio sonno un quarto d’ora dopo per sottopormi, di sicuro dietro sollecitazione di Marta, a una serie di domande sulla mia vita privata. Senza averglielo chiesto, ero diventato un cliente con un problema da curare.
Di quella seduta psicoanalitica ricordo poco o nulla. La sonnolenza postprandiale, l’aria pregna delle essenze odorose provenienti dalle piante che incombevano fin sopra la mia testa, avevano reso il parlare pacato di Agata una melodiosa nenia per le mie orecchie.
Molto probabile che discutemmo del mio matrimonio in pericolo, della depressione di sua nipote e di come fare per superare queste difficoltà. Stranamente, pur essendo una donna di larghe vedute, non mi parlò di unguenti magici o di strane posizioni Kāma Sūtra che potessero rinfocolare la mia passione amorosa ormai spenta per Marta. Invece ricordo molto bene che, alla fine del colloquio, disse: «Seppellire una persona cara non significa dimenticarla, perciò il vostro bambino nato morto riposerà in pace solo quando avrà ricevuto una degna sepoltura “anche” nella vostra mente e, solo allora, tu e tua moglie sarete in grado di affrontare, nel modo giusto, una nuova gravidanza.»
Non so se furono queste parole a darmi la scossa benefica che da tempo desideravo, fatto sta che, uscendo dallo studio, ero in uno stato di benessere tale da considerare inezie superabilissime le tensioni che ultimamente si erano accese fra me e Marta. Ero così felice e rilassato che accettai, senza protestare troppo, di portare a passeggio lungo i marciapiedi di Milano i cinque cani di Agata. Mentre ero sulla porta, vidi Agata e mia moglie entrare nello studio. Sicuramente anche Marta stava per essere sottoposta a una seduta psicoanalitica analoga alla mia.
Uscito in strada, mi aspettava una missione quasi impossibile.
Sfido chiunque a portare in giro, senza impazzire, con un guinzaglio a più corde, cinque infernali bestiole ognuna con in testa una diversa direzione di moto. Hara e Hiko (i fidanzatini) tiravano a destra, Kazu, rinculando, continuava imperterrito ad abbaiarmi addosso, Suke e Kasa volevano andare a sinistra. Stanco di tutto quel bailamme, mi misi davanti a quel gruppo di cani indisciplinati e li trascinai di peso dove volevo io, cioè nel giardinetto a trecento metri dalla casa di Agata. Lì c’erano degli alberi a disposizione e un bel prato su cui scorrazzare e così, finalmente, potei lasciarli liberi. Per fortuna trovarono altri loro simili e per un po’ si disinteressarono di me. Aspettai che tutti facessero i loro bisogni e poi, con la stessa identica fatica dell’andata, li riportai a casa dove trovai Agata e Marta che mi aspettavano in cucina, chiacchierando allegramente.
Marta aveva il volto disteso e dagli occhi usciva un bagliore speciale come non ricordavo da mesi. In tutta evidenza anche a lei la seduta psicoanalitica aveva fatto un gran bene.
Fantastica Agata!
Con un estemporaneo colloquio a quattrocchi aveva compiuto lo stesso miracolo su due persone ormai prossime alla separazione.
Tornati a casa ci bastò un’occhiata complice, assai significativa e, senza bisogno di profferire parola, Marta e io ci spogliammo e facemmo l’amore con la stessa partecipazione e intensità di due sposini in viaggio di nozze. Non saprei dire con precisione se accadde quella notte o la seguente ma, in una o l’altra di queste due occasioni, Marta rimase incinta della nostra prima figlia.
E nei successivi anni mise al mondo altri tre bambini.

Fine

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commenti
  1. Silvia ha detto:

    Molto bello e realistico, lo stress crea sempre un mucchio di problemi, le cose vengono quando devono venire e più ci si accanisce e meno si ottiene!
    Buon inizio settimana!

    • Nicola Losito ha detto:

      Hai ragione, cara Silvia.
      Nella vita spesso ci si lascia prendere dall’affanno e si perde di vista il giusto senso delle cose.
      Forse è stato proprio questo che Agata ha sottolineato ai due sposini in ambasce nella sua seduta.
      Nicola

  2. tachimio ha detto:

    Sempre ben riconoscibile il tuo stile, tra lo scherzoso e l’ironico per una storia anche importante che spesso accade all’interno di una coppia, a testimoniare il fatto che l’amore non può mai essere a comando, anche se si desidera un figlio ardentemente. Anzi più c’è l’assillo più si perde, come anche tu scrivi, quel desiderio di stare insieme rilassati , sereni per vivere l’amore con gioia , freschezza e giocosità. Serena giornata Nicola. Isabella

  3. tramedipensieri ha detto:

    Penso sia il modo peggiore per procreare.

    Caspita, con che velocità si sono ripresi! 😉

    buona giornata Nicola
    ciao
    .marta

    • Nicola Losito ha detto:

      Agata era una strana psicologa con un metodo tutto suo di curare i suoi pazienti. Una tecnica di poche parole che sfruttava il rilassamento provocato da certe piante che riempivano a mo’ di foresta il suo studio.
      Un metodo efficace e veloce.
      E non era nemmeno laureata… 😀
      Nicola

  4. stravagaria ha detto:

    Magica Agata, vien voglia di saperne di più… anche se la scelta di quei cagnolini mi disorienta un po’ perché penso che abbiano un carattere un tantino ansiogeno e irrequieto. Più terapeutiche le piante o un animale più tranquillo…
    Un’amica ne aveva uno che mi adorava non del tutto ricambiato, par brutto da dire ma mi faceva una gran tenerezza e lo riempivo di coccole ma ero ben felice che non abitasse con me 😉

    • Nicola Losito ha detto:

      Anch’io avevo una amica che aveva un paio di shih-tzu nani di carattere diametralmente opposto. Uno dolcissimo e l’altro un vero spacca balle. A loro mi sono ispirato nell’ideare il romanzo.
      Sapevo dell’effetto calmante di alcune piante a cui si può parlare come a un essere umano. Noto questo fatto è stato facile ipotizzare una “curiosa” cura psicologica…
      Vedi com’è facile ideare un romanzo?
      Difficile è arrivare decentemente alla fine… 😀
      Nicola

  5. vetrocolato ha detto:

    Mi è rimasto da capire come si supera il trauma di perdere un figlio al sesto mese.
    Agata, e i suoi cani, le sue piante. Quali parole sceglie per la coppia? Mi è rimasto un senso d’irrisolto. Sono arrivata alla fine senza sapere come ci sono arrivati i protagonisti.

    • Nicola Losito ha detto:

      Mi è difficile risponderti. Posso solo dire che qualsiasi dolore anche il più grande, col tempo si acquieta. Per quanto riguarda cosa abbia suggerito Agata per ridare fiducia ai due sposini, direi che nelle due sedute raccontate non erano importanti le parole usate ma il contesto in cui i due colloqui sono avvenuti. Il problema era di tranquillizzare i due sposini e convincerli ad affrontare il fare l’amore nel modo giusto. Senza fretta e con tanta tenerezza. Poi è intervenuto l’effetto salvifico di alcune speciali piante tropicali…
      Sembra un’invenzione, ma pare che possa succedere.
      Nicola

  6. PindaricaMente ha detto:

    Caro Nicola, il tuo romanzo, sebbene incompiuto, mi ha letteralmente rapito! Dentro c’è il tuo stile, la tua ironia, il tuo modo di scrivere….veramente bello! Cerca quindi di completarlo quanto prima perchè sono curiosa di leggere il resto! 😉

    • Nicola Losito ha detto:

      Facile a dirsi, difficile a farsi. In realtà il romanzo è finito ma non ne sono soddisfatto. Solo da pochi giorni l’ho ripreso in mano e, con gran fatica, lo sto riscrivendo.
      Non è dato sapere se e quando lo finirò… 😀
      Ci sto provando, comunque.
      Grazie per le tue belle parole.
      Nicola

  7. Mauro Poggi ha detto:

    Si può avere l’indirizzo di Agata? 🙂

  8. Nicola Losito ha detto:

    Ahahahah.
    Via della Fantasia Stanca n. 20
    Milano.
    Telefonale se hai bisogno di aiuto.
    Il suo numero è sull’elenco telefonico… 😀
    Ciao Mauro.
    Nicola

  9. Niko ha detto:

    Direi che il tuo racconto è scritto estremamente bene ed in modo fluente. Una volta attaccato a leggere, si rimane agganciati alla storia e si deve giungere a fine lettura. Bello davvvero e bravo.. e complimenti ad Agata, pure 🙂

    • Nicola Losito ha detto:

      Grazie Niko. Quasi quasi mi metto di buzzo buono e cerco di finire questo romanzo che mi tormenta da un po’ 😀
      Agata da lassù dove riposa beata, ti ringrazia.
      Ciao e a presto.
      Nicola

  10. sguardiepercorsi ha detto:

    L’ho letto d’un fiato. Son curiosa di conoscere l’intera storia…
    Ciao, Nicola!

  11. ludmillarte ha detto:

    fantastica Agata ha compiuto il miracolo 😉 con piacere ho letto che tu stai tentando di compiere l’incompiuto. buon lavoro 🙂
    Ludmilla

    • Nicola Losito ha detto:

      Sarà un lavoro duro, durissimo che, alla stregua del grande Ludwig van Beethoven, temo resterà tale.
      Sarà (anche se spero di no…) il mio capolavoro da passare ai posteri… ahahahahah
      Ok, scherzo.
      Ci sto provando a finirlo.
      Ciao Lud!
      Nicola

  12. prschifano ha detto:

    Stile classico e pacato. Complimenti!!!

  13. Andrea Magliano ha detto:

    Premetto Nicola che mi piace il tuo stile: quando leggeremo il nuovo capitolo? 😉 E ricordando i post passati, speriamo che qualche editore stavolta sia più attento 😉
    Un dolore o un evento non proprio positivo incidono tanto sulla nostra psiche. A volte dobbiamo riuscire a non farci fermare e riprovare immediatamente. Ma la perdita di un figlio al sesto mese, mmm mi chiedo come avrei reagito io per primo. Nervosismo e paura sono ‘contraccettivi naturali’, ma ciò che è importante che la coppia del tuo brano abbia saputo riprendersi! Con il tempo molte cose si sistemano!
    Complimenti Nicola, al prossimo capitolo 😉

    • Nicola Losito ha detto:

      Caro Andrea,
      grazie della fiducia, ma nessun editore avrà più il mio scalpo! 😀
      Il libro è finito da tempo, ma lo sto riscrivendo daccapo perché in alcuni punti non mi convinceva.
      Se riuscirò a finire questa nuova versione (il capitolo che hai letto fa già parte di questa attuale stesura) lo trasformerò in e-book e lo regalerò a chi me lo chiederà. Non ho più l’età per mettermi in gioco con gli editori e non ho una squadra di collaboratori come il buon Camilleri che sforna un libro al mese…
      Agata è un personaggio che mi ha preso parecchio e vorrei dargli una prova tangibile della considerazione che ho per lei. E’ lei che, in un modo alquanto misterioso, riesce a guarire la coppia in ambasce per la perdita del figlio.
      L’idea di pubblicare un altro capitolo non mi dispiace e forse, prima o poi lo farò.
      Grazie e a presto.
      Nicola

  14. sherazade ha detto:

    Una brutta situazione da stress trattata con leggerezza che poì è l’unico modo per sdrammatizzare e ricondurre i problemi alle loro giuste proporzioni.
    La mia analista assomigliava moltissimo ad Agata ed io (che dovevo elaborare un abbandono già definitivo) ne ho tratto grande giovamento.

    sherauncinquemaunadolcepestesenzagiocchettorosa

    • Nicola Losito ha detto:

      Concordo con te: i problemi più drammatici devono essere trattati con il dovuto rispetto ma anche un pizzico di leggerezza non stona.
      L’Agata del racconto era un’analista con i fiocchi, anche se un tantino originale…
      Un cordiale saluto
      Nicola

      • sherazade ha detto:

        Ripeto, la mia analista era proprio così e forse per questo io ne sono uscita tanto bene.
        Anzi non solo per questioni tanto gravi come quella che tu descrivi, ma anche per molto meno qualche chiacchierata con una persona competente servirebbe a (quasi) tutti noi.

        sherabuonacenabruttarelloancheaRomaoggi:(

      • Nicola Losito ha detto:

        Praticamente vuoi dire che tutti abbiamo bisogno di un’analista… Beh, di questi tempi così drammatici penso anch’io che un aiutino non guasterebbe.
        Già che ci sono, ti avviso che una cara amica ha letto questo racconto e, insoddisfatta, mi ha aiutato, con una buona dose di arte psicologica e ottime doti di editor, a risolvere certi passi del testo che erano poco chiari. Se hai tempo e voglia, puoi leggere la nuova versione che da qualche ora è in linea nel blog.
        Cordiali saluti.
        Nicola

      • sherazade ha detto:

        Nicola,
        passerò prestissimo ma a me sembrava che ‘scorresse’.
        Io ci ho messo molto tempo a sgrovigliare i miei arrovelli interiori che oltretutto mi facevano stare male.
        E spesso più noi siamo convinti di sapere chi o che cosa ci fa stare male più si ha bisogno di una persona terza, competente, estranea, che ti aiuti a mettere a fuoco te stesso.

        sheràbuentotnellaRomasoleggiatissima 😉

  15. Francesca ha detto:

    Mi hai fatto venire in mente come a volte ci serve solo di sentirci dire quelle due parole che ci possono cambiare il mondo – e la mente. Solo due parole, non una di più, non una di meno; a volte basta quello per darci un inaspettato rovesciamento di prospettiva. Deve essere una persona altamente empatica per entrare in contatto così profondamene con chi ha di fronte, Agata. E non sono cose che si possono imparare sui libri: ho avuto la fortuna di incontrare persone così, che mi hanno insegnato moltissimo. Ti saluto caramente, Nicola, buona serata 🙂
    (Ah, spero di risolvere un piccolo problema, non so se ti è capitato di riscontrarlo o di averlo sentito in giro su WordPress: non mi passano sempre i tuoi post sull’elenco degli articoli, sotto la voce “lettore”. Succede che aspetto e non vedo nulla, poi mi passa, ti passo a trovare e ci sono tre pezzi nuovissimi. Presto fatto, ti passerò a trovare più spesso e mi fiderò meno di WordPress)

    • Nicola Losito ha detto:

      Cara Francesca,
      donne come Agata sono preziose e, se si ha la fortuna di conoscerle e incontrarle, è una benedizione. Agata meritava che le dedicassi un libro su cui sto lavorando da anni. Lei non era solo questo, aveva altre peculiarità che la rendevano interessante da frequentare. Amava la lettura e aveva una biblioteca che dire splendida è dire poco. Era anche stravagante al limite della bizzarria (vedi i cinque cani e i due gatti) ma questo non faceva che aumentare il suo fascino.
      Ogni tanto WordPress ha delle anomalie inspiegabili e quella che mi segnali è una delle tante. Nel complesso, però, WordPress non mi dispiace e su questa piattaforma ho conosciuto persone di valore che seguo con costanza. Puoi bypassare il tuo problema, credo, diventando follower del blog che t’interessa e andandolo a visitare indipendentemente dagli avvisi di WordPress.
      Un cordiale saluto.
      Nicola

      • Francesca ha detto:

        Spero di leggere ancora di Agata, allora. Mi ha conquistato 🙂 e non so che darei per vedere la sua biblioteca… Ti auguro una buona serata Nicola, intanto. E per wordpress, pazienza, finora mi ci sono trovata bene e questi problemi non sono talmente gravi da non essere risolti con piccoli accorgimenti. Ci passerò sopra 🙂

  16. fulvialuna1 ha detto:

    Scusa, ma a questo punto voglio la versione integrale, quindi…datti da fare! 🙂

    • Nicola Losito ha detto:

      Ahahahahah, ti ringrazio per il tuo simpatico modo di spingermi a finire la revisione del libro!
      Se fosse così facile smuovere un fancazzista, seppur laborioso, come me… il libro l’avrei finito da tempo. 😀
      Ma non temere, prima o poi mi ci metterò di buzzo buono e lo terminerò.
      Un caro saluto a te e tua figlia.
      Nicola

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