L’altro giorno, rimettendo in ordine uno scaffale della libreria nel mio studio milanese, ho ritrovato due riviste speditemi anni fa da Mirella, un’amica che vive a San Bernardino, un paese a quindici chilometri da Lugo di Romagna.

La rivista in questione si chiama Il Ponte, esce una volta all’anno a cura di volenterosi che abitano in quel borgo di poche anime, situato ai lati di una delle tante statali che attraversano il nostro bel paese. A San Bernardino ho vissuto per cinque anni, il tempo di finire il liceo scientifico a Lugo e iniziare l’università a Bologna. Anni belli e difficili che, sfogliando le due riviste edite nel 2009 e 2010, mi sono tornati con prepotenza alla memoria.

IlPonte

Nella copertina  del Ponte, sopra e sotto il titolo, è in evidenza quella che io considero una straordinaria metafora interpretabile in tantissimi modi. Partiamo dal suo significato letterale:

È stato perduto in San Bernardino
è stato perduto un buttazzo di vino,
chi lo trova beva il vino,
beva il vino, e restituisca il buttazzo…

La prima interpretazione che mi viene in mente è questa: sei capitato per caso a San Bernardino, una sperduta località della Romagna, hai trovato qualcosa di bello e qualcosa di brutto, cancella il brutto e ricorda il bello…

Ed è stato proprio così. Il primo impatto con gli abitanti di San Bernardino non fu dei migliori. Quando mio padre, appena nominato maresciallo, venne trasferito lì al comando della stazione dei carabinieri in un paese profondamente “rosso”, il fatto di essere il figlio di un’autorità governativa poco amata dalla sanguigna popolazione locale certamente non mi aiutò a far nascere buoni rapporti sociali con il vicinato; in più non capivo una parola di romagnolo. La conoscenza del dialetto bolognese mi servì ben poco: i 50 chilometri che separano San Bernardino da Bologna, in termini di linguaggio popolare, sono una distanza stellare.

Cosa mi ricordo di quegli anni?
Tutte le mattine prendevo al volo il bus che raccoglieva gli studenti di San Bernardino e di alcuni altri paesini della zona per portarli al Liceo Scientifico Gregorio Ricci Curbastro o ad altri istituti professionali di Lugo di Romagna. Al volo perché la
mattina faticavo a svegliarmi e mia madre non mi lasciava uscire di casa finché non finivo la colazione che odiavo con tutto il cuore (caffelatte e pane secco, mica le merendine sfiziose che i bambini mangiano oggi…). L’autista del bus era diventato mio amico e così, per far capire a mia madre che non poteva fare aspettare troppo un mezzo pubblico, suonava più volte il clacson: in questo modo ogni tanto riuscivo a saltare l’odiata prima colazione.

Ricordo la Lambretta nuova fiammante  avuta in regalo per i miei sedici anni e la Topolino C stra-usata ottenuta come premio per la media dell’otto alla maturità che mi avrebbe permesso di entrare gratis a Ingegneria a Bologna e con tutti i libri del primo anno di università omaggiati dallo Stato a chi si era distinto durante i cinque anni di Liceo. Il primo giorno di guida "in solitaria" sulla Topolino ero così emozionato che mi lasciai tamponare "da fermo" da un’auto che, in retromarcia, stava parcheggiando sullo stesso lato della strada dove io mi stavo predisponendo per affrontare il mio battesimo da neo patentato. Non ebbi, cioè, la prontezza di spirito di segnalare con un colpo di clacson la mia presenza sulla carreggiata all’auto in manovra.

Ricordo le vacanze estive in campeggio a Porto Corsini, a due passi dal porto di Ravenna. Con la mia mini canadese, presa in affitto, e avendo pochi soldi in tasca, mi facevo adottare e benvolere dalle famiglie tedesche o francesi che avevano bellissime figliole cui tenere compagnia e alle quali insegnare i primi rudimenti sui fatti della vita… Molto spesso le mamme mi invitavano a mangiare al loro tavolo, forse per ringraziarmi delle “calorose” attenzioni che dedicavo alla loro progenie femminile.

L’unica nota stonata del mio quinquennio romagnolo fu la politica. La mia idiosincrasia per la cosa pubblica nasce proprio in quegli anni. Chi non la pensava "come loro" era un venduto, una persona poco intelligente, uno da tenere d’occhio.
C’era un personaggio politico che, all’epoca, era il più odiato in assoluto. Si trattava di Saragat. Costui – che poi divenne Presidente della Repubblica – non veniva mai chiamato per nome, ma a lui si riferivano con il termine spregiativo  de "Il traditore". Di sicuro addebitavano a lui
la rottura del Fronte popolare, impedendo così alle forze di sinistra di impadronirsi, senza spargimenti di sangue, del potere in Italia.

Il prete e il gestore della locale Casa del popolo si guardavano sempre in cagnesco e a ogni mossa di uno seguiva subito quella, analoga, dell’altro. Fu così con la televisione. Il primo ad averla fu il prete. Una settimana dopo anche la Casa del popolo ebbe la sua televisione nuova fiammante a disposizione dei frequentatori che adoravano i quiz di Mike Buongiorno.
Io, seguendo le precise indicazioni di mio padre, evitavo di parlare di politica, le mie passioni erano la musica, lo sport, filare dietro alle ragazze, andare a ballare. Qui c’era poca scelta, per ballare occorreva frequentare le Case
del popolo: solo loro avevano a disposizione grandi saloni e sapevano organizzare feste danzanti come si deve e con musica dal vivo. In questi “luoghi di perdizione”, pur sotto l’occhio vigile delle mamme sedute a bordo sala, qualche toccatina più o meno generosa veniva concessa dalle fanciulle a noi studenti con il testosterone a mille. Ma anche le ragazze, al riguardo, non scherzavano: anche a loro piaceva essere strizzate…

Faticai parecchio a fare amicizia con i ragazzi e le ragazze della mia età (ecco il brutto della faccenda), ma poi il mio buon carattere, la mia attitudine all’umorismo e alla battuta sagace vinsero l’iniziale ostilità e, nel giro di pochi mesi, entrai a far parte del gruppo che se ne fregava delle idee politiche e dei mestieri dei genitori. Con questi nuovi amici passai felicemente gran parte dell’adolescenza (ecco il bello della faccenda) a San Bernardino.

Sono passati più di 50 anni da quei giorni, eppure ricordo ancora i nomi e i volti di molti di loro: Fiorenzo, Bruno, Demetrio, Mirella, Diana, Rosalba, Francesco…

Che fantastiche le nostre scampagnate!

NicAnni50_2 

Io sono quel (bel) giovane sulla sinistra seduto a fianco di Rosalba, la fanciulla che si sta sistemando i capelli.

A proposito di “bellezza”, in Romagna c’è un detto che ho sentito più volte pronunciare dalle mamme delle mie amiche, rivolto – benevolmente – a me:

L’è bel coma e cul dla padela…”

che significa: è bello come il fondo della padella. Ovviamente, siccome si scherzava, l’accento del motto era messo sulla parola cul  che, per salvaguardare il mio amor proprio, per voi ho tradotto con fondo.

Ma, a parte la battuta, all’epoca ero un ragazzino mica male. Lo si può notare nella foto seguente, dove ero stato invitato da un gruppo di pescatori, molto più anziani di me, a mangiare il pesce pescato con la bilancia in un capanno situato sulla riva di un fiume che attraversa le paludi ferraresi.

NicAnni50_1P

Questo ero io a 16/17 anni:

NicolaTondo

Il ricordo di quella giornata e dell’allegra comitiva è così vivo che, in bocca, ho ancora il sapore del pesce piccolo appena pescato, buttato nell’olio bollente e poi salato con abbondanza: la cosiddetta “frittura mista” che si mangiava tutta, teste e lische compresi. Per stemperare il salato sul palato c’era poi chi beveva un ottimo sangiovese accompagnato da spesse fette di formaggio pecorino semi-stagionato…

NicAnni50P

Termina così questo ricordo romagnolo. Se me ne verranno in mente altri, sarà un piacere raccontarveli.

Nicola

P.S. Ringrazio la rivista Il Ponte e i legittimi proprietari delle foto per avermi dato l’opportunità di rinverdire questo amarcord. La rivista è visionabile al sito web che si raggiunge cliccando qui.

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commenti
  1. stravagaria ha detto:

    Mia mamma direbbe “Ma che bel ragazzino!” Scommetto che poi ti sei fatto crescere i baffi per dimostrare qualche anno di più 😉 spremiti le meningi, voglio altri racconti! 😀

    • Nicola Losito ha detto:

      Cara donna la tua mamma! Le mamme romagnole erano un po’ più rudi della tua e dovevano sempre stemperare i complimenti con sagaci battute… Comunque si erano tutte affezionate a me e mi permettevano di fare da cavaliere alle loro figlie nelle festività comandate e non. Essere il figlio del maresciallo aveva anche dei lati positivi… che, ovvio, non posso raccontare. 😀 😀
      Ciao, simpaticona!
      Nicola

    • Nicola Losito ha detto:

      Una piccola aggiunta per parlarti dei miei attuali baffi. I baffi (e la barba) nascono il primo anno di università. All’epoca, la caccia alle “matricole” era il maggior (sadico) divertimento degli studenti a Bologna. Divertimento pari a zero a chi si trovava (come me) nella condizione “umiliante” di essere matricola. Per nascondere la mia giovane età e la facciotta da stupido ragazzo di buona famiglia, mi ero fatto crescere barba e baffi. Fu tutto inutile, subii, come tutti, le angherie degli studenti del secondo anno che, a loro volta, le avevano subite – pesantissime – l’anno precedente. Una ruota che gira. 😀
      Al terzo anno di università ho tagliato la barba e tenuto i baffi. Che continuo, ormai bianchi, ad avere.
      Nicola

      • stravagaria ha detto:

        Mi sembra che ci sia materia per un altro libro 🙂 che dici?

      • Nicola Losito ha detto:

        Sai bene che ho appeso la penna al chiodo. Presto metterò in rete la seconda (e ultimissima) versione di Io e Agata dove ho fatto tesoro di tutte (comprese le tue) osservazioni che mi hanno regalato gli ormai tantissimi lettori che hanno letto il mio ultimo romanzo.
        Alcuni amarcord relativi a quel periodo della mia vita sono presenti nella raccolta completamente rivista e aggiornata del libro “Piani Incrociati”. Prima delle vacanze estive forse presenterò (o ripresenterò) uno dei racconti che parlano degli anni romagnoli.
        Un abbraccio caloroso, cara Viv.
        Nicola

  2. Rosanna ha detto:

    Simpatico ricordo raccontato da un bel ‘ragazzo’ ..

  3. sissa ha detto:

    E i dentini da “Crozza-che-imita-Renzi-il-leprotto” quando ti sono cresciuti?
    Certo che ogni medaglia ha il suo lato “B”… se da una parte eri l’auspicato buon partito, cui certi assaggi non si potevano negare, dall’altra i contatti e i confronti – entro i limiti che dici – con i coetanei sembrano essere stati improntati a diffidenze reciproche…
    Alla fine è comunque andato tutto bene: tu non sei rimasto scioccato e il tuo carattere giovale non ne ha risentito.
    ciao
    sis

    • Nicola Losito ha detto:

      I dentoni (altro che dentini!) sono il regalo di mio papà. Solo che i suoi erano belli dritti, mentre i miei – diciamo – erano distribuiti a loro piacimento nella mia bocca. In effetti assomigliavo più al Coniglio Mannaro che a un essere umano: per fortuna il mio aspetto giovanile non dispiaceva alle fanciulle romagnole. 😀
      Il periodo nella provincia romagnola mi ha lasciato un buon ricordo nel cuore. Le cose brutte, grazie al cielo, si dimenticano molto prima di quelle belle.
      Grazie per la tua gradita presenza qui.
      Nicola

  4. tramedipensieri ha detto:

    Mi mamma direbbe “itt’este simpaticu custu pizzoccu”…. 😀
    Che belle fotografie e ricordi…poi come scrivi tu….a “me mi piace” assai 🙂

    ciao Nicola
    .marta

    • Nicola Losito ha detto:

      Ciao, bella sardagnola scomparsa! Siamo tutti felici per il tuo ritorno in scena.
      Sono sicuro che “pizzoccu” sia qualcosa di simpatico. E, sono altrettanto sicuro, che se avessimo vissuto la stessa età nello stesso paesino della Sardegna, non avresti potuto fare a meno del mio fascino sciupafemmine… ahahahahahh
      Le foto sono belle perché rappresentano un mondo spontaneo, privo di grilli, che oggi non c’è più.
      Nicola

  5. Silvia ha detto:

    Bellissimi e vividi ricordi, sai che si usa ancora il detto: “L’è bel coma e cul dla padela…” 😉

  6. ignazio.demichele@libero.it ha detto:

    in ritardo ma, rispondo…………… fortissima, questa stesura-ricordi………con pregevoli intarsi lessicali dimenticati e altrettante apprezzabili immagini in bianco e nero…………bei tempi……’zzerola………si era semplici anche nello scegliere i nomi, come -lambretta- dal fiume lambro…………etc……circa la tua foto…….ehm…..chissà a quante picciottine hai spezzato il cuore…………………ovviamente scherzo………. grazie e buona serata

    • Nicola Losito ha detto:

      Ciao, caro Ignazio.
      Bei tempi davvero, quelli. C’era semplicità nei rapporti fra le persone. Si diceva pane al pane e vino al vino. Talvolta si litigava, ma presto si faceva la pace. L’amicizia era vera amicizia.
      Oggi si può dire la stessa cosa?
      Ho paura di no.
      Cordiali saluti.
      Nicola

  7. sguardiepercorsi ha detto:

    Belle le foto… Raccontano proprio l’atmosfera…
    Ciao Nicola! 🙂

  8. Giusyna ha detto:

    Citando proprio te, se te ne verranno in mente altri, sarà un piacere leggerli 🙂

  9. Grazie per aver condiviso con noi questo bel ricordo, caro Nicola.

    La frittura doveva essere proprio eccezionale se te la ricordi ancora.

    • Nicola Losito ha detto:

      Ciao Federico,
      Di fronte a foto che riportano indietro nel tempo e che altri da me conservavano nel cassetto, era impossibile non cadere nella trappola (a volte simpatica) dei ricordi.
      Sulla frittura, che dire di più? A me il pesce non piaceva e non piace tuttora, però quel giorno, mangiato in quel modo semplice: cioè pescato e subito fritto in abbondante olio di prima scelta, insieme ad amici gaudenti, burloni e simpaticissimi, non poteva che piacermi e fissarsi – per l’eternità – come sapore nelle mie papille gustative… 😀
      Fritture così genuine e saporite, in effetti, da allora non le ho mai più assaggiate.
      Cordiali saluti.
      Nicola

  10. tachimio ha detto:

    Sei davvero un grande caro Nicola.Bellissime le foto e anche tu direi niente male. Beata gioventù mio caro. La ”Casa del Popolo” mi ricorda un pò le avventure del famoso Peppone e Don Camillo e riesco a vedere te in mezzo ai romagnoli non capendo nulla del dialetto. Immagino le risate che col tuo solito stile ironico avrai fatto fare ai tuoi amici e amiche. Tempi d’oro che ogni tanto è un piacere ricordare. Un abbraccio. Isabella

    • Nicola Losito ha detto:

      Da giovani è abbastanza facile essere belli… 😀
      Esatto. Molte volte dovevo far fronte agli eccessi delle due partigianerie. Ma poi, tra Peppone e Don Camillo, tutto finiva a tarallucci e vino.
      Contraccambio l’abbraccio.
      Nicola

  11. Per rispondere alla tua domanda, se i ricordi siano “un tormento o una consolazione”, dirò che secondo me dipende tutto da come li si valuta. Se fanno parte della storia personale (da non dimenticare e di cui fare tesoro) e, in quanto storia, sono adeguatamente “lontani”, risultano piacevoli e consolatori, ma se li si vive con nostalgia eccessiva o rimpianto, quasi con la speranza che il passato possa ritornare presente, allora sono davvero un tormento, anzi una trappola tremenda!

    Un saluto
    Simona

  12. ventisqueras ha detto:

    ho amici romagnoli che abitano in piccoli centri e riconosco qui nel tuo dire la loro verve, anche se non ho vissuto quei tempi riassumo con i libri di Guareschi e i bellissimi serial di Don Camillo e Peppone.Un tuffo in un mondo appena di ieri che pare lontano secoli…come corre il progresso..e scusami sai’ però mi sembrano regredire le menti!

    • Nicola Losito ha detto:

      Di quegli anni ricordo l’iniziale diffidenza per l’estraneo che veniva da una grande città. Diffidenza che poi si è sciolta in poco tempo, complice la giovane età e interessi comuni. Oggi i rapporti fra le persone sono più complessi e fare vere amicizie è molto più difficile. Il progresso ha reso più distanti le persone e incrementato il problema della solitudine.
      Nicola

  13. LudiLud ha detto:

    queste foto sono impregnate di qualcosa di bello e magico, della semplicità di un passato a cui, almeno in parte, si dovrebbe tornare. bel ragazzo Nicola 🙂

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