Archivio per novembre, 2015

Mercoledì 2 Settembre 2015, Arequipa.

Dopo la lunga tirata di ieri (con incidente al pulmino) che da Nazca ci ha portato a Arequipa verso mezzanotte, la nuova guida, bontà sua, ci concede di dormire fino alle otto per potere affrontare, un’ora più tardi, dopo un’abbondante colazione, la visita della città. Dalle finestre dell’Hotel a cinque stelle El Cabildo che ci ospiterà anche stanotte, abbiamo un’ottima vista dei tre grandi vulcani Pichu Pichu, Chachani, El Misti caratteristici della zona, l’ultimo dei quali è ancora attivo e incombe minaccioso sulla città:

I tre vulcani fotografati ieri sera

Vulcani Chachani e El Misti

Il Chachani a sinistra e El Misti a destra, del quale si intravede un pennacchio di fumo…

El Misti

El Misti e, sotto, la città di Arequipa

Arequipa, 1.200.000 abitanti, fu fondata nel 1540 dagli spagnoli, attratti dalla rigogliosa valle bagnata dal fiume Chili ed è conosciuta come la città bianca per il colore chiaro delle pietre vulcaniche con cui vennero costruite le prime case. Altri invece dicono che il nome deriva dal fatto che è stata fondata da uomini bianchi. Ci sono altre versioni per spiegare il nome della città, come si legge su Wikipedia: una dice che quando i sudditi dell’Inca Mayta Cápac, meravigliati dalla bellezza della valle del Chili, gli chiesero il permesso di fermarsi per costruire lì una città, egli rispose in lingua quechua Ari qhipay, cioè sì, fermatevi qui. Un’altra versione fa risalire il nome della città a una parola nella lingua aymara degli indigeni: ari qquepan, una conchiglia marina utilizzata come tromba bellica per suonare la carica delle truppe.

Arequipa è una città ricca, perché, oltre all’agricoltura con le sue coltivazioni intensive di frutta, legumi, cotone, nelle vicine montagne ci sono grandi giacimenti di argento, oro e rame. Comunque, come succede in molte parti del mondo, la ricchezza non è mai distribuita equamente, perciò le periferie raccolgono la parte della popolazione più povera. Il traffico in città è caotico e presto l’inquinamento raggiungerà i livelli critici di Lima. Arequipa è ricca anche di costruzioni di pregio in parte risalenti all’occupazione spagnola, di belle chiese barocche, di monasteri e di viste panoramiche da mozzafiato. Una di queste è il cosiddetto Belvedere di Carmen Alto che è la prima tappa del nostro giro turistico odierno in città: qui abbiamo potuto ammirare la bellezza e rigogliosità della Valle del fiume Chili, sovrastata dal vulcano El Misti:

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El Misti nella nebbia mattutina…

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Alcuni prodotti della Valle del Chili

La seconda tappa, che raggiungiamo in pulmino, è il quartiere Yanahuara con la bella Chiesa di San Giovanni Battista, una scenografica piazzetta e una vista panoramica della città vecchia:

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Chiesa di San Giovanni Battista

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Sembra impossibile, ma c’è anche chi dorme davanti alla propria mercanzia…

A piedi poi abbiamo raggiunto l’antica Chiesa della Compagnia di Gesù (1600-1660) con a sinistra dell’altare la Cappella di Sant’Ignazio e, subito adiacente uno splendido Chiostro. La facciata della chiesa è un notevole esempio di barocco meticcio arequipegno, mentre la cappella è soprannominata Cappella Sistina per i suoi affreschi ispirati alla flora e alla fauna amazzonica che ricoprono sia le pareti che la cupola. Nel chiostro, oggi, ci sono negozi di souvenir, mostre di pittura e quant’altro.

Chiesa della Compagnia di Gesù

Cappella di Sant'Ignazio

Chiostro Chiesa Gesuiti

Chiostro

L’altra visita importante della mattinata è il Monastero di Santa Catalina. Si tratta di un’estesa costruzione (oltre 20.000 mq.) abitata da suore di clausura domenicane che ora vivono solo in una parte del monastero in stanze più moderne e confortevoli. Quello che visitiamo è la parte antica, non più abitata dalle religiose. Si parte dalle abitazioni delle novizie fino ad arrivare a quelle delle suore che avevano preso i voti perpetui. Della parte più antica abbiamo visto le cucine, il lavatoio, i giardini e i chiostri. Nel monastero, che per certi versi sembra una città in miniatura, colpiscono i colori vivi (il rosso e il blu) delle pareti esterne delle varie abitazioni che segnalano ai visitatori quali sono le zone riservate alle novizie e quali quelle destinate alle suore di clausura.

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Agli albori dell’ordine monastico, molte novizie erano le seconde figlie femmine di famiglie spagnole molto ricche che entravano giovanissime in convento portando con sé fino a quattro serve in pro del fatto che i genitori facevano sostanziose offerte in denaro o dono di possedimenti al monastero. Dunque le (sfortunate) giovinette conducevano una vita ritirata ma senza privarsi del lusso a cui erano abituate: questo finché il Papa non intervenne duramente per cancellare ogni privilegio e permettere l’ingresso in convento anche di donne davvero interessate a una vita di preghiere e di rinunce. Architettonicamente il monastero non ha un grande pregio, però è interessante visitarlo per i numerosi disimpegni (giardini e chiostri) dove sostare in religioso raccoglimento, per il sapiente uso dei colori, per le strette e fiorite strade di collegamento e per i tanti archi di sostegno fra le casupole. Un’attenta manutenzione, infine, ha reso questo convento un luogo molto gradito ai visitatori, un must dove sbizzarrirsi a fare un’infinità di foto e filmati.

Terminata questa visita, la guida ci abbandona in Plaza de Armas, (tutte le città e i paesi in Perù, hanno questo tipo di piazzale) lasciandoci liberi di esplorare Arequipa a nostro piacimento, ma prima ci dà appuntamento per le sette di domani per intraprendere il nuovo trasferimento che ci porterà alla città di Puno.

La piazza è circondata da ariosi portici, ha al centro un bel giardino e su un lato c’è la Cattedrale che, purtroppo, è chiusa per restauro.

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Cattedrale

Non vi ingannino le foto, alcune le ho scaricate da Internet perché la piazza è circondata da strade con un traffico di automobili e bus così caotico che è impossibile riprenderla come si vorrebbe.

E’ ora di pranzo e perciò ci fermiamo a mangiare un boccone in una trattoria dai prezzi modici ma con un menù poco fantasioso in cui il pollo è piatto forte: per quanto mi riguarda passeranno parecchi giorni prima che io trovi qualcosa di veramente sfizioso da gustare in Perù. Ma io sul cibo non sono un grande intenditore…

Dopo mangiato ci rimettiamo in moto e girovagando per il centro diamo un’occhiata ai negozi e alle persone. La gente in gran parte veste all’occidentale. Sono pochi coloro che hanno abiti tradizionali e folcloristici: questo forse perché è un giorno feriale e molti sono al lavoro:

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L’ultima visita della giornata è al Museo Andino Santury, non lontano dalla Plaza de Armas. Lì vediamo, oltre a vari oggetti preziosi e stoffe di epoca inca, la mummia di una bambina sacrificata alle divinità circa 550 anni fa con un preciso rituale: si tratta della famosa Juanita, la principessa dei ghiacci, ora conservata in una teca climatizzata:

Juanita, regina dei ghiacci_1

La mummia di questa bambina di 12 o 14 anni fu scoperta nel 1995, dopo un grosso terremoto, alla base del Monte Ampato, un monte sacro durante il regno degli Inca, dall’antropologo Johan Reinhard che poi scrisse su di lei un libro dove racconta come Juanita fu trovata e come venne sacrificata. La bambina,  accompagnata a Cusco da un gruppo di persone importanti della regione, venne presentata all’Inca Pachacútec in modo che lui le trasmettesse la sua divinità. Qui venne uccisa secondo il rito Capaccocha dai sacerdoti inca: dopo essere stata addormentata, un colpo mortale all’arco sopraccigliare destro avrebbe portato la fanciulla in contatto con gli dei della montagna in un viaggio senza ritorno verso la divinità.

La scienza moderna, con lo studio del DNA di Juanita, è riuscita a carpire molte informazioni sullo stato di salute (malattie, batteri, eccetera) della popolazione inca vissuta qualche anno prima dell’arrivo degli spagnoli in Perù.

Siccome non era possibile fotografare la mummia, ho fatto ricerche in Rete e dopo un sacco di tentativi a vuoto (le foto che la ritraggono sono state quasi tutte oscurate o cancellate) sono riuscito a trovarne tre decisamente valide e che sottopongo alla vostra attenzione, sperando che non vengano oscurate anche queste. Nel post ho inserito la più riuscita, le altre due, altrettanto interessanti, le ho messe nel filmato allegato che potete vedere cliccando con il mouse nella foto qui sotto:

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Si conclude così la nostra unica giornata a Arequipa. Domani si riparte per Puno…

Alla prossima.

Nicola

Crediti: alcune foto le ho scaricate da Internet, tutte le altre sono originali e sono state scattate dai soliti amici che erano con me in Perù: Sergio, Barbara, Giorgio e Chicca. Mio è il video e l’elaborazione al computer. Le notizie storiche e alcune informazioni di carattere generale le ho ricavate da articoli scovati in Rete e spulciando Wikipedia.

Metafora

Chiariamo subito la faccenda: io non amo le metafore in prosa. Per tante ragioni che provo a elencare:

1- Perché non sono capace di inventarle.

2- Perché rallentano il ritmo della narrazione.

3- Perché chi sa costruirle ne approfitta per seminarle ovunque nei propri libri.

Volete un esempio di scrittrice che le ama spudoratamente? Margaret Mazzantini. Di questa autrice, regista, attrice, ho letto un solo libro ed è stato sufficiente per convincermi a lasciare perdere tutti gli altri che ha scritto in seguito. In Non ti muovere, un romanzo di 295 pagine, lei ha piazzato almeno tre metafore in ogni pagina. Fate voi il conto di quante ne ha costruite. Se le cancelliamo tutte, il numero di pagine del libro si riduce a una interessante quanto breve sceneggiatura di un film di successo, presto dimenticato.

4- Perché spesso e volentieri le metafore sono così strane e complesse che (io) non le capisco. E questo mi irrita grandemente. Siccome mi reputo una persona abbastanza intelligente, (in vita mia ho studiato e letto molto) eppure gran parte delle metafore che incontro nel mondo letterario di oggi non riesco a decodificarle. Bene, siccome non mi piace parlare a vanvera, farò degli esempi tratti da un libro che ho appena finito di leggere e che ha vinto il premio Strega proprio quest’anno. Si tratta del romanzo di Nicola Lagioia, La ferocia:

La ferocia

Primo esempio a pagina 49:

“Gli accenti spostati sui tasti del pianoforte, i cluster e i silenzi improvvisi rimescolavano i concetti di prima e dopo perché il mondo risuonasse un tutt’uno già redento in ogni scheggia.”

Secondo esempio sempre a pagina 49:

“L’dea del sublime (ma come avere la prova che non fossero le farneticazioni di un imbecille?) andava di pari passo con l’ossessione computazionale.”

Terzo esempio a pagina 61:

“Per trovare il tono giusto provò ad attingere dai colleghi delle passate generazioni, quelli che aprivano talmente male le vocali da scuotere l’Unità del paese con lo strumento che avrebbe dovuto stringerle il collare.”

Quarto esempio, sempre a pagina 61:

“In lontananza si levava il mormorio della città poco prima del risveglio, un rumore di automobili senza automobili, la piccola tempesta elettrica dei tanti che, sul punto di riaprire gli occhi, rivivevano in poche frazioni di secondo il film della giornata che stava per iniziare.”

Quinto esempio a pagina 64:

“La voce del monsignore riemerse dal silenzio come si fosse spinta in un crepaccio e ora mostrasse i segni di una profondità che superava l’opinione personale”

Così, per curiosità, qualcuno riesce a immaginarsi com’è nella realtà la voce del monsignore? Sorpresa

Sesto esempio a pagina 67:

“Ogni tanto, tra le rughe che circondavano gli occhi dei presenti, pulsa un fastidio privo di abrasioni.”

Settimo esempio a pagina 68:

“Il corpo di sua figlia irradiava l’inspiegabile verità delle stanze nelle case in cui non abitiamo più da tempo.”

Ottavo esempio a pagina 70:

“Così questa ragazza, pensò spezzando l’ostia sopra la patena, indovinando solo in parte e non immaginando, per la metà su cui sbagliava, a quale distanza fosse dalla verità.”

Nono esempio a pagina 75:

“La notizia aveva iniziato a diffondersi affidata alla sovranità degli algoritmi.”

Decimo esempio a pagina 84:

“Aveva l’aria di uno che fatica a riprendersi da un brutto colpo – la parte materiale un po’ sfocata, lo spirito sbalzato avanti per l’impatto, sembrava prigioniero di un futuro da cui cercava di tornare.”

Infine, a pagina 89, un lungo paragrafo dove lo scrittore parla della campagna:

“Impaurita dalla moto, la lucertola si tuffò nei fili d’erba. Scomparve tra i rami lacerando nella fuga la tela del ragno salticida, il quale, ricomposta l’immagine del rettile attraverso i suoi otto occhi, era riuscito a evitare l’impatto. Il ragno zampettò. Il terreno secco e arido registrò l’informazione sovrapponendola all’alfabeto delle formiche che si incrociavano spezzando e biforcando e poi ricomponendo una linea che non era mai la stessa. La legge a cui obbedivano si modificava in loro confermandosi nella legge di ogni simile, riceveva nuovi impulsi dalle profondità del formicaio, poi da più lontano, dalla tremenda forza che cambia volto alle stagioni. La saliva passò di labbra in labbra e il cuore accelerò nel buio della sala cinematografica. La curvatura dell’addome si tese su se stessa e si spaccò. Sotto la spinta della muta, un’epidermide nuova di zecca venne fuori dalla morta carcassa di colore brunastro. Dopo aver lasciato che la cuticola si indurisse all’aria aperta, la cicala spiccò il suo primo volo. Atterrò su una foglia di rosmarino. Le lamine sotto l’addome cominciarono a vibrare, e un suono secco, simile a uno schiocco di dita, segnalò la sua presenza al mondo.”

A questo punto del libro, Nicola Lagioia deve essersi reso conto che non poteva continuare con questa sfilza di metafore (per me) decisamente difficili da comprendere e cambia registro, abbandona le metafore e si lancia in una ricostruzione dei fatti dove i flash back si alternano al presente in un modo così convulso e repentino che a volte si fa fatica a intuire in che tempo e in che luogo ci troviamo.

Il romanzo, per fortuna, prende quota nelle ultime sezioni in cui è diviso il libro: qui lo scrittore decide che è arrivato il momento di spiegare ai lettori qual è la vicenda e come essa andrà a finire. Ammetto che sono stato varie volte sul punto di abbandonare il romanzo al suo destino, ma, come sempre, sono arrivato in fondo. Concludendo, di sicuro Nicola Lagioia è un bravissimo scrittore che sa il fatto suo, avendo al suo attivo una grande padronanza della lingua italiana. Anche i suoi personaggi e l’ambientazione sono notevoli: pur con tutto ciò, rimane sempre fissa nella mia testa l’idea che questa sua indiscutibile capacità scrittoria sia spesa più a favore dei critici illuminati che lo leggeranno e lo voteranno in un qualche concorso letterario che per accontentare la pancia, il cuore e la comprensione di un semplice lettore qual io mi reputo.

Nicola

P.S. Mi perdonino i poeti che, invece, amano le metafore e, soprattutto, … le capiscono.

1° Settembre 2015, martedì, Nazca

Mettiamo la sveglia alle 5.30 per essere pronti alle 7, con appresso le valigie, ad affrontare una lunga giornata di trasferimento con il pulmino che, secondo programma, ci deve portare a Arequipa in 11 ore, dopo avere macinato circa 570 km. sulla Panamericana Sud. La nebbia mattutina che nasconde il cielo rende indistinto il paesaggio quando lasciamo Nazca. Per fortuna non fa molto freddo: la temperatura si aggira sui 18 gradi.

Mappa Parziale Nazca-Arequipa

Anche la periferia di Nazca fa pena: strade sterrate con le solite bidonville già viste a Lima. Usciti dalla città, dopo pochi chilometri ci si immerge nel deserto: qui, per lunghi tratti, l’unica cosa viva è la famosa autostrada ben asfaltata e ben mantenuta: a sinistra ci sono nude montagne sabbiose, a destra pianure estese dove, di tanto in tanto, compaiono delle casupole, ma non si capisce se sono abitate o abbandonate:

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Per passare il tempo cerco di imparare i segnali stradali che incontriamo. Un modo come un altro, questo, per capire la mentalità del paese che stiamo attraversando: No corras ta familia te espera (non correre la tua famiglia ti aspetta), No adelantar (non sorpassare), Feliz viaje (Buon viaggio), respeta las señales (rispetta i segnali stradali), Curva peligrosa (curva pericolosa) Pare! (Stop), Derrumbes (Frane), derecha (destra), salida (uscita), entrada (entrata).

Arrivati nel distretto di Marcona facciamo una deviazione. Barbara ha letto da qualche parte che a Punta San Juan c’è una riserva naturale molto bella con otarie, leoni marini e pinguini, oltre a varie specie di uccelli che, sebbene sia poco nota al turismo di massa, forse vale la pena di visitare.

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Dopo vari tentativi falliti di trovare la strada per arrivarci (gli abitanti del paese ci danno indicazioni molto vaghe o sbagliate) ci rechiamo nel municipio di San Juan e chiediamo se qualcuno può darci una mappa o, al limite, accompagnarci alla riserva. Dopo tanto girare a vuoto finalmente siamo fortunati perché in uno dei tanti uffici comunali incontriamo Imena e Fabiana, due giovani e simpatiche biologhe che collaborano con i responsabili della riserva e che, senza farsi troppo pregare, acconsentono di accompagnarci in loco precedendoci con la loro auto. La strada sterrata, tanto per cambiare, è piena di buche profonde e dossi alti e irregolari tali da farci sussultare quasi fossimo su un barcone in balia di un mare in tempesta: il pulmino rischia seriamente di distruggere le sospensioni e quant’altro:

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E’ noto che la sorte aiuta gli audaci e così, pur con le budella ormai in gola, arriviamo all’agognato Mirador, un punto di osservazione privilegiato della riserva:

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Barbara ci riprende con le due giovani biologhe peruviane e il nostro autista

Effettivamente la riserva di Punta San Juan meritava di essere vista, ma, per essere apprezzata in pieno, avremmo dovuto entrare nel promontorio e camminare a pochi passi dalle otarie, cosa che non ci viene concessa perché tutta la zona è protetta da un alto muretto e il guardiano, che è in giro per i suoi controlli, non sente le nostre urlate richieste di aprirci le porte di questo paradiso naturale. Non ci resta che ringraziare le due biologhe e riprendere il cammino verso Arequipa.

Sono le 10 del mattino, tra le nuvole fa la sua comparsa il sole e così è meno noioso affrontare di nuovo il deserto e il ripetitivo paesaggio di montagne e pianure sabbiose che si presenta davanti ai nostri occhi. A un certo punto l’autista ferma il pulmino per farci vedere gli effetti di un recente terremoto che ha colpito il Perù. Con molta circospezione ci avviciniamo a una profonda fossa aperta nel terreno che divide in due la pianura per chilometri e chilometri. Di sicuro un terremoto in grado di aprire una simile spaccatura deve avere prodotto seri danni alle persone e ai paesi investiti da questo terribile fenomeno naturale:

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Verso le 11, a 92 km. da Nazca, arriviamo a Puerto Lomas, una spiaggia molto frequentata d’estate:

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Ovviamente non abbiamo tempo per fermarci e proseguiamo il nostro cammino in direzione di Arequipa. Le uniche soste che facciamo sono riservate a problemi idraulici di noi uomini: foto oscurata per ovvie questioni di decenza… Sorriso

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Più tardi, dopo avere fatto una nuova deviazione, ci fermiamo a Yauca, un paese dove il nostro autista conosce una rivendita dove si può degustare e acquistare ottime olive verdi e nere sott’olio o sott’aceto di produzione locale:

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Rientrati nella Panamericana Sud, durante il tragitto, incontriamo un cartello che segnala il paese di Puerto Inka, altra famosa località balneare e archeologica, ma, dato che non si può vedere tutto, evitiamo di andarci. Comunque da Internet ho scaricato alcune foto giusto per sapere cosa abbiamo perso:

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Proseguendo, di lì a poco ci fermeremo per fare colazione a Chala, un paese di pescatori situato in una splendida e panoramica baia:

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A farci compagnia durante la sosta, in un recinto riparato dal sole, c’è un simpatico esemplare di alpaca, un camelide che vive allo stato brado in diverse zone del Perù:

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Alle 14.30, rifocillati alla buona, riprendiamo il viaggio. Ora affrontiamo zone montuose dove la roccia è molto friabile e tende a cadere sul selciato insieme a sabbia (sono segnalate come zone di arienamento). A un certo punto, infatti, incontriamo una squadra  di operai che, con una ruspa e badili, liberano la carreggiata dai massi e dai detriti sabbiosi staccatisi dalla montagna:

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A montagne e deserto, però, più avanti si alternano vallate rigogliose: la più bella delle quali la vediamo a Ocoña, lambita dall’omonimo fiume che sfocia nell’oceano:

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Verso le 17 attraversiamo Camanà, una cittadina di 18.000 abitanti:

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Ammucchiata di operai che tornano a casa dopo una dura giornata di lavoro:

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anche il gregge di pecore torna sazio all’ovile:

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Come si può osservare guardando la cartina pubblicata all’inizio del post, superata Camanà, la Panamericana Sud abbandona la costa e l’Oceano Pacifico e s’inoltra all’interno del Perù dove è situata Arequipa. La strada ora comincia a salire e il nostro pulmino, al pari dei grossi camion che incontriamo, è costretto a diminuire la velocità:

Strada verso Arequipa

Come si può notare dalla foto sopra, ormai il sole sta calando e siamo a 178 km. da Arequipa… A questo punto capita quello che nessuno di noi si augurava: il pulmino segnala un problema al radiatore. L’autista è costretto a fermare il mezzo in un tratto di salita molto stretto e con le montagne che incombono ripide a destra e a sinistra del ciglio della strada quasi inesistente. E’ ormai buio. Sotto il muso del pulmino una chiazza d’acqua si allarga a vista d’occhio: si è forato il radiatore, forse per colpa di un sasso presente sulla carreggiata o forse perché l’agenzia ci ha appioppato un mezzo vecchio e ormai usurato. Seguono telefonate concitate tra l’autista e la sua ditta. L’unica cosa che capiamo è che l’uomo deve mettere in atto un trucco per poter proseguire quel tanto da raggiungere un’officina o, per lo meno, per toglierci da quel punto pericoloso della strada. L’autista, infatti, si stende sotto il pulmino e opera ciò che gli è stato suggerito. Quando finisce, riempiamo d’acqua il radiatore e aspettiamo qualche minuto per controllare che la riparazione tenga.

Visto che il radiatore non perde più, ripartiamo sperando di arrivare sani e salvi a Arequipa: purtroppo non è così. Dopo una decina di chilometri l’autista è costretto a fermarsi di nuovo: il radiatore non ha retto allo sforzo che il pulmino è costretto a fare visto che siamo in montagna e le salite non sono uno scherzo. L’unica nostra consolazione è che abbiamo raggiunto un tratto pianeggiante dove c’è una piazzola che ci permette di uscire dalla pericolosa carreggiata e, inoltre, dall’altra parte della strada c’è un capannone dove si fermano diversi camion per sostare prima di riprendere il viaggio:

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A questo punto partono nuove telefonate tra l’autista e l’agenzia di viaggio per ottenere un altro mezzo di trasporto, perché quello a nostra disposizione non è più utilizzabile. Cominciamo ad arrabbiarci e a temere che saremo costretti a passare la notte in strada, dato che non si riesce a capire come e quando qualcuno verrà a riprenderci. Non la faccio lunga: dopo un certo numero di chiamate a mezzo mondo, finalmente ci assicurano che nel giro di un paio d’ore verremo recuperati. Le ore, in realtà, saranno quattro, ma un pulmino nuovo di zecca, finalmente, arriva e ci porta, stremati e infreddoliti, a Arequipa. E’ praticamente mezzanotte: il trasferimento da Nazca a Arequipa, un po’ per colpa delle deviazioni da noi fatte fuori programma e molto di più a causa della rottura del mezzo, è durato più di 17 ore…

Per fortuna l’albergo El Cabildo, 5 stelle, è all’altezza delle aspettative e la cena fuori orario ci viene servita comodamente in camera.

El Cabildo Hotel

Ovviamente, dopo mangiato, andiamo subito a letto. L’indomani, manco a dirlo, sarà una giornata intensa…

Se volete rivivere con noi questa interessante giornata in Perù, basta cliccare con il mouse sulla foto seguente che fa vedere quanto è bello il mare a Puerto Inka:

Puerto Inka

Alla prossima!

Nicola

Crediti: Le foto, come al solito, sono quasi tutte originali e sono state scattate da Barbara e Sergio, Giorgio e Chicca. Ringrazio gli autori delle foto che ho scaricato da Internet. Il filmato, come al solito l’ho girato e rielaborato personalmente.

Care amiche e amici,

torno qui oggi per ringraziare di cuore i tanti che si sono appassionati alle mie avventure (disavventure) di figlia unica che presto (più o meno nei primi mesi del nuovo anno) perderà questa favorevole condizione di unicità in famiglia. Il mio grazie va anche a tutti coloro che hanno acquistato su Amazon il libro a fumetti che raccoglie, con la corretta sequenza, i miei pensieri più reconditi, la cui importanza e meriti presto saranno riconosciuti oltre i confini assai modesti della mia città.

Io sono convinta che il modo migliore per farmi conoscere e apprezzare sia quello di continuare, per mezzo delle mie strisce, a svolgere, sul blog che mi ospita, quell’opera benemerita di didattica sociale in grado di far capire a tutte le mamme del mondo che le figlie uniche sono la condizione necessaria e sufficiente per realizzare un ottimale funzionamento di una famiglia… con buona pace di tutti gli psicologi che non la pensano come me.

Buona lettura.

Betta.

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Striscia 23 - 2015

Striscia 24 - 2015

Arrivederci alla prossima puntata.

Betta