Archivio per gennaio, 2016

Sabato 5 Settembre 2015, Puno.

Lasciamo l’albergo Josè Antonio alle ore 7, carichiamo le valige sul pulmino e siamo pronti ad affrontare una nuova giornata di trasferimento, alla fine della quale arriveremo nella Valle Sacra, dopo avere percorso – con varie e strategiche soste – circa 380 km. La guida, per sedare qualche borbottio del gruppo, decisamente stanco di passare così tante ore in viaggio, ci avverte che non sarà un giorno noioso perché vedremo molte cose interessanti, tutte legate alla storia antica del Perù: insomma dobbiamo cancellare la stanchezza perché sta per iniziare una full immersion nei luoghi dove la civiltà degli Inca è nata e si è sviluppata, creando opere d’arte e costruzioni strategiche che, ancora oggi, destano meraviglia per imponenza e tecnica costruttiva.

Durante la notte deve avere piovuto parecchio perché, quando riattraversiamo Juliaca, le strade sterrate della periferia di questa cittadina di 300.000 abitanti sono terribili da percorrere a causa dei lavori di sistemazione di un selciato costellato da enormi buche colme d’acqua che il nostro pulmino e tutte le altre auto in coda cercano, nei limiti del possibile, di evitare guidando a zig zag. Fortunatamente, usciti da Juliaca, la strada è di nuovo asfaltata bene e le nostre budella sottosopra possono riassestarsi  e ci permettono di apprezzare, al riapparire del sole, il panorama che ci circonda. Al momento ci troviamo sulla Interoceanica e, per notevoli tratti, costeggiamo la ferrovia che unisce Puno a Cusco:

Treno Puno-Cusco

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Il primo paese in cui ci fermiamo è Pucarà, noto per una curiosa tradizione legata ai tori portafortuna (toritos) in ceramica di produzione locale, spesso visibili sui tetti delle case, e per un museo (Museo Litico) dove sono esposti alcuni monoliti polimorfi ritrovati in un sito archeologico preincaico a due passi dal paese:

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Puma trasformato in serpente

Puma trasformato in serpente

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Sacerdoti divoratori di bambini

I torelli di Pucarà vengono venduti a coppie per una ragione precisa: quando un uomo e una donna si uniscono in matrimonio, i genitori della sposa come augurio di buona riuscita del nuovo ménage, regalano al genero un torello e lo stesso fanno i genitori dello sposo alla nuora. Questi due torelli in ceramica vengono poi fissati sul tetto della casa dove i due novelli sposi andranno a vivere. Tutti noi del gruppo, ovviamente abbiamo acquistato sulle bancarelle una coppia di toritos… anche se siamo sposi parecchio maturi:

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Dopo aver percorso un centinaio di km. arriviamo a Abra la Raya (4338 m.s.l.m): qui troviamo un mercatino attrezzato dove infreddoliti artigiani vendono i loro articoli:

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Poco distante da Abra termina la regione di Puno e inizia quella di Cusco, centro nevralgico della civiltà Inca. Durante questo tratto di strada incontriamo diversi paesi (Marangani, Sicuani e altri) che meriterebbero di essere visitati ma il programma della giornata non ce lo permette. E’ ormai ora di pranzo, infatti la guida, come da istruzioni, ci porta in una verdeggiante area, spuntata dal nulla, dove c’è un ristorante di tutto rispetto, attrezzato per ricevere gruppi di turisti e dove è imbandito un ottimo buffet con una grande varietà di cibi:

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Per la seconda volta da quando sono in Perù riesco a mangiare come si deve, scegliendo da solo le varie portate nella quantità giusta per non appesantirmi troppo dato che siamo circa a metà del trasferimento e ci sono mille altre cose da vedere.

Dopo un’ora di sosta saliamo di nuovo sul pulmino per recarci a Raqchi, un importante sito archeologico inca che vale davvero la pena di visitare e fotografare. Come prevedibile, anche qui c’è un esteso mercato di prodotti artigianali, preso d’assalto dalle nostre signore ben disposte a fare acquisti.

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Mentre gironzolo fra le varie bancarelle, noto un gruppo di studenti delle scuole medie che parlottano fra loro guardando nella mia direzione e poi una ragazzina viene verso di me e, in un inglese parlato con inflessioni spagnole, mi chiede se voglio essere intervistato per una ricerca che devono fare come compito:

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Mi assoggetto volentieri all’interrogatorio, in verità molto elementare, alla fine del quale ci fotografiamo a vicenda in ricordo del simpatico incontro. Mentre parlavo con i ragazzi, senza che me ne accorgessi, un artista di strada mi ha fatto una caricatura, costringendomi in maniera abbastanza pressante ad acquistarla per la modica somma di 10 soles, poco più di due euro e trenta centesimi:

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Superato il mercato ci dirigiamo a piedi verso il parco archeologico in cui giganteggiano le rovine del tempio inca  Wiracocha che oggi assomiglia a un imponente acquedotto romano, senza in realtà esserlo:

Raqchi - Tempio Wiracocha 

In passato questo tempio era protetto da un tetto sostenuto da 22 colonne circolari fatte da blocchi di pietra di cui si vedono ancora le tracce a destra nella foto. Di fianco si trovano i resti di molte case e di edifici circolari  adibiti a magazzino di derrate alimentari (qolqas):

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Molto intelligentemente gli inca avevano distribuito in varie località strategiche del loro territorio questi speciali magazzini dove venivano conservate derrate da usare in tempo di carestie o per sfamare gli eserciti che passavano di lì.

Come si vede dalle foto precedenti, il cielo non promette nulla di buono, così ci rimettiamo in viaggio sperando che la pioggia non ci rovini le ultime visite che dobbiamo fare prima di arrivare a Cusco, tappa finale della giornata. Siamo fortunati, infatti quando arriviamo a Urcos per fare una breve sosta tecnica il sole è tornato a splendere:

Urcos Plaza1

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Nella foto non si  vede bene, ma in cima alla collina c’è una statua del Cristo Blanco, statua che vedremo anche in altri luoghi:

Urcos Cristo blanco

Nella Plaza de Armas c’è una bella chiesa:

Urcos Chiesa

Un monumento ricorda le lotte degli inca contro i conquistatori spagnoli:

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Un simpatico cartellone ricorda a tutti gli uomini di rispettare le donne e di non considerarle un puro oggetto di arredamento della casa:

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Ci rimettiamo in cammino e, dopo appena sette chilometri, arriviamo a Andahuaylillas (da non confondere con Andahuaylas, a ovest di Cusco) una bella località a sud-est di Cusco, abitata da 3000 anime:

Andahuaylas_panoramic_view

Andahuaylas_Central_Plaza

Andahuaylas_Central_Plaza_Statue

Andahuaylas_taxi

A Andahuaylillas c’è la splendida Chiesa di San Pedro, considerata la Cappella Sistina d’America:

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Purtroppo all’interno della chiesa non è possibile fotografare e anche su Internet non esistono immagini decenti da farvi vedere. Costruita dai gesuiti nel XVII secolo, la chiesa ospita molte sculture e numerosi quadri fra i quali una notevole tela dell’Immacolata Concezione di Esteban Murillo. Le decorazioni barocche sono di grande impatto visivo. Di fianco al sagrato c’è un famoso albero fiorito che, se non ricordo male, è stato piantato all’epoca della costruzione della chiesa:

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A questo punto non manca molto alla Valle Sacra per concludere la giornata. Risaliamo sul pulmino e facciamo quest’ultimo tratto di strada sapendo che presto potremo riposare in albergo per prepararci ai nostri due ultimi importantissimi giorni in Perù. Qualcosa però sembra andare storto, infatti lasciamo la via asfaltata e ci immergiamo in una campagna desolata e polverosa dove, a parte qualche cane randagio, non si vedono anime vive. La strada sterrata è piena di buche che fanno sobbalzare in modo esagerato sia il nostro mezzo che noi stessi. Le poche case che incontriamo sono le classiche e fatiscenti casupole a un solo piano che abbiamo visto in tutte le periferie delle città peruviane. Ovvio che il pensiero che attanaglia le menti dell’intrepido gruppo è: dove diavolo ci stanno portando?

Forse abbiamo sbagliato direzione, infatti al primo contadino che incontriamo l’autista si ferma per chiedere informazioni, ottenendo una risposta in una lingua che nessuno di noi capisce… Purtroppo la strada è proprio questa, perché al primo slargo possibile non torniamo indietro ma proseguiamo ancora verso il nulla. Dopo una mezz’ora di questa sofferenza e con lo stomaco ormai in gola arriviamo a un’alta recinzione in muratura a cui si accede tramite un imponente cancello che ci viene aperto suonando diversi colpi di clacson. Ciò che ci appare è un paradiso davvero impensabile in quella zona desolata che abbiamo appena attraversato:

Hotel La Hacienda del Valle

Hotel La Hacienda del Valle1

Hotel La Hacienda del Valle2

Hotel La Hacienda del Valle4

Il nome dell’albergo è La Hacienda del Valle ed è situato nella località di Yanahuara a 20 minuti dal centro di Urubamba, un paese bagnato dal fiume sacro che ha il suo stesso nome. In quest’albergo a quattro stelle dormiremo due notti.

Urubamba

Chi desidera approfondire questa parte del viaggio può cliccare sull’immagine che segue:

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Arrivederci alla prossima puntata.

Nicola

Crediti: Foto originali di proprietà di Barbara e Sergio, Giorgio e Chicca. Alcune immagini di repertorio le ho scaricate da Internet. Il filmato è stato girato da me.

Per la gioia di amici e detrattori, riprende, nel 2016 da poco iniziato, il racconto della mia vita in famiglia e fuori casa. Spero che tutti abbiate passato delle buone feste e abbiate ricevuto dei fantastici regali. Durante il mese di dicembre io mi sono comportata benissimo in casa e a scuola: zero capricci, ho studiato, fatto i compiti, ho mangiato sempre le verdure (bleah!) senza fare una piega, ma, a quanto pare, non è servito granché.

A sentire mamma, io sono già grande e devo accettare che Babbo Natale e la Befana non esistano, però a me non importa se queste due speciali persone sono un’invenzione consumistica oppure no, basta che qualcuno nelle festività a loro dedicate mi faccia dei regali bellissimi, di buon gusto e… costosi. Quest’anno non è andata molto bene: i miei genitori e gli amici sono stati decisamente tirchi e ho ricevuto poco o niente. Mamma, con scarsissima fantasia, mi ha regalato un maglione; papà (dimostrando che anche i papà bellissimi, a volte, non sanno che pesci pigliare) due libri (Piccole donne e Piccole donne crescono); Marco, un borsellino rosa per le monete; le compagne di scuola, forse perché non siamo ancora entrate in amicizia, nulla.

Volete sapere se io ho fatto dei regali? Ovviamente, dato che la mia paghetta settimanale è modesta, ho dovuto tenere un profilo piuttosto basso. A mamma, ho donato due pattine da cucina, comprate al mercatino rionale; a papà, un mio disegno colorato e firmato; a Marco, un tris di baci perugina, nella speranza che capisca il messaggio sottinteso… e si svegli un po’ di più.

A voi, cari amiche/amici di Rete, regalo cinque mie nuove (dis)avventure con la speranza che vi piacciano e vi facciano sorridere almeno un pochino.

Baci e abbracci a tutti.

Betta

Striscia 35 - 2015

Striscia 36 - 2015

Striscia 37 - 2015

Striscia 38 - 2015

Striscia 39 - 2015

Arrivederci alla prossima puntata!

Betta

Venerdì, 4 Settembre 2015, Puno.

E’ la prima volta, in Perù, che dormiamo a una certa altitudine e, per quel che mi riguarda, non è stata una gran bella notte: ho avuto difficoltà di respirazione e mi sono svegliato parecchie volte per andare in bagno. Così, alle 6.30 quando è suonata la sveglia, non mi sento granché in forma, ma, sollecitato dalla mia signora, faccio buon viso a cattiva sorte e mi preparo per scendere a fare colazione in albergo e lì, come prima cosa, mi bevo quell’infuso salvifico a base di acqua calda e foglie di coca che, a detta della guida, dovrebbe darmi nuova energia per affrontare la giornata. In realtà non provo nessuna scossa elettrica al fisico poiché la cosiddetta mate-coca che danno gratuitamente ai turisti nei bar degli alberghi altro non è che una tisana calda. Comunque sia, alla fine di un’abbondante colazione, ogni malessere è scomparso e mi sento pronto per partire. Alle 7.30 arriva la guida con il pulmino per portare l’intrepido gruppo a un imbarcadero sul lago Titicaca. Qui saliamo su un piccolo battello che ci condurrà alle islas flotantes, (isole galleggianti) abitate dagli Uros, una comunità che, secoli fa, per sfuggire alle aggressioni degli inca, le costruirono utilizzando canne galleggianti totora che si trovano in abbondanza nello stesso lago.

Le canne tendono a marcire nel tempo per cui gli Uros di tanto in tanto devono provvedere a tagliarne di nuove e a disporle sopra le vecchie. Quando sbarchiamo su una delle isole (fino a oggi se ne contano 87) sta piovendo ed è un pochino problematico camminarci su. Sembra di essere, se mi è permesso il paragone, su un materasso ad acqua, per cui occorre stare attenti a non cadere o a inciampare malamente. Veniamo accolti da un gruppo di simpatiche signore abbigliate nei loro costumi tradizionali molto colorati e condotti all’interno di una loro casa tipica (una capanna costruita con canne), dove ci viene spiegato in lingua aymara (con traduzione simultanea da parte della guida) come vivono e cosa mangiano gli appartenenti alla comunità.

Le due precedenti foto sono tratte da Internet in quanto la pioggia ci ha impedito di farne di nuove al nostro arrivo. Solo verso la fine della visita il tempo è cambiato e ci ha permesso di prendere qualche istantanea prima di ripartire con il battello:

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Questo è il pavimento delle isole galleggianti: un tappeto di canne…

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Questa bella e sorridente signora Uros ci sta spiegando il metodo usato per costruire l’isola e far sì che non affondi. In un’estesa riserva ecologica presente nel lago:

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essi tagliano e raccolgono un certo numero di parallelepipedi galleggianti (altro non sono che le radici delle canne stesse):

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Legando fra loro questi parallelepipedi, ottengono un insieme galleggiante piuttosto robusto:

Con le canne formano delle fascine e le sovrappongono ai parallelepipedi, alternandole come direzione in modo da non lasciare spazi vuoti, ottenendo così il pavimento su cui muoversi. Man mano che, a causa della pioggia, le canne del pavimento marciscono, aggiungono delle nuove fascine e la vita dell’isola può continuare. Queste piattaforme galleggianti vengono ancorate come una qualsiasi nave, altrimenti il vento e le correnti del lago le sposterebbero velocemente dalla loro posizione di partenza. Una torre di vedetta permette di controllare la situazione logistica della propria isola e delle isole vicine:

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La barca che si vede nella foto (anch’essa fatta di canne e quindi soggetta a deperimento) viene usata per la pesca, attività che fornisce gran parte del cibo giornaliero di questa popolazione. Vicino alla radice le canne totora sono commestibili e la guida, per dimostrarlo, ne ha staccato un pezzetto e se l’è mangiato. Poi ne ha offerto un po’ anche a noi… ma tutti abbiamo cortesemente rifiutato. Sorpresa

Di barche ce ne sono di vario tipo e vengono adoperate per far fare ai turisti, a pagamento, dei giri sul lago:

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Gli Uros per le attività giornaliere usano invece barche più moderne, spesso motorizzate e meno deperibili…

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Ecco l’interno di una casa:

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Un bar per turisti con un tetto più solido:

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Terminata la visita alle isole galleggianti, risaliamo sul battello e facciamo rotta verso l’isola di Taquile, a una ventina di km. da qui. L’acqua del lago Titicaca al momento è quieta e così la moglie del guidatore del battello può dedicarsi in santa pace al suo lavoro di uncinetto:

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Dopo circa due ore di navigazione arriviamo sull’isola:

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Un cartello ci dà il benvenuto e ci avvisa di non regalare caramelle ai bambini e, se possibile, di evitare di fotografarli, a meno di non dare loro una piccola mancia…

Per arrivare nel centro del paese ci aspetta un panoramico sentiero lastricato con una pendenza terribile adatta a persone allenate alle passeggiate in montagna e finalmente capiamo perché la nostra guida porta in spalla una bomboletta di ossigeno! Vi ricordo che qui siamo quasi a 4000 metri sul livello del mare e non poche volte qualche turista ha avuto problemi di respirazione nell’affrontare questa salita:

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Si capisce che la salita è dura? Con la lingua fuori

Fortunatamente l’intrepido gruppo sopporta bene la fatica e, ancora vivo, arriva al traguardo dove ci aspetta una moltitudine di abitanti dell’isola del tutto indaffarata a lastricare la Plaza de armas. E’ un vero spettacolo vedere buona parte della comunità, uomini e donne, riunita per lavorare insieme a uno stesso progetto e, naturalmente, gratis. C’è chi scava, chi raccoglie in sacchi il sovrappiù di terra, chi taglia le pietre in misura e chi, infine, le posiziona:

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Sull’isola vive una comunità di circa 2500 persone soggette a un sistema sociale che poggia su 25 autorità (rigorosamente solo uomini) che durano in carica un anno e vengono eletti in piazza per alzata di mano. Anche i turisti presenti sull’isola al momento delle elezioni possono dare il loro voto! Le autorità sono al servizio della comunità ogni giorno per almeno tre ore, mentre per il resto della giornata possono dedicarsi agli affari della propria famiglia. Costoro si riconoscono dal tipico abbigliamento: cappello sopra la cuffia di lana e una larga fascia colorata in vita a cui è legata una speciale borsa. Nella foto sotto se ne vedono tre che sorvegliano che il lastricato venga fatto ad opera d’arte.

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Sull’abbigliamento dei taquilegni ci sarebbe da scrivere un trattato, ma, per evitare di dire inesattezze, mi limiterò a brevi accenni. Essendo persone generalmente taciturne essi lasciano che a parlare siano alcuni capi del loro vestiario. Per le donne parlano la mantella copricapo e la gonna: quelle sposate ce l’hanno entrambe nere. Guardate la foto sotto e facilmente scoprirete la donna non maritata:

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Per gli uomini dice tutto la cuffia allungata con pon pon e paraorecchie che portano sempre in testa (il cosiddetto chullo). Salvo errore o confusione, se il pon pon pende a destra del viso l’uomo è fidanzato, se pende a sinistra significa che è sposato. Se il pon pon non pende nè a destra nè a sinistra immagino voglia dire che l’uomo è libero oppure che vuole essere lasciato in pace…

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Un isolano felicemente scapolo.

Gli uomini, di norma, masticano foglie di coca e quando sono vecchi sulle loro guance si vede un caratteristico rigonfiamento:

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Quasi tutti gli anziani, per sentirsi ancora utili, lavorano all’uncinetto:

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Le donne, forse per proteggersi dal freddo, portano un certo numero di gonne e sottogonne che le fanno sembrare più grassottelle di quanto siano in realtà: che sia una malizia di queste parti per attrarre il maschio? I bambini vanno tutti a scuola e hanno la stessa divisa anche se qui non ci sono grandi differenze sociali. Sull’isola ci sono scuole fino alle classi superiori: chi vuole frequentare l’università deve andare a Puno.

Una volta alla settimana in piazza si celebra il baratto, cioè lo scambio di merce. La religione vigente è quella cattolica e il divorzio non è ammesso. Un uomo e una donna possono convivere e avere un figlio senza essere sposati. Il matrimonio è molto costoso in quanto si deve offrire da mangiare a tutta la comunità. Si parla di circa una quarantina di pecore da dare in pasto ai partecipanti alla grande festa di nozze e ogni pecora costa una cifra per loro enorme (circa quaranta dollari). Di solito le nozze delle coppie che convivono vengono organizzate dopo la nascita di un figlio. Da fidanzati o conviventi è possibile lasciarsi ma, una volta sposati non è più permesso. Il coniuge che desidera separarsi deve lasciare l’isola per sempre e andare a vivere altrove.

Pur avendo a disposizione un lago ricco di pesce, la popolazione di Taquile non ama la pesca, preferisce coltivare la terra (la presenza delle terrazze di origine pre-inca ne è il segno evidente) e allevare il bestiame. L’unico albero che attecchisce qui è l’eucalipto, il resto della vegetazione è composto da arbusti tipici di un territorio desertico.

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Sull’isola non ci sono ristoranti ma le famiglie a turno ospitano gruppi di turisti dietro il pagamento di una somma piuttosto modesta.

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A noi hanno offerto pesce non pescato da loro ma acquistato a Puno, riso in bianco e tre tipi di patate. Una con la buccia marroncina come le nostre, ma più piccola, una dalla buccia viola e un’altra a forma di carota, tutte cotte al vapore. Io le ho assaggiate ma non ce l’ho fatta a finirle: avevano un sapore indefinibile e non propriamente gradito al mio palato che rifiuta cibo sconosciuto. Ma, come ormai sapete, quanto a gusto io non faccio testo.

Terminata la visita a Taquile, non ci resta che riprendere il battello per tornare a Puno. Prima di raggiungere l’albergo, gironzoliamo un po’ nella via principale della città. La strada è piuttosto affollata e con grande sorpresa notiamo che diversi ristoranti sono gestiti da italiani o figli d’italiani, provenienti dal Veneto:

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Siccome oggi mi sono dilungato troppo, chi vuole approfondire la conoscenza degli Uros e delle loro isole galleggianti, osservare dal vivo la comunità che vive sull’isola di Taquile e dare un’ulteriore occhiata a Puno, una città di circa 180.000 abitanti, può cliccare sull’immagine che segue e guardare il filmato relativo a questa nostra giornata in Perù:

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Appuntamento alla prossima puntata!

Nicola

Crediti: le foto di questa puntata, a parte le prime due, sono tutte originali e scattate da Barbara e Sergio, Giorgio e Chicca. Il filmato, come sempre, è stato girato ed elaborato da me.

Per quei pochi amici che non conoscono il latino e, per introdurvi subito nell’esprit lieve del post odierno, questa potrebbe essere la traduzione del titolo: Tota erras via = Non ne imbrocchi mai una.

Per evitare equivoci, la persona che non ne ha mai azzeccata una in vita sua sono io. Vogliamo brevemente approfondire questo discorso?

A detta di molti ero nato con il numero necessario e (forse) sufficiente di neuroni per poter studiare e riuscire facilmente a laurearmi nei dovuti tempi. Ma qual è stata la facoltà universitaria che scelsi alla fine del liceo scientifico? Optai per Ingegneria Elettronica, cioè una branchia scientifica, quando in realtà io amavo tantissimo leggere e scrivere, dal momento che, più che divertirmi con i numeri, la mia mente viaggiava spesso e volentieri nel variegato mondo della fantasia.

Errare Umanum Est

Dopo una lunga, onesta, quanto anonima carriera in un mondo lavorativo dove è  importante saper usare più le mani che il cervello (o al più, dove il cervello è usato in massima parte per guidare le mani e le gambe), una volta entrato in pensione, ho creduto di potermi finalmente dedicare, anima e corpo, a quella che supponevo fosse la mia vera attitudine, cioè affrontare con gioia e intima soddisfazione il mondo letterario. Per mia libera scelta ho speso un certo numero di anni della terza età scrivendo libri che avrebbero dovuto regalarmi – in vecchiaia – quella fama che mi era stata negata in gioventù per colpa di un’errata valutazione delle mie effettive capacità mentali.

Niente di più sbagliato.

La tanto agognata fama letteraria non è arrivata, così, dopo alcune cocenti delusioni, ho scoperto che, in realtà, avevo avuto maggiori soddisfazioni a praticare l’ingegneria piuttosto che passando le mie senili giornate a scrivere libri che, pur avendo un certo intrinseco valore, ben pochi avrebbero mai letto. Ciò significa che, ancora una volta, non ne avevo imbroccato una, pur conoscendo a memoria le geniali dritte di quest’antico volume che troneggia nella mia biblioteca:

Infallibilità

Un altro grosso errore della mia vita è stato l’avere creduto (e sostenuto) di essere un fine psicologo, cioè un uomo in grado di capire immediatamente la personalità della gente con cui entravo in contatto e di intuirne, in anticipo, mosse e contromosse. In realtà quelle persone agivano in un modo  – quasi sempre – diverso da come avevo supposto io.

Cioè anche in questo caso ho sbagliato tutto.

Alla mia età, non essendo possibile tornare indietro, è arrivato il momento di dare un’ultima chance a me stesso. Dal 2016 in poi intendo passare il tempo che mi resta godendomi la vita senza pensare più in grande, affrontando in allegria qualsiasi iniziativa che la mia feconda mente voglia, da oggi in poi, escogitare. Sbagliato o giusto, sciocco o intelligente ciò che farò in futuro, da parte mia non ci saranno recriminazioni o pentimenti. Ci riuscirò a comportarmi con così tanta libertà di pensiero?

Beh, comunque provarci non costa nulla.

Termino questo mio pistolotto d’inizio d’anno raccontandovi cosa è successo mentre festeggiavo con amici di vecchia data l’arrivo del 2016: ai primi fragorosi petardi scoppiati allo scoccare della mezzanotte, il cane di una mia simpatica ospite ha fatto un’enorme cacca nell’ingresso del mio appartamento.

Quanto è accaduto significa che nel 2016 avrò grande fortuna o, al contrario, sarà un anno di m… ?

Visto che finora sono stato uno che tota erras via… non mi azzardo a fare previsioni. Vada come vada, vi chiedo una gentilezza:

Non dare consigli1

A spingermi a questo importante cambio di vita è stato un fantastico pensiero di Confucio: “Quando incontrerai qualcuno persuaso di sapere tutto e di essere in grado di fare tutto, non potrai sbagliare: costui è un imbecille.”  Sorriso A bocca aperta Occhiolino

Buon e allegro 2016 a tutti!

Nicola