Archivio per novembre, 2016

Siracusa, 29 Maggio 2016, Domenica

    Questa mattina, Chicca e io ce la prendiamo comoda perché l’appuntamento con gli amici Teresa e Peppino è fissato per le 11.30 in piazza del Duomo per seguire insieme la Santa Messa. Ogni tanto anch’io sento il bisogno di purificare la mia anima di peccatore incallito assistendo al rito religioso a cui, da bambino, sotto l’occhio vigile di mia mamma, partecipavo in tutte le festività comandate.

    Usciti dal Duomo, subito alla sua destra, ci soffermiamo ad ammirare l’imponente Palazzo Arcivescovile con a fianco l’Ipogeo, e poi facciamo quattro passi in direzione della vicina Chiesa di Santa Lucia alla Badia dove c’è La deposizione di Santa Lucia, il famoso quadro di Caravaggio di cui ho parlato nella prima puntata di questo reportage. Tornati sui nostri passi, nell’angolo nord occidentale della piazza incontriamo il Palazzo del Senato.

Piazza del Duomo Siracusa

Palazzo del Senato – Duomo – Palazzo Arcivescovile – Ipogeo – Chiesa di Santa Lucia alla Badia

    Prendendo poi le viuzze dell’isola dell’Ortigia raggiungiamo il lungomare del Porto Grande e qui incontriamo la Fonte Aretusa. Nel volume Itinerari del Touring Club leggo che “La ninfa Aretusa, ancella di Diana Artemide dea della caccia, si gettò in mare dalle coste dell’Elide (regione storica della Grecia) per sfuggire al dio fluviale Alfeo e ricomparve a Ortigia sotto forma di fontana. Qui il fascino del mito, celebrato da Pindaro e Virgilio, si sposa alla bellezza della natura per fare di questa millenaria sorgente uno dei luoghi più incantevoli di Siracusa”. Nelle acque della fonte, oggi salmastre, vegetano alti papiri caratteristici di questa parte della Sicilia.

Siracusa - Fonte Aretusa IMG_1419

             Fonte Aretusa                                  Terrazza con vista sul Porto Grande

    Poco più in là una vasta terrazza panoramica ci permette, in assenza di foschia, di allungare il nostro sguardo sull’insenatura del Porto Grande fino a incontrare i Monti Iblei e l’Etna. Giusto il tempo di scattare delle foto e poi, percorrendo via Landolina, ritorniamo verso Piazza del Duomo dove incontriamo il Palazzo Chiaromonte e, a seguire, il Palazzo Beneventano del Bosco dalla possente facciata settecentesca e, di fronte, sul lato che si affaccia su via Minerva, il Palazzo del Senato.

Siracusa - Palazzo Chiaramonte

Palazzo Chiaramonte

Siracusa - Palazzo beneventano del Bosco Siracusa - Palazzo del Senato Piazza Duomo

          Palazzo Beneventano del Bosco                                 Palazzo del Senato

    Percorrendo via Roma raggiungiamo Piazza Archimede al cui centro è situata la Fontana dedicata a Diana Artemide che, insieme alle sue adoranti ancelle, sotto qualsiasi tempo e stagione, espone generose nudità. La piazza è circondata da imponenti palazzi in stile gotico e tra questi segnalo Palazzo Lanza e Palazzo Platamone, oggi sede della Banca d’Italia. Proseguendo, raggiungiamo le rovine del Tempio di Apollo, della cui antica maestosità non rimangono che poche tracce.

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Fontana di Diana Artemide

Siracusa - Palazzo Lanza Siracusa . Palazzo dell'orologio-Palazzo Platamone

                   Palazzo Lanza                                             Palazzo Platamone

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Rovine del Tempio di Apollo

    Arrivata l’ora di pranzo ci rechiamo a casa di Teresa e Peppino dove ci attende una tavola imbandita con ogni ben di Dio nella spaziosa e scenica terrazza che impreziosisce il loro appartamento.

TerrazzaPeppinoSiracusa

   Alle tre lasciamo i nostri amici e torniamo in albergo per un riposino ristoratore (alla nostra tenera età appisolarsi è un bisogno vitale) che ci predispone corpo e spirito per potere affrontare, fra non molto, la seconda tragedia in programma nel teatro greco di Siracusa: l’Elettra di Sofocle con la regia di Gabriele Lavia. Detto inter nos questa rappresentazione mi è piaciuta meno dell’Alcesti. Gli attori, tutti, mi sono sembrati un tantino esagitati. Non per loro colpa, io credo che quella fosse la cifra interpretativa richiesta da Lavia, noto e alquanto focoso regista.

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Elettra di Sofocle

Siracusa, 30 maggio 2016, lunedì

    Oggi Peppino e Teresa hanno diversi impegni personali, perciò lasciano liberi me e Chicca di visitare il Parco Archeologico della Neapolis:

Parco Archeogico della Neapolis

Parco Archeologico della Neapolis 

    Per arrivarci prendiamo un comodo autobus (Bus 2 rosso) che si ferma presso il ponte Umbertino che collega l’isola di Ortigia alla parte di Siracusa sulla terraferma. Il primo impatto con il parco è deludente. Visitiamo velocemente i resti di antiche costruzioni invase da cespugli arbusti che le ricoprono e che quasi impediscono al visitatore di rendersi conto del grande splendore di questa zona. Le cose cambiano radicalmente quando incontriamo il monumento più rappresentativo del parco, il Teatro Greco dove, nelle due serate precedenti avevamo assistito all’Alcesti e all’Elettra. Il vantaggio è che ora si può ammirare il teatro vuoto, visto dall’alto di una vasta terrazza pianeggiante che lo sovrasta e sul cui fondo si trovano grotte e antichissime cave di pietra.

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Teatro Greco

    Proseguendo la visita raggiungiamo l’enorme cavea dell’Anfiteatro Romano che, all’epoca, poteva contenere fino a 15.000 spettatori. Costruito da Ierone nel II secolo d.C., al suo interno si svolgevano i combattimenti dei gladiatori e le corse dei cavalli. L’anfiteatro fu quasi completamente distrutto dagli spagnoli nel XVI secolo per utilizzarne le pietre nella costruzione delle mura difensive di Ortigia. Nella foto qui sotto l’anfiteatro ha un bell’aspetto, in realtà, come ho detto prima, oggi è quasi irriconoscibile, nascosto com’è alla vista da sterpaglia e rovi.

Siracusa - Anfiteatro Romano

Anfiteatro Romano

In vicinanza dell’anfiteatro si trovano i resti dell’Ara di Ierone II, un enorme altare sacrificale del III secolo a.C., le cui dimensioni di 198 metri in lunghezza e di 23 metri in larghezza permettevano l’uccisione, durante un’unica cerimonia, di centinaia di buoi.

Siracusa - Ara di Ierone

Ara di Ierone II

    Il complesso più famoso del Parco è la Latomia del Paradiso, un esteso insieme di grotte e di lussureggianti giardini, ottimamente curati, dove Chicca e io abbiamo scattato un gran numero di foto perché ogni angolo di visuale è così affascinante da meritare di essere ripreso e memorizzato. Qui si trova il famosissimo Orecchio di Dionisio, così chiamato dal Caravaggio, e così è conosciuto tuttora nel mondo per la sua caratteristica di somigliare proprio a un orecchio umano. Si tratta di una grotta alta 23 metri, buia e poco profonda dalle notevoli proprietà acustiche che termina in alto con una piccola apertura da dove, come narra la leggenda, il tiranno Dionisio ascoltava i discorsi dei prigionieri rinchiusi lì dentro. Con una breve occhiata alla cosiddetta Tomba di Archimede e alla Grotta dei Cordari termina il nostro percorso all’interno del parco archeologico della Neapolis

Siracusa - Latomie Orecchio di Dionisio

                    Latomia del Paradiso                                         Orecchio di Dionisio

Siracusa - Tomba di Archimede a Neapolis Siracusa - Grotta dei Cordari

                 Tomba di Archimede                                Grotta dei Cordari

    Una volta tornati sull’isola di Ortigia (Siracusa vecchia) ci rechiamo da Teresa e Peppino i quali, terminati i loro impegni mattutini, hanno trovato il tempo di prepararci una sostanziosa cena con prelibatezze locali. Termina così la seconda puntata del reportage. Per chi volesse guardare dal vivo le nostre pellegrinazioni in Siracusa e dintorni non deve far altro che cliccare sulla foto sottostante. Delle preziose e quasi inedite musiche vi accompagneranno in questo breve tour.

Trinacria

     Alla prossima!

     Nicola

    Crediti: Le informazioni storiche le ho trovate su Wikipedia che ringrazio caldamente e su altre pubblicazioni specifiche su Siracusa e sui luoghi descritti nel post. Si tratta di volumetti stampati da editori isolani e a loro va il mio grazie: OGB Officina Grafica Bolognese per il Parco Archeologico della Neapolis; Lonely Planet e Itinerari del Touring Club per la Sicilia in generale. Alcune immagini le ho reperite su Internet sul sito del Progetto Smart Cities. Le foto originali sono di mia moglie Chicca, mentre i filmati su YouTube sono miei.

Carissime amiche e carissimi amici, come state?

E’ un po’ che non ci sentiamo e devo dire che le cose si stanno mettendo molto male per me. La notizia dell’arrivo di un fratellino (o di una sorellina), purtroppo, è confermata e io, ormai, non posso più farci niente, se non prepararmi al fattaccio e cercare di mettere dei punti fermi in casa per non farmi travolgere dagli avvenimenti. I grandi, a volte, non capiscono le esigenze e le priorità dei propri figli e si comportano come se noi non contassimo niente nel ménage famigliare, tipo chiederci, prima di prendere “certe” iniziative, se vogliamo che la popolazione mondiale aumenti di un’unità… quando siamo già così in tanti!

Vabbè, dovrò farmene una ragione.

Baci, baci.

Betta

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Striscia 75 - 2015

Arrivederci alla prossima puntata!

Betta

    Oggi, osservando la parte sinistra della home page del mio blog qui sulla piattaforma WordPress, mi sono accorto di avere raggiunto un traguardo che, a prima vista, sembra essere davvero riguardevole.

    Orpo! ho esclamato con malcelato orgoglio.

    Chi l’avrebbe mai detto che, con le mie facezie lanciate quasi settimanalmente nell’immenso oceano web, avrei raggiunto più di 500 individui! Tra questi ci sono uomini e donne in carne e ossa che conosco e frequento nella vita reale ma, in maggioranza, ahimè, si tratta di conoscenze puramente virtuali.

    Quasi volando a 10 centimetri dal pavimento (purtroppo il soffitto di casa mia non è altissimo) sono andato in cucina, ho stappato una bottiglia di champagne (una di quelle costose che tengo in serbo solo per le grandi occasioni) e con due flûte di puro cristallo di Boemia sono andato in soggiorno dove mia moglie dormiva della grossa davanti alla televisione. L’ho svegliata con delicatezza e le ho spiegato le ragioni dei festeggiamenti in corso. Lei ha aperto un occhio, ha afferrato la flûte, ha bevuto con grande piacere lo champagne francese e si è riaddormentata di nuovo subito dopo avere sentenziato: "Avrei preferito che tu avessi vinto al lotto, così potevamo cambiare la nostra auto vecchia di 15 anni!"

     Dunque, dalla mia signora non ho ricevuto né baci e abbracci né complimenti per il traguardo raggiunto dal mio blog. Di colpo sono ritornato con i piedi per terra e ho capito che la mia gioia di qualche istante prima era esagerata e che il traguardo raggiunto non era quella gran cosa da festeggiare…

    Tornato davanti al portatile ho riaperto WordPress e sono andato nella sezione relativa all’amministratore del mio sito dove vengono elencati tutti gli indirizzi web dei miei seguaci. Ne ho scelto uno a caso e sono andato a visionare il relativo blog. Sorpresa: il blog era inesistente!

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    Ne ho aperto un altro, sempre a caso, e questo risultava expired da 71 giorni:

Cattura 

A questo punto mi è venuto un angosciante sospetto e così, armato di santa pazienza, ho cliccato, uno per uno, su tutti gli indirizzi dei miei followers ed è risultato che quasi il 90% dei 500 simpatizzanti o avevano chiuso il proprio blog o non l’avevano aggiornato da un sacco di tempo, forse disamorati dal fatto di avere pochi commenti e scarse visualizzazioni.

    Mi sono cadute, letteralmente, le braccia…

    Inevitabilmente mi sono chiesto: “Perché WordPress non aggiorna il suo database, cancellando i siti inattivi o, al limite, eliminando quelli che non esistono più?”. Uno come il sottoscritto finisce per montarsi la testa credendo di avere tanti affezionati lettori quando, in realtà, su 500 in portfolio, a seguirmi (quando va bene) sono una cinquantina di persone e a leggermi con attenzione/a commentarmi sono (al massimo) una decina. I like di simpatia di certo mi fanno piacere, ma è inutile contarli perché, spesso, sottintendono veloci passaggi senza lettura, cioè sono un puro segno di gentilezza nei miei confronti. I miei post, cosa ormai nota, prevedendo più videate, si possono apprezzare (poco o tanto) solo soffermandosi nel sito diversi minuti.

    Nell’analisi eseguita andando a sbirciare nei siti dei miei 500 followers, ho individuato alcuni blogger russi, alcuni spagnoli, tedeschi e americani: tutta gente simpatica e carina ma che non capisce una sola parola d’italiano e che, difficilmente, possono appassionarsi ai pensieri e alle divagazioni del Signor Giacomo. Fra questi 500 seguaci ho scoperto parecchi blogger che presentano unicamente un loro libro auto-prodotto; dei fotografi bravi ma che pubblicano solo loro foto; alcuni promoter di ditte sartoriali, di prodotti di bellezza femminile, di palestre che offrono sconti ai nuovi clienti, eccetera. Mi pare poco probabile che tutti questi signori e signore possano perdere tempo a leggere i miei lunghi post settimanali…

    Perché, allora, si sono iscritti al mio blog? mi domando. Ovvio che la loro iscrizione non è stato altro che un tentativo di promuovere se stessi o la propria attività imprenditoriale. Infatti la netiquette consiglia di andare almeno una volta a ringraziare del gradito passaggio chi si iscrive al tuo blog. Detto brutalmente, si tratta di spam che non dovrebbe esistere su una piattaforma di prestigio come WordPress che ha la missione di accogliere gente appartenente alla categoria dei blogger, cioè di persone che amano scrivere/leggere e scambiare opinioni sui vari post che vengono pubblicati ogni giorno.

    Nell’elenco dei miei seguaci, infine, ho trovato una folta schiera di bravi e (più o meno) famosi blogger che hanno un bellissimo sito tenuto aggiornato con regolarità, che possono vantare moltissimi commenti e un numero spropositato di aficionados ma che, purtroppo, non amano contraccambiare le visite ricevute.  Con il banale trucchetto dell’iscrizione a un blog, seguito da uno o più like, attirano gente nel proprio sito, la affascinano con la loro bravura, la convincono a iscriversi, aumentando così il target del loro blog, ma poi non contraccambiano mai l’amore e la considerazione appena acquisita. Questi blogger, però, posso giustificarli: avendo tanti commenti a cui rispondere non hanno il tempo materiale di contraccambiare le visite che ricevono. Se lo facessero, sarebbero costretti a stare tutto il santo giorno collegati a Internet.

   Ci sono poi quelli che hanno smesso di seguire il mio blog perché non gradiscono più ciò che pubblico. In questo caso non posso farci niente, però credo che sarebbe più corretto se costoro cancellassero l’iscrizione dal sito che non intendono più visitare, rendendo così davvero onesto e reale il numero di followers che tanto ingolosisce noi (piccoli) blogger.

    E’ ovvio che non si può piacere a tutti. Succede anche ai grandi scrittori-comunicatori di stancare i propri lettori o di avere dei detrattori, ma a me farebbe meno male se un eventuale giudizio negativo sui miei post venisse dichiarato non con l’indifferenza-assenza, ma spiegando il proprio pensiero chiaramente nei commenti, convinto come sono che una critica ben documentata può solo far crescere chi mette in pubblico i propri scritti.

    Termino questa (noiosa) analisi dei dati statistici del mio blog ringraziando con tutto il cuore chi mi segue con costanza e che, di tanto in tanto, spende parte del proprio prezioso tempo per leggere e commentare i miei post. Dunque, è con questi 30/40 amici che oggi festeggio, con grande allegria, un traguardo piccolo ma per me importante, fregandomene altamente dei cosiddetti followers fantasma…

Brindiamo

   

Alla prossima.
Nicola

Crediti: alcune delle immagini pubblicate nel post le ho trovate su internet e ai rispettivi autori va il mio più sentito grazie.

Il momento che stiamo vivendo è bruttissimo non solo per la cattiva situazione economica che c’è in molti paesi del mondo, compreso il nostro, ma anche per le terribili guerre che si stanno combattendo non lontano da noi. I morti e i feriti nei combattimenti ormai non si contano più e non fanno più nemmeno notizia sui giornali o sui telegiornali. Se potessi, con una bacchetta magica, farli terminare non ci penserei nemmeno un istante.  Vivere in pace sul nostro martoriato pianeta è un’utopia che i signori della guerra disdegnano a priori. Eppure la pace, a parole, la sostengono tutti…

Per distogliere dalla mente questi tristi pensieri, faccio ricorso a un breve capitolo del primo libro che ho scritto parecchi anni fa ricordando una guerra particolare e abbastanza cruenta, ma senza morti e feriti, a cui ho assistito quand’ero bambino.

Buona lettura.

Nicola

La guerra del latte

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L’estate del 1952 si presentava, in modo non difforme da tutte quelle precedenti, calda, stupendamente oziosa, inframmezzata dai soliti lavoretti fatti giusto per non dispiacere ai nonni che lo ospitavano nella masseria a Incoronata in Puglia.
I nonni confidavano molto in Nicola e nella sua capacità di affrontare con grinta la vita. Spettava a lui, in un futuro non lontano, portare la famiglia a un livello sociale più elevato e questo lo obbligava, quasi sempre, a comportarsi in modo da non deludere le loro aspettative.

Per nonno Pietro, Nicola da subito era diventato “il nostro ometto”.

Una simile definizione, se da un lato soddisfaceva la parte più profonda del suo io infantile, dall’altro, gli andava stretta e insopportabile proprio per la responsabilità che essa comportava. Lui avrebbe preferito mille volte di più potersi abbandonare a quelle gratificanti marachelle che sono il vero pane dei bambini della sua età.

Nonostante avesse solo dieci anni, Nicola aveva capito che conveniva dare ai nonni e ai genitori un’immagine di sé il più possibile rassicurante e matura: ciò faceva distogliere il loro sguardo vigile dalla sua persona quel tanto da permettergli un certo margine di manovra. In quei momenti di distrazione familiare, rari in verità, dava il meglio di sé e riusciva a godere di tutte le opportunità che la libertà e la sua fantasia gli offrivano.

Proprio in quei momenti nascevano le “azioni avventurose” più belle.

Con tale espressione, lui e il cugino Pietro, indicavano quei comportamenti che, una volta scoperti, avrebbero avuto ben altri appellativi e sarebbero stati salutati a scapaccioni e non certo a battimani.

Una di queste azioni, rimasta negli annali della famiglia Losito, fu la cosiddetta “guerra del latte”.

Ogni estate, alla masseria si riuniva una folla di parenti provenienti da diverse città d’Italia. I nonni Palmieri avevano generato sette figli e questi, sposandosi, si erano sparpagliati per tutta la penisola. La loro grande casa e le lunghe vacanze scolastiche erano il luogo e l’occasione adatti a riunirne buona parte. Nell’e¬state del ‘52 il lungo tavolo di cucina ospitava almeno venti persone tra adulti e bambini.

Fra questi c’era Pietro, il carissimo cugino di Roma.

Dopo pranzo, il nonno faceva sempre un breve pisolino seduto scomodamente sulla stessa sedia utilizzata poc’anzi per il pasto. La nonna e le donne di casa, figlie e nuore, rassettavano la cucina chiacchierando fra di loro a bassa voce per non disturbarlo. I bambini, se lo desideravano, potevano salire in camera per dormire o leggere.
In campagna non c’erano altre alternative. La temperatura esterna sconsigliava azioni più impegnative. Lui e il cugino Pietro, però, quel giorno non avevano sonno. I giornalini a disposizione erano stati letti e riletti più volte, per cui entrambi vagolavano annoiati per la cucina. Col proposito di fare qualcosa di diverso dall’ascoltare le chiacchiere delle donne, presero il corridoio che, attraverso l’atrio adibito ad attrezzeria, portava alla stalla. Anche qui, con i due cavalli da una parte e le sei mucche dall’altra, si respirava la stessa atmosfera oziosa del dopo pranzo.
Che inventare allora?
Saliti in groppa a Luna e Fiorello, da quell’alta e privilegiata posizione presero a imitare sfrenate cariche della cavalleria contro orde di indiani cattivissimi e dal volto variamente dipinto. A un certo punto, buttando l’occhio dall’altro lato della stalla e vedendo le enormi e gonfie mammelle delle mucche che ruminavano tranquille, a Nicola venne un’idea.

La comunicò al cugino e lui l’approvò immediatamente.

Fu così che i due bambini, afferrate per i capezzoli le mammelle delle due mucche più distanti e spremendole con forza diedero vita, con mirati spruzzi di latte, a una fantastica e combattutissima battaglia. Le mucche, per un po’ li lasciarono fare, poi cominciarono a dare segni evidenti di insofferenza, muggendo e scalciando nel contempo.

Era quello il momento di sospendere le ostilità e porre fine alla guerra.

La battaglia aveva però lasciato visibili macchie sui loro pantaloncini e magliette, macchie che, asciugandosi, si erano trasformate in striature giallastre accompagnate da un acre odore di latte, molto fastidioso all’olfatto. Fu questa la ragione per cui il ritorno in cucina dei due guerrieri non venne accolto con acclamazioni e applausi?
Parrebbe di sì. Il forte olezzo che viaggiava insieme a loro e la situazione disastrosa dei loro indumenti, trasformarono immediatamente l’esito della gloriosa tenzone in una storica disfatta. Mamme e nonni ci misero ben poco a capire cosa i due cugini avevano combinato nella stalla.

Nicola, rincorso da sua madre, si prese subito due solenni sculaccioni e una memorabile tirata d’orecchie. Pietro, prima che la sua potesse afferrarlo per affibbiargli la meritata punizione, fu raggiunto dal bastone che il nonno teneva sempre a portata di mano.

A quel punto successe il finimondo.

Mentre i due bambini piangevano a voce spiegata, la mamma di Pietro, offesa perché a punire il figlio fosse stato il suocero e non lei, iniziò a litigare con la madre di Nicola, colpevolizzandola per non essere mai stata capace in vita sua di bloccare in tempo le malefatte del figlio. Lei, per difendersi, contrattaccò facendo l’elenco delle cose orribili commesse da Pietro sin dal giorno della nascita. I nonni, nel tentativo di frenarle, difendendo ora uno ora l’altro dei nipoti, non fecero che provocare un ulteriore inasprimento della lite che proseguì furiosa per un paio d’ore.

Nessuno, nel frattempo, sembrava più interessarsi di Nicola e Pietro che, archiviato il pianto, si guardarono negli occhi e con gesti del capo e della mano si accordarono per salire in camera da letto e allontanarsi in fretta da un campo di battaglia diventato molto più pericoloso di quello affrontato prima nella stalla.
La guerra del latte si era rovinosamente trasformata nella ”guerra delle zie”, una battaglia così aspra e astiosa da lasciare tra le due donne strascichi e malumori mai interamente sopiti anche dopo anni di successive frequentazioni.

I due cugini, invece, amici per la pelle, nel giro di cinque minuti avevano dimenticato la punizione ricevuta. Dalla camera da letto situata proprio sopra la cucina, se la godettero un mondo nel sentire le loro madri mentre si beccavano in modo così acceso, impegnate, col procedere dello scontro, più nella strenua difesa della bontà e intelligenza del proprio figlio, che nello scusarsi del comportamento incosciente e birichino di entrambi.
Alla masseria una vera pace tornò solo al momento della partenza di Pietro per una nuova destinazione, una settimana dopo. La sua famiglia non si fermava mai per più di un mese in campagna: la loro vacanza, in agosto, proseguiva al lago di Lesina presso i nonni materni. Doversi lasciare così presto, per i due cugini era un grosso dispiacere: in barba alla nota insofferenza fra le rispettive madri, loro due si volevano un bene dell’anima. Il distacco era condito, come sempre, da lucciconi agli occhi. Per Nicola, in assenza del cugino, le “azioni avventurose” ancora possibili in quell’estate che stava volgendo al termine, sarebbero state purtroppo monche di un protagonista attivo ed efficiente.

Mio cugino, in seguito, intraprese la carriera militare in aeronautica, raggiungendo, alla fine, il grado di colonnello. Io, invece, mi laureai in ingegneria elettronica.
Da pensionati, di tanto in tanto, ci incontriamo e, come tutti i vecchi di questo mondo, spesso ricordiamo i bei tempi della nostra adolescenza.
Ci credereste?
Pietro non ha ancora dimenticato il colpo di bastone ricevuto, quella volta, dal nonno e a me provoca ancora sofferenza l’umiliante sculacciata infertami da mia madre di fronte a tutta la parentela.
Se lo incontraste e vi capitasse di parlare con lui della famosa “guerra del latte”, non dategli assolutamente retta.
Quel giorno, la battaglia con le mammelle delle mucche l’ho vinta io.
Giuro.