Archivio per la categoria ‘prosa’

Chi segue questo blog con una certa regolarità, sa già che, avendo deciso di dire addio alla scrittura impegnata, quella seria, onerosa, quella che mi spinse in passato a produrre racconti e romanzi passati quasi del tutto inosservati dal pubblico e dalla critica,  da circa un anno non scrivo più niente e sto dedicando le energie che mi restano a cercare motivi di allegria nel mondo che ci circonda. In realtà, visti i tempi orribili che corrono, faccio fatica a trovare argomenti su cui sorridere e far sorridere la gente. Dunque, ancora una volta ho scelto una strada non facile da seguire. Per fortuna, nella mia testa, accanto al pessimismo dei pensieri c’è una vena umoristica/ironica che resiste strenuamente ai colpi e ai contraccolpi della realtà ed è proprio questa che mi salva dal malessere che vedo in giro e che, di tanto in tanto, colpisce anche me. Si tratta, in definitiva, di un Terzo Occhio che vede solo il lato buono/comico della vita e che, da oggi in poi, voglio condividere con gli amici e le amiche che mi vengono a trovare settimanalmente in Rete.

La prima cosa che mi viene in mente adesso è quella di sfatare la cattiva fama che pesa su un certo tipo di donna: la suocera. Lo faccio raccontandovi i pensieri di una gentildonna della buona borghesia milanese che incontra per la prima volta un pretendente della figlia, pensieri che misi su carta una decina di anni fa durante un corso di scrittura creativa.

Suocera Anzi Tempo 

Una suocera “anzi tempo”

Su sollecitazione di mia figlia Chicca, gli avevo dato appuntamento per le quattro del pomeriggio di una domenica di gennaio. Era la prima volta che succedeva e morivo dalla voglia di conoscerlo. Ero incuriosita ma, allo stesso tempo, preoccupata dalle mie reazioni. Un errore che a ogni costo dovevo evitare era di fare la suocera prima ancora di esserlo.
"Mamma, Nicola è solo un caro amico!" aveva sempre sottolineato mia figlia. Il suo comportamento stralunato e sognante delle ultime settimane, però, raccontavano ben altro.
Alle quattro spaccate il giovanotto suonò il campanello.
Un punto a suo favore: mai fare aspettare una signora!
Ad aprire la porta avevo mandato la domestica. Un mio piccolo trucco per dargli il tempo di prendere fiato e riordinare le idee mentre raggiungeva il salotto.
"Piacere di conoscerla" disse.
Una frase di circostanza che pronunciò con un sorriso accattivante e un accenno di deferenza del capo, mentre mi stringeva la mano.
Uhmm, non male… pensai tra me e me.
L’amico della mia figliola indossava un abito scuro di buon taglio che lo slanciava e metteva in evidenza un fisico asciutto e signorile. Non altissimo, aveva però la statura giusta per Chicca.
Già me li vedevo sulla rossa passatoia della Chiesa della Passione. Sì proprio una bella coppia!
Stavo divagando alla grande e questo non era assolutamente il momento. Dopo averlo fatto accomodare in una poltrona di fronte a me, partii con l’interrogatorio.
"Come si trova qui a Milano?" chiesi.
"Spaventato. Bologna al confronto sembra un paesino!"
"A parte le dimensioni della città, come trova i milanesi?"
La mia domanda l’aveva fatto sorridere.
"A dire la verità l’unica persona che conosco qui è Chicca! I miei trenta colleghi del corso di informatica vengono da ogni angolo d’Italia, ma di Milano non ce n’è nemmeno uno! Quando ne scoprirò un altro, le sarò più preciso…"
Spiritoso il ragazzo e che sorriso disarmante! Ora capisco perché sia piaciuto a mia figlia…
Sotto i baffi alla Gengis Khan nascondeva astutamente una dentatura irregolare. A ben vedere, però quei suoi dentoni erano in perfetta sintonia con tutto il resto della faccia. Se fossero stati piccoli e diritti sono sicura che avrebbe perso buona parte della simpatia che gli sprizzava fuori parlando. Per niente imbarazzato dall’essere sotto esame, rispondeva sempre a tono, anzi spesso era lui che tentava di condurre il gioco.
Ah, i giovani d’oggi! Se penso a come era stato formale e ossequioso il mio Mario quando si presentò da mammà…
"Quali sono i suoi progetti futuri?" chiesi.
La domanda incauta mi era scappata troppo presto. Comunque, prima o poi dovevo fargliela.
"Molto dipenderà dall’esito del corso che sto seguendo. Se mi assumeranno e risulterò ben piazzato nella graduatoria di merito, avrò la possibilità di indicare la sede di lavoro che preferisco."
"Sono sicura che lei supererà brillantemente il corso. Ma se già adesso potesse scegliere, per quale città opterebbe?"
"Bologna sarebbe l’ideale. Non perché sarei vicino alla mia famiglia, ma perché Bologna è ancora una città a misura d’uomo e lì ho amicizie che risalgono all’infanzia. Purtroppo nel contratto di assunzione c’è scritto che non si può avere come sede la località di provenienza. Dovrò perciò scegliere un’altra destinazione."
"E cosa ne dice di Milano? La prego, non mi risponda che questa città piace solo a noi milanesi!"
"Ultimamente ho conosciuto una bella signorina di Milano e chissà, forse, potrei anche farmi piacere questa bruttissima città!"
Era poi scoppiato in una risata così coinvolgente che Chicca e io ne fummo contagiate. In pochi minuti e con poche parole il giovanotto aveva riempito la nostra casa di allegria.
Sì, l’amico di mia figlia non era davvero male!
Questo però non mi bastava: dovevo assolutamente scoprire se aveva dei difetti.
"Quindi lei è di origine bolognese?" domandai, giusto per avere una conferma.
"Chicca non gliel’ha detto? Io sono pugliese di famiglia, sono un terrone, come dite voi…"
Nel salotto tutto in stile ‘900, con alle pareti antichi quadri di pittori di scuola fiamminga, ci fu un momento di silenzio imbarazzato. Il giovanotto aveva pronunciato quella frase con estrema serietà. I suoi occhi fissavano i miei con ferma attenzione. Capii che aspettava la mia reazione, qualunque essa fosse. A me non andava di infierire e poi il fidanzato in pectore di mia figlia cominciava veramente a piacermi.
"Beh, nessuno è perfetto! – gli dissi sorridendo apertamente e continuai – Venga, Nicola. Si sieda qui sul divano accanto a me e mi racconti un po’ del suo paese…"

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Crediti: l’immagine l’ho prelevata da Internet supponendola libera da copyright. Il breve racconto, evidentemente, è un omaggio a mia suocera, una persona a cui ho voluto bene e che ha sempre contraccambiato il mio affetto.

Prima di iniziare il post odierno, rielaboro per voi una mail inviatami da una cara amica a cui avevo scritto di avere letto Fama tardiva di Arthur Schnitzler e di esserne stato colpito profondamente.

Fama Tardiva

“Ciò che mi hai accennato sul libro di Schnitzler, mi ha entusiasmato: me lo voglio procurare in tedesco! Deve essere stupendo. Da quel che ricordo, questo autore viennese era molto psico-orientato per cui… senz’altro deve essere riuscito ad andare veramente a fondo sull’eterna questione fama o non fama che assilla ogni scrittore che si rispetti. Quante volte abbiamo discusso questo problema io e te? Ricordo che hai sempre fatto orecchio da mercante quando ho cercato di farti capire quanto fosse sbagliata la tua ossessione per il successo letterario. Se leggendo Fama tardiva hai finalmente preso di petto questo annoso problema, tanto di cappello al libro di Schnitzler! Vuoi conoscere qualche mio pensiero al riguardo?

snoopy-scrittore-piagnone

Secondo me tu non hai mai smesso di domandarti: “Ma IO il talento ce l’ho o non ce l’ho?” e così il tuo scrivere che era sciolto quando non pensavi di diventare uno scrittore famoso (mi riferisco a Ossi di pollo, la tua prima opera) si è incriccato quando hai tentato di salire la scalinata verso gli allori. Sbaglio a dire questo? Comunque sia, non hai ancora digerito il mancato riconoscimento delle tue capacità, e questo non ti ha dato e non ti dà la serenità che occorre per affrontare altre prove letterarie. A me è capitata la stessa cosa, temo.

Anch’io ho sognato di diventare famosa e ci sono cascata in pieno nella trappola dell’EGO e, se può farti piacere saperlo, ci cascano un po’ tutti: mio padre arriva perfino a citarsi!!!!
Non c’è ragione di deprimersi: anche in altri ambiti della vita si sente la frase “Povero diavolo…” rivolta a qualcuno che si sopravvaluta. Pensi che, scrittura a parte, io non mi renda conto di quali sono i veri sentimenti degli altri nei miei confronti? Capisco molto bene persino come mi valutano. Sai quante volte ho sentito qualcosa che suonava come “Povera diavola…” mentre ero sul palco a raccogliere degli onori che non avevo cercato ma che mi erano stati insistentemente offerti, come se mi spettassero di diritto, riuscendo a convincermi di meritarli? Beh, guarda, grazie a Schnitzler, ora entrambi conosciamo la verità vera: Nessuno – intendo proprio nessuno – merita né gli onori né la compassione. È questo il trucco da applicare a se stessi e agli altri, alternativamente.

Dovrai fartene una ragione, come ho fatto io: sappi che non è difficile. La serenità è proprio dietro l’angolo. Dopo avere toccato il fondo ed essermi scontrata con l’iceberg della realtà, io ho imparato ad accettare gli altri, le loro opinioni anche se non hanno nulla a che spartire con le mie. Mille volte avrei voluto che il mondo avesse letto e apprezzato i miei scritti perché così mi sarei sentita amata e riverita anch’io, tra l’altro senza aver nemmeno il retro pensiero vagamente altruista: “Chissà se agli altri piace quello che racconto?” ma avendo in testa soltanto quello totalmente auto-centrato: “Spero di non aver commesso errori nella consecutio temporum, perché IO non posso sbagliare”. Per quel che mi riguarda, tutto questo disagio io l’ho superato. Ora è il tuo turno.

Mi dispiace tantissimo che tu stia male: per sollevarti il morale ci vorrebbe una battuta ma io non ho il tuo sense of humour e poi oggi sono troppo stanca. Un solo consiglio: perché non fai una recensione del libro di Schnitzler, una di quelle tue divertenti, ironiche e profonde?”. Poi, eventualmente, ne riparliamo…

Snoopy scrittore

Provo a seguire il consiglio della mia amica: oggi sono dell’umore giusto per abbozzare un post dal sapore ironico…

Quest’anno, a Natale, ho ricevuto pochissimi regali, però erano tutti importanti: tra questi, quello che ho apprezzato di più è stato un libro intitolato Fama tardiva di Arthur Schnitzler (sottotitolo: Storia di un vecchio poeta) edito da Guanda. 
Sapendo che in passato ho scritto un certo numero di romanzi, evidentemente chi me l’ha donato intendeva spingermi a scriverne altri, augurandomi, al contempo, una futura quanto meritata gloria letteraria, ancorché tardiva. In realtà quel breve testo di Arthur Schnitzler, medico, scrittore, drammaturgo, nato a Vienna nel 1862 e ivi morto nel 1931 è tutt’altro che di auspicio a far riprendere in mano la penna a chi, da tempo, l’ha riposta in un cassetto, non avendo mai ricevuto un qualche riconoscimento pubblico del proprio talento. Ciò affermato, e questo è il grande valore del regalo ricevuto, Fama tardiva mi ha costretto a riflettere seriamente sulle mie passioni e sulle mie speranze attuali o pregresse. Vediamo come e perché…

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Fama tardiva parla di Saxberger, un vecchio signore che in gioventù (circa trent’anni prima) aveva pubblicato un libro di poesie intitolato Passeggiate, passato del tutto inosservato dalla critica e dai lettori. Costui, visti gli scarsi risultati della sua fatica e mostrando un notevole acume, aveva prontamente abbandonato la scrittura poetica e aveva cercato e trovato lavoro come impiegato di concetto in una ditta poco distante da casa e lì stava conducendo un’onesta, serena, quanto anonima carriera.

Snoopy scrittore di pancia
Un certo giorno (la vicenda si svolge a Vienna verso la fine del 1800) un giovane aspirante poeta di nome Wolfgang Meier trova su una bancarella il libro di poesie Passeggiate, lo acquista e, dopo avergli dato una veloce scorsa, rimane folgorato dalla bravura di Saxberger. L’intraprendente giovane, allora, si mette alla ricerca dell’autore del libro e, una volta incontratolo, comincia a elogiare le sue poesie chiamandolo con enfasi maestro, insomma lo ossequia così tanto che Saxberger, dopo un’iniziale perplessità, (da tempo il vecchio poeta aveva metabolizzato che se non aveva avuto successo in gioventù significava che la sua opera valeva ben poco) comincia a pensare di essere stato trattato ingiustamente dalla critica e dai lettori e accetta di entrare a far parte di un circolo di giovani artisti (poeti, commediografi, critici) che tentano di svecchiare l’ambiente letterario viennese, da sempre restio a dare credito alle nuove generazioni di letterati.

Il circolo, che si riunisce giornalmente in un bar molto frequentato, accoglie con grande entusiasmo e riverenza Saxberger, convinto che chi, da giovane, era stato in grado di creare Passeggiate avrebbe potuto sicuramente dare lustro a una congrega di artisti alle prime armi. In un primo momento Saxberger pensa che tutti lo stiano prendendo in giro, ma i continui apprezzamenti sulla sua unica e misconosciuta raccolta di poesie sono tanti e tali che lui stesso si convince di essere davvero un maestro dell’arte poetica a cui era stata ingiustamente negata la fama che si meritava. La presenza del vecchio poeta induce i frequentatori del circolo a preparare un evento letterario in cui declamare pubblicamente alcune loro composizioni poetiche o narrative, sicuri che la notizia, fatta circolare sulla stampa locale, che allo spettacolo sarà presente colui che aveva scritto un’opera fondamentale come Passeggiate, avrebbe avvantaggiato anche loro. Il gruppo chiede con insistenza a Saxberger di scrivere nuove poesie da leggere in occasione dell’evento programmato per la fine del mese successivo, dove sarebbe intervenuta una nota attrice di teatro a leggere, da par suo, sia i componimenti dei giovani autori sia le nuove poesie del maestro. Saxberger ci si mette d’impegno, prova e riprova, ma non riesce a produrre niente di nuovo: ormai è troppo arrugginito e l’ispirazione non gli arriva nemmeno andando a passeggiare nei luoghi dove erano scaturite le sue belle poesie giovanili. Il circolo non si perde d’animo e, per andare sul sicuro, decide di far declamare all’attrice alcune delle poesie tratte da Passeggiate.

A questo punto, Saxberger si è talmente ringalluzzito da comportarsi come se fosse effettivamente un grande poeta e quindi ascolta con una certa sufficienza, ma senza criticarli con la franchezza che meriterebbero, i modesti componimenti dei giovani autori appartenenti al circolo.
Arriva, finalmente, il giorno dell’evento letterario con spettatori paganti e con la presenza anche di alcuni giornalisti. Dietro le quinte i vari autori che si presenteranno sul palco sono, ovviamente, nervosi, ma il più nervoso di tutti è il vecchio poeta, anche se, dentro di sé, è convinto che sarà lui a ricevere gli applausi più scroscianti. La manifestazione, a sentire il calore degli applausi, sembra procedere bene. Quando l’attrice termina di leggere le poesie di Saxberger, gli applausi che lui riceve, presentandosi sul palco, sono pari a quelli di tutti gli altri autori che l’hanno preceduto, però, allo scemare del battimani, una voce sommessa, proveniente da chissà dove, pronuncia, rivolta chiaramente a lui, le parole: “Povero diavolo…”.
È un vero colpo al cuore per Saxberger che si aspettava, finalmente, il dovuto riconoscimento del suo grande talento poetico! La dura realtà dei fatti raccontava, invece, che tutti i partecipanti avevano ricevuto lo stesso plauso da parte del pubblico, ma solo a lui era stato rivolto quell’odioso commento…

Il giorno dopo sui quotidiani locali più in voga si parla poco di quell’evento letterario. Solo qualche striminzito trafiletto nelle pagine di cronaca più interne. In un’importante quotidiano letterario, invece, c’è una recensione negativa in cui venivano ironizzate tutte le performances dei giovani poeti e, in più, c’era una sottolineatura del fatto che uno di questi “giovani” fosse parecchio attempato… In un altro giornale a bassa tiratura, infine, c’è una recensione blandamente positiva, rivelatasi in seguito pilotata da Meier (proprio colui che aveva acquistato Passeggiate su una bancarella) in cui il recensore tesseva lodi equanimemente rivolte a tutti, aggiungendo, però, di attendersi a breve un miglioramento effettivo delle loro prossime prove d’autore.
Una brutta batosta per l’intero gruppo, ma soprattutto una nuova sberla in faccia a Saxberger.

Costui, allora, abbandona in silenzio il circolo che tanto lo aveva osannato e se ne torna mesto mesto a casa. Lo segue soltanto il più giovane del gruppo, quello che tutti prendevano bonariamente in giro a causa delle sue composizioni ancora troppo immature. Il ragazzo chiede al vecchio poeta il favore di leggere le sue poesie per avere da lui un parere da esperto. In cambio di questo favore lui promette di leggere il suo tanto osannato Passeggiate
Così, come ultimo e definitivo smacco, Saxberger, già depresso per quanto era successo durante l’evento letterario, viene a sapere che il ragazzino e tutti gli altri componenti del circolo di giovani artisti, pur lodandolo a gran voce, non avevano mai letto nessuna delle sue poesie contenute in Passeggiate.

snoopy scrittore pieno di sé 

Scusatemi, care amiche/amici, se mi sono dilungato tanto a raccontarvi la trama di Fama tardiva, togliendovi così il gusto di acquistare e leggere quest’ottimo e sottilmente ironico libro, ma l’ho fatto di proposito perché questo testo di Arthur Schnitzler mi ha davvero illuminato. Infatti, con qualche piccolo ritocco e pensando al mio vissuto di questi ultimi anni, la vicenda del vecchio poeta mi ha fatto venire in mente il gruppo di amici che, insieme a me, aveva partecipato a un paio di corsi di scrittura creativa e che sperava tanto nel successo letterario. Mi ha ricordato la fragile amicizia che si era instaurata tra di noi e la sottile invidia che permeava dentro di me (e penso anche negli altri) quando uno del gruppo otteneva un qualsivoglia modesto riconoscimento. Arthur Schnitzler con la sua scrittura ironica e modernissima mi ha edotto sull’inutilità di insistere nella scrittura credendo di avere qualcosa di eccelso da dire, correndo il rischio di sentirsi dire da qualcuno di avere scritto unicamente delle banalità. In verità, a differenza di Saxberger, finora nessuno, facendo in modo che io lo sentissi, mi ha dato del povero diavolo, però chissà quanti, dietro le mie spalle, avranno alzato il sopracciglio sfogliando i miei libri e decidendo così di non acquistarli e leggerli!

Fama tardiva mi ha fatto intendere di avere speso gran parte del mio tempo libero a produrre opere ammirate smodatamente solo da parenti e amici compiacenti, ma quasi del tutto ignorate dal grande pubblico e che, proprio per questo, è arrivata l’ora di cestinare i tanti sogni di gloria che mi rovinavano la vita.
Mi ha fatto sorridere, soprattutto, il pensiero che il libro di Schnitzler sia stato volontariamente scelto da qualcuno per farmi, fidandosi del titolo, un gradito regalo, quando invece, di primo acchito, leggerlo è stato come ricevere un bel pugno nello stomaco. A bocca aperta

Fortunatamente il malumore è durato solo qualche giorno e non sono caduto nel triste vortice della depressione, anzi, quel libro mi ha donato una salutare consapevolezza delle mie effettive capacità e questa, unita al mio noto sense of humour, mi ha aiutato a sgombrare in tutta fretta dalla testa anche l’idea alquanto pellegrina di considerarmi un romanziere ingiustamente valutato da critici e lettori.

Ovvio che non rinnego i libri che ho scritto in passato, tutt’altro, ma, da oggi in poi, al pari di Saxberger, li guarderò con l’occhio benevolo e maturo di chi sa che tutto ciò che si realizza con passione e sforzo mentale ha un valore intrinseco che può tranquillamente prescindere da critiche negative o riconoscimenti a cinque stelle provenienti da chicchessia.

Nicola

L'arte della poesia

Crediti: un sentito grazie a Charles M. Schulz per le esilaranti strisce di Snoopy e un ringraziamento va anche all’autore della splendida immagine qui sopra che descrive l’arte della poesia e dello scrivere in generale.

Comunicazione di servizio

NuovaCopertinaAgata1

Finalmente è uscito su Amazon Io e Agata, il libro di cui vi ho parlato tante volte e di cui ho già pubblicato sul blog un certo numero di capitoli di assaggio: Francesco mio, I cinque cani e la seduta psicanalitica e Affinità Elettive. Per il momento si tratta solo della versione E-book, ma presto sarà disponibile anche quella cartacea. Sto solo aspettando la bozza di prova da parte di CreateSpace e poi darò l’ok alla possibilità di prenotare il libro stampato e rilegato.

Comincio a dirlo oggi, ma lo ripeterò infinite volte in futuro, tutti i libri che ho scritto fino a questo momento, pur essendo già disponibili a pagamento su Amazon a questo indirizzo, potete averli gratis direttamente da me. Perché li regalo? Semplice. Il mio scopo non è guadagnare royalties vendendo libri, bensì ottenere gratificazione/ amarezza sapendo che i prodotti della mia fantasia sono apprezzati/ stroncati. Le versioni GRATUITE sono COMPLETE al pari di quelle a pagamento e sono disponibili nei formati più comuni per pc, e cioè come .pdf (leggibile con Adobe Reader), come .epub (leggibile con Adobe Digital Editions), come .mobi (leggibile con Kindle Previewer). I programmi di lettura citati sono scaricabili anch’essi gratuitamente da Internet.

Basta che mi scriviate una mail all’indirizzo n.losito@alice.it e, a stretto giro di posta, riceverete i libri nel formato che preferite.

Inoltre, presto, farò una promozione per scaricare gratis da Amazon la versione adatta ai lettori elettronici in commercio: naturalmente, quando sarà il momento, vi avviserò.

Finita la comunicazione di servizio, adesso vorrei parlarvi di come, quando e perché è nata l’idea di Io e Agata e delle grandi difficoltà che ho incontrato nel portare a termine quest’opera che – di sicuro – è e sarà il mio canto del cigno.  La ragione, toccandomi le parti basse, non dipende dal fatto che è arrivata la fine della mia corsa terrena, ma dalla constatazione che, alla mia età, non ho più l’energia mentale e fisica per scrivere un nuovo romanzo. Questo libro mi ha succhiato via ogni mia residua capacità letteraria (se mai ne ho avuta una) e anche tutta la fantasia che possedevo. Credetemi, esco completamente svuotato da quattro lunghi anni di scrittura spesi sempre sullo stesso soggetto, e con sul groppone un numero esagerato di revisioni, proprio per tentare di offrire a un eventuale lettore un prodotto letterario il più accurato possibile. In questi quattro anni molti amici mi hanno aiutato, soprattutto la cara Sissa che, al pari di me, ha letto e rivisto praticamente tutte le versioni che si sono succedute nel tempo. Lei ha vissuto le mie stesse esaltazioni e le mie stesse delusioni quando, finito l’editing della versione corrente e riprendendo in mano una pagina a caso, ci si accorgeva di qualche errore (nascosto o non visto) o di qualche svista sia grammaticale sia logica sia temporale della trama. E allora, via, pronti a ricominciare daccapo per sistemare l’inghippo. Come diceva un grande scrittore, a volere essere pignoli, un libro non è mai finito, e ci sarà sempre qualche bug, qualche errore di battitura di cui, anche dopo n riletture, nessuno si è accorto.  La colpa, il più delle volte, è da addebitare alla nostra mente di lettori veloci.

Mi spiego.

Quando leggiamo mentalmente, in realtà non leggiamo, parola per parola, il testo che abbiamo sotto gli occhi, ma compiamo una sintesi per cui, a volte, non ci accorgiamo di quei piccoli errori che si fanno mentre si scrive velocemente al computer.

Un esempio di bug difficile da scovare?  “L’uomo prese discutere della faccenda”. Scoprire che manca la congiunzione “a” tra “prese” e “discutere” non è facile se si legge velocemente.  La nostra mente sa che la congiunzione tra quei due verbi ci deve essere e non si accorge che, in realtà essa manca. Nel mio libro, un tomo di circa 400 pagine, errori di questo genere ne abbiamo trovati parecchi… e chissà quanti altri ce ne sono!

Io e Agata nasce da un mio racconto umoristico, pubblicato qualche anno fa su un sito web di scrittura amatoriale, che parlava di viaggi nella campagna pavese compiuti in macchina insieme a mia moglie, per andare a trovare una vecchia zia che viveva in uno sperduto paesino situato in cima a una collina. Oltre alla difficoltà di trovare quelle quattro case in croce, c’era da considerare il gran numero di strade che collegano Milano a Pavia: mia moglie, annoiata dalla poca bellezza della campagna pavese, mi faceva cambiare strada ogni volta che andavamo o tornavamo da quelle visite periodiche e, spesso, sbagliavamo strada all’andata o al ritorno, complici la fitta nebbia che d’inverno copre quella zona e la scomparsa, nelle tante rotonde che nascono ovunque come funghi da un giorno all’altro, dei cartelli indicanti la direzione da e verso Pavia oppure da e verso Milano.

Sbagliare strada e litigare con mia moglie – in realtà bravissima navigatrice al pari di un piccione viaggiatore –  era diventato il leit motif  dei nostri viaggi in auto quando si andava a far visita a quella vecchia, simpatica, intrigante, originalissima zia che, appunto, si chiamava Agata. Il racconto ebbe un notevole successo e così mi venne l’idea di creare attorno a quel personaggio un vero e proprio romanzo.

Appena completato il libro, (un testo di un centinaio di pagine) lo pubblicai a puntate su quel sito web amatoriale, chiedendo, al contempo, consigli per migliorarlo. Ricevetti buone accoglienze ma zero dritte e fu letto, non mi vergogno a dirlo, da un numero modestissimo di persone. Capii, proprio allora, che pubblicare in rete un romanzo a puntate è una scommessa persa in partenza. Anche se si tratta di un capolavoro, sono ben pochi i webnauti che hanno la pazienza di seguirlo fino alla fine. Già è faticoso leggere una mezza paginetta al computer, (Twitter insegna) ovvio che tenere sveglia l’attenzione di un lettore davanti allo schermo, per leggere tre o quattro videate per volta è praticamente impossibile.

Dopo questa quasi-fallimentare esperienza, revisionai più volte Io e Agata, ne stampai tre copie e le diedi da leggere a tre mie amiche. Non mi dilungo perché su questa faccenda ho già scritto un post nel giugno del 2011 e, se ne avete voglia, potete andarvelo a leggere. Se non ricordo male ero all’ottava revisione e la storia – a mio parere – cominciava a funzionare. Avevo persino introdotto un prologo per spiegare quali erano i miei intendimenti.  Naturalmente quel prologo si è poi disperso in vari rivoli…

Il risultato, per chi ha letto i miei precedenti post, è noto. Lo ripeto brevemente per i nuovi lettori.

Ebbi tre pareri diversi. Uno di questi fu – papale, papale –  di gettare il libro in pattumiera. Immaginatevi la mia delusione! Ovviamente non lo buttai. Chiusi il romanzo in un cassetto e passai a fare altre cose.

Superata, dopo diversi mesi, la grande crisi psicologica provocata da quei tre giudizi così discordanti, feci tesoro delle critiche costruttive di tutte e tre le amiche e mi misi a riscrivere daccapo il libro.  A questo punto lasciai in animazione sospesa le due signore che mi avevano scritto critiche parzialmente positive e instaurai con la terza, quella più esigente, un rapporto diretto di consegna manoscritto, lettura, critica, riscrittura, consegna manoscritto, lettura, critica, riscrittura… eccetera: rapporto che è durato circa due anni, fino ad arrivare all’odierna versione (la sedicesima) da lei accettata ancora con qualche piccola riserva, ma accompagnata da un giudizio – finalmente – positivo. Sissa e io – in tutta evidenza – siamo due perfezionisti, ma lei è sempre un chilometro avanti a me su cosa si debba intendere per perfezione. A bocca aperta

Oggi termino qui: mi sono dilungato fin troppo. Nel prossimo post entrerò nello specifico della trama di Io e Agata.

Anche il Signor Giacomo ha avuto dei problemi con la sua produzione letteraria:

Cattiveria

Un caro saluto a tutti.

Nicola

P.S. Le scritte in rosso sono dei link (collegamenti) dove potete trovare i libri, i racconti, i software indicati.

Cosa sono le affinità elettive?

Per rispondere a questa domanda, apparentemente difficile, faccio ricorso a un episodio di vita vissuta (pericolosamente) da me non tantissimo tempo fa.

Antefatto

I siti web di scrittura, cioè i luoghi dove gli scrittori esordienti possono pubblicare gratuitamente i loro testi (poesie, racconti, romanzi, articoli politici ecc.), hanno avuto un certo grado di notorietà qualche anno fa, ma ora, a mio parere, se la stanno passando male. Primo, perché tutti quelli che speravano di essere intercettati da una casa editrice seria hanno dovuto ricredersi e oggi passano il tempo a mandare a quel paese i mille editori(?) a pagamento che fanno pubblicità su Internet e sui giornali promettendo loro mari e monti. Secondo, nei siti gratuiti di scrittura c’è sempre un vecchio scrittore furbacchione che non è riuscito a sfondare nel mondo editoriale cartaceo ma che ha capito come, quanto, e cosa scrivere sul web per avere un certo seguito e monopolizzare la home page con la sua indubbia bravura, raccogliendo – lui soltanto – tutti i commenti dell’ormai sparuto gruppo di autori che pubblicano in Rete le proprie opere, lasciando agli altri briciole di visibilità. È ovvio che questi misconosciuti scrittori(?) sono destinati, prima o poi, a morire di rabbia o dare in escandescenze per il successo (anche se virtuale) di uno solo di loro. Al seguito del vecchio marpione nasce sempre un gruppo di persone di medie capacità artistiche che, per godere di un pizzico di notorietà riflessa, hanno il preciso compito di commentare ogni suo post, magnificandone acriticamente le doti letterarie e, in più, sono pronte a far fuori ogni nuovo autore che si presenta all’orizzonte e che sembra volere (o potere) scalfire la supremazia del capo in testa di quello che io definii il clan degli eletti, cioè l’affiatata combriccola di utenti che determina il bello e il brutto tempo nel Sito.

Ciò detto, entriamo adesso nello specifico di quel triste trancio di vita passata che riguarda direttamente me e che dà una risposta esauriente alla domanda iniziale.

Anni fa anch’io mi iscrissi a un Sito di Scrittura su Internet e lì presentavo i miei racconti e i miei fumetti. Nel giro di qualche mese avevo già il mio piccolissimo seguito di lettori e ne ero più che soddisfatto ma, una brutta mattina, per inesperienza, pestai i piedi allo scrittore più bravo e potente del Sito e quello fu il mio errore fatale. Mi venne dichiarata una guerra sotterranea dal clan degli eletti, una guerra senza quartiere a cui cercai, per qualche tempo, di resistere. Per difendere la mia onorabilità scrissi una sit-com ironica che prendeva in giro bonariamente (si fa per dire…) il capo clan e tutti quelli legati a lui da affinità elettive.

Per diversi giorni quella mia commedia fece il boom di contatti e letture perché, a torto o a ragione, venni considerato da una parte di utenti del Sito il coraggioso difensore dei reietti, cioè di coloro che – benché bravi poeti e scrittori – non ricevevano (quasi) mai commenti. Naturalmente il clan degli eletti non la prese bene. In ventiquattr’ore fui sommerso da anatemi vari e da decine e decine di commenti offensivi scritti da tutti coloro che avevano visto in me il Nemico Da Abbattere per avere osato sbeffeggiare l’amato boss. Nacquero polemiche a non finire e così la Direzione del Sito fu costretta a intervenire duramente nei miei confronti. Il clan degli eletti ebbe il sopravvento e io dovetti fuggire nottetempo con la coda tra le gambe e con ben scolpita in testa una lezione che non dimenticherò più: contro le affinità elettive è inutile combattere. Si può vincere una battaglia, ma la guerra la si perde sempre e comunque.

Ecco perché, da allora, non ho mai più messo piede in un sito web di scrittura…

Nicola THE_PR~1[4]

Le Affinità elettive

Abbiamo commesso una pazzia: ora lo vedo fin troppo bene. Chi, giunto a una certa età, vuole realizzare sogni e speranze di gioventù, si inganna sempre, giacché nell’uomo ogni dieci anni cambia il concetto delle felicità, cambiano le speranze e le prospettive. Guai a colui che, dalle circostanze o dall’illusione, viene indotto ad aggrapparsi al futuro o al passato! Abbiamo commesso una pazzia. Dovremmo, per una sorta di scrupolo, rinunciare a ciò che i costumi del nostro tempo non ci vietano? In quante cose l’uomo ritorna sui suoi propositi, sulle sue azioni, e non dovrebbe farlo qui, dov’è in gioco tutto e non un dettaglio, dove si tratta non di questa o di quella condizione di vita, bensì della vita in tutto il suo complesso?

Goethe: Le affinità elettive

Personaggi sul palco:

Donna al telefonoUomo che dorme

                                    Atena                                Eros

Personaggi di cui si parla, ma mai presenti sulla scena: Saturno, Vulcano, F, G, P, Y, C, E, S.

Ambientazione:

Ore sei di mattina di una giornata d’inizio primavera. Dal fondo del proscenio s’intravvedono i primi timidi raggi di sole. Il palco è diviso nettamente in due. Sulla destra c’è una camera da letto dove Eros, il protagonista maschile, sta dormendo, l’unico suono udibile è un leggero russare. Sulla sinistra, Atena, la protagonista femminile, è già vestita di tutto punto e cammina nervosamente in un salotto arredato in stile moderno. Nella mano sinistra tiene una tazzina di caffè e con la destra impugna un cellulare su cui ha appena digitato un numero. Pochi istanti dopo, la quiete armonica della stanza allestita sulla destra del palcoscenico viene spezzata dal suono acuto di un telefono. L’uomo si rivolta nel letto e si mette il cuscino sulla testa per cercare di attutire quell’angosciante trillo. Siccome il suono non s’interrompe, alla fine, Eros decide di rispondere.

Eros: …prontooo (la voce è impastata e per nulla accogliente)

Atena: ciao Eros, scusa se ti ho svegliato così presto, ma prima di recarmi in ufficio volevo chiacchierare un po’ con te… (il tono è suadente, ma deciso allo stesso tempo)

Eros: ma che cazzo, Atena! La devi piantare di svegliarmi a queste ore antelucane!

Atena: dai, bel ragazzo, ho bisogno di parlarti un minutino e poi puoi tornare a dormire…

Eros: dimmi…

Atena: ho già parlato con Saturno e Vulcano, e abbiamo deciso che questa mattina sul Sito io pubblico per prima.

Eros: fate come vi pare, prima delle dieci io non ho nessuna intenzione di alzarmi e accendere il PC…

Atena: suvvia, Eros! Ogni tanto dai l’impressione che non te ne freghi niente del gruppo. Lo sai che la faccenda è importante e va tenuta costantemente sotto controllo (la voce si è fatta dura, perentoria di chi è abituata al comando)

Eros: non è vero, bellissima, sapete tutti che io preferisco pubblicare più tardi e per ultimo. (l’uomo adesso è sveglio, si è appoggiato alla spalliera del letto ed è ben attento ad ascoltare l’amica)

Atena: piantala con i tuoi complimenti del cavolo, quelli riservali ai commenti pubblici, in privato puoi risparmiarteli…

Eros: oh, mon dieu, Atena! Stamattina ti sei forse svegliata inversa?

Atena: macché, sono soltanto preoccupata per come stanno procedendo le cose sul Sito. Sappi che Saturno si sta incazzando per la tua pretesa di essere sempre l’ultimo a entrare in scena, ogni tanto dovresti cedere a lui questo privilegio. Anche Vulcano sta scalpitando. D’accordo, Vulcano è giovane e di poche pretese, però anche lui sta vivendo questa situazione con insofferenza.

Eros: che si fottano entrambi! Io devo questo potere decisionale alla mia bravura e all’autorità che mi deriva dall’essere il più vecchio del gruppo. Questo dovreste averlo già capito da un pezzo! La classe superiore e l’anzianità vanno premiate.

Atena: vabbé, ma anche Saturno non è più un giovanotto, e se permetti, come poeta è lui il top…

Eros: guarda, Atena, uno di questi giorni dobbiamo discutere a fondo di ‘sta storia!

Atena: che storia?

Eros: che Saturno sia un bravo poeta è indiscutibile ma che sia eccelso è tutto da dimostrare…

Atena: e invece lo è! Saturno dà dei punti a tutti. Ammetto che ogni tanto nelle sue poesie ci infila dentro delle metafore che non stanno né in cielo né in terra, metafore così involute che credo non le capisca nemmeno lui, ma questa è la sua vera forza! È quel suo strano verseggiare che i suoi estimatori si aspettano da lui. Se fosse sempre decifrabile, diventerebbe uno dei tanti poetucoli che vivacchiano sul Sito.

Eros: e poi, ultimamente, Saturno si è pure messo in testa di scrivere racconti. Ha forse intenzione anche lui di invadere il mio campo?

Atena: lo fa molto di rado…

Eros: e cosa mi dici, allora, dei suoi titoli chilometrici che portano via quattro righe della home page? Sarà anche un bel trucchetto per attirare l’attenzione, ma ormai l’hanno capito tutti. Già lo usano in tanti ed è diventato fastidioso. Per distinguersi dalla massa, Saturno dovrebbe inventare qualcosa di nuovo.

Atena: gliene parlerò e vedrò di convincerlo a non strafare con i titoli delle sue opere. Comunque queste sono piccolezze che si possono facilmente sistemare, Invece, il vero problema che mi assilla è che, in questi giorni, si sono visti autori nuovi che non sono affatto male, anzi qualcuno è molto ma molto valido. Varrebbe la pena di tenerli d’occhio e, inter nos, decidere se farli entrare nel gruppo o lasciarli nell’anonimato in cui hanno vissuto fino a ora…

Eros: prima di cooptarli occorre capire se sono in grado di assoggettarsi alle regole del gruppo, non ti pare?

Atena: ovvio. Ogni volta che all’orizzonte compare qualcuno che sa scrivere ci lasciamo prendere dall’entusiasmo, allentiamo le difese e poi capita quello che è successo con F. A momenti riusciva a farti cancellare dal Sito per qualche tua frase parecchio incauta…

Eros: è cosa vecchia ormai! F l’abbiamo emarginato a dovere non commentandolo mai e adesso se ne sta buono buono nella miseria di poche letture e degli scarsissimi commenti che riceve. Ci vuole ben altro per distruggere la mia popolarità e il mio carisma… ahahahah

Atena: a rompere i coglioni non c’è solo F, ma c’è G, c’è P, ci sono Y, C, E, S. È tutta gente che sta diventando pericolosa…

Eros: che palle, Atena, mica mi starai diventando paranoica? G è un autore decisamente in gamba, è spiritoso, ma sa stare al suo posto e non credo che abbia in mente di assaltare la nostra diligenza. P scrive benissimo nel taglio web a me tanto caro, ma dopo un primo momento di assidua presenza, per nostra fortuna, si è un po’ defilato. Y compare e scompare senza avvisare: è bravo come scrittore di storie lunghe, ma non mi preoccupa, mi considera suo padre putativo… eheheheh…

Atena: niente da dire su C e gli altri due?

Eros: C propone ottime poesie, poesie che non nascono dalla sera alla mattina come la maggior parte di quelle che si leggono sul Sito, ma sembrano il frutto di una vena poetica autentica e, purtroppo per noi, inesauribile. Lei ha un seguito che cresce ogni giorno di più…

Atena: è questo che mi preoccupa, C sta diventando una spina nel nostro fianco. Certi giorni ci supera nelle preferenze! Per fortuna è intervenuta quella misteriosa voce di Dio che ha pesantemente criticato il suo elevato numero di letture a fronte dei commenti non molto numerosi che riceve!

Eros: beh, quella della voce di Dio è stata un’azione sporca, ma, sebbene ci abbia favorito, non ne sarei troppo felice, abbiamo rischiato che venisse associata al nostro gruppo, anche se nessuno di noi c’entra in quella che io reputo nient’altro che la sciocca iniziativa di un burlone informatico.

Atena: Parlami di E…

Eros: E è un tipo solitario, umorale e scorbutico, ma fondamentalmente è una persona corretta. Come tutti noi è vanitoso, ma non ha la nostra stessa propensione a prevalere sempre e comunque sugli altri. Ha un seguito limitato di lettori ma, buon per lui, è costante nel tempo. Tutto sommato le sue poesie, presenti ogni giorno in home page, spiccano ma non tanto da offuscare il nostro glamour. Tu, a ben vedere, lo batti di gran lunga ogni volta.

Atena: rimane S. Non mi dire che nemmeno lui è pericoloso! A mio avviso sarebbe da cooptare nel nostro gruppo. Questo lo suggerisce l’antica regola della diplomazia di guerra: quando un nemico non puoi vincerlo, cerca di allearti con lui… S è uno scrittore troppo bravo ed è il miglior commentatore sulla piazza, non ci conviene averlo ostile al gruppo!

Eros: non ci è per niente ostile, credimi. Non fa parte del coro degli adulanti, inoltre non ci commenta ogni volta che pubblichiamo ma questo, in un certo senso, ci favorisce. Sfata la leggenda messa in giro da F che siamo un’affiatata cricca mafiosa…

Atena: cazzo dici, Eros! Noi siamo persone per bene!

Eros: ahahahah, certo che sì! Noi siamo unicamente un gruppo di amici che si vuole bene…

Atena: infatti. Lo ha scritto in un blog anche la direzione del Sito, l’altro giorno. Comunque non prendere sottogamba le persone che ti ho nominato, il pericolo di perdere il predominio della home page c’è, eccome se c’è! Se non ci fossi io a tenere il gruppo in campana, chissà che fine del piffero faremmo!

Eros: di questo te ne siamo tutti grati e ricambiamo con piacere i tuoi sforzi per farci stare sempre sulla cresta dell’onda.

Atena: e ci resteremo a lungo perché chi ci segue e ci commenta sempre, sa benissimo che un atto di omaggio alle nostre opere dona visibilità e così un tantino ci guadagnano pure loro. Stare dalla parte dei più forti ha i suoi vantaggi. Lo sanno anche i bambini…

Eros: già! È proprio questo il ruolo dei commentatori di complemento… ahahahahah

Atena: ma dai, Eros, piantala di mettere tutto sul ridere! Dobbiamo a loro il nostro successo, anche se poi tocca a noi amministrarlo con intelligenza. Il che significa che dobbiamo sempre tenere gli occhi ben aperti su ciò che succede nella home page. Indiscutibilmente siamo bravi, ma proprio per questo siamo più soggetti degli altri all’invidia per il successo e il seguito che abbiamo conquistato. Se ci distraiamo, rischiamo che degli outsider ci rubino parte della nostra audience e questo non possiamo permetterlo a nessuno…

Eros: ma sì, di questo ne abbiamo già parlato mille volte, non c’era bisogno di svegliarmi prima dell’alba per dirmi cose di cui siamo tutti ben consapevoli.

Atena: repetita iuvant, visto che a volte ti dimentichi i doveri sacrosanti dell’affinità elettiva che ci lega…

Eros: non capisco questa tua osservazione, spiegati meglio.

Atena: mi riferisco al fatto che ultimamente tu e Saturno risultate sempre in testa nelle preferenze, mentre io e Vulcano dobbiamo accontentarci del terzo e quarto posto…

Eros: beh, sincerità per sincerità, tu e Vulcano, recentemente avete presentato opere un po’ deboli, è quindi difficile inventare commenti favorevolissimi, rischieremmo di smascherarci. Spesso, per aiutarvi, dobbiamo giocare di rimessa, parlando d’altro nei commenti e sfruttando la simpatia e la verve di Vulcano. Insomma dobbiamo sviare l’attenzione dal testo in versi o in prosa che voi due presentate…

Atena: che cazzo stai dicendo? Vuoi dire che le mie poesie non sono sempre sublimi?

Eros: non ti arrabbiare, Atena! Qui siamo in privato e posso dirti ciò che veramente penso delle tue poesie e dei tuoi racconti di quest’ultimo periodo.

Atena: forza spara!

Eros: ultimamente, ma solo ultimamente, trovo poco incisive le tue creazioni poetiche. Sembrano scritte con noia, quasi un compitino giornaliero che assolvi anche se l’ispirazione ha raschiato il fondo del barile. E i tuoi racconti, permettimi di dirtelo, sanno di affrettato, sono freddi. Non basta dare il tuo nome a un personaggio per creare emotività e curiosità in chi legge…

Atena: scusa se cerco d’invadere il campo in cui tu sei il Re Assoluto, (la voce è stridula, segno di estrema irritazione) ma in qualche modo devo pur fare vedere che anch’io so scrivere in prosa, che sono un’artista poliedrica, completa. La stessa cosa la fanno sia Saturno sia Vulcano. Cosa c’è di male se noi tre, qualche volta, calpestiamo il tuo praticello? Non vorrei dover mettere pesantemente in conto il tuo insistente riproporre vecchie storie già lette e rilette infinite volte… Questo è segno evidente che anche a te, ogni tanto, l’ispirazione latita! O sbaglio?

Eros: dai, Atena, non litighiamo fra di noi su questi particolari insignificanti. Oltretutto non mi hai ancora detto perché mi hai svegliato a quest’ora del cazzo!

Atena: sei tu che mi fai perdere il filo del discorso con sciocche argomentazioni sulle mie ultime opere. Comunque le mie poesie sono sempre migliori di quelle di C e di tante altre fantomatiche poetesse che cercano di scalzare la mia posizione preminente. Posizione guadagnata col sacrosanto sudore della fronte e con la mia determinazione a essere sempre la migliore in tutto. Le mie non sono chiacchiere, ma fatti dimostrabili!

Eros: stai di nuovo perdendo il filo…

Atena: e che cazz, Eros! Vabbé, ti ho telefonato per dirti di controllare la home page verso le dieci di questa mattina, quando sarai sveglio e operativo. Se vedi che le letture e i commenti alla poesia che pubblico oggi sono bassi, dai uno squillo a Vulcano, a Saturno e METTI IN MOTO LE SECONDE SCHIERE. CAPITO? Dopo i primi dieci commenti, la curiosità degli utenti in linea completerà, come sempre, l’opera. Questa volta voglio vincere io le preferenze della giornata, altrimenti m’incazzo. Questo non è un invito, ma un ordine preciso di scuderia da non prendere sotto gamba. Siamo intesi?

Eros: ai tuoi comandi, Atena! Sarà fatto come desideri. Ci pensiamo noi come al solito… No anzi, meglio del solito, questa volta!

Atena: grazie, bel ragazzo. Sapevo che potevo contare sulla collaborazione del gruppo. L’affinità elettiva che ci unisce non sono mica cazzi! Un bacio, tesoro.

Eros: ricambio con immutato affetto, mia grande e splendida amica.

***

Atena riaggancia il telefono, il suo bel viso è illuminato da un ampio sorriso mentre si guarda in giro a cercare la giacca. Dopo averla trovata e indossata, con una mano si dà una veloce assestata ai capelli davanti allo specchio del salotto ed esce di scena. Eros rimane qualche istante pensieroso, scuote la testa alzando gli occhi al cielo, infine si mette supino e si riaddormenta.

Contemporaneamente cala il sipario e scrosciano gli applausi degli addetti ai lavori. L’ultima recita di prova è andata benissimo. Perfetti sia la dizione sia il ritmo dei dialoghi. Gli attori sono pronti per andare in scena per la prima rappresentazione della sit-com davanti a un pubblico pagante.

P.S.

Personaggi, riferimenti e supposizioni, sono del tutto immaginari. La sit-com nasce dalla fantasia irrispettosa delle regole del buon vivere, caratteristica peculiare dell’autore.

Fine

Crediti: Il quadro Affinità elettive è di E. Iannoni

Della serie: gli scrittori di oggi supereranno i grandi del passato? – 2

Uomo che scrive_gabrielmetsu

Gabriel Metsu (1629–1667)

Osservate bene questo famoso quadro di Gabriel Metsu: si vedono un dipinto agreste con cornice dorata sulla parete retrostante, una finestra aperta (immagino) su un giardino fiorito, un tavolino quadrato impreziosito da un tappeto di scuola fiamminga, un calamaio d’argento ove intingere la penna, un mappamondo nell’angolo e un semplice ma elegante scranno per sedersi.

In primo piano c’è un distinto giovane che sta scrivendo qualcosa in una postura estremamente rilassata. Le sue gambe, infatti, sono incrociate ai piedi,  il tronco non è curvo sul tavolo ma è armoniosamente ruotato e piegato quel tanto da avere il viso col foglio bene in vista per seguire la penna che avanza. Il titolo del quadro è Uomo che scrive una lettera, invece io ipotizzo, anzi sono sicuro, che costui stia scrivendo l’incipit di un romanzo cavalleresco o marinaresco, visto che la location del quadro è l’Olanda, all’epoca potenza indiscussa dei mari. Il giovanotto ha un aspetto fresco e riposato e non mostra alcuna apprensione, ma sta scegliendo con cura le parole più adatte a raccontare la storia che ha in mente. Se avesse avuto ambasce o fretta, l’elegante cappello con frangia non lo avrebbe appeso in un angolo della sedia ma l’avrebbe buttato in terra, non vi pare?

L’ambiente semplice, essenziale, la luce che illumina la stanza, il pavimento accuratamente pulito sono tutti elementi che rendono gradevole il compito dello scrivano. Non c’è nessuno intorno a lui a dargli fastidio, non c’è la moglie (ammesso che sia sposato…) a lavare o lucidare il pavimento oppure la madre (supponendo che anche nel settecento esistessero i “bamboccioni”) che gli rompe le scatole ogni cinque minuti per i mille problemi che capitano (quasi sempre a sproposito) in tutte le famiglie di questa terra. Manca persino il classico cane di casa da portare in giro a fare i bisognini quotidiani.

Ciò premesso il giovane immortalato da Gabriel Matsu è nelle “condizioni ideali” per scrivere una splendida missiva o, come reputo io, un capolavoro letterario da tramandare ai posteri…

Ecco perché quello scrittore avrei voluto essere io e, forse, anch’io sarei riuscito a scrivere qualcosa di veramente importante e, prima di lasciare questo mondo, avrei vinto il premio Nobel.

Invece la mia realtà è questa:

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Dunque, cosa pretendete da me?

Nicola  A bocca aperta

Ps. La vignetta non è mia, ma è stata scaricata da Internet.

L’albero di rusticani

di Nicola Losito

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Non si riceve la saggezza, bisogna scoprirla da sé, dopo un tragitto che nessuno può fare per noi, né può risparmiarci, perché essa è una visuale sulle cose.

Alla ricerca del tempo perduto – Marcel Proust

Prologo

A Clara Laurenti per uccidere il padre fu sufficiente un albero di rusticani.

Clara amava tantissimo suo padre ma, quando il loro rapporto entrava in crisi, lo odiava con pari intensità. Dopo ogni grossa lite, spendeva metà della notte a organizzare mentalmente plateali e punitive uscite di casa, ma più eclatante era la sofferenza che pensava di impartirgli, più grande era il rimorso che provava. Finché un giorno si decise e se ne uscì di casa. Se ne andò in silenzio, accettando da sua madre un po’ di soldi per sopravvivere qualche mese e promettendole che al più presto si sarebbe fatta viva per restituirglieli. Di nascosto su Internet aveva trovato a Bologna una stanza a buon prezzo da condividere con una ragazza della sua stessa età.

Aveva scelto quella città per diverse ragioni: Bologna era decisamente lontana da Milano, e in Emilia, verso la fine degli anni ’90, c’erano molte piccole e grandi industrie a cui inviare il curriculum, e infine perché ci abitava sua zia Paola. Nel malaugurato caso si fosse trovata in difficoltà, lei l’avrebbe senz’altro aiutata.

***

Le indicazioni dell’agenzia immobiliare erano state precise. Per arrivare a Lavino di Mezzo, Clara doveva scendere alla quarta fermata dell’autobus che, partendo da Bologna, fa capolinea a Anzola dell’Emilia. Altri cento metri a piedi e, sulla destra, un po’ nascosta alla vista da tre alti pini a ombrello, avrebbe trovato la villa, stile anni trenta, del dottor Badiali. Compiuto quel breve tratto di strada, Clara si trovò davanti al cancello di una costruzione color rosso cupo, rinfrescata di recente e dall’aspetto decisamente solido. Nell’attimo stesso in cui stava per suonare il campanello, però, ebbe un ripensamento. Lo stabile dove era situato l’appartamento propostole dall’agenzia era troppo signorile, di sicuro l’affitto sarebbe stato al di sopra delle sue attuali possibilità economiche. Clara ebbe un gesto di stizza e un pensiero conseguente: una volta tornata a Bologna avrebbe fatto le sue rimostranze a chi di dovere!

Decisa a rinunciare al sopralluogo, stava incamminandosi per tornare alla fermata dell’autobus che l’avrebbe riportata in città, quando un distinto signore alle sue spalle le rivolse la parola:

“È qui per vedere l’appartamento da affittare?” chiese l’uomo.

Colta di sorpresa, Clara, suo malgrado, non poté che assentire.

Carlo Badiali, dottore a riposo, settant’anni passati, ne dimostrava molti di meno, avvantaggiato com’era da un portamento eretto e da quell’atteggiamento bonario che contraddistingue gran parte della popolazione emiliana. Sorridendo con cordialità la invitò a seguirla.

“Mi chiamo Badiali e sono il proprietario dell’immobile. È da molto che aspetta?” disse mentre le faceva strada.

“No, sono appena arrivata da Bologna.”

“Gran bella città, vero?”

“Sì, però io preferisco mille volte di più la vita tranquilla di un piccolo paese. Ecco perché sono qui.”

L’uomo sorrise alle parole decise della giovane donna che le camminava a fianco e si prese qualche istante per osservarla meglio. Non molto alta, capelli neri a caschetto, sguardo vivace e, al contempo, dolce. Da come si era espressa gli dava l’idea di una persona determinata nelle sue scelte.

“È da un po’ che sto cercando casa lungo la direttrice Bologna-Vignola.”

“Ha visto il cartello appeso sul cancello o l’ha indirizzata qui l’agenzia Santulli?”

“L’agenzia.”

“Santulli è un uomo in gamba, pensi che gli ho conferito l’incarico solo da pochi giorni e già arrivano persone interessate all’appartamento in affitto!”

“Però quel signore non mi ha detto che la villa era così… così imponente…”

“Imponente ma non pretenziosa. Non deve spaventarsi.” proseguì il dottore avendo notato l’imbarazzo a stento trattenuto nella voce della ragazza.

Superato un breve vialetto di acciottolato, i due raggiunsero il lato sinistro dello stabile ed entrarono in un portone di legno intarsiato, dove da un androne luminoso partiva una larga scala che permetteva di accedere ai due piani della villa.

L’appartamento da affittare era situato al primo piano: l’ingresso, grande in modo esagerato, non aveva finestre. Al centro c’era un semplice tavolo rettangolare, mentre un paio di quadri a soggetto agreste ne impreziosivano le pareti dipinte di un bel giallo tenue. Un cassettone di provenienza contadina ma così lucido da sembrare antico completava l’arredo. Sulla sinistra c’era la cucina e, di seguito, una camera per gli ospiti. A destra una spaziosa camera da letto e il bagno. La cucina e la camera degli ospiti guardavano su un giardino esteso e assai curato dove alberi secolari erano inframmezzati a piante da frutto e da piccole zone coltivate a verdura di stagione.

"Cosa ne pensa?" chiese il dottor Badiali al termine della visita.

Clara non rispose subito, intenta com’era a guardarsi intorno per valutare l’ampiezza e la disposizione delle stanze. L’abitazione che da mesi stava cercando, pitturata di fresco e arredata in modo essenziale, si era materializzata davanti ai suoi occhi.

"È perfetta!" disse, ma avrebbe voluto subito aggiungere: "Purtroppo non posso permettermela!"

Il dottor Badiali invitò la ragazza a sedersi al tavolo di cucina e facendo la mossa di aprire il frigorifero le chiese se poteva offrirle qualcosa da bere.

“Se ha un succo di frutta, lo accetto volentieri.”

“Penso di sì, mio figlio ne andava matto e dovrebbero essercene ancora in fresco…”

Dopo avere riempito due bicchieri con del succo di arancia, anche il dottor Badiali si sedette e prese a illustrare alla ragazza pregi e difetti di quel piccolo paese e di come, in pochi anni, avesse cambiato fisionomia. Molti avevano venduto la loro casa per andare a vivere nelle città limitrofe o vicino ai luoghi dove avevano trovato lavoro. L’uomo raccontò che Lavino da paese prettamente rurale si era rapidamente trasformato, soprattutto nella parte collinare, in zona esclusiva di seconde case per gente benestante di Bologna o Modena. Che le vecchie cascine, una volta ristrutturate, erano diventate aziende agricole o vinicole molto floride. Che di gran parte dei vecchi abitanti si era persa traccia, mentre lui e sua moglie mai si sarebbero sognati di lasciare il paese dove avevano vissuto parecchie generazioni di Badiali.

“Mio figlio, invece…”

Nel dire questo si rabbuiò e per qualche istante rimase in silenzio. Clara si accorse del turbamento del suo interlocutore e prese la parola per riportare il discorso sull’appartamento da affittare.

“L’agenzia non mi ha parlato di prezzi, mi ha solo spinto a venire a dare un’occhiata. L’appartamento mi piace molto ma credo che…”

Al dottor Badiali tornò il sorriso:

"Questa era l’abitazione di mio figlio Augusto. Si è sposato qualche mese fa ed è andato a vivere a Boston, negli Stati Uniti, con la moglie americana. Mi spiace lasciarlo vuoto, perciò lo affitto a un prezzo ragionevole."

"Quanto ragionevole? Ho appena trovato lavoro e non ho molto denaro a disposizione. Vivo sola e non voglio pesare sui miei genitori. " disse Clara, mettendo tutte le sue carte in tavola.

Il dottore evitò di rispondere alla domanda: “Di questo ne parleremo dopo. Prima, se permette, vorrei conoscerla meglio… per mia tranquillità, capisce?”

“D’accordo. Cosa vuol sapere?”

"Qual è il suo titolo di studio?"

"Laurea in ingegneria elettronica e sono al mio primo impiego."

"A vedere una così bella ragazza, nessuno penserebbe che si sia dedicata a studi tanto impegnativi!" esclamò stupito.

"I tempi sono cambiati, una donna può fare tranquillamente le stesse scelte di un uomo! Comunque io non ho fatto altro che seguire le orme di mio padre, anche se, a dire la verità, questa è l’unica cosa che ci accomuna." rispose Clara, pentendosi subito di quell’accenno a questioni personali.

"Non volevo offenderla, ma solo complimentarmi con lei. Mi par di capire che lei non vada molto d’accordo con suo padre…"

A Clara, in generale, seccava parlare del suo privato con un estraneo, ma la bonomia e la sincera partecipazione con cui il vecchio dottore le si era rivolto, la convinse a rispondere.

"Per i genitori i figli non crescono mai, rimangono sempre bambini da proteggere o da tenere al guinzaglio…”

“A volte noi genitori ci comportiamo così per troppo amore.”

“Posso capirlo e a qualche mio coetaneo questa condizione di sudditanza sta anche bene, ma a me no. Ho quasi venticinque anni, finiti i miei studi, dovevo uscire di casa per crescere veramente e potere decidere da sola della mia vita.”

Clara, accortasi che le sue parole avevano rattristato di nuovo il suo interlocutore, decise di porre fine al colloquio e, alzandosi, disse:

“Si è fatto tardi, devo proprio andare…"

Evidentemente al dottor Badiali quella giovane donna, all’apparenza fragile, ma in realtà ben decisa a emanciparsi dalla famiglia, interessava molto e non sembrava voler interrompere quella conversazione scivolata troppo rapidamente nel personale.

"Aspetti, – disse l’uomo, invitandola di nuovo a sedersi – rimanga qualche minuto ancora! Posso chiederle se ha dovuto questionare con i suoi genitori per andarsene da casa?"

Clara non avrebbe voluto rispondere a una domanda del genere. Ripensare alla sofferenza che aveva inflitto ai suoi genitori la faceva stare male, eppure quel vecchio signore gli dava l’idea di essere in grado, più di suo padre, di capire e accettare il suo desiderio di indipendenza.

"Lo scoglio maggiore è stato il mio papà. Secondo lui, prima di uscire di casa avrei dovuto trovare un lavoro e solo allora avrei potuto andarmene."

"Non mi sembra che suo padre sia stato così irragionevole, anch’io sono un genitore e posso capirlo. Lei crede che non mi sia dispiaciuto che mio figlio se ne sia andato a vivere in America senza avere la sicurezza di un impiego?"

"Ma lei lo ha fatto sentire in colpa per questo?"

"Questo no, però, secondo me, mio figlio ha fatto un passo avventato. A Lavino aveva un’attività sicura: gestiamo da sempre una farmacia importante e in poco tempo avrebbe potuto essere sua. Laggiù, a casa di Dio, per i primi tempi dovrà appoggiarsi alla famiglia della moglie. Detto questo, lui è un uomo, mentre…"

"Mentre io sono una donna, vero?"

"Già, e le donne hanno meno armi per difendersi…"

"Ah, lo sapevo! Tutti uguali i padri. Le donne sono deboli, devono restare in famiglia e possono uscire nel mondo solo se si sposano!"

"Beh, questa sarebbe la condizione ottimale…"

"Non sono d’accordo. Io non ho un fidanzato, quindi niente marito in vista. Cosa dovevo fare? Aspettare di trovare un buon pretendente e nel frattempo perdere la possibilità di cercare fuori casa un lavoro adatto alle mie aspirazioni?"

"Sono sicuro che ci avrà pensato parecchio prima di fare questa scelta.”

“Certamente, e se proprio vuole saperlo, in caso di insuccesso ho un paracadute nella valigia!”

“Mi piace la sua grinta, signorina! Il lavoro se l’è già trovato e carina com’è, presto le si presenteranno delle opportunità interessanti anche dal punto di vista sentimentale. Quello che non capisco è perché lei abbia lasciato una città importante come Milano per cercare fortuna dalle nostre parti."

"Milano è diventata una città invivibile, se si va in giro a piedi si respira solo smog. Il traffico è impossibile, l’indifferenza della gente è insopportabile e anche i vicini ti salutano a fatica. Da tempo desideravo andare a vivere in campagna, dove la vita è più tranquilla, più semplice, dove l’aria è ancora buona e si può passeggiare senza il timore di essere investita da un’auto o da una moto!"

"Beh, Lavino è un piccolo paese che si sviluppa in gran parte lungo la statale, perciò se eviterà quell’unica strada trafficata, qui potrà trovare la quiete e la tranquillità che cerca. Avrà di sicuro notato che subito dietro la nostra villa c’è la campagna e che dall’altra parte della statale inizia la collina."

"Infatti, trovare casa a Lavino per me sarebbe l’ideale. Il guaio è che non credo di potermi permettere questo bell’appartamento…"

"Sul prezzo ci si può mettere d’accordo. Io non affitto di mestiere, lo faccio solo perché mi dispiace vedere vuoti dei locali che sono sempre stati occupati, prima da me e poi da mio figlio. Mia moglie ed io viviamo al secondo piano nell’appartamento grande."

"Quindi sarebbe la prima volta che un estraneo mette piede qui…"

"Non precisamente. Alla fine della seconda guerra mondiale, siccome la villa aveva spazio in esubero, le autorità ci avevano chiesto, anzi, imposto di accogliere per qualche tempo degli sfollati, fintantoché per loro non fosse saltato fuori un appartamento in una casa popolare in costruzione. Si trattava di una famiglia composta da padre, madre, da un maschietto vivacissimo e da una femminuccia sempre sorridente."

"Immagino che si siano trovati bene, l’appartamento è così spazioso da ospitare tranquillamente quattro persone."

"A dire la verità, i miei genitori avevano concesso a quella famiglia solo l’uso della cucina, del bagno e della camera situata sulla destra. Per farle posto, avevamo ammucchiato nell’ingresso tutti i miei mobili e nel locale a sinistra avevo ricoverato la mia biblioteca, il grande tavolo da ping-pong e svariati oggetti personali di uso meno frequente."

"Lei ci sarà rimasto male vedendo il suo appartamento ceduto con la forza a gente estranea…"

"In un primo momento mi sentii defraudato della mia indipendenza, però in seguito stringemmo amicizia con tutti i componenti di quella famiglia e averli come inquilini fece piacere sia a me che ai miei genitori. Il padre era un brigadiere dei carabinieri, e questo, per la turbolenza dei tempi, ci dava sicurezza. All’epoca la nostra farmacia era situata a pianterreno sul davanti della villa e avevamo già subito un paio di tentativi di furto."

A Clara non è che interessasse granché ascoltare i ricordi del dottor Badiali, però non voleva mostrarsi scortese, vista la non remota possibilità di ottenere a buon prezzo quel fantastico appartamento. Perciò si era bene adattata a dargli corda.

"Mi parli ancora di quella famiglia di sfollati…"

"La signora, benché giovanissima, era una perfetta donna di casa. Curava l’appartamento nello stesso identico modo in cui accudiva i suoi due bambini. Era sempre piena di attenzioni, e poi sapeva lavorare di cucito quel tanto da tenere i figli e il marito sempre in ordine. Il maschietto era una birba tremenda e, quando mi sentiva scendere le scale, spesso apriva la porta di casa e m’implorava d’intercedere presso la madre per poter uscire in giardino con me. La bambina, invece, anche se aveva un paio d’anni più del fratello, era molto riservata e stava sempre sulle sue…”

Il dottore si fermò un attimo a prendere fiato e guardò l’ora.

“Ma io la sto annoiando, signorina…"

"Oh, mi scusi, non mi sono ancora presentata. Mi chiamo Clara."

"Bene, signorina Clara, vogliamo discutere dell’affitto? Di che cifra potrebbe disporre?"

"Nell’azienda in cui lavoro sono ancora in prova. Il mio attuale stipendio si aggira sulle novecentomila lire, ma spero che aumenti se mi assumeranno a tempo indeterminato."

"Uhmm, non è molto per una persona che ha deciso di vivere da sola. I suoi genitori sono in grado di aiutarla finché non guadagnerà abbastanza da essere completamente indipendente?"

"Potrebbero, ma sono io che non voglio. Se non posso permettermi un appartamento così grande e costoso, mi accontenterò di qualcosa di più modesto."

"Ciò le fa onore, ma non è poi un gran delitto farsi aiutare dai genitori in caso di bisogno…"

"Come le ho detto, mio padre non voleva lasciarmi andare allo sbaraglio. Io sono cocciuta e sono uscita di casa senza il suo consenso. Sotto sotto ci vogliamo bene, ma non intendo farmi aiutare da lui. Sarebbe una sconfitta troppo grande per me. Papà, anche se ha vissuto quasi sempre al nord, è di origine meridionale, e pensa ancora che le donne, prima di tutto, debbano accasarsi e poi, eventualmente, trovarsi un lavoro. Queste sono le cose che gli ho sempre contestato. Ho come l’impressione che non si sia accorto che la società è cambiata e che sua figlia è una donna adulta e vaccinata. Che male c’è a vivere da sola? Non ho ancora venticinque anni, per sposarmi c’è tempo!"

"Ha qualcosa contro il matrimonio?"

"Le ho dato quest’impressione?"

"Direi di sì."

"Confesso che sono appena uscita da una storia importante e credo che per un po’ starò lontana dagli uomini. Può stare tranquillo se mi affitterà il suo appartamento. Sempre che si riesca a metterci d’accordo sul prezzo.”

“Questo è l’ultimo dei problemi…”

“Sono al corrente di quanto chiedono per un bilocale con cucina abitabile e le dico subito che attualmente non sono in grado di permettermelo…"

"Avevo in mente di chiederle proprio quella cifra che non può permettersi, però lei mi è simpatica e voglio venirle incontro. Trecentomila lire al mese potrebbero andarle bene?"

Clara sgranò gli occhi per la sorpresa. Non le pareva possibile un affitto così basso.

"Veramente, dottor Badiali? Non mi sta prendendo in giro?"

"No, non sono il tipo…"

Clara avrebbe voluto abbracciare quel vecchio e distinto signore che le stava regalando il paradiso.

"Se lei è d’accordo, mi lasci il tempo di raccogliere le quattro carabattole che ho parcheggiato nella stanza che condivido con una studentessa a Bologna e fra pochi giorni volo qui. Grazie, grazie dottore. Le sarò riconoscente in eterno!"

“Non mi ringrazi, le starò col fiato sul collo perché desidero che l’appartamento sia trattato con la massima cura.”

Clara, accortasi della bonarietà con cui il dottor Badiali si era espresso, scoppiò in un’allegra risata e gli rispose con pari tono:

“Scappo da un papà troppo esigente e mi ritrovo un padrone di casa uguale!”

“Non mi permetterei mai di sostituirmi a suo padre. Lei qui può vivere tranquilla la sua vita, a me importa solo che abbia riguardo per l’appartamento di mio figlio. Chissà che un giorno a lui non venga la voglia di tornare in Italia…”

“M’impegnerò come la signora che è stata qui nel dopoguerra. Normalmente sono abbastanza ordinata e pacifica, però vorrei segnalarle che di tanto in tanto suono la chitarra e canto. Spero che questo non sia un problema.”

“Assolutamente no. Questa casa è fin troppo silenziosa.”

“Bene, allora visto che siamo d’accordo…”

“Un’ultima domanda. Perché ha scelto di stabilirsi proprio in questa zona?”

“Per diverse ragioni. La prima perché qui c’è un treno che mi porta diretto a Vignola dove lavoro. Secondo, perché Lavino è abbastanza vicino a Bologna dove abita mia zia. È stata proprio lei a consigliarmi di cercare qui, avendoci vissuto qualche anno da piccola.”

"Come si chiama sua zia?"

"Paola Laurenti ed è la sorella di mio padre."

Per un attimo nella testa del vecchio dottore si accese una lampadina che però si spense subito.

"Laurenti… Laurenti… Ho come la sensazione di avere già sentito questo cognome.”

Fece poi un gesto di stizza battendosi la fronte con la mano.

“Benedetta memoria! Bah, prima o poi mi verrà in mente…”

“La zia mi ha raccontato che qui a Lavino ha frequentato le scuole elementari e poi la sua famiglia si è trasferita a Bologna.”

“Oggi capita il fenomeno inverso. La gente lascia la città e viene a vivere in campagna. Proprio come sta cercando di fare intelligentemente lei…”

“Questo significa che ho superato l’esame di ammissione?” disse Clara ridendo.

“Direi proprio di sì…”

“Allora, se non ha altre domande da farmi, cosa ne dice, dottore, se firmiamo adesso un preliminare di affitto?”

“Lei mi piace signorina Clara, precisa e attenta ai dettagli! Questa è una ragione in più per accoglierla a casa mia. Sono stato fortunato: un’inquilina ingegnere e in più canterina! Spero solo di non avere sbagliato a cederle l’appartamento così a buon mercato!”

“Non se ne pentirà, dottor Badiali. Per sdebitarmi suonerò la chitarra e canterò per lei ogni sera! Mi dovrà sfrattare per farmi smettere!”

“Ahahahah, perfetto!”

***

Caro papà,

mi faccio viva dopo un bel po’ di tempo e per questo mi scuso con te e la mamma. Non l’ho fatto prima perché sapevo che la zia a cui di tanto in tanto faccio visita, era in contatto con voi e penso che lei vi abbia tranquillizzato sul mio conto.

Da qualche mese ho trovato un buon posto a Vignola e, dopo un breve periodo di prova, mi hanno assunta definitivamente. Il lavoro mi piace abbastanza, l’unica cosa che m’infastidisce un po’ è che sono l’unica donna in un ufficio di uomini. Mi guardano come una bestia rara. Ci farò il callo e chissà che alla fine non trovi qui un partito in grado di soddisfare le mie e le tue aspettative…

Ma non è solo per questo che ti ho scritto. Ho anche affittato un appartamento tutto per me. È grande come lo desideravo io ed è situato in campagna a pochi chilometri da Bologna. Il paese, ai piedi delle colline, si chiama Lavino. La zia mi ha accennato che alla fine della seconda guerra mondiale per qualche tempo con i nonni avete abitato da queste parti.

Come vedi, senza volerlo, seguo giudiziosamente le tue tracce. Ho un lavoro e una casa, quindi le tue paure sulla mia scelta di cercare fortuna lontano da Milano si sono rivelate infondate. La tua "poco assennata" figliola, anche se ha fatto arrabbiare te e la mamma, è riuscita a trovare la sua strada da sola, senza protezioni o spinte. Non so se sbaglio a chiedertelo, ma vorrei che per una volta mi dicessi che sei fiero di me.

In fondo non pretendo molto.

Con affetto.

Clara

Cara Clara,

le notizie che ci hai dato sono bellissime e ci riempiono d’orgoglio. Eccomi pronto a scusarmi per non essere mai stato capace di esprimere a parole quello che veramente provo per te.

Forse perché sei la nostra unica figlia, io e la mamma abbiamo pensato che tu avessi bisogno di una protezione speciale e abbiamo sempre interpretato la tua insofferenza come una mancanza di affetto nei nostri confronti. In realtà tu avevi solo bisogno di maggiore libertà e indipendenza, ma a me, soprattutto a me, tutto questo spaventava. Oggi sono qui a ricredermi e a chiederti di perdonarmi. Spero che non sia troppo tardi per appianare tutte le divergenze che abbiamo avuto in passato.

Hai detto che hai trovato casa a Lavino e questo mi ha messo una pulce nell’orecchio. Quando la mia famiglia si stabilì lì io ero molto piccolo e ho in mente solo dei flash su quel periodo della mia vita, così ho telefonato a tua zia Paola. Lei, all’epoca, era già grandicella e ricorda molte più cose di me su Lavino. A suo dire, siamo arrivati lì nel ‘45 quando avevo tre anni e ci siamo rimasti finché mio padre, tuo nonno Aldo, nel ‘50 non fu promosso appuntato e trasferito d’ufficio a Bologna.

Con l’aiuto della memoria formidabile di tua zia Paola, piano piano, alcuni avvenimenti di allora sono tornati alla luce. Avvenimenti importanti per la mia crescita. La zia mi ha detto che da bambino ero molto vivace, e per questo ero oggetto di particolari attenzioni da parte della mamma. Lei non mi staccava mai gli occhi di dosso ed era un problema per me sfuggire dalle sue grinfie per potermi dedicare alle classiche marachelle dell’infanzia. Manco a dirlo, le stesse attenzioni che io e tua madre abbiamo sempre avuto verso di te. Come vedi, molte situazioni si ripetono uguali nella vita degli esseri umani…

A Lavino vivevamo in un appartamento di una grande villa a due piani dove, nell’ingresso, ammucchiati uno sull’altro, c’erano i mobili del figlio dei proprietari, un giovane e brillante studente di medicina – credo si chiamasse Carlo – che presto mi prese in simpatia. Bene, su quei mobili ho cercato più volte di arrampicarmi col rischio di rompermi l’osso del collo. La cosa più interessante dell’appartamento era una stanza che io e zia Paola avevamo chiamato la "tana dei misteri", una stanza sempre chiusa a chiave e che noi cercammo di aprire con tutti i mezzi, non riuscendoci mai. Quella era la camera dove il signor Carlo aveva ricoverato i giochi dell’infanzia, i giornalini, i libri che intravedevamo quando lui ci entrava per ritirare qualcosa che gli serviva o quando sua madre veniva a darle aria.

Da anni Carlo tirava di fioretto: appesi in bella vista a una parete c’erano le sue maschere di protezione del viso e almeno quattro fioretti. Tanto feci, tanto insistetti che lui permise a me e a tua zia di indossare le sue maschere e tenere per una settimana intera, come se fossero nostre, due delle spade di quando, da bambino, aveva iniziato a praticare la scherma. Mamma era spaventatissima perché temeva che ci facessimo male, ma lui riuscì a convincerla che la scherma non è uno sport pericoloso e che, come recitava a memoria, forma il carattere e contribuisce a una crescita equilibrata della personalità, incanalando l’aggressività spesso inespressa dei bambini verso valori importanti come la lealtà e il rispetto degli altri. Mia madre mi permise una volta di recarmi a scuola con maschera e spada e da allora fui il più invidiato e ricercato dei bambini. Ovviamente quello era lo sport preferito delle persone abbienti e mai mia sorella e io avremmo potuto permettercelo, però quelle giornate vissute da spavaldo spadaccino furono una bellissima ed entusiasmante esperienza.

Oltre questo, tua zia mi ha fatto venire in mente una grossa bravata che ebbe conseguenze non altrettanto piacevoli. Nel giardino sul retro della villa c’era un albero di rusticani: di quest’albero non saprei dirti nulla su caratteristiche e dimensioni se non che ai miei occhi di bambino sembrava gigantesco, che dava dei frutti tondi e verdi, asprigni al gusto e che io aspettavo con ansia la primavera per poterli rubare e mangiare di nascosto ancor prima che maturassero. Eh già, perché mamma mi aveva proibito di farlo, pena solenni sculacciate. Un giorno di giugno, credo all’età di sette anni, sfuggendo allo sguardo vigile di mamma e del contadino che abitava sul retro della villa, non so come riuscii ad arrampicarmi sull’albero dei rusticani e mangiai una quindicina dei suoi aciduli frutti. A scendere mi aiutò il contadino, richiamato dal mio pianto disperato perché avevo paura di fare il cammino a ritroso verso terra. Quel giorno le buscai di santa ragione e a sera mi venne un mal di pancia terribile accompagnato da febbre altissima. Dovetti stare tre giorni a letto e ingoiare, con alti anche se inutili strepiti, due bicchierini colmi di olio di ricino.

Mangiare i frutti acerbi del rusticano e la scherma vissuta come gioco segnarono il mio passaggio dall’infanzia all’adolescenza. Facendo della psicologia spicciola si può dire che salire su un albero e rimpinzarmi anzitempo dei suoi frutti fu il mio primo tentativo di ribellione nei confronti della famiglia, mentre tirare di spada, seguendo precise regole, fu un modo ardimentoso di affrontare il mondo esterno armato di tutto punto ma con intenzioni pacifiche.

Che dirti ancora di quegli anni vissuti a Lavino? Su un noto avvenimento del dopoguerra che valutai nella sua importanza e pericolosità solo in età adulta, conservo un ricordo fatto esclusivamente di sensazioni. Era l’estate del ‘48, in luglio per l’esattezza, quando uno scalmanato studente fascista, a Roma, sparò a Togliatti. Quel gesto provocò una forte scossa emotiva in Emilia: la paura per una probabile insurrezione della popolazione contro il governo dell’epoca si poteva toccare con mano. Tutte le forze dell’ordine, ben poco amate in quella regione, erano state allertate. Ci furono diversi morti nei disordini di quei giorni. Allora io avevo sei anni e non ero certo in grado di capire il pericolo che mio padre stava correndo mentre, per servizio, girava il paese e la campagna in bicicletta, eppure, in qualche modo del tutto inconscio, percepii la preoccupazione dei miei genitori.

Ricordo che mia madre spesso piangeva e aspettava con trepidazione il ritorno a casa di papà per il pranzo e la cena. Per me e mia sorella c’era l’assoluto divieto di uscire in strada. Quel brutto momento durò circa una settimana e poi lentamente le acque si calmarono e a Lavino tornò a prevalere il buon senso della popolazione emiliana. Come premio per il mio comportamento responsabile tenuto in quei giorni, mamma accettò che papà mi portasse, un paio di domeniche dopo l’attentato, a fare un giro per la campagna seduto sulla canna della sua bicicletta. Di mio padre avevo sempre avuto soggezione, forse per quella sua aria severa e poco avvezza alle smancerie con noi bambini, però quel giorno fui davvero felice e, anche se, come al solito, mi parlò poco, intuii che era orgoglioso di portarmi con sé e di presentarmi alle persone che incontravamo lungo il tragitto. Ecco, questo è tutto ciò che posso raccontarti di quei cinque anni passati a Lavino. Che tu abbia trovato casa proprio in quest’anonimo paesino dell’hinterland bolognese è piuttosto curioso. Spero che tu possa trovare lì quella serenità che non avevi a Milano e dei buoni motivi per arricchire la tua personalità.

Un caro abbraccio anche da parte di mamma.

Papà

Caro papà,

nel retro della villa dove abito, a piano terra vive un contadino che cura il giardino, Ci sono alberi da frutta e parte del terreno è occupata da un orto. Il proprietario dello stabile, un anziano dottore, cordiale e gran chiacchierone, mi ha affittato a un prezzo di grande favore l’appartamento dove lui aveva vissuto da ragazzo. Si chiama Carlo Badiali. Quando gli ho rivelato le mie generalità mi ha dato l’impressione che il cognome Laurenti gli suonasse familiare. Senza che glielo avessi chiesto, mi ha raccontato di una famiglia di sfollati che subito dopo la fine della guerra avevano abitato qui. Quella famiglia aveva due bambini, un maschio e una femmina. Potrebbe essere che…

Un bacio.

Clara

Cara Clara,

tutto può succedere nei corsi e ricorsi della vita. Ho chiesto a tua zia Paola se si ricordava come si chiamavano i proprietari della villa dove abbiamo vissuto per qualche tempo da piccoli: lei ha confermato il cognome Badiali.

Hai ragione. È un evento davvero straordinario quello che ti è successo!

Saluta da parte mia il signor Carlo, vedrai che si ricorderà di me e delle mie marachelle.

Un abbraccio.

Papà

***

Epilogo

Clara mise al corrente il dottor Badiali di quella singolare coincidenza e questo fece aumentare ancora di più l’empatia creatasi fra loro già al primo incontro. Sei mesi dopo questa scoperta, però, Clara decise di lasciare l’appartamento di Lavino. In tutto il periodo che abitò lì non invitò mai i suoi genitori a farle visita. Non lo fece per diverse ragioni, la più importante delle quali era che quella casa le ricordava troppo suo padre. A causa dell’atteggiamento gentile ma assillante del dottor Badiali, quel luogo stava diventando una scelta inadeguata per lo scopo che si era prefissa.

Attraverso i ricordi che il vecchio dottore si peritava di raccontarle ogni volta che la incontrava e che, per timore di mostrarsi maleducata, lei non riusciva in alcun modo a bloccare, suo padre era costantemente accanto a lei. Lo era quando di sera girava sola e annoiata nell’appartamento o se di giorno si recava in giardino. Le sembrava persino di udire in ogni strillo di bambino proveniente dalle case vicine la voce di suo padre da piccolo mentre cercava di rincorrere il gatto del contadino o si esercitava in  altre e  più azzardate marachelle. Col passare dei mesi Clara capì che anche lì il peso della presenza paterna era diventato insostenibile. Non era libera in quel luogo tanto quanto non lo era stata nella casa dei suoi genitori a Milano. Doveva andarsene da Lavino. A spingerla a una nuova fuga fu ciò che accadde in un tiepido pomeriggio di primavera.

Clara si trovava nel giardino sul retro della villa a rincorrere un refolo d’aria sotto la quercia o all’ombra dei tigli che costeggiavano il lungo viale che si perdeva nella campagna. Non aveva fatto che pochi passi quando davanti ai suoi occhi si presentò una grande pianta nodosa, carica di frutti verdi e tondi. Incuriosita, si fermò a osservarla. Era forse quello il famoso albero di rusticani di cui gli aveva parlato suo padre? Tutto si poteva dire meno che la pianta fosse bella da vedere, era soltanto un vecchio albero dal fusto rugoso che a fatica reggeva rami carichi di frutti. A Clara venne spontaneo pensare a come sarebbe stato facile per chiunque salirci su per raggiungere i frutti proibiti, sfruttando i numerosi nodi del suo tronco, mentre non sarebbe stato altrettanto agevole tornare a terra, dovendo alla cieca indovinare la posizione giusta dei piedi.

Fu proprio guardando l’albero dei rusticani che Clara ebbe un’illuminazione.

Suo padre le aveva scritto che mangiare i frutti acerbi di quella pianta, era stato il suo primo atto di rivolta nei confronti dei genitori, l’inizio simbolico della sua crescita personale. Ma qualcosa a lui era andato storto. La sua ribellione era riuscita a metà. Non ce l’aveva fatta a scendere da solo dall’albero e la sua azione coraggiosa si era tramutata in una parziale disfatta. A lei, però, non sarebbe toccata la stessa sorte. Non doveva arrampicarsi sull’albero, le bastò allungare il braccio e staccare una dozzina di quei verdi e invitanti frutti. Ne mangiò a fatica soltanto tre, storcendo la bocca perché il loro sapore era decisamente asprigno, ma conservò i rimanenti nella borsa per finirli poi nel prosieguo della settimana. Se voleva veramente uccidere suo padre, era di vitale importanza mangiare tutti i frutti che aveva appena rubato.

Dopo quel giorno, si mise in cerca di un nuovo alloggio, esplorando i paesi vicini a Lavino. Lo trovò a Ponte Ronca, pochi chilometri più avanti sulla stessa direttrice per Vignola. L’appartamento era situato al secondo piano di un condomino di recente costruzione, con vista sulle colline emiliane. Aveva lo stesso numero di stanze di quello del dottor Badiali ma, ovviamente, l’affitto era parecchio più alto. Questo, però, non era un problema: da pochi giorni Clara aveva avuto un congruo aumento di stipendio e perciò poteva permettersi un aumento di spese per l’alloggio. Il problema, semmai, era come comunicare la sua decisione al vecchio dottore. Infatti lui accolse con molta tristezza la notizia della sua partenza, ormai si era affezionato a Clara quasi fosse una figlia, però alla fine comprese la sincera spiegazione che lei stessa si sentì in dovere di dargli. I suoi occhi erano lucidi e le parole smorzate dalla pena quando gli disse:

"In questa casa, piena di ricordi di mio padre e dei miei nonni, non sarei mai riuscita a crescere nel modo in cui io desideravo. Le chiedo scusa per non averlo capito subito e di avere abusato fin troppo della sua benevolenza…"

“Non posso impedirle di andarsene, spero di tutto cuore che ogni tanto lei torni a trovarmi… e sarebbe magnifico potere incontrare anche suo padre.”

“Può contarci, glielo prometto!” disse, abbracciandolo.

Entrata in possesso del nuovo appartamento, Clara poté sbizzarrirsi ad arredarlo secondo il gusto suo e del ragazzo con cui, da qualche mese, conviveva, dedicando una cura particolare alla camera degli ospiti, perché aveva in mente un piano. Era ormai passato più di un anno e mezzo da quando lei era andata via da Milano e riteneva fosse giunto il momento di riallacciare i rapporti con la famiglia.

Con l’aiuto prezioso di sua zia Paola preparò una mappa dettagliata dei luoghi e delle persone che avevano contrassegnato l’infanzia di suo padre. Cercò la chiesa sulla collina dove lui aveva fatto il chierichetto, la villa dei conti Aldovisi, la vecchia stazione di Lavino da tempo abbandonata, il bar Sport dove ai bambini che nel ‘48 percorrevano un chilometro a piedi per raggiungere la scuola materna ed elementare a Zola Predosa, ogni mattina il vecchio gestore regalava una caramella. Con infinita pazienza rintracciò Giovanni, il figlio del titolare della Ferramenta Rovelli e Amilcare Zanca, sordomuto dalla nascita il cui padre era un artista del traforo e che solo agli amici del figlio permetteva di vedere i suoi capolavori, tra cui una bellissima Torre Eiffel alta due metri e, per ultimo, mise sull’avviso il dottor Badiali.

Solo allora Clara si sentì pronta e invitò i genitori nel suo nuovo appartamento.

Uccidere il padre per Clara fu un’impresa facile. Finì così una guerra fra generazioni durata anni perché, in passato, padre e figlia non avevano saputo trovare un compromesso onorevole fra aspettative e desideri discordanti. Tutto si consumò a Lavino sotto l’albero dei rusticani, nel giardino della villa del dottor Badiali.

Mai l’uccisione di un padre fu tanto incruenta.

Negli annali della famiglia Laurenti, però, di quell’accadimento si ricorda soprattutto un curioso effetto a strascico che, in egual misura, colpì Clara e suo padre: un acuto mal di pancia causato dall’avere entrambi mangiato troppi frutti ancora acerbi di un’antica, rigogliosa quanto misconosciuta pianta…

Brignano Gera d’Adda – Luglio 2009-Dicembre 2012

Sofia si veste

minimum fax editore – euro 14,00

La risposta la trovate nel libro di Paolo Cognetti uscito qualche tempo fa.

Dico subito che il libro in questione è molto bello, ma per qualche ragione non mi ha soddisfatto appieno, anzi nel leggerlo mi sono arrabbiato e, quando l’ho finito ho pensato che Paolo Cognetti avesse perso l’occasione di tirare fuori dal suo cilindro di scrittore ormai maturo, il “romanzo perfetto”. Aveva a disposizione un personaggio femminile straordinario ma, a mio modesto parere, non l’ha saputo sfruttare come meritava. Perché poi abbia scelto la formula del capitolo-racconto e non del romanzo a tutto tondo è un altro mistero per me incomprensibile.

Sofia veste sempre di nero, infatti, è una raccolta di dieci racconti autonomi, ma che autonomi in realtà non sono, nel senso che per apprezzarli a dovere non vanno letti a caso ma nella sequenza scelta dall’autore. Il suo limite è di non essere né carne né pesce. Non si tratta di una vera raccolta di racconti e non è nemmeno un vero romanzo perché del romanzo non ha la struttura, l’ampiezza, la complessità e le finalità.

Sofia Muratore, la protagonista, non è quasi mai il centro dei singoli racconti, ma è sempre presente come filo conduttore di altre vicende che girano attorno alla madre, al padre e ad alcuni suoi amici. Tramite questi racconti veniamo a conoscenza – quasi di straforo – della vita sregolata di questa strana ragazza, solitaria, introversa, problematica. È vero che alla fine ci si affeziona a Sofia ma, proprio per questo, di lei avremmo voluto sapere di più, avremmo voluto entrare di più nella sua testa e capire il perché di certe sue scelte bizzarre. Questo, purtroppo, ci viene negato. Dobbiamo soltanto prendere atto delle stranezze comportamentali di Sofia (ma anche della sua affascinante e variegata personalità) e ci rimaniamo male, cioè io ci sono rimasto male e per queste mancanze di approfondimento su questo affascinante personaggio il libro di Cognetti mi ha lasciato insoddisfatto.

Detto questo, però, devo fare i miei più vivi complimenti a Cognetti: la sua scrittura è di alto livello, complessa ma non difficile da capire, mai banale, spesso emozionante. Niente male per uno scrittore abbastanza giovane (è nato nel 1978) che ha alle spalle altri due libri (Manuale per ragazze di successo, 2004 e Una cosa piccola che sta per esplodere, 2007) ed è anche autore di alcuni documentari.

La sua è il tipo di scrittura che piace a me e che io fatico a esprimere nei miei scritti. Il suo periodare nasconde una solidità sintattica e culturale notevole che non scade mai nell’esemplificazione facile e banale di altri scrittori italiani molto più famosi di lui, ma assai meno preparati di lui. Penso a Fabio Volo o Federico Moccia, tanto per fare due esempi noti.

I dieci racconti sono interessanti tutti ma quello che mi è piaciuto di più è l’ultimo: Brooklyn Sailor Blues. I due personaggi maschili (voce narrante e Juri) in qualche modo mi sono familiari. Lasciando perdere la notevole differenza d’età fra me e loro, entrambi mi assomigliano. Fatte le debite proporzioni, anch’io studio per diventare uno scrittore e qualche volta mi cimento come regista di film amatoriali (vedi il post Fancazzista laborioso). La voce narrante è un ragazzo che si è recato all’estero per trovare l’ispirazione e l’ambiente giusti per creare i suoi primi racconti o, persino, il suo primo romanzo. Sarà Sofia, incontrata a New York, che gli darà quella spinta che lui cercava da tempo. Juri, invece, è andato a New York a studiare regia cinematografica e, come prova d’esame, girerà un film dove Sofia è la protagonista. Sofia, però, è un’attrice che segue il suo istinto interpretativo e non quello che il regista le dice di fare. Tanto per dirne una, si rifiuterà di morire come la sua parte prevedeva. La sua personalità è così forte da stravolgere ciò che Juri aveva in mente e, durante le riprese, lo condizionerà a un punto tale da rendere il film quasi impossibile da montare in sequenze logiche. Il film – nonostante gli infiniti e patetici sforzi di Juri durante il montaggio alla moviola – risulterà un insieme di bellissime scene (tutte illuminate dalle notevoli performances di Sofia) ma che non riesce a esprimere una trama di senso compiuto. Juri uscirà più forte e più consapevole di sé da questa esperienza sbagliata, pronto ad affrontare le sue successive prove di regia. I due ragazzi – la voce narrante e il regista – entrambi innamorati persi di Sofia, devono a questa strana, solitaria e sfuggevole ragazza la loro crescita intellettuale e professionale. Con questo personaggio femminile Cognetti è riuscito a colpire anche il mio cuore e la mia mente e – se fossi stato giovane e l’avessi incontrata lungo la mia strada – anch’io mi sarei innamorato di Sofia…

La mia insoddisfazione – spero sia chiaro – nasce dal fatto che Sofia meritava un romanzo tutto suo e non aleggiare, vittima e carnefice, all’interno di una serie, anche se notevole, di racconti.

Molto bello anche il titolo del libro. Da leggere e consigliare agli amici.

Nicola Losito