Archivio per la categoria ‘racconto lungo’

Care amiche e cari amici,

come ogni anno, all’inizio dell’estate, metto il mio amato blog in sospensione animata. Sposto, cioè, le mie stanche membra (oggi mi sento in vena poetica…) nella casa di campagna dove mi aspettano diversi lavoretti da espletare prima che il sole con i suoi potenti raggi distrugga il mio bellissimo prato. Faccio questo per mettere a riposo per qualche mese sia la mia mente sia il pc portatile.

Quest’anno soprassiederò anche dall’ormai classico quanto oneroso viaggio all’estero anche perché ho appena fatto una breve ma accurata visita alla nostra Sicilia, isola che non conoscevo affatto. Sono stati nostri compagni di viaggio una coppia di amici siciliani che vivono a Milano ma che, spesso e volentieri, tornano in vacanza, nella loro terra d’origine. Sono stati loro a condurci in alcuni dei luoghi più belli dell’isola e a farci conoscere vita morte e miracoli di questa parte dell’Italia tanto chiacchierata, nel bene e nel male, dalla stampa nostrana e straniera.

Ho portato con me la videocamera e una moleskine nuova di pacca con cui ho filmato e annotato le cose più interessanti che ho visto, con la speranza di condividerle con voi nel prossimo autunno quando riaccenderò i riflettori sul mio blog.

Nell’attesa di incontraci di nuovo vi lascio in lettura uno dei racconti che amo di più e che ho scritto diversi anni fa su una bellissima quanto misteriosa donna di nome Narcisa, augurandomi che vi piaccia e vi faccia riflettere su alcuni fatti della vita che potrebbero essere davvero successi nella realtà a persone a noi vicine e apprezzate.

Un caloroso abbraccio e un arrivederci a tutti voi.

Nicola

Desiderio

Narcisa

«Oggi devo proprio lanciare le tre monetine…» pensò Narcisa guardandosi con un’espressione disgustata allo specchio del bagno.
Il volto che vedeva riflesso non le piaceva affatto.
Due occhiaie profonde come il canale di Loch Linnhe invecchiavano irrimediabilmente un viso che non molto tempo fa doveva essere stato bello da capogiro.
«Ho solo trentacinque anni, cosa diavolo mi sta succedendo?!»
Era questa la sconsolata domanda che ultimamente si faceva almeno due volte al giorno. I capelli biondi, ormai troppo lunghi sulle spalle, avevano un evidente quanto urgente bisogno di un deciso taglio. Con un movimento automatico della mano prese un elastico di stoffa viola dalla consolle sotto lo specchio e, velocemente, se li legò a coda di cavallo. Il viso, liberato in parte dalle chiome, si avvantaggiò subito della luce dell’ambiente.
«Dieci anni in meno, cara mia!» esclamò riavvicinandosi allo specchio mentre una parvenza di sorriso si stampava sulla bocca, soltanto un attimo prima contratta in una smorfia di sconforto.
In parte rincuorata, iniziò l’abituale igiene mattutina.
Regolata l’acqua alla temperatura di trenta gradi, una doccia prolungata le diede un’altra scossa benefica al morale e un sapone verde, dall’odore deciso e penetrante, tenuto in serbo fino ad allora nella sua lucida confezione di alluminio, di certo regalo di qualcuno di cui non ricordava il nome, aggiunse un inaspettato senso di benessere fisico.
Ora non aveva uno specchio davanti a sé, ma scorrendo il corpo con le mani sentì che la pelle era soda e liscia, che i seni non davano segni di sgradevoli cedimenti e che, grazie a interminabili sedute sulla cyclette, su glutei e cosce, da sempre sue armi vincenti, non c’era la minima traccia di cellulite.
Passando poi dal liquido calore dell’acqua della doccia al ruvido tepore dell’accappatoio, per un attimo chiuse gli occhi e un grosso sospiro si sommò all’aria vaporosa del bagno, segnalando così che quel breve istante di benessere era finito.

«Cosa mi manca per essere felice?» le venne da chiedersi.

Questa domanda, più di quella riguardante il suo attuale aspetto fisico, da tempo le procurava un malessere indicibile.

Si ricordava benissimo quando se l’era fatta per la prima volta. 
Stava seduta alla scrivania di mogano intarsiato nel suo ufficio alla Paluzzi Costruzioni S.p.A. e aveva appena ricevuto un pacchettino regalo e una telefonata di congratulazioni dal gran capo. Un suo progetto aveva vinto un premio internazionale e aveva forti probabilità di concreta realizzazione.
«Cos’era quel pacchetto?» si era chiesta, presa da una strana ansia.
Compleanno e onomastico erano lontani e il suo capo non era certo il tipo da fare regali per festeggiare i successi di una dipendente.
Chi poteva aver pensato a lei?
Sulla carta d’imballo c’era scritto, in chiara evidenza, Finzi Gioielli – Milano.
Perché aveva paura ad aprire quell’elegante confezione infiocchettata?
Un cattivo presentimento frenava la sua curiosità e, quasi si trovasse alle prese di un angosciante incubo notturno, non riusciva a decidersi a leggere il biglietto di accompagnamento e a scartare il pacchetto.
Con un movimento automatico della mano, aveva aperto la borsetta che stava sulla scrivania e aveva afferrato le sue amate tre monetine.
Quando percepiva che qualcosa non filava nel verso giusto, toccarle era un’ancora di salvezza. Ogni volta le interrogava sulla via da seguire e loro riuscivano sempre a indicargliela.
Ora non si trovava davanti a un bivio, non aveva scelte esistenziali da fare, eppure sentiva che, in quel preciso istante, aveva bisogno del loro aiuto.
C’era un cattivo pensiero da scacciare dalla mente.
«Forza Narcisa deciditi! Cosa ci vorrà mai?»
Di guerre ne aveva combattute tantissime e il conteggio tra vittorie e sconfitte, era di certo a suo favore.
Forza, forza!
Il calore del metallo stretto nella mano, di colpo, si era trasformato in energia e le aveva dato la forza necessaria per procedere.
Con fare ormai deciso aveva estratto dalla busta il bigliettino e aveva iniziato a leggerlo.

Cara Narcisa,
stavolta non voglio usare parole mie. Gli addii sono sempre difficili e penosi e perciò vado a prestito. Per correttezza avrei dovuto citare l’autore, ma sul sito da dove ho scaricato la poesia c’era mistero al riguardo.
Sembra scritta proprio per te.

Il rabbino consulta il pescecane
secondo la Torah e il rituale:
“Dimmi oh caro
dimmi perché fai il male?”
Quello sospira come troppo gli pesasse
e intanto osso ad osso se lo scarna
“Non ho colpa.
In me il tuo dio s’incarna.”

Spero che tu capisca e mi capisca.

Marco

«Ecco, questo sì che è un bel modo di piantare una donna! Se avesse scritto soltanto stronza certamente non avrebbe avuto lo stesso effetto!» aveva pensato Narcisa, piena d’amarezza.
«Come al solito ha voluto strafare…»
A quel punto mancava solo di aprire il pacchetto. Con mani nervose aveva strappato il nastro e la carta da regalo. Dalla scatolina imbottita era uscito un pescecane stilizzato in argento. Decisamente stupita, per alcuni minuti, era rimasta attonita a osservarlo.
«Ah, così io sarei lo squalo che mangia le sue vittime…» aveva alfine mormorato, piena di stizza.
No, non si riconosceva assolutamente in quel ritratto dipinto dagli occhi di Marco.
«Non ho mai mangiato gli uomini, io! Caro Marco, tu non mi hai mai capito…»
A ben vedere, se cattiveria c’era stata nella ricerca del regalo di addio, qualcosa non aveva funzionato. La cura dell’artista nel realizzare il pescecane con le branchie dipinte di marrone sull’argento lucente rendevano l’oggetto molto attraente, una vera delizia per gli occhi.
A ferirle il cuore e la mente erano l’anonima poesia e i pensieri che le scatenavano in testa ogni volta che la leggeva e rileggeva.
«Sant’Iddio, quell’imbecille di poeta non poteva cercare un verbo meno odioso di scarnare?»
Narcisa non solo mangia gli uomini, ma li scarna osso per osso!
Ma io ti amavo Marco e non mi sono mai saziata di te…
Finora a tutti i suoi uomini era piaciuto entrare e uscire dal suo letto.
Perché Marco non l’aveva apprezzato?
D’accordo, mille volte Marco aveva detto che nel suo letto lui si voleva fermare.
Perché Marco non ha capito che ciò non era possibile?
Era stata chiara sin dall’inizio e lui lo sapeva.
Per lei amore e libertà dovevano sempre restare due cose ben distinte.
L’amore, il sesso, sì perfetto, ma poi ognuno a casa propria!
Perché adesso glielo faceva pesare con così tanta acrimonia?
Scarnare…
Oh che sgradevole poesia!
Quel brutto giorno, tristezza e apatia le erano entrate così a fondo nella mente e nel corpo da toglierle persino la forza di odiare chi l’aveva così malamente scaricata.

apatia4

Cosa le mancava per essere felice? ripeté ancora a se stessa.
Non certo gli uomini. Un fischio e poteva averne quanti ne voleva…
Non certo il successo. Era apprezzata e temuta sul lavoro. Una donna dirigente a trentacinque anni in una società di soli uomini non era mica uno scherzo!
E allora?
Poteva contare su tanti amici e amiche che accorrevano a ogni suo squillo e lei stessa sapeva donarsi agli altri senza farlo mai pesare.
Eppure da qualche tempo qualcosa in lei si era guastato e Marco col suo benservito gliel’aveva fatto notare col massimo della brutalità.

L’aria dattorno si era raffreddata, l’effetto benefico della doccia era ormai del tutto vanificato. Doveva sbrigarsi se non voleva beccarsi un raffreddore. Un po’ di trucco agli occhi bastava per affrontare la sua prima domenica da single. Stava quasi per uscire dal bagno quando un’occhiata alle unghie la convinse a tornare sui suoi passi.
«Non posso interrogare I Ching con le mani così in disordine!» disse a se stessa.
Aprì l’armadietto appeso al muro. In bella vista c’erano dieci bottigliette colorate che aspettavano solo la sua scelta. La prima, al color nero seppia, era affiancata a una blu, poi a una verde seguivano sette diverse tonalità di rosso. L’ultima, dal color rosa pallido, non l’aveva mai aperta.
Oggi era proprio la giornata adatta per iniziarla. Così facendo avrebbe affrontato con umiltà l’appuntamento con l’oracolo.
Tutto doveva essere predisposto per ascoltare con dignità e compostezza il responso dell’antica saggezza cinese.
Per i suoi amici I Ching (La Legge) erano un gioco di società, stupido come poteva essere stupida la lettura dell’oroscopo. Per lei invece rappresentavano la filosofia della vita a cui aggrapparsi. Erano la sua religione, la sua guida spirituale e tutte le volte che aveva domandato, aveva ricevuto la giusta risposta.
In dieci minuti riuscì a stendere lo smalto sulle unghie e, una volta seccato, corse in camera a indossare un abito comodo.
Era pronta ad affrontare una nuova sentenza.

Dalla borsetta estrasse le tre monetine e stringendole nella mano come se dovesse comunicare a loro il suo attuale umore, si diresse verso lo studiolo attrezzato per quando si portava il lavoro a casa. Liberò il piano della scrivania dal portatile e dall’ultima relazione ai soci dello studio e, su un foglio di carta bianca, depose le monete. Dalla libreria estrasse i suoi tre libri di riferimento: “Come consultare I Ching” di Alfred Douglas, in edizione economica Bur del 1976, “I Ching” di Paola Mariani e Patrizia Meanti in edizione cartonata Mursia e infine, il più prezioso, la traduzione in lingua inglese dei “I Ching” curata da Lao Hai–hsuan, regalo del suo ultimo viaggio in Cina.
Seduta alla scrivania, con grande solennità e serietà iniziò la procedura, ricordando a se stessa che le antiche regole assegnavano il valore 2 alla stessa faccia di ognuna delle tre monete (verso yin) e, alle facce opposte, il valore 3 (verso yang). Prima di lanciare contemporaneamente le tre monete con la mano destra, formulò mentalmente la sua richiesta all’oracolo e poi la mise anche per iscritto. La domanda era chiara e definitiva:

«Da domani cosa devo fare della mia vita?»

Per costruire l’esagramma con cui interrogare I Ching, lanciò per sei volte le monete trascrivendo sul foglio con la sua penna stilografica dall’inchiostro verde il risultato numerico dei singoli lanci. A ogni sequenza, somma dei numeri 2 e 3, associò il corrispondente simbolo grafico: una linea spezzata mobile se la somma era 6, una linea intera mobile se la somma era 9, una linea intera fissa se la somma era 7 e infine una linea spezzata fissa se la somma era 8.
Con la combinazione da lei trovata, unica tra le 64 possibili, individuò, in uno dei tre libri che aveva sulla scrivania, la pagina dove era scritta la risposta alla sua domanda.

Lesse più e più volte le poche righe che l’oracolo cinese aveva preparato per lei. Infine prese un nuovo foglio di carta e con studiata lentezza ci scrisse sopra a penna tutto quello che da domani avrebbe dovuto fare della sua vita.

Il giorno dopo, lunedì 26 febbraio 2007, Narcisa si alzò molto prima dell’alba.

Non fece colazione ma spese più di un’ora per mettere in perfetto ordine ogni angolo della casa. Quando si ritenne soddisfatta, si vestì di tutto punto decisa a uscire. Arrivata nei pressi della porta di colpo si fermò. Come assalita da un improvviso furore tornò in camera da letto e da un cassetto dell’armadio a muro estrasse la trousse argentata con chiusura a cordoncino che usava sempre nei suoi viaggi in giro per il mondo. Andò poi in bagno, raccolse il sapone verde con il suo contenitore di alluminio, il fermacapelli elastico viola e la bottiglietta di smalto rosa per le unghie. Dalla borsetta estrasse la stilografica e le tre monetine. Da sopra il trumò del soggiorno afferrò il pescecane d’argento e per un istante se lo avvicinò al petto.
Con quei sette oggetti nelle mani andò in cucina e si sedette pensierosa a tavola.
Per un tempo indefinito e in silenzio li rimirò e accarezzò tutti, uno a uno, più e più volte.
Poi aprì la trousse, con mossa lenta vi ripose gli altri sei oggetti, la richiuse stringendo con forza il cordoncino azzurro e la depose al centro del tavolo, proprio sopra al foglio dove il giorno precedente aveva scritto il responso dell’oracolo. Infine si alzò con gran fatica dalla sedia, diede un’ultima lunga occhiata attorno a sé e, a passi decisi e senza più voltarsi indietro, uscì di casa.

Fuori era ancora buio.
L’aria era fredda e il tempo non prometteva niente di buono.
Narcisa quel giorno di fine inverno non prese come sempre la sua auto.

Fine

Crediti: le immagini le ho scaricate da Internet presupponendole prive di copyright. In caso contrario, prego gli autori degli scatti di farsi vivi in modo che io possa indicare i loro nomi nel post. Per approfondire meglio il discorso su I Ching vi consiglio di guardare su Internet la seguente Guida.

Saluti

Carissimi amici,
con il post odierno termina la mia esperienza di blogger. Terrò aperto questo spazio solo per eventuali avvisi.
Ovviamente lascio il blog a disposizione dei webnauti. Chi vorrà leggere i miei 100 e  passa post pubblicati in questi anni, potrà sempre farlo e, statene certi, mi farà piacere. Chi conosce il mio indirizzo mail e desidera comunicare con me, può farlo tranquillamente. Risponderò a tutti.
La ragione di questa decisione è la solita: stanchezza per la grande fatica di produrre, ogni settimana, il compitino da pubblicare sul blog. Non ho più l’età per mantenere questo impegno. Sono sempre più convinto che scrivere deve essere un piacere, altrimenti è solo una sofferenza inutile. Non sono stanco solo per questo. La verità è che, in questi ultimi mesi, non sono stato con le mani in tasca. Non ho fatto il fancazzista, come dicono, scherzando, i miei amici ancora in attività. Anch’io, alla mia maniera, sono stato parecchio laborioso.

1. Sto insegnando italiano in una scuola serale per stranieri. (Una ragazza indiana mi ha  chiesto il significato di minchia! e cazzo! le esclamazioni più usate dalle persone che ha conosciuto in Italia e mi ha davvero messo in imbarazzo…)

2. Da diligente  blogger ho preparato con cura i miei post settimanali. (Ma ad avere più successo sono state le facezie/barzellette non mie…)

3. Ho letto e commentato molti post dei miei amici virtuali. (Spesso rosicando per la loro bravura e per il numero esagerato di commenti  lasciati da splendide fanciulle che a me non m’hanno mai degnato di un‘occhiata…)

4. … qui non scrivo niente per il semplice fatto che non si può spiattellare proprio tutto della propria vita privata!  A bocca aperta

5. Infine, ho rispolverato il romanzo che, da anni, riposava in un cassetto in attesa dell’ultima e definitiva revisione.  Per portare a termine questo (per me) gravoso compito ho speso gran parte delle mie energie mentali. Tutti sanno che scrivere un buon romanzo è una cosa difficilissima, mentre scrivere una ciofeca, è facilissimo… Basta vedere il numero spropositato di romanzi inutili che vengono pubblicati in Italia e nel mondo ogni anno. Per questa ragione, non volendo incrementare di un’altra unità gli inutili seller, ho lasciato riposare il mio romanzo per quattro anni nel cassetto. Quando, sei mesi fa, l’ho riletto, mi è venuto da piangere… Non certo per la gioia o la commozione, ma per avere perso tanto tempo a scrivere un’opera così sconclusionata. Quanti anni ho sprecato in questa avventura! Anni  che, invece, avrei potuto dedicare al divertimento e alla vita sociale?!  Tanti, troppi.
Pagine che mi sembravano geniali si sono rivelate, a una nuova e più attenta lettura, solo delle banali ripetizioni di pensieri già pensati e masticati da migliaia di altri pseudo scrittori prima di me.
Sono stato più volte sul punto di buttare definitivamente quel mio parto letterario nella pattumiera. A fermarmi è stato il ricordo delle revisioni/recensioni regalatemi da due amiche a cui, qualche anno fa, avevo dato da leggere quel mio ultimo e più sofferto romanzo. 
Il parere della prima amica era stato abbastanza positivo e su alcuni capitoli c’era persino appuntata l’esclamazione: bello! Il suo consiglio era stato di lasciare riposare qualche mese il libro e poi di rivederlo in alcuni punti. Solo così sarebbe stato pronto per la pubblicazione. 
Il giudizio della seconda amica era stato tragicamente negativo. Pagine e pagine cassate senza pietà, interi paragrafi cancellati… insomma, una vera tragedia. Il suo consiglio era stato di lasciare riposare qualche anno il romanzo e poi di riscriverlo di sana pianta! A suo parere, se l’avessi lasciato così, non sarebbe mai stato pronto per la pubblicazione.
Curiosamente queste due recensioni così diametralmente opposte, mi avevano convinto che, in fondo, il mio libro non era da buttare, ma necessitava di essere ulteriormente pensato, elaborato e riscritto.
Ecco perché ho lasciato passare quattro lunghi anni prima di riprenderlo in mano. Toccava a me di separare il grano dal loglio e di portarlo a una forma più acconcia e intrigante. Per compiere questa ultima revisione ho impiegato cinque mesi, lavorandoci su giorno e notte e, solo pochi giorni fa, sono arrivato a scrivere la parola fine. E, purtroppo, non sono ancora sicuro che il risultato finale sia soddisfacente! 
I cinque punti elencati dovrebbero spiegare il mio attuale stato di salute e giustificare il perché devo, forzatamente, mettere in animazione sospesa il mio amato blog. 
Sono svuotato non solo psicologicamente  ma anche fisicamente e ora sento la necessità di chiudere per un bel po’ con la scrittura. Devo riprendere fiato e rimettermi in sesto.
Appena potrò, trasformerò il libro in e-book e lo auto-pubblicherò su Amazon. Alcuni di voi conoscono già il titolo del romanzo, avendone io già presentato due capitoli nel blog, alcune settimane fa. Si tratta di “Affinità elettive” e di “I cinque cani e la seduta psicoanalitica” che avete accolto con cortese benevolenza. Per ringraziarvi, ho pensato di farvi una promessa e di sottoporvi, come mia ultima presenza su WordPress, un altro capitolo  di Io e Agata a cui io tengo in modo particolare.
La promessa è questa: se e quando Io e Agata sarà in vendita su Amazon farò in modo che tutti possiate leggerlo gratuitamente. Vi avviserò con una mail, oppure scriverò su questo blog come fare per scaricarlo gratis. 
Il terzo capitolo che presento oggi s’intitola Francesco mio. Questo è un mio vecchio racconto, rivisto e corretto, che comparirà nell’appendice di Io e Agata anche se è parte integrante della vicenda che narro nel romanzo. Il brano è piuttosto lungo, ma mi piacerebbe che lo leggeste e, bene o male, che qualcuno lo commentasse. Senza nessun obbligo, ovviamente.

Siccome questo è il mio ultimo post vorrei togliermi un sassolino dalla scarpa, ben sapendo che "la cosa peggiore che può capitare a una domanda è la risposta".
Io non conosco a fondo l’inglese, però ho sempre pensato che follower volesse significare seguace, uno che ti segue. Pare, invece, che su WordPress questo termine forestiero abbia un altro significato. Mi spiego: in quasi tre anni di mia assidua presenza su questa splendida piattaforma ho collezionato circa 280 follower, ma di questi solo il 10% si sono fatti vivi e hanno colloquiato qualche volta con me… ma tutti gli altri seguaci dove si sono nascosti!?
Forse, per questo corposo gruppo di blogger,  follower significava che dovevo essere io a seguire loro?  In verità per un po’ l’ho fatto poi, vedendo che non c’era reciprocità di amorosi sensi, ho abbandonato la partita.
Capita così anche a voi? Questa è la mia domanda da un milione di dollari…
Comunque, a volte esagero a lamentarmi. Infatti, tra i miei sostenitori silenziosi, posso vantare una parrucchiera che ha inventato e pubblicizza uno shampoo miracoloso, e un simpatico signore che promuove nel mondo bare e urne cinerarie…  Alla prima avrei voluto scrivere che è già un miracolo se, alla mia età, ho ancora quattro capelli in testa e, all’altro, toccandomi di nascosto le parti basse e non conoscendo il mio futuro, avrei voluto dire che mi piacerebbe vivere qualche anno ancora e che alla bara ci penseranno (spero) i miei cari… 

Ok, basta recriminazioni più o meno spiritose. È arrivato il momento dei saluti. Chiedendo scusa per questo lungo pistolotto, lascio un calorosissimo abbraccio ai miei followers… indistintamente.

Buona fortuna e lunga vita à tout le monde.
Nicola

Francesco mio

Francesco mio

Quando i pompieri riuscirono a entrare nell’appartamento del professor Quilici, lo trovarono seduto su una poltrona e con la bocca sorridente.
Anche il fringuello nella gabbia sorrideva.
Può sembrare un’assurdità, un volatile non può sorridere, ma chi li aveva trovati raccontò che dalla disposizione dell’uomo e della gabbia appoggiata sulle sue ginocchia, i due si stavano certamente guardando negli occhi e poiché il professore pareva sorridere, anche il fringuello doveva avere la sua stessa espressione.
«Sì, sì, – dicevano tutti – il vecchio e l’uccellino avevano dato insieme l’ultimo respiro, sorridendosi l’un l’altro».

Io, all’epoca, ero un ragazzino.
Alla storia del sorriso del fringuello ci ho creduto.
E ci credo ancora oggi.

Il signor Quilici era un professore di musica in pensione. Viveva nel mio stesso palazzo. Quando lo conobbi, avevo quattordici anni. Lui quasi ottanta. Lo incontravo qualche volta scendendo di corsa per le scale dal mio appartamento al quinto piano. Abitava sotto di noi e, salendo a piedi con la borsa della spesa, aveva sempre il fiatone perciò rispondeva al mio saluto solo muovendo lentamente la mano libera.
Fra noi un’amicizia era inevitabile ma, all’inizio, fu vera guerra.
Io andavo matto per la canzone Rock around the clock di Bill Haley, per Only you dei Platters, per Diana di Paul Anka, lui ascoltava tutto il giorno musica classica.
Mia madre mi urlava dietro ogni volta che mettevo sul giradischi i 45 giri al massimo volume, ma io non le davo retta. Un giorno, però, dal pavimento della mia camera sentii sette o otto colpi sordi in rapidissima successione e una voce chiara, anche se lontana, che gridava:
«Basta!»
Proprio in quel momento mamma stava passando per la stanza.
Seguì un ordine:
«Vai dal signor Quilici a scusarti! Fila!»
Scesi al quarto piano e suonai il campanello.
Mi aprì la porta un uomo molto anziano dal viso chiaramente alterato.
«E tu chi sei?» chiese.
«Il bambino del piano di sopra…»
«E allora?»
«Sono venuto a scusarmi per il rumore…»
Non mi fece finire la frase.
«Bravo, hai detto giusto! La tua non è musica, è solo rumore! Va bene, accetto le tue scuse.»
Mentre l’uomo stava richiudendo la porta, sentii un canto acuto, quasi arrogante. Possedevo una coppia di canarini, che adoravo, perciò nei ripetuti e forti ciuinc, uit e ciuit, che provenivano dall’interno dell’appartamento, riconobbi il cinguettio di un volatile.
«Anche lei ha degli uccellini?» chiesi.
«Non uccellini, ma un fringuello maschio…» rispose piccato.
«Posso vederlo?»
La mia domanda lo prese in contropiede. Non sapendo se farmi entrare in casa oppure no, rimase per un attimo indeciso. Poi con la mano spalancò la porta.

Il suo appartamento era tagliato in modo del tutto diverso dal mio. Il lungo corridoio che disimpegnava razionalmente le stanze aveva una parete attrezzata a libreria. Buttando un occhio sugli scaffali, notai che i libri erano disposti in ordine di altezza decrescente da sinistra verso destra. La cucina dava l’idea di un luogo pochissimo vissuto. Non c’era un oggetto fuori di posto, nemmeno una tazzina sporca di caffè sul lavello. Magro e spilungone com’era, forse non faceva nemmeno colazione.
Arrivati nello studio, davanti a me si presentò tutto un altro mondo.
Una stanza così quante volte me l’ero sognata!
Regnava dattorno un magnifico disordine: sulla scrivania, mescolati a spartiti musicali, c’erano pile di dischi a 33 giri e sul pavimento il grammofono, retto da quattro gambe affusolate, stava ancora suonando a bassissimo volume un brano di musica sinfonica. Appesi alla parete più grande c’erano due custodie di violino e due quadri, dipinti a olio, ottime copie (così disse lui) dei famosi quadri di Manet: il Pifferaio e il Guitarrero. Nella parete più piccola, un’altra libreria stracolma di spartiti disposti alla rinfusa che, a tener conto del numero di quelli sparsi per terra, era di sicuro usata quotidianamente.
A fianco della finestra, protetto da una tenda che un tempo doveva essere stata bianca, c’era un’alta piantana con tre ganci a uncino. Su quello più alto stava appesa una gabbia metallica a forma di castello.
Dentro un fantastico uccellino dai mille colori.
Il fringuello saltabeccava incessantemente da un trespolo all’altro, sbatacchiando rumorosamente le sue alucce scure. Il piumaggio del petto tendeva al ruggine, la schiena era verde muschio. Aveva la testa color carta da zucchero, la fronte nera. Anche le ali erano nere a striature giallo–verdognole e portava una macchia bianca all’altezza della spalla. Il ventre era castano chiaro quasi biancastro e il becco tendeva al viola.
Un’esplosione di colori se paragonata al semplice, unico, anche se vivissimo, giallo dei miei canarini. Quello che però mi colpì fu la varietà di suoni che uscivano dalla gola del minuscolo volatile.
Lo feci notare al padrone di casa. Questi, invece di rispondermi, estrasse dalla biblioteca un testo di ornitologia, cercò la pagina giusta e lesse:

“Il suono più strano che emette il fringuello è il francesco mio. Si chiama in questo modo perché il volatile nella parte terminale del canto emette un verso molto simile all’invocazione – francesco mio – , e via in similitudine per gli altri canti.
Con un po’ di pratica è relativamente facile riconoscere altri suoi versi.
Quelli migliori sono:
a)    il passerino, alla fine di ogni canto emette un verso simile a quello del passero.
b)    il doppietto, emette un canto completo e, un secondo dopo, lo ripete eguale.
c)    il buicio, a ogni striscia di canto ultimata allega un verso simile a “buicio”.
d)    il cin, inizia e termina il canto con “cin – cin”.

«Ma lei riesce a distinguerli tutti questi suoni?» domandai incuriosito.
«Ho studiato e suonato il violino e ho l’orecchio abituato a cogliere le varie sfumature dei suoni. Ovviamente il fringuello non li emette tutti di seguito ma, a seconda dell’estro del momento, canta in un modo piuttosto che in un altro.»
«Lei veramente riesce a sentirlo quando pronuncia francesco mio
L’uomo sorrise alla mia domanda:
«Quello è il verso che fa soltanto a me e solo quando gli do del cibo che lo soddisfa!»
«Lei mi sta prendendo in giro…» protestai.
«Caro bambino, – fece lui – se continui ad ascoltare i tuoi urlatori, non puoi pretendere di cogliere sfumature così sottili.»
«E dai! – pensai dentro di me – Quest’uomo insiste a burlarsi di me!»
Poi, come proseguendo un suo ragionamento, tornò a prendere un altro libro sullo scaffale e quando ebbe trovato quello che cercava, disse:
«Il canto del fringuello non lo apprezziamo soltanto noi musicisti, ma anche i poeti. Tu conosci Giovanni Pascoli, vero?»
Non aspettò nemmeno la mia risposta e continuò:
«Pascoli ha scritto una splendida poesia sul fringuello. Il titolo è Il fringuello cieco e, per non annoiarti, te ne leggo solo poche righe. Attese un attimo, poi, con voce ispirata e ben impostata, recitò:

“Finch…  finché nel cielo volai,
finch…  finch’ebbi il nido sul moro;
c’era un lume, lassù, in ma’ mai,
un gran lume di fuoco e d’oro,
che andava sul cielo canoro,
spariva in un tacito oblìo…“

«La senti la musica che viene fuori da questi versi?» domandò poi.
«Sì, sì!» dissi, mentendo alla grande. Se qualcosa avevo provato, era solo un po’ di vergogna per la mia assoluta incapacità di apprezzare le poesie. A scuola ce ne facevano studiare tantissime a memoria e da ciò proveniva la mia idiosincrasia per quel strano modo di esprimere concetti e pensieri.
«I professori di lettere – continuò, come leggendomi nel pensiero – sbagliano a costringervi a studiare a memoria le poesie! Farebbero meglio a insegnarvi a leggerle ad alta voce, con la corretta dizione! In questo modo, forse, apprezzereste la musica che c’è in ognuna di loro…»
Interruppe subito il suo ragionamento perché si accorse di avermi messo in grande imbarazzo. Un attimo dopo mi accompagnò alla porta.

Nei mesi seguenti mi sforzai a tenere basso il volume del giradischi e tentai persino di leggere ad alta voce sul mio libro di antologia alcune famose poesie. L’effetto acustico della mia dizione doveva sembrare però alquanto stridulo e angosciante, perché mia madre spesso entrava di corsa in camera credendo che stessi male. Dovetti, a gran fatica, imparare a regolare il tono della voce e ad abbassare ad altezze più umane il braccio sollevato e teso con cui accompagnavo la recita dei versi.
Dopo innumerevoli e penosi tentativi, riuscii finalmente a declamare in modo decente Davanti San Guido di Carducci: “I cipressi che a Bolgheri alti e schietti van da San Guido in duplice filar…” e persino a sentire la musica che c’era in quella poesia.
Avrei voluto correre giù dal professore a fargli sentire i miei progressi, ma qualcosa mi impediva di farlo. Da qualche giorno dal suo appartamento uscivano pochissimi suoni, niente musica classica e neppure il canto del fringuello.
C’era qualcosa che non andava, me lo sentivo sulla pelle.
Vivendo da solo, il signor Quilici era costretto a procurarsi di persona le provviste per la settimana. Lo faceva ogni mercoledì mattina al mercatino rionale. Molte volte, quando il mio turno a scuola cadeva di pomeriggio, andavo con la mamma allo stesso mercato e lo incontravo mentre sceglieva la verdura per sé e per l’uccellino. In queste occasioni riuscivo a scambiare qualche chiacchiera con lui e spesso, quando la nostra spesa era leggera, lo aiutavo a portare su per le scale le sue borse piene. Il suo respiro era così affannoso da farmi temere che un giorno o l’altro non ce l’avrebbe fatta a salire tutti e quattro i piani.
Da un paio di settimane, però, il professore non si era fatto vivo al mercato.
Il secondo mercoledì segnalai a mia madre la sua assenza e lei mi consigliò di andare a suonare al suo appartamento.
Dopo un’attesa infinita, la porta si aprì e vidi davanti a me non l’uomo che conoscevo ma un essere rinsecchito e barcollante. Aveva occhiaie profonde e i capelli erano del tutto fuori posto. Il vestito era spiegazzato e pieno di borse alle ginocchia: chissà da quanti giorni non se lo cambiava!
Invece di salutarmi e invitarmi a entrare, in modo alquanto brusco chiese:
«Cosa vuoi?»
«È un po’ che non la vediamo e la mamma e io eravamo preoccupati…» risposi.
Ci mise un secondo a scoppiare in un pianto senza freni.
«Cosa le è successo?»
«Il mio fringuello ha perso la voce! Non canta più… morirà presto…»
Mi fece entrare in casa e mi condusse nello studio. Le tapparelle erano completamente abbassate, il disordine che mi aveva così affascinato la prima volta, ora aveva preso il sopravvento e rendeva squallida la stanza. Piatti con avanzi di cibo ammuffito avevano invaso la scrivania, normalmente ingombra di mille altre cose. C’erano foglie d’insalata rinsecchita e ossetti di seppia sparsi un po’ dovunque. Un puzzo incredibile rendeva difficoltoso respirare.
«Posso aprire le finestre per cambiare l’aria?» chiesi, cercando di essere il più possibile gentile.
«Fa come vuoi…»
Con voce lugubre, inframmezzata da un pianto lamentoso e da un’espressione di apatia stampata sul viso, mi raccontò che due settimane prima, mentre gli stava dando il solito cibo, il fringuello aveva improvvisamente emesso un verso rauco, straziante e da allora non aveva più cantato. Da quel giorno a malapena accettava un po’ di granaglie.
«Ha chiamato il veterinario?» chiesi.
«Ti pare che un veterinario si muova per uno stupido uccello che non canta più?»
Non sapendo cosa fare per aiutarlo, mi misi allora a raccogliere i piatti sporchi e a rassettare dattorno. Mentre eseguivo quelle semplici operazioni, la mia mente era indaffarata a cercare una soluzione al suo problema. Ben presto però dovetti arrendermi. Quando nello studio una parvenza di ordine fu ristabilito, non potei fare altro che salutarlo lasciandolo solo con il suo sconforto.

Avevo da poco iniziato il primo anno al liceo scientifico Righi che era, a detta di tutti, il migliore della città. Fra i cinque o sei professori che ci seguivano, ero convinto che avrei trovato chi sarebbe stato in grado di darmi una mano a risolvere il problema del signor Quilici. Raccontai la storia del fringuello, diventato improvvisamente muto, al mio professore di scienze, ma l’unica cosa che riuscii a ottenere fu un sorriso di compatimento:
«Ragazzo mio, con tutti i grandi problemi che ci sono al mondo, il tuo mi sembra davvero poco importante!»
Ottenni la stessa indifferenza dal professore di italiano e da quello di matematica.
Stavo ormai per perdere ogni speranza, quando, una mattina, l’insegnante d’inglese prese a parlare di un libro che aveva appena finito di leggere e il cui titolo era:

Siamo tutti nati poliglotti di Alfred A. Tomatis

Spiegò che, avendo da poco iniziato a studiare una lingua straniera, qualcuno di noi avrebbe fatto parecchia fatica a impararla. Nel parlarla, alcuni si sarebbero trovati a disagio, come quando si indossano vestiti più larghi o più stretti di un’altra persona.

A detta di Tomatis “queste sensazioni non sono cose immaginarie: un corpo che parla una lingua risuona in maniera diversa dal corpo che ne parla un’altra, e se un corpo parla una lingua con la quale non entra in risonanza, per quanto la si studi, non la si padroneggerà mai”.

Nel libro citato – aggiunse il professore – era indicata una strada per rendere possibile un effettivo multilinguismo dei cittadini d’Europa, una strada fondata tutta sull’ascolto.

Alfred Tomatis fu immerso fin dall’infanzia in un variegato mondo sonoro: i nonni erano italiani e parlavano nizzardo, un dialetto ricco di influenze dal piemontese, il padre, cantante lirico, era un famoso basso all’Opera di Parigi. Queste esperienze, unite alla vocazione per la medicina, lo portarono ad approfondire i rapporti tra l’orecchio, la voce, e la salute degli esseri umani. Sarebbe stato perciò riduttivo definire Tomatis un otorinolaringoiatra, piuttosto lo si sarebbe potuto chiamare un professore dell’orecchio”.

A questo punto la mia attenzione era diventata vivissima: forse Tomatis avrebbe risolto il problema che mi assillava.
Cominciai a prendere degli appunti, scrivendo con estrema cura tutto quanto l’insegnante stava spiegando e, tornando a casa in tram, li rilessi più e più volte.

“Nelle prime pagine del suo libro l’autore racconta che a dare inizio alla sua ricerca fu l’osservazione delle sordità professionali degli operai che lavoravano negli arsenali dell’aeronautica negli anni ‘50. Da essa trasse le cosiddette tre leggi del metodo Tomatis:

1)    La voce esprime solo ciò che l’orecchio può sentire.
2)    Se l’ascolto si modifica, immediatamente e inconsciamente si modifica anche la voce.
3)    È possibile trasformare durevolmente la fonazione se la stimolazione acustica viene mantenuta per un certo tempo (legge della rimanenza).

Ma ciò che mi colpì di più fu la seguente riflessione sugli effetti terapeutici della musica classica:

Le opere di Vivaldi, insieme a quelle di Mozart, Tchaikovsky e Corelli, sono state incluse nelle teorie di Alfred Tomatis per dimostrare i benefici della musica sul comportamento umano e vengono utilizzate nella terapia musicale”.

Ecco la soluzione che cercavo! Sostituendo in quella frase l’aggettivo umano con animale, risultava che la musica avrebbe potuto curare anche il fringuello.

Corsi a casa e feci le scale a tre per tre. Arrivato al quarto piano suonai alla porta dell’appartamento del professor Quilici, senza chiedere permesso entrai in casa e gli raccontai quanto avevo appreso a scuola.
L’uomo mi ascoltò prima con grande scetticismo, poi, man mano che gli spiegavo come avremmo dovuto procedere, fu preso anche lui dall’entusiasmo.
«Ecco perché non canta più! – disse – Da due settimane il mio fonografo si è guastato e da allora il fringuello sta facendo lo sciopero della voce!»
«E se le prestassi il mio e gli facessimo sentire dei pezzi delle mie band?»
Un’occhiataccia mi fece capire che non era il momento di scherzare.
Salii nel mio appartamento, presi il giradischi e lo sistemai nello studio del professore.
Mettemmo poi la gabbia su una sedia molto vicina agli altoparlanti e il signor Quilici, nella sua vasta discoteca, scelse un pezzo di Mozart. Nel locale, per tanti giorni silenzioso, le note melanconiche e gioiose di Così fan tutte si sparsero per l’aria e attraversarono anche la gabbietta.
Tutti e due ci aspettavamo qualcosa.
Ma non accadde nulla.
La bestiola apatica era e tale rimase per tutto il tempo in cui la musica aveva ripreso possesso della stanza.
Me ne tornai a casa deluso ma non completamente vinto.
«Può tenere il giradischi per tutto il tempo necessario. – dissi – Cambi musica, può darsi che Mozart non gli piaccia!»
Per più di una settimana il professore passò le giornate a cercare fra i suoi dischi il brano sinfonico che poteva compiere il miracolo. Fu tutto inutile, il fringuello non dava segni di ripresa, anzi, a volte, rifiutava persino il suo cibo preferito. Forse la terapia musicale era efficace sugli umani, di certo si stava rivelando un fiasco con gli animali. L’uccelletto era ormai ridotto a pelle e ossa, mancava davvero poco alla sua fine.

Si trattava solo di attendere.

In un pomeriggio noioso come tanti altri, stavo studiando di malavoglia geografia, quando, tra uno sbadiglio e l’altro, sotto i miei piedi sentii sette o otto colpi sordi. Quei colpi che provenivano dallo studio del professore, erano il nostro mezzo di comunicare: tre volevano dire vieni giù, di più significavano emergenza.
«Oddio! il fringuello è morto!» pensai.
Col cuore in gola scesi al quarto piano.
Quando il signor Quilici aprì la porta, una musica molto triste e una voce che mi fu difficile stabilire se di uomo o di donna, arrivò alle mie orecchie.
«Ha cantato di nuovo… con un pezzo di Vivaldi!” disse il professore.
Corsi nello studio. La musica era a un livello molto alto e quasi copriva i versi dell’uccellino. Abbassai leggermente il volume del giradischi in modo da riuscire a sentire la voce del fringuello. Il suo canto era bellissimo e melodioso come mesi prima. Mi sedetti su una poltrona e chiusi gli occhi per assaporare meglio l’atmosfera che si era creata nella stanza.
Non posso dire con assoluta sicurezza se ero sveglio o se sognavo, ricordo solo che, a un certo punto, udii con estrema chiarezza due suoni che non avevo mai uditi prima:

francesco mio!
cin cin!

Giuro di averli sentiti.

Due settimane dopo quello straordinario evento, i pompieri furono costretti ad abbattere la porta dell’appartamento del professore.

Fine

Crediti: la strip del Signor Giacomo mi appartiene. L’immagine che accompagna il racconto Francesco mio è una mia rielaborazione di una scultura di Alberto Giacometti, il famoso scultore e pittore svizzero.

Il racconto che propongo oggi è tratto dal romanzo di Zadie Smith Denti Bianchi. Poche parole, giusto per inquadrare i personaggi e permettervi di gustarlo al meglio. Samad Icbal, un pakistano emigrato a Londra, è sposato con la connazionale Alsana e ha due figli piccoli di nome Magid, la femmina e Millat, il maschio balbuziente. La signorina Poppy Burt-Jones è una donna di razza bianca, giovane e bella, che insegna musica alla Manor School, frequentata dai due figli di Samad. Samad si invaghisce di Poppy Burt-Jones nell’attimo stesso in cui la incontra a scuola durante il primo colloquio informativo tra docenti e genitori.

zadie-smith

Zadie Smith è una scrittrice di colore quarantenne che ho conosciuto di recente e che sto apprezzando sia per l’effervescente umorismo di cui è dotata sia per la sua notevole capacità di trattare ambienti e personaggi di tutte le categorie sociali presenti nell’Inghilterra dei nostri giorni. Oltre a Denti bianchi (2000) che è la sua opera d’esordio, ha scritto L’uomo autografo (2002) e Della Bellezza (2005) tutti editi da Mondadori.

Il racconto si svolge a Londra, una città dove l’integrazione razziale apparentemente si è realizzata. In realtà,  esistono sacche della società londinese dove lo straniero è ancora considerato un alieno disturbante oppure dove è proprio lo straniero a non volersi integrare nel mondo occidentale perché sogna, prima o poi, di tornare in patria.

Buona lettura e buon divertimento.

Nicola

dentibianchi

L’insegnante di musica

Samad non sapeva niente di direzione d’orchestra, ma sapeva quello che gli piaceva. In realtà, il modo in cui lei lo faceva probabilmente non era molto complicato, un semplice tre/quattro, solo un metronomo monodimensionale tracciato nell’aria con il dito indice … ma aaah, che gioia guardarla mentre procedeva! La schiena rivolta verso di lui, i piedi nudi che uscivano – ogni tre battute – dalle scarpe a ballerina; il suo didietro che sporgeva leggermente, premendo contro i jeans, ogni volta che lei si chinava di scatto in avanti per uno dei rumorosi crescendo dell’orchestra … che gioia! Che visione! Era tutto quello che poteva fare per impedirsi di correre da lei e trascinarla via; lo spaventava, la totale impossibilità di staccarle gli occhi di dosso. Ma doveva razionalizzare: l’orchestra aveva bisogno di lei … lo sapeva Dio che senza l’insegnante non sarebbe mai riuscita ad arrivare in fondo a quell’adattamento del Lago dei cigni (che in realtà evocava più delle anatre sguazzanti in una pozza d’olio). E tuttavia, era uno spreco incredibile … come guardare un poppante su un autobus che afferra ignaro il seno di una sconosciuta seduta vicino a lui… uno spreco incredibile, che una bellezza come quella fosse a disposizione di ragazzini troppo giovani per sapere che farsene. Nell’attimo in cui assaporò questo pensiero, Samad passò immediata­mente a: Samad Miah … un uomo raggiunge il livello più basso quando è geloso di un poppante al seno di una donna, quando è geloso dei giovani, del futuro … E poi, non per la prima volta in quel pomeriggio, mentre Poppy Burt-Jones faceva uscire per l’ultima volta i piedi dalle scarpe, e finalmente le anatre perirono nel disastro ambientale, Samad si chiese: Perché sono qui, in nome di Allah? E la risposta si ripresentò di nuovo, con l’insistenza del vomito: semplicemente perché non potrei essere da nessun’altra parte.

Tic, tic, tic. Samad fu grato al suono della bacchetta che batteva sul leggio, perché lo strappò da questi pensieri, pensieri molto prossimi al delirio.

«Ragazzi, ragazzi. Basta. Ssst, calmatevi. Via gli strumenti dalla bocca, mettete giù gli archetti. Giù, Anita. Così, brava, sul pavimento. Grazie. Ora, probabilmente avrete notato che oggi abbiamo un visitatore.» Si voltò verso Samad, che cercò con tutte le forze una parte di lei sulla quale mettere a fuoco lo sguardo, un pezzetto che non gli facesse ribollire il sangue. «Quello è il signor Iqbal, padre di Magid e di Millat.»

Samad si alzò come se gli fosse stato ordinato l’attenti, strinse con cura il cappotto dai baveri larghi davanti all’inguine capriccioso, fece un debole cenno di saluto, si rimise a sedere.

«Dite "Buongiorno, signor Iqbal".»

«BUONGIORNO, SIGNOR IQ-BALLE» esplose il coro, tutti, esclusi due dei musicisti.

«Ora, che ne dite di suonare anche una tripletta, visto che abbiamo un pubblico?»

«Sì, SIGNORINA BURT-JONES.»

«Il signor Iqbal non è solo il nostro pubblico, oggi, ma un pubblico molto speciale. È grazie al signor Iqbal che la prossima settimana non suoneremo più Il lago dei cigni.» Quest’annuncio fu accolto da una grande ovazione, accompagnata da un coro sgangherato di squilli di tromba, rulli di tamburi, tintinnii di cembalo.

«D’accordo, d’accordo, ora basta. Non mi aspettavo un’adesione tanto entusiasta!»

Samad sorrise. La ragazza aveva anche il senso dell’umorismo, quindi. Possedeva arguzia, acutezza … ma perché pensare che più c’erano ragioni per le quali peccare, meno grave era il peccato? Ragionava di nuovo come un cristiano, spiegava al Creatore "non posso dirlo in modo più corretto di così".

«Giù gli strumenti. Sì, tu, Marvin. Grazie mille.» «Signorina, e allora che cosa faremo?»

«Be’ … » cominciò Poppy Burt-Jones, con lo stesso sorriso per metà timido e per metà audace che Samad aveva già notato. «Faremo qualcosa di molto eccitante. La prossima settimana voglio tentare di sperimentare la musica indiana.»

Il suonatore di cembalo, non capendo bene quale posto gli sarebbe toccato in quel cambiamento radicale, si assunse il compito di essere il primo a ridicolizzare il progetto. «Come, significa quella musica Iiiii IIIEEeeee EEEeeee IIIiiii EEUuuuu?» chiese, facendo un’imitazione credibile delle battute che ci si aspetta di trovare all’inizio di una melodia hindi, o nella saletta sul retro di un ristorante indiano, e accompagnando l’esibizione con veloci cenni d’assenso, come un cameriere. La classe esplose in una risata sonora quanto l’insieme degli ottoni, e riecheggiò lo scherzo in massa: Iiiii Ieeeuu UUUEeeeh Iiii UUUiiiii … Questo, insieme allo stridere parodistico dei violini, penetrò nel profondo, erotico intontimento di Samad e spedì la sua fantasia in un giardino, un giardino circondato da statue di marmo, dove si trovò vestito di bianco e nascosto dietro un grosso albero a spiare una Poppy Burt-Jones in sari e bindi, che entrava e usciva, flirtando con lui, da alcune fontane, a volte visibile, altre no.

«Non mi pare … » cominciò Poppy Burt-Jones, cercando di far sentire la voce sopra quel pandemonio e poi alzandola di molti decibel. «NON MI PARE MOLTO GENTILE … » e qui la voce tornò normale, mentre la classe registrava la nota arrabbiata e si calmava. «Non mi pare molto gentile farsi gioco della cultura altrui.»

I membri dell’orchestra, inconsapevoli di aver fatto quello che diceva l’insegnante, ma sapendo che era il peggior reato previsto dal codice della Manor School, abbassarono lo sguardo sui piedi.

«E voi? E voi che ne pensate? Sophie, ti piacerebbe che qualcuno prendesse in giro i Queen?»

Sophie, una dodicenne lievemente ritardata, coperta da capo a piedi con l’equipaggiamento caratteristico dei complessi rock, guardò fisso l’insegnante da sopra gli occhialetti rotondi. «Non mi piacerebbe, signorina.»

«No, non ti piacerebbe, eh?»

«No, signorina.»

«Perché Freddie Mercury appartiene alla tua, di cultura.» Samad aveva sentito le chiacchiere diffuse dai camerieri di ogni grado del Palace, secondo le quali questo Mercury era in realtà un persiano dalla pelle chiara chiamato Faruk, che il capocuoco ricordava dalla scuola di Panchgani, vicino a Bombay. Ma chi aveva voglia di spaccare il capello in quattro? Per non interrompere la bella Burt-Jones mentre faceva la sua predica, Samad tenne l’informazione per sé.

«A volte troviamo strana la musica degli altri perché la loro cultura è diversa dalla nostra» dichiarò solennemente la signorina Burt-Jones. «Ma questo non significa che non sia altrettanto bella. Giusto?»

«GIUSTO, SIGNORINA.»

«E possiamo imparare a conoscerci attraverso le varie culture, non è vero?»

«Sì, SIGNORINA.»

«Ad esempio, che musica ti piace, Millat?»

Millat ci pensò un momento, si appoggiò il sassofono a un fianco e cominciò a muovere le dita come se fosse stato una chitarra. «Born to ruuun! Da da da da daaa! Bruce Springsteen, si­gnorina! Da da da da daaa! Baby, we were bo-rn … »

«Mmm, niente … nient’altro? Qualcosa che magari ascolti a casa tua?»

Millat assunse un’espressione scoraggiata, timoroso che la sua risposta potesse risultare sbagliata. Guardò suo padre, che gesticolava freneticamente dietro l’insegnante, sforzandosi di comunicargli gli scatti della testa e i movimenti delle mani del bharata natyam, il tipo di danza che piaceva tanto ad Alsana prima che la tristezza le appesantisse il cuore e i figli le legassero mani e piedi.

«Thriiii-ller!» cantò Millat a squarciagola, pensando di aver colto il messaggio del padre. «Thriii-ller night! Michael Jackson, signorina! Michael Jackson!»

Samad si nascose la faccia fra le mani. La signorina Burt-Jones guardò con aria strana il bambino in piedi su una sedia, che si contorceva e si afferrava l’inguine davanti a lei. «Okay, grazie, Millat. Grazie per averci spiegato … »

Millat sorrise. «Non c’è di che, signorina.»

Fine

P.S.

Per chi fosse curioso: dopo la gustosa discussione fra alunni e insegnante, il racconto prosegue con un breve tête-à-tête fra Samad e Poppy Burt-Jones nell’ufficio di quest’ultima: “un locale minuscolo, privo di finestre, senza alcuna via di fuga e pieno di strumenti, armadietti-archivio stracolmi di spartiti e un odore che Samad aveva preso per quello di lei ma ora riconobbe come l’aroma di cuoio vecchio delle custodie di violini mescolato a un odore dolciastro di pipì di gatto”. Samad, in modo alquanto maldestro ma efficace, si dichiarerà a Poppy, si baceranno, faranno l’amore, e da quel momento i due diventeranno amanti.

Crediti: Foto e immagini sono state scaricate da Internet e il copyright appartiene ai singoli autori.

Dal mio romanzo incompiuto Io e Agata estraggo un capitolo e, nel porlo alla vostra attenzione, vorrei segnalare due cose: primo, che Agata era una psicoanalista molto sui generis in quanto curava i suoi pazienti con l’aiuto delle piante che, a mo’ di foresta incolta, riempivano il suo studio e, secondo, che l’Io del titolo non sono io. Ma è soltanto un simpatico tipetto a cui mi sono ispirato nell’ideare questo romanzo che spero di terminare prima di passare a miglior vita.

Buona lettura!

Nicola 

shi-tzu

shih-tzu

I cinque cani e la seduta psicoanalitica

Dopo circa un anno di matrimonio, tra me e Marta era sorto un problema che non riuscivamo a risolvere con le nostre forze e che rischiava di far saltare la nostra unione. Al sesto mese di gravidanza, per colpa di un maledetto virus che aveva attaccato la placenta di Marta e aveva impedito al feto di respirare, perdemmo il nostro primo figlio maschio. Dopo l’aborto terapeutico, resosi necessario per evitarle pericolose infezioni, mia moglie, pensando di essere in qualche modo responsabile della morte del bambino, entrò in depressione e, ben presto, l’atmosfera in casa divenne cupa e invivibile.
Appena fu possibile riprendemmo a fare l’amore, sbagliando, però, approcci e metodi. Ci assoggettammo a vere e proprie maratone, avendo come unico scopo la procreazione, dunque con preliminari ridotti al minimo, cioè con divertimento e piacere completamente assenti. Facevamo sesso senza quel contorno che rende tale attività speciale per la mente e il corpo. Forse per questo arrivai al punto di odiare il momento di andare a letto per assolvere un dovere coniugale ormai ridotto a una mera ripetizione di penetrazioni. Siccome i nostri sforzi non stavano dando i frutti desiderati, Marta, accortasi della mia crescente insoddisfazione, pretese un maggiore impegno da parte mia e, di conseguenza, cominciai a sentire il peso di una situazione che tardava a sbloccarsi. Sempre più delusi e amareggiati ci recammo da diversi medici specialisti e questi, dopo averci sottoposto ai test più avanzati sulla nostra idoneità a procreare, ci assicurarono che eravamo fisicamente a posto e che dovevamo soltanto avere “pazienza”.
In queste condizioni di acuto stress psicologico, era impensabile che Marta rimanesse incinta e, dopo alcuni mesi di quella frenetica attività sessuale, il desiderio di fare l’amore con lei cessò del tutto. Mi buttai a capofitto nel lavoro, evitando in tutti i modi possibili di affrontare la questione che ci assillava. Marta interpretò il mio atteggiamento sfuggente come mancanza d’interesse nei suoi confronti e quando prese a stigmatizzare la mia appannata aspirazione di avere un figlio, tra noi sorsero dei violenti screzi. Non era vero che avessi rinunciato alla paternità, in realtà mi ero semplicemente stancato di essere considerato alla stregua di un animale da monta, diventato inetto a procreare. Arrivati assai vicini a un punto di rottura, senza avvertirmi dei suoi piani, Marta decise di rivolgersi a Agata nella speranza che lei risolvesse il nostro problema.
Prima di proseguire, a questo punto, devo aprire una breve parentesi sulla fauna di cui Agata amava circondarsi quando abitava ancora a Milano in Corso Sempione.
Forse per colpa della sua disastrosa disavventura con lo studio medico Rolli in cui aveva perso gran parte delle sue sostanze, Agata aveva deciso di abbandonare l’università, pur mancandole pochissimi esami alla laurea e, per mantenersi, aveva allestito uno studio nel suo appartamento: lì riceveva una clientela che, aiutata dal passa parola sulla sua bravura, si stava facendo via via più numerosa. In pochi anni si era risollevata finanziariamente e aveva ripreso a condurre una vita dispendiosa, spesso permettendosi acquisti di necessità assai dubbia. A un certo punto si era convinta che due gatti e cinque costosissimi shih-tzu nani, tre maschi e due femmine, avrebbero lenito le sue sofferenze di donna tradita negli affari e negli affetti da persone che credeva amiche.
Quei cinque cani giapponesi, destinati a rimanere nella dimensione di cuccioli per tutta la vita, si chiamavano Kazu, Suke e Hiko, i maschi; Hara e Kasa, le femmine. Non so come Agata facesse a riconoscerli dal momento che avevano tutti la stessa corporatura e lo stesso colore del folto manto. Per distinguerle dai maschi, sul capo delle femmine aveva legato un ciuffettino di peli con un nastrino rosa.
Non posso dire molto sui due gatti perché non amavano gli estranei e perciò vivevano sempre nascosti da qualche parte in luoghi ben protetti dell’appartamento.
Chiusa parentesi.
Un giorno di giugno del 1970, Agata invitò Marta e me a pranzo nel suo appartamento milanese per farci conoscere i suoi cani. Pur essendo di razza molto pregiata e ricercatissima in quegli anni, se devo essere sincero, trovai quelle curiose matasse di pelo in perenne movimento, decisamente odiose, tranne una.
Kazu, il più nervoso della combriccola, non smise di abbaiarmi dietro per tutto il tempo che rimasi in casa, Suke si attaccò con le gambe anteriori al mio polpaccio destro ed ebbe con questo ripetuti e soddisfacenti approcci sessuali, Hara dopo avermi annusato per qualche minuto decise che il mio odore non era di suo gradimento e se andò via disgustata. Hiko, sin dal mio ingresso in casa, mi guardò dal basso verso l’alto con scostante sufficienza come se fossi l’uomo più brutto e sgradevole della terra. In realtà non vidi davvero quello sguardo disgustato ma lo percepii intenso e discriminante dietro la lunga chioma che gli copriva completamente occhi e muso. Non fece neppure la mossa di avvicinarsi per annusarmi ma, sculettando, se ne andò a pomiciare con Hara.
A Kasa, invece, piacqui da subito. Mi venne incontro sulla porta e, con le zampette protese verso di me, diede chiari segni di volere essere presa in braccio. L’accontentai e rimase accoccolata sul mio grembo sia durante il pranzo sia dopo, nel prosieguo della visita in casa della sua padrona.
Non desiderando far sapere a Agata che il mio matrimonio era in crisi, feci di tutto per mostrami allegro e collaborativo, ma risultai ben poco credibile. Finito di pranzare, infatti, Agata disse che doveva parlarmi e, stranamente, mi fece accomodare nello studio dove riceveva i clienti,  “ordinandomi” con un tono tra il serio e il faceto di rilassarmi mentre lei e Marta sparecchiavano la tavola.
Chiusa la porta dello studio, non più intento a difendermi dagli assalti passionali di Suke e con le orecchie non più martoriate dall’abbaio insistente di Kazu, seguito solo dalla scodinzolante Kasa, mi accomodai sulla poltrona in vimini con il poggia piedi in stoffa colorata (quella destinata ai pazienti). Di colpo la tensione accumulata negli ultimi mesi si allentò e da lì a poco mi addormentai con Kasa adagiata sulla pancia. Merito dell’ottima colazione offerta da Agata, del leggero e musicale russare della bestiola e del gradevole calore del suo corpo. Merito, soprattutto, della verde foresta tropicale che imperava attorno a me e che, appena entrato nella stanza, mi aveva stordito con i suoi profumi.
Agata interruppe il mio sonno un quarto d’ora dopo per sottopormi, di sicuro dietro sollecitazione di Marta, a una serie di domande sulla mia vita privata. Senza averglielo chiesto, ero diventato un cliente con un problema da curare.
Di quella seduta psicoanalitica ricordo poco o nulla. La sonnolenza postprandiale, l’aria pregna delle essenze odorose provenienti dalle piante che incombevano fin sopra la mia testa, avevano reso il parlare pacato di Agata una melodiosa nenia per le mie orecchie.
Molto probabile che discutemmo del mio matrimonio in pericolo, della depressione di sua nipote e di come fare per superare queste difficoltà. Stranamente, pur essendo una donna di larghe vedute, non mi parlò di unguenti magici o di strane posizioni Kāma Sūtra che potessero rinfocolare la mia passione amorosa ormai spenta per Marta. Invece ricordo molto bene che, alla fine del colloquio, disse: «Seppellire una persona cara non significa dimenticarla, perciò il vostro bambino nato morto riposerà in pace solo quando avrà ricevuto una degna sepoltura “anche” nella vostra mente e, solo allora, tu e tua moglie sarete in grado di affrontare, nel modo giusto, una nuova gravidanza.»
Non so se furono queste parole a darmi la scossa benefica che da tempo desideravo, fatto sta che, uscendo dallo studio, ero in uno stato di benessere tale da considerare inezie superabilissime le tensioni che ultimamente si erano accese fra me e Marta. Ero così felice e rilassato che accettai, senza protestare troppo, di portare a passeggio lungo i marciapiedi di Milano i cinque cani di Agata. Mentre ero sulla porta, vidi Agata e mia moglie entrare nello studio. Sicuramente anche Marta stava per essere sottoposta a una seduta psicoanalitica analoga alla mia.
Uscito in strada, mi aspettava una missione quasi impossibile.
Sfido chiunque a portare in giro, senza impazzire, con un guinzaglio a più corde, cinque infernali bestiole ognuna con in testa una diversa direzione di moto. Hara e Hiko (i fidanzatini) tiravano a destra, Kazu, rinculando, continuava imperterrito ad abbaiarmi addosso, Suke e Kasa volevano andare a sinistra. Stanco di tutto quel bailamme, mi misi davanti a quel gruppo di cani indisciplinati e li trascinai di peso dove volevo io, cioè nel giardinetto a trecento metri dalla casa di Agata. Lì c’erano degli alberi a disposizione e un bel prato su cui scorrazzare e così, finalmente, potei lasciarli liberi. Per fortuna trovarono altri loro simili e per un po’ si disinteressarono di me. Aspettai che tutti facessero i loro bisogni e poi, con la stessa identica fatica dell’andata, li riportai a casa dove trovai Agata e Marta che mi aspettavano in cucina, chiacchierando allegramente.
Marta aveva il volto disteso e dagli occhi usciva un bagliore speciale come non ricordavo da mesi. In tutta evidenza anche a lei la seduta psicoanalitica aveva fatto un gran bene.
Fantastica Agata!
Con un estemporaneo colloquio a quattrocchi aveva compiuto lo stesso miracolo su due persone ormai prossime alla separazione.
Tornati a casa ci bastò un’occhiata complice, assai significativa e, senza bisogno di profferire parola, Marta e io ci spogliammo e facemmo l’amore con la stessa partecipazione e intensità di due sposini in viaggio di nozze. Non saprei dire con precisione se accadde quella notte o la seguente ma, in una o l’altra di queste due occasioni, Marta rimase incinta della nostra prima figlia.
E nei successivi anni mise al mondo altri tre bambini.

Fine

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È ormai pienamente dimostrato che il destino crudele mi riserva, a scadenze quasi fisse, una guerra da combattere. Non si sono ancora rimarginate le ferite della guerra di quest’estate (vedi) che un altro conflitto, altrettanto cruento, è scoppiato proprio a Natale, nei giorni che tutto il mondo dedica al riposo e alla pace fra i popoli.
Questa volta il nemico non è un prato verde pieno di sassi da estirpare ma un avversario altrettanto ostico.

Il mio computer portatile.

Eppure tra me e il Vaio Sony (schermo piatto da 17 pollici, 4 Mega di Ram, Hard Disk da 500 Giga) fino al giorno prima di Natale c’era amore, rispetto e considerazione: sentimenti che consideravo validi per l’eternità.
E invece no. Di colpo Lui mi ha dichiarato guerra con una vocina sorniona e ostile allo stesso tempo: “Adesso ti concio io per le Feste!”

Come è stato possibile che le faccende – tra me e Lui – si siano  deteriorate così tanto da arrivare a un punto di non ritorno?
Ci ho pensato su un bel po’ e, finalmente, ho capito il perché.

A questo punto permettetemi di uscire, per qualche istante, di metafora per parlarvi dell’antefatto. Apro una parentesi perché ritengo giusto e doveroso che tutti voi, uomini e donne, che state leggendo questo post, memorizziate quali sono le precauzioni che si devono prendere per non arrivare mai al punto tragico in cui mi sono trovato io durante le Feste di Fine Anno 2013.
 
È noto che i computer portatili, per definizione, potendo essere spostati da un punto all’altro di una casa, di una città o del mondo, devono essere autonomi in tutto e, principalmente, devono avere un’alimentazione elettrica autonoma. Nelle foreste amazzoniche, questo lo sanno anche i bambini, non ci sono prese di corrente in giro. Per realizzare quest’autonomia, i costruttori hanno dotato i computer portatili (e pure i cellulari) di una BATTERIA agli ioni di litio o al nichel-cadmio, in modo che essi possano funzionare, per ore e ore, liberi da quei noiosi e ingombranti adattatori che trasformano i  classici 125/220 Volts delle prese di casa nel voltaggio molto più basso e più consono al loro utilizzo.

Ebbene, quando si acquista un computer portatile o un cellulare quei furboni dei venditori ti raccontano con orgoglio che la BATTERIA in dotazione dura sei o sette ore, giorni interi, prima di dovere essere ricaricata, ma non ti dicono mai qual è la vita media della stessa e qual è la profilassi da seguire per tenerla in buona salute e non fare sì che essa muoia nel giro di pochi mesi. Le istruzioni, in realtà, ci sono – scritte a caratteri piccolissimi – nel manuale che il produttore del computer o del cellulare rilascia di regola nell’impacco ma che nessuno, dico nessuno, ha mai avuto tempo o voglia di leggere con attenzione…

E così, dopo un anno (a volte, qualche mese) la BATTERIA del portatile (o del cellulare) è da buttare!

Siccome sono un uomo buono (mia moglie, invece, afferma che predico bene e razzolo male) vi  esplicito a chiare lettere cosa fare o non fare per il buon funzionamento e una lunga durata della batteria:

   1.    Un computer portatile non dovrebbe mai essere utilizzato collegato alla presa di corrente di casa tramite l’adattatore, ma sfruttando sempre la batteria in dotazione finché essa non esaurisca la sua carica.
    2.    Il portatile segnala sempre quando la batteria sta per scaricarsi, cioè quando si è vicini al 10-20% della sua carica. A questo punto occorre collegare il computer – tramite lo specifico adattatore – alla presa elettrica per ricaricare la batteria e “staccarlo di nuovo quando la batteria si è ricaricata al 100%”.
    3.    Dopo una trentina di cicli di carica e scarica, la batteria dovrebbe essere lasciata scaricare completamente per permettere una corretta ricalibrazione della stessa.

Alzi la mano chi ha seguito scrupolosamente queste tre semplici regolette!

Io no, purtroppo. Per la semplice ragione che uso il portatile come se fosse un computer desktop, nel senso che l’aggettivo “portatile” per me significa “trasportabile” con poca fatica e poco ingombro da una postazione fissa (la casa di Milano) a un’altra postazione fissa (la casa di campagna). Ma penso che molti di voi si comportino come me, o sbaglio?

Quindi, se fossi stato una persona accorta, avrei dovuto da subito togliere la batteria in dotazione e usare sempre e solo l’adattatore per alimentare il portatile. Non l’ho mai fatto per paura che un’improvvisa caduta di tensione (un crash delle rete elettrica) provocasse un disastroso crash nel mio computer rovinando o l’hard disk o facendomi perdere il lavoro di ore non salvato in tempo. In altre parole ho sempre usato la BATTERIA come UPS (dall’Inglese Uninterruptible Power Supply  che in italiano significa Gruppo statico di continuità) cioè un’apparecchiatura in grado di mantenere alimentati gli apparecchi elettrici per un certo periodo di tempo anche in caso di black-out della tensione.

In questa tipologia – parzialmente scorretta – di comportamento, la vita della batteria è molto più breve e bisogna averne a portata di mano una di ricambio già carica da sostituire nel caso si ammalori quella in dotazione. Sfidando la buona sorte io non ho mai pensato di acquistare una batteria di ricambio e così, quando meno me l’aspettavo, la mia vecchia e usurata batteria è stata così dispettosa da defungere con un botto scenografico, distruggendo, al contempo, una parte dell’hard disk interno al computer.

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Quale parte del disco fisso interno si è rovinata?

Ovviamente, rispettando le leggi di Murphy, è deceduta quella più importante, quella che inizializza il portatile e permette allo sfortunato utilizzatore di lavorare anche se l’hard disk interno ha delle tracce non più leggibili o riscrivibili…

Rientrando nella metafora, è chiaro che la mia batteria si è vendicata per averla sfruttata – come tutti i padroni poco lungimiranti – senza mai pensare alla sua salute e alla sua efficienza, lasciandomi di colpo col sedere a terra e rendendomi orfano dello strumento di lavoro proprio quando – nel lungo periodo festivo natalizio –  avevo giurato a me stesso di concretizzare la revisione finale del romanzo che da anni mi trascino inutilmente dietro ovunque io vada a soggiornare per un weekend corto o lungo o durante le ferie estive.

Ricapitolando, la morte del mio portatile è avvenuta il giorno 24 Dicembre, vigilia di Natale, e quando di gran carriera l’ho portato nel centro assistenza più vicino – per puro caso ancora aperto – lo hanno preso in carico avvisandomi, però, che me l’avrebbero riconsegnato nella seconda settimana dell’anno nuovo, sempre che la riparazione potesse essere effettuata con un costo ragionevole, visto il suo attuale stato disastroso. Ah, ho dimenticato di dirvi che il portatile, al momento della consegna, fumava ancora ed emetteva un suono molto simile a una risata sardonica!

Visto che stavo per mettermi a piangere dalla disperazione, il tecnico informatico con cui stavo parlando ha avuto pietà di me e mi ha promesso che avrebbe tentato di ripararlo nei ritagli di tempo concessigli dal noiosissimo inventario aziendale di fine anno e che mi avrebbe telefonato subito qualora fosse riuscito a farlo rivivere.

Giuro, lo avrei baciato e abbracciato se non avessi avuto timore che le mie buone intenzioni venissero fraintese…

Nessuno ci crederà ma, in realtà, sotto diversi aspetti io sono un tipino previdente: infatti tengo sempre una copia aggiornata dei miei documenti su un hard disk esterno e quindi dei miei lavori pregressi avrei perso poco o nulla. A  spaventarmi era l’idea che,  nell’eventualità che il tecnico avesse riportato in vita il mio vecchio portatile, avrei dovuto – nella peggiore delle ipotesi – reinstallare i cento e passa software accumulati negli anni e che normalmente utilizzo per i miei lavori informatici. Per un fancazzista laborioso come il sottoscritto ciò avrebbe significato giornate e notti intere a guerreggiare con le idiosincrasie dei computer, a volte restii ad accettare i miei comandi e a capire le mie urgenze elaborative. Addio, in ogni caso, al riposo natalizio del guerriero, ai sonnellini post prandiali, addio – soprattutto – alla revisione finale del mio ultimo romanzo in stand-by da anni…

Com’è poi finita la faccenda?

Il tecnico informatico ha fatto miracoli e, nel pomeriggio del 30 di Dicembre, mi ha restituito il prezioso portatile dotato di una batteria nuova di pacca, di un nuovo e più capiente hard disk interno e con il SOLO sistema operativo Windows 8.1 funzionante, chiedendomi, in cambio, 150 bigliettoni per la sua bravura e gentilezza.

A questo punto che dirvi?

Vita da Nerd

La guerra tra me e il portatile, iniziata alla vigilia di Natale, è entrata nel vivo delle ostilità il giorno prima della fine dell’Anno 2013. Da quel momento è toccato a me agire in prima persona per ripristinare i tanti attrezzi che servono a un videoamatore artigianale, a un amante della musica, a uno pseudo scrittore della domenica, a un blogger con scarsa inventiva, a un maldestro disegnatore di fumetti qual io mi ritengo. Confesso che, pur essendo un esperto (?) di computer, ho avuto grossi problemi a reinstallare alcuni vecchi programmi: volete un esempio?

Per far funzionare di nuovo la suite Adobe (Acrobat Writer, Photoshop, Premiere, Dreamweaver, Fireworks, Flash Professional, Illustrator, InDesign, After Effects, un vero gioiellino del 2008) ci ho impiegato sei ore di fila!!!

Per la cronaca: seppur con le borse agli occhi, un mal di testa da primato e la schiena a pezzi, ho vinto la mia guerra con il portatile (cioè sono ritornato operativo in tutto e per tutto) il giorno 3 Gennaio 2014 e da oggi in poi… sono ca**i vostri: presto, infatti, ricomincerò a imperversare nel web con il mio amato blog…

ROFL_C~1

A meno che la Befana non mi riservi altre sgradevoli sorprese…
Nicola

Crediti: Le prime due immagini presenti nel post odierno non sono mie, ma le ho trovate su Internet e ai rispettivi autori va il mio più sincero apprezzamento. Il blogger impazzito che batte freneticamente sulla tastiera l’ho prelevato dal sito Meme-Italia: un sito dove immagini .gif spiritose come quella ce ne sono a migliaia.
 

Carissime, carissimi,
siccome la prossima settimana sarà Natale, ho deciso di darvi un po’ di tregua (e darla anche a me) e permettervi, da domani in poi, di pensare solamente a come passare, nel migliore dei modi permessi dalla crisi economica in corso, questi ultimi giorni di Dicembre con i vostri cari e con gli amici in carne e ossa. I pensieri e le divagazioni del Signor Giacomo, dunque, finiranno oggi, ma ricominceranno – salute permettendo – nel 2014, subito dopo la Befana, alla faccia del mio Terribile Capo che, alla notizia della mia richiesta di ferie, mi ha “letterariamente” dato il benservito:

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Per finire in gloria l’anno in corso, vi regalo un brano-gioiellino scritto da Oriana Fallaci che ho estratto (con grande sforzo elaborativo) dal suo romanzo Insciallah, pubblicato da Rizzoli nel lontano 1990.
Il romanzo in questione lo sto leggendo (con molta calma) in questi giorni e forse, nel 2014, ve ne presenterò altri stralci molto profondi.
Credo che parecchi blogger, me compreso, nutrano velleità letterarie, cioè hanno scritto o stanno scrivendo un libro, perciò la lettera che fra un po’ leggerete cade proprio a fagiolo. Il Colonnello è uno dei tanti personaggi del romanzo Insciallah (in realtà è la stessa Fallaci che scrive sotto mentite spoglie) che sfrutta il tempo libero che riesce a ritagliarsi durante la missione militare internazionale in Libano, precisamente a Beirut, per scrivere il suo primo romanzo, prendendo come fulcro del racconto la complicata e sanguinosa guerra tra palestinesi, israeliani e libanesi di diverse fazioni religiose. Il Colonnello non è sposato, però, per vincere la solitudine delle notti passate nel suo alloggio, si è inventato una moglie e a lei, con regolare frequenza, scrive delle lettere per parlarle dei suoi problemi, delle sue speranze e per aggiornarla su ciò che succede attorno a lui. Fra le tante missive ho scelto quella che reputo più interessante e che, in un certo qual senso, è legata alle nostre comuni passioni letterarie e alla ricorrenza festiva dei prossimi giorni.

Buona lettura.
Nicola

Lettera del Colonnello alla moglie immaginaria

di Oriana Fallaci

Ho un gran bisogno di scriverti, cara, e mi chiedo perché. Forse perché domani è Natale, e sebbene abbia in uggia le feste legate a miraggi extra-terreni non so sottrarmi al fascino di quel giorno. È il giorno col quale si celebra la nascita d’un uomo che credeva ciecamente all’amore e all’immortalità della Vita: passarlo in un’orgia di odio e di morte mi affligge, mi fa sentire più solo di sempre. Non immagini quanto darei per passarlo con te, in un letto caldo di te, tenendoti nelle mie braccia e ascoltando le campane che invitano alla letizia. (Che fantasticarti non mi basti più?) O forse il Natale non c’entra, l’insufficienza del mio fantasticarti nemmeno. Ho un gran bisogno di scriverti perché ho un gran bisogno di conversare con me stesso, farmi compagnia, superare l’inquietudine che all’improvviso mi innervosisce. Eh! Non è uno stato d’animo ingiustificato, il mio: ne son successi, di cataclismi, in queste ultime settimane e in queste ultime ore. […]

Esiste un geniale aforisma sul senso organizzativo dei miei connazionali, lo sai, e questo è il caso di ricordarlo: «Il paradiso è un luogo dove i poliziotti sono inglesi, i cuochi sono francesi, i fabbricanti di birra sono tedeschi, gli amanti sono italiani (sic), e tutto è organizzato dagli svizzeri. L’inferno è un luogo dove i poliziotti sono tedeschi, i cuochi sono inglesi, i fabbricanti di birra sono francesi, gli amanti sono svizzeri, e tutto è organizzato dagli italiani.»
Ma parliamo d’altro. Parliamo della mia piccola Iliade, del mio romanzo da scrivere col sorriso sulle labbra e le lacrime agli occhi.
L’ho incominciato, cara, ci lavoro! Ogni notte mi chiudo in ufficio e lavoro, lavoro, lavoro: navigo nelle difficili acque del romanzo agognato. Non so in quale porto mi condurrà. Neanche a chi lo scrive un romanzo confessa subito i suoi molti segreti, rivela subito la sua autentica identità. Come un feto privo di lineamenti precisi, all’inizio chiude in sé una miniera di ipotesi: tiene in serbo una miriade di sorprese buone o cattive. E tutto è possibile. Anche il peggio. Però il corpo è già delineato, il cuore batte, i polmoni respirano, le unghie e i capelli crescono, nel volto incerto distingui con chiarezza gli occhi e il naso e la bocca: posso presentartelo. Posso addirittura anticiparti che la storia si svolge nell’arco di tre mesi, novanta giorni che vanno da una domenica di fine ottobre a una domenica di fine gennaio. […]

Fra protagonisti e comparse, una sessantina di personaggi. Ma di giorno in giorno il cast si arricchisce, il palcoscenico si affolla, e presto ne arriveranno di nuovi. Che Dio mi aiuti… Sai che travaglio dosarli, inserirli nella struttura del racconto, muoverli al momento giusto e nella maniera giusta cioè ai fini della trama? Certe notti mi sento peggio d’un incauto burattinaio che non ha dita sufficienti per reggere i fili di tutti i suoi burattini. E tremo.
Il guaio è che non riesco a limitarli, ridurli. Mi parrebbe di mutilare il romanzo a ridurli, di ritrarre la vita come la ritraevano i film muti o in bianco e nero. Non mi piacciono i film muti o in bianco e nero. Non li capisco gli esteti che prediligono i film muti o in bianco e nero, che ebbri d’estasi per il silenzio e la monocromia che li caratterizza ne esaltano “l’inimitabile intensità” o “l’essenzialità”. Mancano i suoni della Vita a quell’intensità, mancano i colori della Vita a quell’essenzialità. La Vita non è uno spettacolo muto o in bianco e nero. È un arcobaleno inesauribile di colori, un concerto interminabile di rumori, un caos fantasmagorico di voci e di volti, di creature le cui azioni si intrecciano o si sovrappongono per tessere la catena di eventi che determinano il nostro personale destino.

Cara, una delle cose che terrei a dire nella mia piccola Iliade è proprio il fatto che il nostro personale destino viene sempre determinato da una catena di eventi tessuti dall’intrecciarsi o dal sovrapporsi di azioni non compiute da noi. Ad esempio dal semplice gesto d’una persona il cui personale destino verrà a sua volta determinato dal semplice gesto di un’altra persona, all’infinito, con una meccanica estranea alla nostra volontà cioè al nostro libero arbitrio. E per dirlo o tentar di dirlo devo usare il maggior numero possibile di burattini. Cosa che mi diverte, oltretutto, perché attraverso di loro posso esprimere me stesso. I miei molti me stesso, tutti i miei stessi che non sapevo d’essere ed ho scoperto d’essere… Flaubert diceva Madame-Bovary-c’est-moi, sono io. Bè, io sono Angelo, sono Ninette, sono il Condor, sono Charlie, sono Cavallo Pazzo, sono Gallo Cedrone, sono Zucchero… […] sarò e sono qualsiasi creatura che nasca dalla mia fantasia, annidi tra le pieghe del mio cervello, che esista grazie ai miei pensieri e ai miei sentimenti, che me li succhi come un vampiro succhia il sangue. La simbiosi è talmente completa che non mi è possibile differenziarmi da loro. Quando essi piangono, piango con loro. Quando essi ridono, rido con loro. Quando essi hanno paura, ho paura con loro. Quando muoiono, muoio con loro. E non me ne separo mai. Mai! […]
E mi sento Giove che dalla cima dell’Olimpo tira i fili dei suoi burattini, degli uomini, a suo capriccio seleziona quelli da salvare e quelli da sacrificare, a suo estro crea e distrugge i colori dell’inesauribile arcobaleno, i rumori dell’interminabile concerto. Insomma domina l’Universo. […]

Ci vago sempre, nella stratosfera. Fluttuo in una specie di lucida follia. Cara, per scrivere bisogna essere insieme lucidi e pazzi. Però che meraviglia, quel mostruoso connubio! Che privilegio fluttuarci, che sublime responsabilità! Te Io dimostrerò con l’aiuto d’un argomento che oggi è tema di saggi accademici ed elaborate polemiche, litigi da salotto e best-seller, ma che quasi tutti affrontano scansando il punto che preme. Ecco qua. Apparteniamo a un’epoca in cui Cinema e Tv si sostituiscono alla parola scritta, al racconto scritto, e nel dialogo con il mondo i registi anzi gli attori si sostituiscono agli scrittori. Nessuno infatti, neanch’io, resiste al narcotico richiamo dello schermo, al perpetuo svago offertoci da un sistema di comunicazione che trasforma in pubblico trastullo anche la sacra intimità del sesso e la inviolabile solennità della morte. Soggiogati, ipnotizzati dalla moderna Medusa, passiamo ore a guardare le sue immagini e ascoltare i suoi suoni. Di conseguenza leggiamo assai meno, e molti non leggono più. Ritengono che si possa vivere senza leggere cioè senza la parola scritta, il racconto scritto, gli scrittori. Invece no. No, e non tanto perché lo stesso cinema e la stessa Tv non prescindono dalla parola scritta, dal racconto scritto, dagli scrittori, quanto perché lo schermo non permette e non permetterà mai di pensare come si pensa leggendo: le sue immagini e i suoi rumori distraggono troppo, impediscono di concentrarsi. Oppure suggeriscono riflessioni troppo superficiali e passeggere. Inoltre si preoccupa troppo di stupire e divertire, lo schermo, diverte e stupisce con mezzi troppo rudimentali e giocattoleschi: se ne frega delle tue meningi.

È superfluo ricordare che per leggere ci vuole un minimo di meningi cioè di intelligenza e cultura, superfluo sottolineare che qualsiasi idiota o qualsiasi analfabeta con due occhi e due orecchi può guardare le immagini e ascoltare i suoni della moderna Medusa. Ma per vivere, per sopravvivere, è necessario pensare! Per pensare è necessario produrre idee, fornirle! E chi più dello scrittore produce idee? Chi più di lui le fornisce? Lo scrittore è una spugna che assorbe la vita per risputarla sotto forma di idee, è una mucca eternamente incinta che partorisce vitelli sotto forma di idee, è un rabdomante che trova l’acqua in qualunque deserto e la fa zampillare sotto forma di idee: è un mago Merlino, un veggente, un profeta. Perché vede cose che gli altri non vedono, sente cose che gli altri non sentono, immagina e anticipa cose che gli altri non possono né immaginare né anticipare… E non solo le vede, le sente, le immagina, le anticipa: le trasmette. Da vivo e da morto. Cara, nessuna società s’è mai evoluta al di fuori degli scrittori. Nessuna rivoluzione (buona o cattiva che fosse) è mai avvenuta al di fuori degli scrittori. Nel bene e nel male, sono sempre stati gli scrittori a muovere il mondo: cambiarlo. Sicché scrivere è il mestiere più utile che ci sia. Il più esaltante, il più appagante del creato.
Esagero? Cedo alla retorica dell’entusiasmo, alle utopie del neofita? Anticipo la tua replica:

«Calma, signor mio, calma. Non dimenticare quel che nell’illuminato Settecento diceva il matematico e philosophe Jean-Baptiste d’Alembert. In un’isola selvaggia e disabitata diceva, un poeta (leggi scrittore) non sarebbe molto utile. Un geometra sì. Il fuoco non fu certo acceso da uno scrittore, la ruota non fu certo inventata da un romanziere. Quanto al mestiere più esaltante e più appagante del creato, aggiungerai, domandalo agli scrittori che scrivono ogni ora e ogni giorno per anni, che a un libro immolano la loro esistenza. Ti risponderanno colonnello, crede seriamente che per dare un tale giudizio basti scrivere qualche ora dopocena? Crede seriamente che per scrivere un libro basti avere idee o costruire a grandi linee una storia? Crede seriamente che scrivere sia una gioia?!? Glielo spieghiamo noi che cos‘è colonnello. È la solitudine atroce di una stanza che a poco a poco si trasforma in una prigione, una cella di tortura. È la paura del foglio bianco che ti scruta vuoto, beffardo. È il supplizio del vocabolo che non trovi e se lo trovi fa rima col vocabolo accanto, è il martirio della frase che zoppica, della metrica che non tiene, della struttura che non regge, della pagina che non funziona, del capitolo che devi smantellare e rifare rifare rifare finché le parole ti sembrano cibo che sfugge alla bocca affamata di Tantalo. È la rinuncia al sole, all’azzurro, al piacere di camminare, viaggiare, di usare tutto il tuo corpo: non solo la testa e le mani. È una disciplina da monaci, un sacrificio da eroi, e Colette sosteneva che è un masochismo: un crimine contro sé stessi, un delitto che dovrebbe essere punito per legge e alla pari degli altri delitti. Colonnello, c’è gente che è finita o finisce nelle cliniche psichiatriche o al cimitero per via dello scrivere. Alcolizzata, drogata, impazzita, suicida. Scrivere ammala, signor mio, rovina. Uccide più delle bombe.»

Lo so. L’ho capito. Jean-Baptiste d’Alembert a parte (escludo che egli avesse ragione), so anche che la mia piccola Iliade potrebbe essere una chimera: l’embrione d’un libro che non nascerà mai. Potrebbe essere addirittura una gravidanza fittizia come quella delle donne che desiderano un figlio al punto di sospendere col subconscio il ciclo mestruale, gonfiare il ventre d’aria, illudersi che contenga un feto. Ma la felicità è sempre un’illusione, e fittizia o no questa gravidanza mi regala una parentesi di felicità. Ti abbraccio, cara.
Ti ringrazio di avermi aiutato a conversare con me stesso, farmi compagnia, superare l’inquietudine che mi innervosiva, e ti dico Buon Natale…

Fine

Fanatico1

Fanatico2

 

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Crediti: la vignetta iniziale è una scansione – indebita – dalla Settimana Enigmistica; La striscia dei Peanuts di Charles M. Schulz è una scansione – indebita – dalla rivista Linus di Dicembre 2013; gli auguri di Giacomo sono opera mia. Le parentesi quadre con all’interno dei puntini, presenti nella lettera, sono pezzi di testo non essenziali che ho saltato perché avrebbero allungato troppo un testo già lungo di per sé.

Arrivederci nel 2014!!!!!  THE_PR~1

Nicola

Foer 1 Molto forte, incredibilmente vicino

Il brano che vi presento oggi  è tratto dal libro Molto forte, incredibilmente vicino, (pag. 236-242), edito in Italia da Guanda nel 2005. Chi ha sorriso e si è commosso sulle pagine di Ogni cosa è illuminata, deve assolutamente leggere questo romanzo dello scrittore ebreo statunitense Jonathan Safran Foer. Si tratta, ancora una volta, di un libro strano e avvincente – dico io – ambizioso, pirotecnico, enigmatico,  come asserisce Salman Rushdie nella quarta di copertina. Credetemi, il mio giudizio non vuole essere una marchetta in favore della casa editrice Guanda, ma è solo un parere sincero e spassionato che proviene da un lettore comune qual io mi reputo e che, non appena si trova tra le mani qualcosa di geniale, non vede l’ora di comunicarlo in giro. Il libro mi è tanto piaciuto che penso di regalarlo in occasione di compleanni o festività ad amici che, come me, non stravedono per scrittori come Moccia, Baricco, Vitali, eccetera che, invece, vanno per la maggiore in Italia.

Il sesto distretto è una specie di favola adulta che un padre racconta al figlio di otto anni per farlo addormentare. Tutto da godere il dialogo serrato che avviene tra i due e decisamente particolare l’impaginazione del testo che ho riportato fedelmente.  La favola è un po’ lunghetta, ma vale la pena leggerla fino in fondo per capire il rapporto maschio che esisteva tra padre e figlio. Il padre morirà durante il crollo delle torri gemelle. Ma non vi dico altro.

Buon proseguimento.

Nicola

Il sesto distretto

«Una volta, ma tanto tempo fa, New York aveva un sesto distretto amministrativo.» «Che cos’è un distretto amministrativo?» «Questa io la chiamo un’interruzione.» «Vero, ma se non so che cos’è un distretto amministrativo per me la storia non ha senso.» «È una specie di quartiere. O un insieme di quartieri.» «Ma se dici che un tempo c’era un sesto distretto, quali sarebbero gli altri cinque?» «Ovviamente Manhattan; e poi Brooklyn, il Queens, Staten Island e il Bronx.» «Ma io sono mai stato in qualcun altro dei cinque distretti?» «Ci risiamo.» «Voglio solo sapere questa cosa.» «Una volta, qualche anno fa, siamo andati allo zoo del Bronx. Non ti ricordi?» «No.» «Siamo anche andati a Brooklyn, all’orto botanico, per vedere le rose.» «E nel Queens, ci sono stato?» «Non credo.» «Sono stato a Staten Island?» «No.» «Ma esisteva veramente un sesto distretto?» «Stavo cercando di raccontartelo.» «Non interromperò più. Te lo prometto.»

«Be’, non ne troverai notizia sui libri di storia, perché non c’è niente – a parte qualche prova indiziaria nel Central Park – che dimostri che sia mai esistito. Questo rende molto facile escluderne l’esistenza. Ma anche se la maggioranza della gente dirà che non ha tempo né motivo di credere nel sesto distretto, anzi non ci crede, userà comunque il verbo ‘credere’.

«Anche il sesto distretto era un’isola, separata da Manhattan da una sottile striscia d’acqua, il cui punto più stretto – guarda un po’ – corrispondeva al record mondiale di salto in lungo, per cui precisamente un’unica persona sulla terra poteva andare da Manhattan al sesto distretto senza finire a mollo. In occasione del salto annuale davano una gran festa. Stendevano da un’isola all’altra spaghetti speciali con festoni di bagel, giocavano a bowling con samosa e baguette, lanciavano coriandoli di insalata greca. I bambini di New York catturavano lucciole in barattoli di vetro che facevano galleggiate nell’acqua fra un distretto e l’altro. In breve gli insetti morivano asfissiati…» «Come, asfissiati?» «Soffocati.» «Ma perché non facevano dei buchi nei coperchi?» «Perché negli ultimi minuti di vita le lucciole sbattevano freneticamente le ali. Era tutto calcolato, quando l’atleta saltava il fiume era tutto un palpitio di luce.» «Figo.»

«All’ora stabilita il saltatore iniziava la rincorsa dall’East River. Attraversava tutta Manhattan in larghezza, mentre i newyorkesi lo incoraggiavano dai lati della strada, dalle finestre degli appartamenti e degli uffici, e dai rami degli alberi. Seconda Avenue, Terza Avenue, Lexington, Park e Madison, Quinta Avenue, Columbus, Amsterdam, Broadway, Settima, Ottava, Nona, Decima Avenue… E al momento del salto i newyorkesi lo incitavano dalle rive di Manhattan e del sesto distretto, festeggiando l’atleta e festeggiandosi l’un l’altro. Nei pochi attimi in cui il saltatore era in aria, ogni newyorkese si sentiva capace di volare.

«O meglio, ‘di restare sospeso’. Perché la vera cosa emozionante, nel salto, non era tanto che l’atleta passasse da un distretto all’altro, ma che restasse così a lungo fra di essi.» «È vero.»

«Una volta – tanti, tanti anni fa – il saltatore sfiorò il pelo dell’acqua con la punta dell’alluce provocando una minuscola onda. La gente trattenne il fiato, mentre l’onda tornava indietro dal sesto distretto verso Manhattan, facendo sbatacchiare i barattoli fra loro come campane a vento.

«’Qui mi sa che hai ciccato la partenza!’ gridò sopra l’acqua un consigliere del distretto di Manhattan.

«L’atleta scosse la testa, più per la confusione che per l’imbarazzo.

«’Avevi il vento contrario’ suggerì un consigliere del sesto distretto, porgendo al saltatore un panno per asciugarsi il piede.

«Il saltatore scosse la testa.

«’Avrà mangiato troppo a pranzo’ disse uno spettatore a un altro spettatore.

«’O forse non è più quello di un tempo’ disse un altro che aveva portato i suoi figli ad assistere all’impresa.

«’Ci scommetto che non era convinto’ fece un altro. ‘È impossibile saltare cosi lungo senza dare anche l’anima.’

«’No’ ribatté l’atleta a tutte quelle ipotesi. ‘Non ha ragione nessuno di voi. Il mio era un buon salto.’

«La rivelazione…» «Come, rivelazione?» «La scoperta.» «Ah, sì.» «…viaggiò fra gli spettatori come l’ondina provocata dall’alluce, e quando il sindaco di New York lo dichiarò ad alta voce, tutti sospirando ammisero: ‘Il sesto distretto si muove’.» «Si muoveva?»

«Un millimetro per volta, il sesto distretto si staccava da New York. Un anno il saltatore si bagnò completamente il piede e dopo qualche anno lo stinco, e dopo tanti, tanti anni – così tanti, che nessuno si ricordava più cosa fosse una gran festa spensierata – il saltatore dovette allungare le braccia per acchiappare il sesto distretto in completa estensione, e infine non riuscì più nemmeno a toccarlo. Gli otto ponti fra Manhattan e il sesto distretto si allungarono sempre di più e alla fine crollarono nell’acqua, uno dopo l’altro. Le gallerie erano ormai troppo strette perché potesse passarvi dentro qualcosa.

«I cavi del telefono e della luce si spezzarono costringendo gli abitanti del sesto distretto a tornare a tecnologie antiquate, generalmente simili a giochi da bambini: per riscaldare i pasti d’asporto usavano le lenti di ingrandimento; piegavano i documenti importanti in aeroplani di carta che si lanciavano da una finestra all’altra degli uffici; e quelle lucciole nei barattoli di vetro, che prima usavano solo per far scena durante il festival del salto in lungo, finirono per tenerle in ogni stanza di tutte le case al posto delle luci artificiali.

«Poi chiamarono a fare una perizia gli ingegneri che curavano la Torre di Pisa… Ti ricordi dov’è?» «In Italia!» «Esatto. Li chiamarono per valutare la situazione.

«Quelli dissero: ‘Vuole allontanarsi’.

«’Be’, ma voi che ne dite?’ chiese il sindaco di New York.

«Gli ingegneri risposero: ‘Non c’è niente da dire’.

«Naturalmente cercarono di salvarlo. Anche se forse ‘salvare’ non è la parola giusta, dato che il distretto sembrava deciso ad allontanarsi. Forse, la parola giusta è ‘trattenerlo’. Assicurarono delle catene alle rive delle isole per ormeggiarlo, ma in breve, uno alla volta, gli anelli si spezzarono. Gettarono fondamenta di cemento lungo il perimetro del sesto distretto, ma invano. Le briglie non funzionarono, e nemmeno le calamite, e neanche le preghiere.

«I giovani amici dovettero dar sempre più filo ai loro telefoni di corde e barattoli allungati da un’isola all’altra, come quando si fanno volare gli aquiloni sempre più in alto.

«’Non ti sento quasi più’ disse la bambina dalla sua cameretta a Manhattan strizzando gli occhi nel binocolo di suo padre per individuare la finestra del suo amico.

«’Se necessario, griderò’ le rispose l’amico dalla sua cameretta nel sesto distretto, puntando verso la casa della bambina il cannocchiale che gli avevano regalato per il suo ultimo compleanno.

«Il filo fra di loro diventò incredibilmente lungo, così lungo che dovettero aggiungervi tante altre funi legate insieme: il filo dello yo-yo di lui, la cordicella della bambola parlante di lei, lo spago con cui il padre di lui teneva chiuso il suo diario, il filo cerato che aveva trattenuto le perle attorno al collo della nonna di lei e, lontano dal pavimento, lo spago che aveva tenuto separata la trapunta da bambino del prozio di lui da un mucchio di stracci. Contenuti in tutto quello che condividevano c’erano lo yo-yo, la bambola, il diario, la collana e la trapunta. Avevano sempre più cose da dirsi, e sempre meno filo.

«Il bambino chiese alla bambina di dire nel barattolo: ‘Ti amo’, senza fornirle altre spiegazioni.

«E lei non gliene chiese, né disse ‘che sciocchezza’, o ‘siamo troppo giovani per l’amore’; e non suggerì neanche alla lontana che diceva ‘ti amo’ perché glielo aveva chiesto lui. Invece, gli rispose: ‘Ti amo’. Il messaggio viaggiò per lo yo-yo, la bambola, il diario, la collana, la trapunta, il filo da bucato, il regalo di compleanno, l’arpa, la bustina da tè, la racchetta da tennis, l’orlo della gonna che un giorno lui avrebbe dovuto toglierle…» «Che schifo!» «Il bambino coprì il suo barattolo con un coperchio, lo staccò dalla corda e collocò l’amore della bambina per lui su un ripiano nel proprio armadio. Ovviamente, non poté mai aprire il barattolo perché altrimenti avrebbe perso il contenuto. Gli bastava sapere che era lì.

«Alcuni, come i genitori del bambino, non volevano andar via dal sesto distretto. Alcuni dissero: ‘E perché mai? È il resto del mondo che si sta muovendo. Il nostro distretto è fermo. Che se ne vadano loro, da Manhattan’. Come dimostrare che sbagliavano? E chi voleva dimostrarlo?» «Io no.» «Nemmeno io. Ma per la maggior parte degli abitanti del sesto distretto non fu un rifiuto di credere all’evidenza, e neanche una questione di cocciutaggine, di principio o di coraggio. È solo che non volevano andare. La loro vita gli piaceva e non volevano cambiarla. Quindi si allontanarono sull’acqua un millimetro alla volta.

«Tutto questo ci porta al Central Park. Central Park non era dov’è ora.» «Ma tu vuoi dire solo nella storia, vero?»

«Un tempo si trovava proprio nel mezzo del sesto distretto. Era la sua gioia, il suo cuore. Ma quando fu chiaro che il distretto stava allontanandosi per sempre e non poteva essere salvato né trattenuto, New York fece un referendum e decise di mantenere il parco.» «Che cos’è un referendum?» «Una votazione.» «E poi?» «Fu un voto unanime. Anche il più testardo degli abitanti del sesto distretto ammise che bisognava fare così.

«Piantarono degli enormi ganci nei terreni più a est e gli abitanti di New York tirarono il parco – lo fecero scivolare, come un tappeto su un pavimento – dal sesto distretto a Manhattan.

«Durante lo spostamento i bambini ebbero il permesso di sdraiarsi sul parco. Fu considerata una concessione, anche se nessuno sapeva perché fosse necessaria una concessione, e perché si dovesse farla proprio ai bambini. Quella sera il cielo di New York fu illuminato dal più grande spettacolo di fuochi d’artificio della storia, e la Filarmonica suonò dando tutta se stessa.

«I bambini di New York si sdraiarono sulla schiena, corpo contro corpo, occupando ogni centimetro quadrato del parco come se fosse stato progettato per loro e per quel momento. I fuochi d’artificio frizzavano e svanivano nell’aria appena prima di toccare terra e i bambini, un centimetro e un secondo per volta, furono fatti scivolare a Manhattan e nell’età adulta. Quando il parco trovò la sua sede attuale i bambini si erano addormentati tutti, ma proprio tutti, e il parco era un mosaico dei loro sogni. Alcuni gridavano, alcuni sorridevano senza saperlo, altri erano fermi e silenziosi.»

«Papà?» «Eh?» «Io lo so che il sesto distretto non è mai esistito. Voglio dire, oggettivamente.» «Tu sei ottimista o pessimista?» «Non mi ricordo. Quale dei due?» «Sai cosa vogliono dire queste parole?» «No.» «Un ottimista è uno che ha speranze, che è positivo. Un pessimista è molto negativo e cinico.» «Sono ottimista.» «Be’, questo è un bene, perché non esistono prove inconfutabili. Non c’è niente che possa convincere qualcuno che non vuole essere convinto. Però ci sono indizi in quantità, a cui si può appoggiare chi vuol crederci.» «Per esempio?» «Per esempio, le particolarissime formazioni fossili del Central Park. O il pH discordante del laghetto. O anche il fatto che nello zoo ci sono alcuni serbatoi corrispondenti ai fori lasciati dai giganteschi ganci che trasferirono il parco da un distretto all’altro.» «Acci.»

«C’è un albero – appena ventiquattro passi a est rispetto all’ingresso alla giostra – nel cui tronco sono incisi due nomi. Nomi di cui non si ritrova traccia negli elenchi telefonici, né nell’anagrafe. Non ci sono in nessun documento ospedaliero, elettorale e fiscale. Non c’è nessuna prova della loro esistenza, a parte l’incisione sull’albero. Ed ecco un particolare che potresti trovare affascinante: almeno il cinque per cento dei nomi intagliati negli alberi del Central Park è di origine sconosciuta.» «Questo è davvero affascinante.»

«Dato che tutti i documenti del sesto distretto sono andati alla deriva con lui, non saremo mai in grado di dimostrare che quei nomi appartenessero ad abitanti del sesto distretto, e che furono incisi quando Central Park si trovava ancora nel sesto anziché a Manhattan. Alcuni li credono nomi inventati e, spingendo i loro dubbi di un passo ancor più in là, che anche quei gesti d’amore fossero gesti inventati. Altri credono ad altre cose.» «E tu a che cosa credi?»

«Be’, è difficile per tutti, anche per il re dei cinici, passare più di qualche minuto a Central Park senza avere la sensazione di vivere qualche altro tempo oltre al presente, giusto?» «Penso di sì.» «Forse sentiamo solo la mancanza delle cose perdute, o la speranza in quelle che vogliamo succedano. O forse è il residuo dei sogni di quella notte in cui spostarono il parco. Forse ci manca ciò che quei bambini hanno perduto, e speriamo in quello che loro speravano.»

«E il sesto distretto?» «Che cosa vuoi sapere?» «Che fine ha fatto?» «Be’, ha un buco gigantesco proprio in mezzo, là dove prima c’era Central Park. Man mano che si muove sul pianeta l’isola fa come da cornice, mostrando quello che c’è sotto.» «Adesso dove si trova?» «Nell’Antartide.» «Sul serio?»

«I marciapiedi sono coperti di ghiaccio, il vetro colorato della Biblioteca si sforza sotto il peso della neve. Ci sono fontane ghiacciate in parchi rionali ghiacciati, dove bambini ghiacciati sono fermi all’apice della salita delle altalene, tenuti lì sospesi da corde ghiacciate. I cavalli da nolo…» «Che cosa sono?» «I cavalli che tirano le carrozze nel parco.» «Sono inumani.» «Sono ghiacciati a metà del trotto. I venditori del mercato delle pulci sono ghiacciati a metà contrattazione. Le donne di mezza età sono ghiacciate a metà della loro vita. I martelletti dei giudici ghiacciati sono sospesi fra colpevolezza e innocenza. Per terra ci sono i cristalli ghiacciati dei primi respiri dei bambini, e quelli degli ultimi respiri dei moribondi. Su uno scaffale ghiacciato, in una capanna ghiacciata e tutta chiusa, c’è un barattolo con dentro una voce.»

«Papà?» «Sì?» «Questa non è un’interruzione, ma… hai finito?» «Fine.» «La storia era grandiosa.» «Sono contento.» «Grandiosa.»

«Papà?» «Sì?» «Stavo solo pensando… Credi che un po’ di quelle cose che ho trovato scavando nel Central Park fossero veramente del sesto distretto?»

Lui ha alzato le spalle, che mi piaceva da matti.

«Papà?» «Sì, pulce?» «Niente.»

Fine

Un doveroso avviso a tutti gli amatissimi lettori che seguono il mio blog: il 30 Aprile 2013 partirò per un viaggio di dieci giorni attraverso la Turchia. Siccome i preparativi per la partenza sono stati più laboriosi di quanto pensassi, non ho avuto il tempo materiale di preparare il post di oggi e, ovvio, nemmeno quello di lunedì 6 maggio quindi, per non lasciarvi orfani del mio verbo   A bocca aperta  per un così lungo periodo di tempo, ho deciso di ripresentare un mio vecchio racconto   postato il 4 aprile 2011 e che la maggior parte dei miei nuovi followers non ha avuto la possibilità di leggerlo al momento della prima pubblicazione.

La scelta è caduta su Candomblé  perché parla di un mio viaggio compiuto anni fa in Brasile.  A colpirmi fu la varietà e bellezza della natura di quel paese sconfinato e a me, all’epoca, del tutto sconosciuto. Ci rimasi quindici giorni e visitai diverse località, trovandole una più interessante dell’altra. Conservo ancora indelebile il ricordo della cordialità, degli usi e consumi, del folclore e della musica di un popolo che stava faticando per raggiungere un livello di benessere paragonabile al nostro.

Fu facile innamorarsi del Brasile, sebbene,  in un‘occasione particolare, la mia paura dell’ignoto superò lo stupore per quanto andavo man mano scoprendo di quel paese straordinario. Di questa avventura troverete la cronaca precisa, dettagliata… e romanzata in Candomblé.

Il brano, rivisto e ampliato, è piuttosto ponderoso e qualcuno avrà difficoltà a leggerlo a video, ma conto sulla vostra pazienza e sul gran numero di giorni che avete a disposizione prima del mio ritorno dalla Turchia. Potete affrontarlo anche a più riprese. Lasciando da parte ogni modestia, credo che questo racconto meriti un pizzico di attenzione in più rispetto a quella – già notevole – che ogni volta regalate ai miei post settimanali.

Cordiali saluti e a risentirci fra una quindicina di giorni.

Nicola

Candomblé

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È difficile da ammettere ma, a volte, persino il chicchirichì di un gallo può terrorizzare…

È proprio questo il pensiero che mi frulla in testa all’una di notte rientrando con mia moglie in albergo a Salvador de Bahia, dopo una serata di folclore in salsa religiosa spesa con amici nell’estrema periferia della città. Molte guide turistiche locali sostengono che Dio deve essere brasiliano: concordo in pieno con questa affermazione. Per crederci basta osservare i miracoli della natura e la molteplicità di razze che caratterizzano il Brasile. Però è altrettanto vero che nel minuscolo quanto misterioso luogo dove io e alcuni amici abbiamo appena speso qualche ora della nostra esistenza il Padreterno si deve essere distratto un po’…

Ma procediamo con ordine.

Siamo alla fine d’ottobre del 2006 e il clima a Milano si manifesta più freddo e piovoso del previsto. È il periodo dell’anno in cui la vita di città mi deprime maggiormente. Ho cessato da poco il lavoro attivo e la stagione autunnale contribuisce a peggiorare la mia attuale indolenza. Per questo, quando un amico mi propone di partecipare a un tour in Brasile a tariffa ridotta in compagnia di un gruppo di avvocati che si recano a Salvador de Bahia per un congresso internazionale, prendo la palla al balzo e dico subito di sì. Né io né mia moglie siamo degli azzeccagarbugli (così, a ragione o a torto, definisco bonariamente questa tipologia di professionisti) però fra queste anime belle abbiamo parecchie amicizie. Una clausola per poter partecipare a quella vantaggiosa trasferta all’estero prevede che io scarrozzi per la città, oltre la mia, anche le mogli degli amici avvocati quando costoro sono impegnati nelle riunioni congressuali. Pur consapevole delle mie limitate attitudini a far da guida turistica, sottoscrivo il patto e il 30 ottobre, dopo una decina d’ore di aeroplano, sbarchiamo a Salvador de Bahia.

In questa zona del mondo la situazione ambientale è perfetta: si è all’inizio dell’estate, il caldo è sopportabilissimo e, soprattutto, non ci sono tanti turisti fra i piedi. L’albergo Cocoon che ci accoglie è di recente costruzione e le stanze che ci hanno assegnato sono tutte con vista mare. Stanchi per il lungo viaggio corriamo a dormire, il giorno dopo è domenica ed è prevista una prima visita turistica nella città vecchia.

Con l’orologio portato indietro di quattro ore ci svegliamo a fatica e, anche per colpa degli effetti collaterali del jet lag, quasi nessuno del gruppo è di buon umore. A sorprenderci e a darci la scossa giusta per cancellare astenia e affaticamento è la splendida piazza del Pelourinho con le sue chiese rimesse a nuovo e le sue case di stile coloniale dalle facciate azzurre o giallo ocra. Mentre da perfetti turisti (macchina fotografica a tracolla, guida Baedeker del Brasile aperta alla pagina 366) ci aggiriamo per la piazza, Ugo, uno del nostro gruppo, viene placcato da due tizi ben vestiti e particolarmente insistenti che distribuiscono volantini ai passanti. Tutti noi ci fermiamo ad aspettarlo seguendo con occhi e orecchie la discussione animata che si svolge tra lui e i due promoters.

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(Piazza del Pelourinho: vista frontale)

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(Piazza del Pelourinho : la discesa)

Non conoscendo il portoghese, con l’aiuto dell’inglese mescolato a qualche parola di spagnolo e a un’italianissima gestualità, Ugo riesce a condurre una specie di trattativa alla fine della quale ci troviamo impegnati ad assistere a una manifestazione folcloristica locale.

«Stasera si va tutti a un candomblé!» ci annuncia Ugo, accalorato ma soddisfatto, rientrando nel gruppo.

Nella mia nota e assodata impreparazione di turista fai da te, penso subito al classico spettacolo dove danzatrici formose ballano con sederi e tette ben in vista e, facendo la solita pessima figura, chiedo:

«Il candomblé è un nuovo ballo brasiliano?»

Ugo, avvocato di notevole cultura e capace di mascherare la riprovazione per l’amico ignorante preso in castagna, mi spiega che il candomblé è una cerimonia religiosa molto spettacolare a cui bisogna assistere con grande rispetto, indossando abiti di colore chiaro, meglio se bianchi. E aggiunge: «Chi lo desidera può anche ballare insieme ai fedeli…»

Umiliato, non mi azzardo a chiedere altro.

Il prezzo da lui concordato con quei due assillanti promoters non è alto e comprende il trasporto in auto, andata e ritorno, dal nostro albergo al luogo della cerimonia.

Alle otto della stessa sera, il gruppo formato da Ugo, Teresa, Chicca, Peppino, Gilberto e da me, si presenta, di chiaro vestito, davanti alla reception del nostro hotel, pronto per partire.

I due tizi che in mattinata avevano fermato Ugo nella piazza del Pelourinho, arrivano puntualissimi con un paio di auto vecchiotte ma ancora decorose e, prima di farci salire, pretendono da ognuno di noi il pagamento dei 70 reais pattuiti.

Non ci danno biglietti in cambio del denaro e la cosa pare a tutti strana, però nessuno del gruppo ha il coraggio di protestare.

Mentre verso la quota per mia moglie e per me, guardo bene in faccia i nostri due accompagnatori. Non hanno un aspetto molto rassicurante, i loro modi sono bruschi, ed è scomparsa del tutto la cordialità messa in campo per convincere Ugo ad assistere al candomblé.

Entro in agitazione e questo stato di ansia si accentua nel vedere la città vecchia, quella più turistica, allontanarsi alle mie spalle. Ben presto ci immergiamo in una superstrada ai cui lati si ergono, in prospettiva, enormi caseggiati (condominii-dormitorio, del tutto simili a quelli della periferia di Milano) per finire poi in una zona collinare poco illuminata, seguendo stradine asfaltate ma piene di buche che separano agglomerati di malandate casupole (le cosiddette favelas) impiantate alla bell’e meglio una sopra l’altra e abitate per lo più da povera gente.

Dove cazzo ci portano? – penso, e la mia ansia è a mille.

Le due macchine si fermano e parcheggiano sul ciglio di una strada in salita, in un posto così buio e degradato da far venire i brividi.

Faccio mentalmente il segno della croce.

Mi secca mostrare agli altri del gruppo che me la sto facendo sotto e già immagino i titoli delle pagine di cronaca sulla nostra tragica fine: “Turisti italiani dispersi in Brasile”.

Fisso, in un angolino della memoria, la targa dell’auto da cui sono sceso: APT.2315 (tre lettere, un punto e un numero di quattro cifre), anche se non ho ben chiaro a cosa possa servirmi.

Uno dei due promoters rimane a guardia delle auto mentre l’altro ci accompagna per un breve tratto su per un vicolo così stretto che a mala pena ci passano due persone affiancate e poi, insalutato ospite, ci lascia nelle mani di un uomo in giacca e cravatta che aspettava nelle vicinanze. Mentre, sempre più attonito, seguo la nuova guida, giro la testa e vedo i nostri autisti salire sulle rispettive auto e sparire velocemente nella notte ormai prossima.

Oh buon Dio, perdona i peccati che ho commesso!

Non oso guardare in faccia né mia moglie Chicca né gli amici, ma dal silenzio glaciale con cui procediamo in fila indiana, intuisco che nemmeno loro sono molto tranquilli. Man mano che camminiamo, una musica di tamburi si fa sempre più vicina e incombente. Il lunghissimo e desolato tragitto (in realtà, abbiamo percorso poco meno di cento metri) termina davanti a un pertugio alto e stretto che divide due fatiscenti catapecchie. Da lì, attraverso un budello di corridoio che permette a malapena il passaggio di una persona, ci immettiamo in un giardinetto di cinque metri quadrati. C’è poca luce ma riesco a intravedere, tra un albero nano e una pianta a foglie larghe, una panchina in legno e un piccolo tavolo rotondo.

La musica dei tamburi adesso è fortissima.

Alla fine del giardino c’è un varco in muratura a vista, non molto grande ma dotato di una porta in legno aperta verso l’ignoto assoluto.

Forse è l’ingresso al luogo dove si svolgerà la cerimonia perché lì, ad attenderci, c’è la mãe de Santo, una splendida e matronale donna di colore, truccatissima, con un sorriso a trentadue bianchissimi denti, vestita di un abito a balze multicolori. Tenendo una sigaretta accesa nella mano destra, ci bacia e ci abbraccia uno a uno, emettendo, al contempo, uno strano verso gutturale.

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(Mãe de Santo)

Finiti questi convenevoli ci invita a entrare.

Superato un altro minuscolo giardino, più attrezzato del precedente e un piccolo e luminoso atrio, raggiungiamo finalmente la nostra meta.

La Casa do Santo è una stanza di sei metri per quattro, dalle pareti completamente spoglie. Sotto una finestrella sul fondo, all’interno di un palco chiuso da una balaustra dove è appeso un cartello con la scritta Autoridade, sono sistemati tre tamburi di dimensioni e suoni diversi, battuti a mani nude da tre ragazzi di colore di età compresa tra i venti e trent’anni.

Ci sistemiamo, assieme ad altri spettatori arrivati prima di noi, su sedie e panchine in legno appoggiate alle due pareti più lunghe della Casa. Sul pavimento, disposti al centro della stanza, ci sono un bicchiere a coppa, pieno di vino e una bottiglia di spumante ancora chiusa. Di sicuro sono elementi caratteristici della cerimonia a cui stiamo per assistere.

Mi soffermo a guardare le facce delle persone presenti nel locale, una trentina in tutto, e noto che, se si esclude un gruppetto di ragazze e ragazzi bianchi in jeans e felpe (evidentemente turisti come noi), gli altri sono uomini e donne dalla pelle scura o decisamente nera e vestono abiti abbastanza modesti. Seduta sulla panchina, accanto a mia moglie c’è una donna anziana dal viso nero ebano con in testa una fascia variopinta, camicetta bianca e gonna larga nera. Addosso, un numero imprecisato di collane e braccialetti etnici.

I tre ragazzi sul palco si esercitano con i tamburi rituali, esibendosi in singoli pezzi di bravura, passandosi a turno il testimone e invitando i presenti a battere a ritmo le mani. Ci proviamo un po’ tutti, ma non è facile tenere il tempo. La cosa potrebbe essere fastidiosa, ma nessuno protesta perché il fragore dei tamburi è così forte che sovrasta il nostro stonato battimano.

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(Persone di colore che assistono alla cerimonia)

La mãe de Santo entra di tanto in tanto nella stanza e, dalla sigaretta che ha costantemente in mano, tira cinque o sei boccate veloci, una di seguito all’al­tra, impregnando di proposito l’aria dell’ambiente col suo fumo. Poi si china a prendere il bicchiere al centro della stanza, beve qualche sorso, lo deposita di nuovo sul pavimento ed esce.

Mescolata ad altra gente di colore che aspetta l’inizio della cerimonia, noto una splendida ragazza mulatta di sedici, diciotto anni al massimo; è scalza, veste una tunica bianca di foggia occidentale, i capelli avvolti in una scenografica fasciatura anch’essa bianca. Consapevole della sua bellezza, non degna di uno sguardo nessuno dei presenti. Non fa nulla se non baciare e abbracciare la mãe de Santo ogni volta che lei entra nel locale.

La fanciulla ha un viso incantevole e un corpo non più acerbo le cui forme la tunica aderente nasconde a fatica. Mentre la guardo, non sento più il suono dei tamburi e mi perdo in azzardati quanto lascivi pensieri che per qualche istante sostituiscono le percezioni di paura che fino a poco prima avevano attanagliato la mia mente.

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 (Fanciulla in fiore)

Dopo una mezz’ora di quest’andazzo sconclusionato, fatto di un andirivieni di persone e di suoni preparatori, la vecchia dalle mille collane e braccialetti, seduta accanto a mia moglie, si alza dalla panca e si dirige verso il palco delle autorità.

Si inchina ai suonatori e inizia a muoversi, lentamente e a testa bassa, in giro per la sala. Il rollio dei tamburi riprende d’improvviso a un volume così forte da costringermi a tapparmi le orecchie. Mi volto verso mia moglie, lontana tre o quattro posti da me. So benissimo che non sopporta la musica a quel livello, eppure il suo viso è imperturbabile e i suoi occhi non danno segni di disagio.

Per nulla turbata da quei suoni assordanti, continua a camminare, scuotendo di tanto in tanto il capo in segno di fastidio come se fosse amareggiata dal non riuscire a entrare in sintonia con la musica. Gli occhi dei presenti sono concentrati su di lei. In tutti c’è la percezione che qualcosa stia per succedere. Infatti, prima le sue mani poi le spalle e le gambe cominciano a tremare vistosamente come se le vibrazioni dei tamburi fossero penetrati nel suo corpo e la spingano ad accennare qualche sgraziato passo di danza. La vecchia, entrata in evidente stato di trance, rivolge braccia e occhi al soffitto e con voce stridula sembra chiedere aiuto: è lì lì per cadere. A sorreggerla arriva immediatamente la ragazzina dalla tunica bianca che l’acca­rezza e cerca di farle forza. Dopo averle detto qualcosa all’orecchio, aiuta la vecchia a sfilarsi le scarpe, la fascia multicolore, le collane e i braccialetti. Al termine di quella sorta di pubblica spoliazione, la musica si abbassa di molto ed entrambe escono dalla stanza.

Mentre i tamburi continuano in sordina, da fuori si sentono delle grida concitate, come di persone che stanno litigando fra loro. Poi quelle voci si quietano e la vecchia danzatrice rientra a piedi nudi nella sala. Si è cambiata d’abito, ora veste una tuta azzurra molto aderente e sul capo ha un basso cappello a punta di stile coloniale. Nella mano sinistra tiene una specie di frustino e in bocca ha un lungo sigaro acceso.

Cammina lentamente per la stanza fumando in modo voluttuoso e buttando il fumo in direzione degli spettatori. L’aroma acre di sigaro, misto a quello di sigaretta della mãe de Santo che le va incontro, rendono l’aria densa e irrespirabile.

Mentre i tamburi riprendono a suonare in un crescendo impressionante, le due donne si baciano sulle guance, si abbracciano più volte, bevono insieme dal bicchiere raccolto dal pavimento dando, al contempo, inequivocabili segni di nervosismo.

L’atmosfera si fa elettrica, lo spettacolo entra nel vivo.

La vecchia appoggia il frustino su una sedia, corre a prostrarsi davanti alla balaustra dei suonatori, ed emette per cinque o sei volte un urlo a pieni polmoni simile al verso di un gallo che sta per essere sgozzato.

Un grosso brivido di paura mi corre lungo la schiena per fermarsi, trasformato in angoscia, alla bocca dello stomaco.

Faccio fatica a respirare.

Immobili come pietre, tutti guardano ipnotizzati la vecchia che si alza da terra e si scatena in un acrobatico ballo del tutto inconcepibile per una donna della sua età. Tenendo nella mano sinistra il sigaro acceso e nella destra il cappello, in quello spazio ristrettissimo, mentre danza, riesce per miracolo a evitare il bicchiere e la bottiglia di spumante sul pavimento.

Il suono dei tamburi danno ritmo e consistenza ai movimenti violenti ma aggraziati di quel corpo dalle ossa così minute da sembrare un manichino manovrato da mille fili. Un corpo che dà l’idea di essersi trasformato in uno strumento musicale a percussione che l’anziana danzatrice suona correndo e saltando in una cadenza sfrenata davanti agli spettatori incantati da tanta insospettata bravura.

Quel ballo rituale va avanti per circa un quarto d’ora, accompagnato dai piccoli e incerti passi di un uomo di colore, massiccio e con occhi bovini che sta entrando lentamente in scena.

Quando la vecchia si accorge di lui, lo raggiunge e lo invita a ballare, accarezzandolo ripetutamente sul viso.

L’uomo, vestito di tutto punto in giacca e cravatta, cerca di assecondarla ma è goffo nei movimenti. Muove le gambe senza coordinazione, comincia a sudare abbondantemente e a lanciare sguardi spauriti al soffitto, proprio come aveva fatto in precedenza la vecchia. Sulla sua faccia si stampa un sorriso ebete, vuoto di qualsiasi espressione, le gambe gli si piegano.

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(Ballerini)

I tamburi tacciono di colpo e la vecchia smette di ballare. La mãe de Santo e la ragazzina dalla tunica bian­ca corrono verso l’uomo. Entrambe lo abbracciano, lo fanno fumare, gli danno da bere. Niente da fare. Le gambe dell’uomo cedono, gli occhi gli si rovesciano completamente al­l’indietro e un urlo bestiale esce dalla sua bocca.

Evidentemente anche l’uomo è entrato in trance.

Le due donne gli tolgono le scarpe, la giacca, la cravatta e lo trascinano fuori dal locale. Tra il pubblico serpeggia un brusio. Forse la scena a cui abbiamo assistito è stata troppo cruda, più cruda della recente trance della vecchia danzatrice. Nella stanza si è creata una grande partecipazione emotiva, particolarmente riscontrabile nelle persone di colore che con noi assistono alla cerimonia.

Guardo la mia vicina di panca e scambio con lei un’occhiata incredula a significare: «Cosa diavolo sta succedendo qui?»

L’anziana danzatrice, sigaro in bocca, si avvicina a ognuno di noi, ci invita ad alzarci e ad accennare insieme a lei dei passi di danza. Molti rifiutano di farlo: di sicuro a trattenerli è la paura di entrare in trance e di non essere più padroni del proprio corpo.

Quando è il mio turno, afferro la mano che lei mi tende e mi concentro sul suono dei tamburi. L’imbarazzo è forte e i miei piedi rimangono incollati al pavimento. Lei si accorge della mia difficoltà a lasciarmi andare, mi sorride benevola e con un gesto del capo mi fa segno di sedermi. Si vede che non mi ha trovato adatto psicologicamente a sostenere quella traumatica esperienza. Senza fare una piega passa a invitare il successivo spettatore.

Ultimata questa parte della cerimonia, la vecchia va al centro della stanza, ritira dal pavimento il bicchiere e la bottiglia di spumante e raggiunge la mãe de Santo che, con gesto teatrale, stappa la bottiglia. In barba a qualsiasi precauzione igienica, è proprio lei che poi passa a offrire a ciascuno dei presenti un sorso di vino sempre dallo stesso bicchiere, a simulare (penso) la comunione di noi cristiani.

Anche se sono del tutto astemio, non ho il coraggio di rifiutare. Il vino è di bassa gradazione e ha un sapore dolciastro: riesco a mandarlo giù senza problemi.

Nell’atmosfera che si è creata nella stanza, sempre più impregnata di fumo di sigaro, sigarette e di sudore corporeo, mi sento stranito e indifeso. Sbircio mia moglie e i miei amici e non vedo che visi attoniti e atteggiamenti imbarazzati.

Il più perplesso e preoccupato è Ugo. Credo senta il peso di averci coinvolti in un’avventura che nessuno di noi sa come andrà a finire.

Al termine del rito di assaggio del vino cerimoniale, rientra in sala l’uomo che poco prima era finito in trance. L’hanno liberato dagli abiti borghesi ed è rimasto in mutandoni bianchi a gamba lunga, abbottonati ai polpacci, e canottiera a righe orizzontali senza maniche.

Barcolla ancora vistosamente.

La vecchia lo raggiunge e col frustino compie su di lui dei gesti simbolici, lo abbraccia e lo bacia. L’uomo emette una lunga serie di versi gutturali (imitando nuovamente il grido straziante di un gallo che sta per essere sgozzato) e da goffo che era, si trasforma come per magia in esperto ballerino acrobatico, instaurando un accesissimo colloquio, ora allegro, ora rabbioso, con i tre suonatori di tamburo, alternando parole in lingua iorubà a balli e canti di grande impatto emotivo.

Non capisco nulla di ciò che dicono, ma ho l’impressione che raccontino piccoli fatti personali della vita di tutti i giorni da condividere con i fedeli. L’uomo cerca di coinvolgere la gente di colore che sta assistendo alla cerimonia, e qualcuno, a turno, si alza, discute e balla con lui.

Accetta l’invito anche una donna mulatta, non bella ma piuttosto appariscente, vestita con una minigonna jeans che le copre a malapena gli slip. Ha capelli ricci, tagliati cortissimi e con mèches biondo rossastro disposte con sapienza sulla nuca e sulla fronte. Con un sorriso malizioso stampato sul viso si avvicina all’uomo e comincia a ballargli intorno in modo provocante. Lui non disdegna quelle attenzioni e la sua danza assume la forma di aperto corteggiamento. Dai movimenti del basso ventre dell’uomo, dalla sua mano destra tesa e dall’ammiccante esclamazione fudu, fudu! pronunciata ripetutamente (in perfetta assonanza col nostro fotti, fotti!) si intuisce cosa le stia proponendo. Dopo qualche minuto di quella manfrina piuttosto volgare, la donna rientra nei ranghi, fermandosi sorridente sulla soglia della stanza.

I canti e le spettacolari danze continuano senza sosta mentre i tamburi, percossi a più non posso, fanno tremare i muri.

La mia testa sta per scoppiare.

Sento che la mia volontà di reagire è praticamente a zero, come travolta da qualcosa che inconsciamente rifiuta ma che non è più in grado di controllare. In questo stato confusionale, accetto di assaggiare un liquido nero, dolciastro, intriso di sapori sconosciuti che l’anziana danzatrice mi offre dal bicchiere che prima conteneva il vino cerimoniale e, tra gli sbuffi del sigaro che ha in bocca, accolgo il suo abbraccio rituale. Una volta finito con me, si rivolge alla mia vicina di panca, ma questa si rifiuta di bere quello strano intruglio speziato, anzi si alza di scatto e con passo deciso esce dalla stanza. Subito un’altra giovane turista la imita e ciò convince anche me e tutti gli amici del gruppo ad abbandonare la cerimonia.

La plateale fuoruscita di almeno una decina di persone non provoca nessun imbarazzo nell’assemblea dei fedeli: i canti e il martellamento dei tamburi continuano imperterriti, come se ciò che si sta celebrando in quella stanza fosse rivolto alla gente di colore e non uno spettacolo allestito a beneficio dei turisti.

Appena fuori all’aria aperta finiamo in un giardinetto dove diverse persone di colore chiacchierano tranquillamente, qualcuno beve o fuma, e dei bambini giocano a rincorrersi. È ormai notte fonda, l’aria è fresca, respiro a pieni polmoni per espellere dal petto il tantissimo fumo che il mio corpo ha immagazzinato. Cerco di calmarmi ma la tensione accumulata fino a quel momento non cede e nella mia testa frulla insistente la domanda:

«Come faremo adesso a tornare in albergo?»

Avvicino gli altri del gruppo, e nei loro volti leggo la mia stessa preoccupazione. Ugo è così pallido e teso che mi viene quasi voglia di rincuorarlo. Nessuno se la sente di fare commenti: i nostri occhi sono troppo impegnati a osservare l’ambiente che ci circonda.

Nel piccolo spazio in cui ci troviamo, delimitato da una rete metallica, ci sono un paio di tavolini a forma di semicerchio, pieni zeppi di oggetti rituali, candele e statuine in legno intagliato a mano. Appesi alla rete di recinzione, diversi quadretti votivi con iscrizioni e foto di famiglie di colore. Di fianco alla Casa do Santo dove si sta svolgendo la cerimonia, proprio di fronte a quei modesti altari, c’è una piccola costruzione a forma cubica in mattoni, chiusa da una bassa porta dipinta di un colore blu molto intenso che si sta sfaldando in più punti. Sul muro, un’unica finestrella dai vetri, anch’essi blu scuro, da cui esce una luce tremolante. Mi ci avvicino per curiosare, ma non faccio in tempo perché da quella casupola esce la mãe de Santo seguita da un uomo che si abbassa di parecchio per evitare di sbattere il capo contro lo stipite della porta. È Gilberto, l’avvocato che, oltre a essere il più giovane e il più alto del gruppo, è venuto in Brasile senza la moglie. Sul suo viso leggo dell’imbarazzo ma non faccio in tempo a chiedergli spiegazioni perché è immediatamente fagocitato dalle due ragazze che per prime avevano abbandonato la rumorosa cerimonia religiosa. Cerco di allontanarmi ma vengo preso delicatamente per mano dalla mãe de Santo e invitato a seguirla oltre la porta blu.

Non riesco a dirle di no. Mentre sto varcando la soglia della cabana, mi volto e intravedo Chicca e Teresa, preoccupatissime in viso, che m’implorano di non entrare.

Anch’io ho paura, ma, nello stesso tempo, sono curioso di sapere cosa c’è in quel luogo che sa tanto di mistero. Entro. L’ambiente è angusto e poco illuminato: un divano occupa il centro della sala dove, su un vecchio tappeto beige, sta disteso un cane addormentato in posizione fetale. Non vedo quadri o reliquie alle pareti. Una grande pentola metallica contenente pop corn, in buona parte sparsi per terra e sul divano, e un cesto di vimini con qualche moneta dentro, completano l’arredamento. Prima che la porta si chiuda un gatto ne approfitta per uscire in giardino.

La vera scioccante sorpresa è che dentro la cabana c’è la bellissima ragazza mulatta tutta vestita di bianco che mi accoglie con un aperto sorriso.

Vado letteralmente in confusione.

La giovane si avvicina, mi regala un fugace abbraccio e mi aiuta a togliermi le scarpe. Poi mi conduce, mano nella mano, sul tappeto di fronte al divano.

Indecenti idee, a forza prima cancellate, tornano a offuscare la mia mente.

La mãe de Santo si china, preleva dalla pentola una manciata di pop corn e me li sparge sul capo, sottoponendomi a una specie di rito battesimale in cui l’acqua, simbolo cristiano della purificazione, è sostituita dal leggero granoturco scoppiato in olio e sale.

Una scena a dir poco comica se non ci fosse stato il timore reverenziale per il mondo sconosciuto in cui da due ore sono immerso e il pensiero di quant’al­tro di emozionante può accadermi lì dentro (la stanza col divano, seppure disseminata di pop corn, sembra una perfetta alcova…).

Dopo quella breve cerimonia pagana, la fanciulla che mi sta tenendo per mano cerca la mia attenzione e con il capo mi indica il cesto delle offerte.

Torno rapidamente in me e temendo di essere derubato di quei pochi reais che ho nel portafoglio, faccio segno, battendo le mani sul fianco dei pantaloni, di non avere denaro con me. Questo mio gesto segna la brusca fine del mio viaggio forzato nella cabana do mistério e lo sgretolarsi delle fantasie sessuali partorite dalla mia mente sovreccitata.

Le due donne m’invitano a rimettermi le scarpe e vengo riportato, con fredda cordialità, nel cortile a cielo aperto.

Raggiungo i miei amici e dopo aver confabulato brevemente con loro, decidiamo all’unanimità che ne abbiamo a sufficienza del folclore afro–brasiliano e che è giunto il momento di fare ritorno in albergo.

«Ma come faremo a tornare, se i nostri due autisti se ne sono andati?» ci chiediamo all’unisono.

Non sappiamo assolutamente in quale sperduta parte di Salvador de Baia ci troviamo e quanta strada a piedi dovremo percorrere.

Ugo sente il dovere di prendere in mano la situazione. Butta l’occhio d’intorno e vede nei paraggi il tizio distinto, vestito all’occi­dentale e dalla pelle neanche tanto scura che ci aveva accompagnato all’ingres­so della favela, dopo che i nostri autisti avevano tagliato la corda. Ha tutta l’aria di essere il padrone di casa perché molti dei presenti lo contattano e gli parlano, mostrando un misto di deferenza e familiarità.

Ugo lo avvicina e sfoderando di nuovo il suo spagnolo/inglese gli chiede come fare per tornare in albergo.

«Siete già stanchi?» fa l’uomo, dimostrando di avere capito le nostre intenzioni.

«No, no! È che domani mattina presto si apre il congresso mondiale degli avvocati…» risponde Ugo, sottolineando volutamente la parola avvocati.

L’uomo, rivelatosi come il pai de Santo della piccola comunità, per nulla intimorito, gli sorride con cordialità, estrae dalla giacca un telefonino di ultima generazione e compone un numero.

Lo sentiamo parlare in portoghese e, in una pausa della conversazione, chiede ad alta voce in un perfetto inglese, quanti desiderino tornare adesso al proprio albergo. A noi si accodano altre cinque turisti, comprese le due ragazze che stavano accanto a me durante la cerimonia. Con estrema cortesia, infine, ci avverte che tra pochi minuti arriverà a prelevarci un pulmino a sedici posti.

Lo stato di angoscia che mi ha rovinato la serata non scompare ma si attenua un po’. Qualcosa di simile deve essere successo anche agli altri componenti del gruppo. Tutti, quasi in contemporanea, torniamo loquaci e interessati a quello che ci circonda. Mentre aspettiamo il pulmino, assaliamo con mille domande il pai de Santo e lui, parlando un inglese scolastico, facile da capire, ci racconta brevemente la storia della religione africana di cui è sacerdote e divulgatore nella sua zona di competenza.

Imparo così che il Candomblé, un vero e proprio culto importato nelle Americhe dagli schiavi neri dell’Africa, per tanto tempo è stato vietato dalle autorità governative nazionali ma che oggi può essere liberamente professato sia in Brasile sia in altre zone dell’America del Sud.

Che i difficili nomi delle loro divinità Orixa sono: Exù, Ogum, Oxossi, Oxala e tanti altri ancora. Che il loro credo non è politeista, come si potrebbe pensare, ma contempla un unico Principio Primo (con un nome diverso da nazione a nazione africana di provenienza) da cui discendono tutte le altre divinità.

Che per aggirare il divieto di celebrare apertamente le cerimonie, il culto degli Orixa venne furbescamente associato a quello dei santi cattolici, per cui ancora oggi a ciascuna delle loro divinità corrisponde una figura della liturgia cristiana.

Che a Salvador de Bahia, nel gruppo etnico africano Yoruba, appartenente alla nazione Ketu, il Principio Primo si chiama Olorum e che il dio della creatività Oxala coincide con Gesù.

Accogliamo queste nozioni con rispetto ma anche con scetticismo, scetticismo che diventa disincanto e persino aperto rigetto in alcuni ragazzi che con noi aspettano di rientrare in albergo. Evidentemente costoro non hanno superato lo shock di quella celebrazione religiosa fatta di chiassosa promiscuità i cui simboli essenziali sono uno stato di trance ipnotica indotto dalla musica, il ballo acrobatico, il vino speziato e il fumo di tabacco.

Il pulmino non tarda ad arrivare e ci riporta sani e salvi in albergo.

È mezzanotte passata, le luci dell’hotel Cocoon sono soffuse e il portiere di notte sonnecchia. C’è silenzio dattorno. Stiamo per darci la buonanotte, quando Peppino, serissimo e noto avvocato del Foro di Milano, emette, a pieni polmoni, due potentissimi e strazianti chicchirichì che rompono il silenzio della notte.

In quel momento non riusciamo a ridere.

Nessuno di noi è in grado di dire se quel suo grido è per burla o liberatorio.

Fine

P.S.

Il disegno del gallo è di autore a me sconosciuto. Gli altri disegni sono del famoso illustratore francese Olivier Maceratesi che oggi vive in Brasile. Le due foto della piazza del Pelourinho  scattate a Salvador de Bahia e la foto della bellissima fanciulla mulatta le ho trovate su Internet. A quest’ultima ho applicato un filtro di Photoshop  per rispettare un minimo di privacy.

Nicola

Un pezzo d'uomo

Edizione 2012 – Euro 17,00

A Natale un caro amico mi ha regalato un libro dallo strano formato 10×20 cm.: confesso subito che il mio primo pensiero è stato di rigetto. Non è possibile – mi sono detto – che un libro di una casa editrice di nicchia, scritto da uno sconosciuto (a me) autore finlandese possa valere la pena di leggerlo: sarà il solito volumetto pieno di considerazioni  adatte a casalinghe più o meno disperate… Dunque l’ho messo da parte, ripromettendomi di dargli un’occhiata una volta terminati tutti i bei romanzi che avevo scelto di persona in libreria per passare piacevolmente l’inverno. A spingermi anzitempo a prendere in mano quel libro dell’Iperborea è stata la profonda delusione provata nel leggere testi assai modesti di autori che avevo apprezzato in passato (Daniel Pennac, Joyce Carol Oates, Irene Némirovsky, Georges Simenon) e che erano stati caldamente consigliati da esperti critici letterari.

Beh, cari amici, in men che non si dica ho riassaporato il piacere della lettura. Già dal primo capitolo, Un pezzo d’uomo, mi ha avvinto e, pur lottando con la fastidiosità e durezza del dorso di rilegatura, mi sono immerso in un mondo che non conoscevo e che, pur mostrando alcune assonanze con il mondo occidentale attuale, mi ha palesato la grande diversità di pensieri e aspirazioni che sussistono fra noi e i finlandesi. La scrittura di Hotakainen, così semplice e lineare quanto profonda e intrisa di fine ironia mi ha sorpreso  molto anche nel finale duro, violento e inaspettato della vicenda narrata.

Tanto per farvi capire quanto questo romanzo mi ha preso, sappiate che non ho voluto abbandonarne la lettura anche nei primi giorni di degenza in ospedale dopo l’operazione alla spalla fratturata, quando tenerne aperte con una sola mano le minuscole e resistenti pagine era quasi impossibile. Oggi vi presento il primo capitolo di Un pezzo d’uomo: un brano che si lega molto bene a un mio recente post sulla pagina bianca, dove scoprirete come uno scrittore in crisi creativa sia riuscito a risolvere il suo problema contingente. Il testo è lunghetto ma vale la pena affrontarlo e arrivare fino in fondo per apprezzare in pieno le doti di Kari Hotakainen. Presto, forse già la prossima settimana, vi proporrò un altro capitolo, molto bello, di questo libro.

Buona lettura!

Nicola

La venditrice

Mi chiamo Salme Sinikka Malmikunnas e tutto quello che dirò sarà stampato parola per parola in questo libro. Me l’ha promesso lo scrittore. Nella sua ansia è arrivato perfino a propormi di far stampare le mie parole in corsivo, che, a quanto pare, dovrebbe sottolineare la loro importanza. Ma quando ho visto cosa intendeva per questo corsivo, mi sono subito rifiutata, qui si va avanti già fin troppo curvi, non è proprio il caso di metterlo anche in risalto. Ammetto di averlo pure un po’ bistrattato, il tipo, tant’è che mi ha promesso mari e monti. Dovevo essere un po’ su di giri, in fondo era la prima volta che vedevo e conoscevo un vero scrittore in carne e ossa.

Tanto per cominciare, e a mia parziale discolpa, devo dire che non mi piacciono i libri di storie inventate e ancor meno quelli che li scrivono. Mi ha sempre dato ai nervi che la gente li prenda sul serio, ci si immedesimi e dia pure retta ai loro autori. Parlo dei romanzi e tutto quel genere che si trova nel reparto dove c’è l’etichetta «narrativa» o «narrativa straniera». Mi ha dato ancora più ai nervi quando io e Paavo abbiamo scoperto che c’è addirittura della gente che va a cercare quelle panzanate fino all’estero, e poi tipi che hanno studiato si prestano a tradurre nella nostra lingua roba che non è altro che evidentissime balle.

Non ho niente contro i libri che parlano di cose reali, ce n’è anche qualcuno che già dal titolo ispira fiducia: Origine del sistema solare, Storia della Finlandia, Uccelli: ieri e oggi, Mammiferi illustrati.

E ovviamente l’Enciclopedia.

Ce l’abbiamo pure noi, ed è una meraviglia. Non devi stare lì a chiederti ogni volta se quello che c’è scritto è vero o è frutto della fantasia o delle manie di qualche sprovveduto. Qualsiasi pagina apri, eccoti lì rivelati i misteri della vita. Dove migrano gli storni? Che differenza c’è tra uno scimpanzé e un orango? Quanto è stata grande e potente la Svezia in passato e da dove vengono la prosperità, il buonumore e lo spirito solidale dei suoi abitanti? Ogni tanto te ne dimentichi, a forza di viverci vicino, ma puoi sempre andare a controllare sull’Enciclopedia.

Comunque, non c’è libro che ti dica cosa avverrà martedì prossimo, o quando a me e a Paavo ci si scaricheranno le batterie. Cosa succede quando va via la luce? Nella testa, voglio dire. Si apre qualche porta di uscita? E verso dove? Siccome nessuno lo sa, ci sono quelle duemila teorie diverse, le religioni, voglio dire. Tanto per stare sicuri, io credo in tutti gli dèi che predicano nei libri, sui giornali e alla televisione. Be’, tranne quelli che si fanno adorare con un ciuffo di piume in testa e un anello al naso. Paavo invece non crede proprio in nessun dio. Non crede in niente che non vede. Non credeva nemmeno a Onni Suuronen e al suo giro della morte, prima di vederlo. Mi è toccato portarlo in pullman fino a un’altra provincia per vedere Onni guidare la sua moto come un pazzo a una velocità infernale in quel cilindro di legno. “E va be’, esiste, lui esiste”, continuava a ripetere per tutto il viaggio di ritorno, “ma portami a vedere nostro signore Gesù Cristo e Dio suo padre. Su, portami a vederli. Non puoi”, insisteva. E io lì a dirgli, come gli dico da una vita: “Non gridare, che poi ti sentono.”

Vi starete domandando come ho fatto a incontrare questo scrittore, io che non ho nessuna simpatia per quei contaballe. Un puro caso. La vita mi ha messo davanti un sacco di cose che non mi era neanche passato per la testa di cercare. È andata così: Helena, la mia figlia più grande, mi ha invitato da lei a Helsinki. In genere non vado da nessuna parte, ma stavolta ho accettato perché c’era di mezzo una faccenda molto triste.

Era ottobre quando sono scesa nella capitale.

La stazione era quella di Pasila.

Helena abita lì vicino, ma la prima cosa che mi ha detto, appena ci siamo incontrate sul binario, è che non potevamo andare subito a casa, perché lì avrebbe cominciato di nuovo a pensarci, a quella faccenda. Mi ha proposto di fare prima un giro alla Fiera del libro. Non che l’idea mi entusiasmasse, soprattutto quando ho scoperto che oltre ai libri lì c’erano pure quelli che li scrivevano. Ma Helena mi ha pregato e ripregato, e non me la sentivo di ferire i suoi sentimenti. Per inciso chiarisco che Paavo era rimasto a casa perché al momento è muto.

Per la fiera avevano allestito un padiglione enorme. C’erano almeno tre ingressi. Noi siamo entrati da quello principale e abbiamo pagato in tutto ventiquattro euro, per due. Pensavo che nel prezzo fossero inclusi almeno il pranzo e il caffè, ma Helena mi ha spiegato che con quel biglietto non ci avrebbero dato niente da mangiare, ma in compenso un grande nutrimento per lo spirito.

Il posto era nero di gente.

Un vero formicaio.

Chiasso da ogni parte.

Avevano sparso in giro dei grandi palchi con pedane dove facevano salire gli scrittori. Ci siamo fermati davanti a uno con sopra scritto a grandi lettere katri vala. Il nome non mi diceva niente, ma dopo un po’ è arrivata lì una donna che sembrava un’ape regina, si è avvicinata alla pedana e si è messa a svolazzare, ronzare, sviolinare, praticamente a strusciarsi contro lo scrittore che era seduto lì su una sedia. Trillava e gorgheggiava. Inneggiava e lanciava baci. Ci mancava poco che gli saltasse in braccio. Per finire, ha ricordato a tutti lo sconto che c’era sul libro e a quale stand e a quale banchetto quella povera anima avrebbe avuto il piacere di firmare ai lettori il suo capolavoro.

Come spettacolo niente male, ma dopo essere rimaste lì a guardarlo e ascoltarlo per due ore senza neanche un caffè e un cornetto, una comincia a sentire uno spaventoso bisogno di verità che le sale dal cuore. Non che io non abbia mai mentito in vita mia, ma a stampare le mie bugie nero su bianco in un libro, almeno non ci sono arrivata.

Ho convinto Helena a fermarci per un caffè a un piccolo chiosco lungo un grande corridoio. Avevo proprio voglia di confessarle come la pensavo, ma non me la sono sentita. Lei aveva voglia di fumare. Ci hanno indicato una grande porta che dava su un cortile sul retro.

È stato lì che l’ho incontrato, lo scrittore, anche se a prima vista non avrei mai pensato che fosse davvero uno della categoria. Era un tipo qualsiasi, seduto su un cassonetto della ghiaia, che fumava una sigaretta guardandosi intorno nervosamente. Non avrei saputo dargli un’età, comunque più giovane di me, visto che ormai tanto sono tutti più giovani di me. Aveva l’aria di un addetto alla manutenzione, credo che sia per questo che ho pensato di farci una chiacchierata. Quando ho visto che rispondeva alle mie domande con tanta esitazione, ho capito che non era un inserviente. Quella è gente energica, questo sembrava un imbranato.

Helena non apriva bocca. Le mie chiacchiere la imbarazzavano. I figli devono sempre trovare qualcosa di cui vergognarsi nei genitori, non è il caso di prendersela.

Ho detto al tipo che non c’era nessun bisogno di metterla giù dura, lo vedevo benissimo da me che non era un addetto alla manutenzione, e allora? Tanto si poteva raccontare quello che si voleva, visto che era la fiera delle balle. Helena mi ha lanciato un’occhiata di disapprovazione, io a lei di approvazione.

L’uomo non era del tipo loquace, ma che problema c’era per la moglie di un muto? Gli ho detto che, volendo scrivere un libro, comincerei da qualcosa di pratico, raccontando le cose come stanno, non come dovrebbero essere. Potrei benissimo scriverne uno sul lavoro all’uncinetto o su come si fa un tappeto o la solita torta di mele alla cannella, ma a che pro? Ce n’è già più che abbastanza di buoni libri del genere. Un’opera come il Cucchiaio d’argento non ha nessun bisogno di essere riscritta. Io l’ho ereditata dalla mia nonna, ma è ancora tutto vero. Ne ho regalato una copia a ciascuno dei miei figli, perché non fossero mai a corto di minestre e arrosti.

L’uomo annuiva. Era chiaramente uno che sapeva ascoltare. O non aveva niente da dire. Helena mi metteva già fretta per rientrare. La sua sigaretta era ormai un mozzicone. Mi sono ritrovata a dirle di cominciare pure ad andare, che l’avrei raggiunta dopo. Lei mi ha guardato a lungo, come per capire se dicessi sul serio. Io le ho lanciato un’occhiata rassicurante: era tutto a posto, avevo solo voglia di fare due chiacchiere con un perfetto sconosciuto. Mi avrebbe un po’ distratto da quella sua brutta faccenda.

Rimasta sola con lui, mi sono sentita in dovere di presentarmi, non potevo starmene lì così. Un nome, per lo meno, ci connette a qualcosa. Gli ho detto il mio, e lui il suo, che mi è già passato di mente. E gli ho anche precisato che ero una merciaia in pensione. Questo deve averlo incoraggiato, perché mi ha rivelato di essere uno scrittore e ha anche aggiunto subito dopo che stavolta con la fiera non aveva niente a che fare, perché non aveva pubblicato nessun nuovo libro. Mi sono molto meravigliata che si fosse preso la briga di venire, ma lui ha spiegato che aveva ricevuto un biglietto omaggio. Allora gli ho chiesto se non si sentisse un po’ a disagio a trovarsi sul suo posto di lavoro, mentre di fatto era disoccupato. Nessuna risposta.

Ero sul punto di confessargli quel che pensavo degli scrittori e delle storie inventate, ma non mi è più sembrato il caso. Gli ho domandato quando sarebbe uscito il suo prossimo libro, doveva pur averne uno in cantiere. Non mi ha risposto. Si è affrettato ad accendersi un’altra sigaretta. La teneva tra il pollice e l’indice, il che mi ha fatto capire che non doveva essere un fumatore regolare.

Siamo rimasti un po’ senza dir niente. Con Paavo ci ho ormai fatto l’abitudine, ma con uno sconosciuto il silenzio è diverso, quasi assordante.

Ero già sul punto di andarmene, quando l’uomo mi ha domandato che tipo di vita avessi vissuto. Ma vi sembra la domanda che si rivolge a uno sconosciuto? Eppure in quel momento non mi è sembrata così fuori luogo. Ho risposto che ne avevo vissute così tante da non aver avuto quasi il tempo di lavarmi i denti come si deve. Ho cominciato a raccontargliene un po’ di tutti i colori, saltando di palo in frasca, devo avergli anche tirato fuori un paio di parolacce, lasciavo uscire le cose così come venivano, evitando però di entrare troppo nei dettagli.

Lui voleva sapere di più.

Ho detto di no, non avevo intenzione di aggiungere altro, così su due piedi. Non volevo ripetere ancora una volta quell’errore. Un giorno, gli ho spiegato, su una panca d’ospedale, mentre aspettavo i risultati degli esami di Paavo, avevo raccontato la mia vita a un estraneo. Mi ero alleggerita di un peso, certo, ma poi me n’ero molto pentita. Avevo come la sensazione di aver ceduto a un altro un pezzo di me stessa.

È stato a quel punto che lo scrittore mi ha fatto la proposta.

Se gli raccontavo la mia vita, mi avrebbe dato cinquemila euro.

Ho dovuto sedermi.

Mi è venuta paura.

Helena era da qualche parte in mezzo alla folla e io non avevo neanche il cellulare, l’avevo lasciato a Paavo. Nessuno mi aveva mai offerto cinquemila euro, per niente al mondo. Lo scrittore mi ha detto che potevo anche pensarci su un’oretta, e magari consultare mia figlia. Allora gli ho chiesto cosa diavolo avesse in mente di farci, con la mia vita. Mi ha spiegato che non ne aveva una sua, e voleva scrivere un nuovo libro.

Ho avuto ancora più paura. Mi è venuta voglia di dirgli ma dai, tutti hanno una loro vita.

Mi sono alzata. Non potevo pensare a una cosa così assurda da seduta. Il nostro decoratore Alfred Supinen diceva sempre che l’uomo deve riflettere sulle cose importanti stando in piedi, e per le faccende più complicate è ancora meglio fare due passi.

Quell’uomo era chiaramente un pazzo, ma non si può andare a dire a un pazzo che è pazzo. I pazzi non hanno quella conoscenza della natura umana che abbiamo noi altri, che ci rendiamo benissimo conto che di tanto in tanto siamo fuori di testa. Chi è davvero pazzo se ne sta dentro la sua pazzia come una perla nell’ostrica.

Gli ho detto forte e chiaro che non avevo nessuna intenzione di vendere la mia vita, l’unica cosa che possiedo veramente, e quanto a lui, avrebbe dovuto piuttosto scrivere di quello che conosceva meglio, vale a dire la sua, di vita. Lui ha sostenuto che non c’era un bel niente di cui scrivere nella sua vita, non gli era mai successo niente. Ma di cosa aveva scritto fino a quel momento, ho obiettato, se non aveva niente da raccontare e non gli era successo niente. Mi ha spiegato che era perfettamente ammissibile scrivere una decina di libri dal niente, ma non di più.

Non era mica colpa mia, ho pensato, se non aveva niente di cui scrivere. Non poteva scaricare la colpa su di me.

Lo scrittore mi ha fatto notare che con cinquemila euro potevo comprarmi di tutto e di più in questo mondo, con la mia vita ben rilegata compresa nel prezzo.

A quel punto ho dovuto dirglielo che odiavo tutti i romanzi, e la cosa peggiore che potesse capitarmi era che qualcuno reinventasse la mia vita nelle pagine di un libro. E lì è andato letteralmente in solluchero, e ha rivelato che era proprio quello che intendeva fare. Aveva bisogno di una buona vita come fondamento, e poi ci avrebbe costruito sopra il resto, e il risultato finale sarebbe stata una vita ancora migliore di quella reale da cui era partito.

Al diavolo! Ma come, la mia vita messa laggiù in fondo, perché è più brutta di quella inventata? E una vergogna del genere in cambio di cinquemila euro? Di colpo mi è sembrata una cifra maledettamente modesta.

Lo scrittore si è ribellato: fraintendevo proprio tutto! La mia vita non sarebbe affatto scomparsa, sarebbe rimasta lì sotto, un po’ come il terriccio da cui spuntano magnifici fiori. Realtà e finzione si sarebbero intrecciate, e l’insieme sarebbe risultato migliore delle singole parti.

Le sue spiegazioni non facevano che confondere ancora di più il mio povero cervello.

Onde evitare di perdere del tutto la bussola, ho cominciato a pensare ai soldi. Pensare ai soldi fa bene, ti dà un metro di misura. È sbagliato parlarne così male. Ogni tanto è l’unica cosa che ci fa capire quali siano le nostre reali intenzioni.

Gli ho ordinato di tacere mentre riflettevo.

Ho calcolato quante belle cose mi sarei potuta comprare con quella apprezzabile sommetta. Prima di tutto le tende nuove, poi la riparazione della nostra vecchia auto, i mobili da giardino, una pelliccia per l’inverno, e, perché no, pure una vacanza alle terme. Poi ho evitato di rinfacciarmi tutte quelle piacevolezze che mi sono venute in mente prima della cosa più importante, quella che mi opprimeva il cuore.

Di colpo mi è stato tutto chiarissimo. Sapevo esattamente cosa avrei fatto di quel denaro.

E nello stesso istante ho deciso di non farne parola a Helena e Paavo.

Da ex venditrice quale sono, conosco bene il valore dei soldi, e ho capito subito che ero in posizione di forza. Non c’erano altre vite in vendita sul mercato, così ho deciso di alzare il prezzo. E ho rilanciato a settemila euro. Con quella cifra, avevo calcolato, avrei avuto quanto mi serviva per pagare quello che altrimenti non mi sarei mai potuta permettere.

Lo scrittore si è rannuvolato, confessando di avere già venduto tutti i suoi beni per mettere insieme quei cinquemila euro. E alzando le braccia al cielo ha dichiarato che non aveva idea di come racimolare il resto. Ma io sapevo per esperienza che una somma simile si può anche scavarla fuori dalla terra gelata a mani nude, se uno vuole davvero qualcosa con tutto se stesso. Ricordavo bene come Helena avesse passato tre settimane torride a spezzarsi la schiena su un campo di fragole per andare a vedere non so che cencioso cantante a un raduno hippie a Turku.

Ho detto allo scrittore che la mia richiesta era proporzionale a quanto avevo visto e vissuto e che a quel prezzo avrebbe ricevuto una vita veritiera, di indubbio valore commerciale, e di autenticità garantita. Mi sono resa conto che mi ritrovavo a parlare come ai vecchi tempi, quando vendevo fili, aghi e bottoni.

Mi vergognavo un po’ di aver alzato il prezzo, ma senza pentimenti, perché più pensavo alla mia vita, più mi appariva preziosa. Era certo dovuto all’età, e a tutto quello che mi era successo negli ultimi tempi.

A vent’anni, con in tasca il diploma dell’istituto commerciale, mi sarei accontentata di qualche centinaio di euro.

Lo scrittore mi ha accusato di approfittare della sua situazione disperata. Al che gli ho ricordato i nostri rispettivi ruoli. Lui voleva comprare qualcosa che io non avevo nessuna intenzione di vendere. Gli ho anche fatto presente che io della sua situazione non sapevo niente, ma mi sembrava che al mondo ci fossero emergenze più gravi della carenza di vite di uno scrittore. E se gli pareva troppo caro, non aveva che da rivolgersi altrove. Quello era il mio ultimo prezzo, nessun margine di trattativa.

Lo scrittore è ammutolito. Conoscevo per esperienza il processo in corso. Il cliente cerca di prendere tempo. Sa che finirà per comprare, ma non sopporta l’idea di cedere. Odia la venditrice, che non è disposta a trattare per il prodotto di cui lui ha assoluto bisogno. Deve comprarlo, ma non può comprarlo. Lo vuole, ma deve resistere. In situazioni del genere il compito del venditore è aiutare il cliente timoroso ad attraversare il guado senza bagnarsi i piedi. Non ne ho avuto il tempo.

Lo scrittore ha dichiarato che accettava, ma per quei duemila euro in più aveva bisogno di una dilazione di pagamento. Non mi andava di aspettare più di tanto, così gli ho posto una domanda molto personale: “Ma è sicuro di avere davvero venduto tutti i suoi averi? Non è che le è rimasto qualcosina in un cantuccio che non se la sentiva di dare via? Che so, un vecchio cassettone o un vaso di cristallo a bernoccoli di qualche famoso designer?”

Lo scrittore ha giurato di non avere più niente che valesse duemila euro, ma forse il suo editore poteva concedergli un anticipo sul prossimo libro, se il soggetto gli pareva interessante.

Ho accettato la dilazione, e ci siamo accordati sulla parola per il versamento dei cinquemila. Gli ho dato la mano. Me l’ha stretta con fermezza. E ho appena fatto in tempo a ritirarla che è ricomparsa Helena.

Mi sentivo in colpa, come se avessi fatto qualcosa di male, mentre avevo appena concluso un accordo di cui sarebbe stata lei la beneficiaria. Mi ha chiesto cosa diavolo ci facevo ancora lì fuori da più di mezz’ora, era arrivata a pensare di tutto. Ero tentata di dirle guarda che ho appena fatto un grosso affare solo per il tuo bene, ma mi sono limitata a un pensa un po’ come vola il tempo, giusto due chiacchiere con questo artigiano sulla ristrutturazione della nostra scala a casa, quante volte ne abbiamo parlato. E ho lanciato all’uomo un’occhiata che diceva acqua in bocca sul nostro patto.

Helena ha cercato di trascinarmi dentro, ma le ho detto che l’avrei raggiunta in due minuti. Mi ha chiesto cosa dovessi fare in quei due minuti. Quel carpentiere lì davanti a me era di un paesino vicino al nostro, le ho spiegato, e avevamo ancora da definire i dettagli dei lavori da fare.

Helena ha detto che mi avrebbe aspettato davanti allo spazio Mikael Agricola.

****

Alla prossima settimana!  Sorriso

L’albero di rusticani

di Nicola Losito

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Non si riceve la saggezza, bisogna scoprirla da sé, dopo un tragitto che nessuno può fare per noi, né può risparmiarci, perché essa è una visuale sulle cose.

Alla ricerca del tempo perduto – Marcel Proust

Prologo

A Clara Laurenti per uccidere il padre fu sufficiente un albero di rusticani.

Clara amava tantissimo suo padre ma, quando il loro rapporto entrava in crisi, lo odiava con pari intensità. Dopo ogni grossa lite, spendeva metà della notte a organizzare mentalmente plateali e punitive uscite di casa, ma più eclatante era la sofferenza che pensava di impartirgli, più grande era il rimorso che provava. Finché un giorno si decise e se ne uscì di casa. Se ne andò in silenzio, accettando da sua madre un po’ di soldi per sopravvivere qualche mese e promettendole che al più presto si sarebbe fatta viva per restituirglieli. Di nascosto su Internet aveva trovato a Bologna una stanza a buon prezzo da condividere con una ragazza della sua stessa età.

Aveva scelto quella città per diverse ragioni: Bologna era decisamente lontana da Milano, e in Emilia, verso la fine degli anni ’90, c’erano molte piccole e grandi industrie a cui inviare il curriculum, e infine perché ci abitava sua zia Paola. Nel malaugurato caso si fosse trovata in difficoltà, lei l’avrebbe senz’altro aiutata.

***

Le indicazioni dell’agenzia immobiliare erano state precise. Per arrivare a Lavino di Mezzo, Clara doveva scendere alla quarta fermata dell’autobus che, partendo da Bologna, fa capolinea a Anzola dell’Emilia. Altri cento metri a piedi e, sulla destra, un po’ nascosta alla vista da tre alti pini a ombrello, avrebbe trovato la villa, stile anni trenta, del dottor Badiali. Compiuto quel breve tratto di strada, Clara si trovò davanti al cancello di una costruzione color rosso cupo, rinfrescata di recente e dall’aspetto decisamente solido. Nell’attimo stesso in cui stava per suonare il campanello, però, ebbe un ripensamento. Lo stabile dove era situato l’appartamento propostole dall’agenzia era troppo signorile, di sicuro l’affitto sarebbe stato al di sopra delle sue attuali possibilità economiche. Clara ebbe un gesto di stizza e un pensiero conseguente: una volta tornata a Bologna avrebbe fatto le sue rimostranze a chi di dovere!

Decisa a rinunciare al sopralluogo, stava incamminandosi per tornare alla fermata dell’autobus che l’avrebbe riportata in città, quando un distinto signore alle sue spalle le rivolse la parola:

“È qui per vedere l’appartamento da affittare?” chiese l’uomo.

Colta di sorpresa, Clara, suo malgrado, non poté che assentire.

Carlo Badiali, dottore a riposo, settant’anni passati, ne dimostrava molti di meno, avvantaggiato com’era da un portamento eretto e da quell’atteggiamento bonario che contraddistingue gran parte della popolazione emiliana. Sorridendo con cordialità la invitò a seguirla.

“Mi chiamo Badiali e sono il proprietario dell’immobile. È da molto che aspetta?” disse mentre le faceva strada.

“No, sono appena arrivata da Bologna.”

“Gran bella città, vero?”

“Sì, però io preferisco mille volte di più la vita tranquilla di un piccolo paese. Ecco perché sono qui.”

L’uomo sorrise alle parole decise della giovane donna che le camminava a fianco e si prese qualche istante per osservarla meglio. Non molto alta, capelli neri a caschetto, sguardo vivace e, al contempo, dolce. Da come si era espressa gli dava l’idea di una persona determinata nelle sue scelte.

“È da un po’ che sto cercando casa lungo la direttrice Bologna-Vignola.”

“Ha visto il cartello appeso sul cancello o l’ha indirizzata qui l’agenzia Santulli?”

“L’agenzia.”

“Santulli è un uomo in gamba, pensi che gli ho conferito l’incarico solo da pochi giorni e già arrivano persone interessate all’appartamento in affitto!”

“Però quel signore non mi ha detto che la villa era così… così imponente…”

“Imponente ma non pretenziosa. Non deve spaventarsi.” proseguì il dottore avendo notato l’imbarazzo a stento trattenuto nella voce della ragazza.

Superato un breve vialetto di acciottolato, i due raggiunsero il lato sinistro dello stabile ed entrarono in un portone di legno intarsiato, dove da un androne luminoso partiva una larga scala che permetteva di accedere ai due piani della villa.

L’appartamento da affittare era situato al primo piano: l’ingresso, grande in modo esagerato, non aveva finestre. Al centro c’era un semplice tavolo rettangolare, mentre un paio di quadri a soggetto agreste ne impreziosivano le pareti dipinte di un bel giallo tenue. Un cassettone di provenienza contadina ma così lucido da sembrare antico completava l’arredo. Sulla sinistra c’era la cucina e, di seguito, una camera per gli ospiti. A destra una spaziosa camera da letto e il bagno. La cucina e la camera degli ospiti guardavano su un giardino esteso e assai curato dove alberi secolari erano inframmezzati a piante da frutto e da piccole zone coltivate a verdura di stagione.

"Cosa ne pensa?" chiese il dottor Badiali al termine della visita.

Clara non rispose subito, intenta com’era a guardarsi intorno per valutare l’ampiezza e la disposizione delle stanze. L’abitazione che da mesi stava cercando, pitturata di fresco e arredata in modo essenziale, si era materializzata davanti ai suoi occhi.

"È perfetta!" disse, ma avrebbe voluto subito aggiungere: "Purtroppo non posso permettermela!"

Il dottor Badiali invitò la ragazza a sedersi al tavolo di cucina e facendo la mossa di aprire il frigorifero le chiese se poteva offrirle qualcosa da bere.

“Se ha un succo di frutta, lo accetto volentieri.”

“Penso di sì, mio figlio ne andava matto e dovrebbero essercene ancora in fresco…”

Dopo avere riempito due bicchieri con del succo di arancia, anche il dottor Badiali si sedette e prese a illustrare alla ragazza pregi e difetti di quel piccolo paese e di come, in pochi anni, avesse cambiato fisionomia. Molti avevano venduto la loro casa per andare a vivere nelle città limitrofe o vicino ai luoghi dove avevano trovato lavoro. L’uomo raccontò che Lavino da paese prettamente rurale si era rapidamente trasformato, soprattutto nella parte collinare, in zona esclusiva di seconde case per gente benestante di Bologna o Modena. Che le vecchie cascine, una volta ristrutturate, erano diventate aziende agricole o vinicole molto floride. Che di gran parte dei vecchi abitanti si era persa traccia, mentre lui e sua moglie mai si sarebbero sognati di lasciare il paese dove avevano vissuto parecchie generazioni di Badiali.

“Mio figlio, invece…”

Nel dire questo si rabbuiò e per qualche istante rimase in silenzio. Clara si accorse del turbamento del suo interlocutore e prese la parola per riportare il discorso sull’appartamento da affittare.

“L’agenzia non mi ha parlato di prezzi, mi ha solo spinto a venire a dare un’occhiata. L’appartamento mi piace molto ma credo che…”

Al dottor Badiali tornò il sorriso:

"Questa era l’abitazione di mio figlio Augusto. Si è sposato qualche mese fa ed è andato a vivere a Boston, negli Stati Uniti, con la moglie americana. Mi spiace lasciarlo vuoto, perciò lo affitto a un prezzo ragionevole."

"Quanto ragionevole? Ho appena trovato lavoro e non ho molto denaro a disposizione. Vivo sola e non voglio pesare sui miei genitori. " disse Clara, mettendo tutte le sue carte in tavola.

Il dottore evitò di rispondere alla domanda: “Di questo ne parleremo dopo. Prima, se permette, vorrei conoscerla meglio… per mia tranquillità, capisce?”

“D’accordo. Cosa vuol sapere?”

"Qual è il suo titolo di studio?"

"Laurea in ingegneria elettronica e sono al mio primo impiego."

"A vedere una così bella ragazza, nessuno penserebbe che si sia dedicata a studi tanto impegnativi!" esclamò stupito.

"I tempi sono cambiati, una donna può fare tranquillamente le stesse scelte di un uomo! Comunque io non ho fatto altro che seguire le orme di mio padre, anche se, a dire la verità, questa è l’unica cosa che ci accomuna." rispose Clara, pentendosi subito di quell’accenno a questioni personali.

"Non volevo offenderla, ma solo complimentarmi con lei. Mi par di capire che lei non vada molto d’accordo con suo padre…"

A Clara, in generale, seccava parlare del suo privato con un estraneo, ma la bonomia e la sincera partecipazione con cui il vecchio dottore le si era rivolto, la convinse a rispondere.

"Per i genitori i figli non crescono mai, rimangono sempre bambini da proteggere o da tenere al guinzaglio…”

“A volte noi genitori ci comportiamo così per troppo amore.”

“Posso capirlo e a qualche mio coetaneo questa condizione di sudditanza sta anche bene, ma a me no. Ho quasi venticinque anni, finiti i miei studi, dovevo uscire di casa per crescere veramente e potere decidere da sola della mia vita.”

Clara, accortasi che le sue parole avevano rattristato di nuovo il suo interlocutore, decise di porre fine al colloquio e, alzandosi, disse:

“Si è fatto tardi, devo proprio andare…"

Evidentemente al dottor Badiali quella giovane donna, all’apparenza fragile, ma in realtà ben decisa a emanciparsi dalla famiglia, interessava molto e non sembrava voler interrompere quella conversazione scivolata troppo rapidamente nel personale.

"Aspetti, – disse l’uomo, invitandola di nuovo a sedersi – rimanga qualche minuto ancora! Posso chiederle se ha dovuto questionare con i suoi genitori per andarsene da casa?"

Clara non avrebbe voluto rispondere a una domanda del genere. Ripensare alla sofferenza che aveva inflitto ai suoi genitori la faceva stare male, eppure quel vecchio signore gli dava l’idea di essere in grado, più di suo padre, di capire e accettare il suo desiderio di indipendenza.

"Lo scoglio maggiore è stato il mio papà. Secondo lui, prima di uscire di casa avrei dovuto trovare un lavoro e solo allora avrei potuto andarmene."

"Non mi sembra che suo padre sia stato così irragionevole, anch’io sono un genitore e posso capirlo. Lei crede che non mi sia dispiaciuto che mio figlio se ne sia andato a vivere in America senza avere la sicurezza di un impiego?"

"Ma lei lo ha fatto sentire in colpa per questo?"

"Questo no, però, secondo me, mio figlio ha fatto un passo avventato. A Lavino aveva un’attività sicura: gestiamo da sempre una farmacia importante e in poco tempo avrebbe potuto essere sua. Laggiù, a casa di Dio, per i primi tempi dovrà appoggiarsi alla famiglia della moglie. Detto questo, lui è un uomo, mentre…"

"Mentre io sono una donna, vero?"

"Già, e le donne hanno meno armi per difendersi…"

"Ah, lo sapevo! Tutti uguali i padri. Le donne sono deboli, devono restare in famiglia e possono uscire nel mondo solo se si sposano!"

"Beh, questa sarebbe la condizione ottimale…"

"Non sono d’accordo. Io non ho un fidanzato, quindi niente marito in vista. Cosa dovevo fare? Aspettare di trovare un buon pretendente e nel frattempo perdere la possibilità di cercare fuori casa un lavoro adatto alle mie aspirazioni?"

"Sono sicuro che ci avrà pensato parecchio prima di fare questa scelta.”

“Certamente, e se proprio vuole saperlo, in caso di insuccesso ho un paracadute nella valigia!”

“Mi piace la sua grinta, signorina! Il lavoro se l’è già trovato e carina com’è, presto le si presenteranno delle opportunità interessanti anche dal punto di vista sentimentale. Quello che non capisco è perché lei abbia lasciato una città importante come Milano per cercare fortuna dalle nostre parti."

"Milano è diventata una città invivibile, se si va in giro a piedi si respira solo smog. Il traffico è impossibile, l’indifferenza della gente è insopportabile e anche i vicini ti salutano a fatica. Da tempo desideravo andare a vivere in campagna, dove la vita è più tranquilla, più semplice, dove l’aria è ancora buona e si può passeggiare senza il timore di essere investita da un’auto o da una moto!"

"Beh, Lavino è un piccolo paese che si sviluppa in gran parte lungo la statale, perciò se eviterà quell’unica strada trafficata, qui potrà trovare la quiete e la tranquillità che cerca. Avrà di sicuro notato che subito dietro la nostra villa c’è la campagna e che dall’altra parte della statale inizia la collina."

"Infatti, trovare casa a Lavino per me sarebbe l’ideale. Il guaio è che non credo di potermi permettere questo bell’appartamento…"

"Sul prezzo ci si può mettere d’accordo. Io non affitto di mestiere, lo faccio solo perché mi dispiace vedere vuoti dei locali che sono sempre stati occupati, prima da me e poi da mio figlio. Mia moglie ed io viviamo al secondo piano nell’appartamento grande."

"Quindi sarebbe la prima volta che un estraneo mette piede qui…"

"Non precisamente. Alla fine della seconda guerra mondiale, siccome la villa aveva spazio in esubero, le autorità ci avevano chiesto, anzi, imposto di accogliere per qualche tempo degli sfollati, fintantoché per loro non fosse saltato fuori un appartamento in una casa popolare in costruzione. Si trattava di una famiglia composta da padre, madre, da un maschietto vivacissimo e da una femminuccia sempre sorridente."

"Immagino che si siano trovati bene, l’appartamento è così spazioso da ospitare tranquillamente quattro persone."

"A dire la verità, i miei genitori avevano concesso a quella famiglia solo l’uso della cucina, del bagno e della camera situata sulla destra. Per farle posto, avevamo ammucchiato nell’ingresso tutti i miei mobili e nel locale a sinistra avevo ricoverato la mia biblioteca, il grande tavolo da ping-pong e svariati oggetti personali di uso meno frequente."

"Lei ci sarà rimasto male vedendo il suo appartamento ceduto con la forza a gente estranea…"

"In un primo momento mi sentii defraudato della mia indipendenza, però in seguito stringemmo amicizia con tutti i componenti di quella famiglia e averli come inquilini fece piacere sia a me che ai miei genitori. Il padre era un brigadiere dei carabinieri, e questo, per la turbolenza dei tempi, ci dava sicurezza. All’epoca la nostra farmacia era situata a pianterreno sul davanti della villa e avevamo già subito un paio di tentativi di furto."

A Clara non è che interessasse granché ascoltare i ricordi del dottor Badiali, però non voleva mostrarsi scortese, vista la non remota possibilità di ottenere a buon prezzo quel fantastico appartamento. Perciò si era bene adattata a dargli corda.

"Mi parli ancora di quella famiglia di sfollati…"

"La signora, benché giovanissima, era una perfetta donna di casa. Curava l’appartamento nello stesso identico modo in cui accudiva i suoi due bambini. Era sempre piena di attenzioni, e poi sapeva lavorare di cucito quel tanto da tenere i figli e il marito sempre in ordine. Il maschietto era una birba tremenda e, quando mi sentiva scendere le scale, spesso apriva la porta di casa e m’implorava d’intercedere presso la madre per poter uscire in giardino con me. La bambina, invece, anche se aveva un paio d’anni più del fratello, era molto riservata e stava sempre sulle sue…”

Il dottore si fermò un attimo a prendere fiato e guardò l’ora.

“Ma io la sto annoiando, signorina…"

"Oh, mi scusi, non mi sono ancora presentata. Mi chiamo Clara."

"Bene, signorina Clara, vogliamo discutere dell’affitto? Di che cifra potrebbe disporre?"

"Nell’azienda in cui lavoro sono ancora in prova. Il mio attuale stipendio si aggira sulle novecentomila lire, ma spero che aumenti se mi assumeranno a tempo indeterminato."

"Uhmm, non è molto per una persona che ha deciso di vivere da sola. I suoi genitori sono in grado di aiutarla finché non guadagnerà abbastanza da essere completamente indipendente?"

"Potrebbero, ma sono io che non voglio. Se non posso permettermi un appartamento così grande e costoso, mi accontenterò di qualcosa di più modesto."

"Ciò le fa onore, ma non è poi un gran delitto farsi aiutare dai genitori in caso di bisogno…"

"Come le ho detto, mio padre non voleva lasciarmi andare allo sbaraglio. Io sono cocciuta e sono uscita di casa senza il suo consenso. Sotto sotto ci vogliamo bene, ma non intendo farmi aiutare da lui. Sarebbe una sconfitta troppo grande per me. Papà, anche se ha vissuto quasi sempre al nord, è di origine meridionale, e pensa ancora che le donne, prima di tutto, debbano accasarsi e poi, eventualmente, trovarsi un lavoro. Queste sono le cose che gli ho sempre contestato. Ho come l’impressione che non si sia accorto che la società è cambiata e che sua figlia è una donna adulta e vaccinata. Che male c’è a vivere da sola? Non ho ancora venticinque anni, per sposarmi c’è tempo!"

"Ha qualcosa contro il matrimonio?"

"Le ho dato quest’impressione?"

"Direi di sì."

"Confesso che sono appena uscita da una storia importante e credo che per un po’ starò lontana dagli uomini. Può stare tranquillo se mi affitterà il suo appartamento. Sempre che si riesca a metterci d’accordo sul prezzo.”

“Questo è l’ultimo dei problemi…”

“Sono al corrente di quanto chiedono per un bilocale con cucina abitabile e le dico subito che attualmente non sono in grado di permettermelo…"

"Avevo in mente di chiederle proprio quella cifra che non può permettersi, però lei mi è simpatica e voglio venirle incontro. Trecentomila lire al mese potrebbero andarle bene?"

Clara sgranò gli occhi per la sorpresa. Non le pareva possibile un affitto così basso.

"Veramente, dottor Badiali? Non mi sta prendendo in giro?"

"No, non sono il tipo…"

Clara avrebbe voluto abbracciare quel vecchio e distinto signore che le stava regalando il paradiso.

"Se lei è d’accordo, mi lasci il tempo di raccogliere le quattro carabattole che ho parcheggiato nella stanza che condivido con una studentessa a Bologna e fra pochi giorni volo qui. Grazie, grazie dottore. Le sarò riconoscente in eterno!"

“Non mi ringrazi, le starò col fiato sul collo perché desidero che l’appartamento sia trattato con la massima cura.”

Clara, accortasi della bonarietà con cui il dottor Badiali si era espresso, scoppiò in un’allegra risata e gli rispose con pari tono:

“Scappo da un papà troppo esigente e mi ritrovo un padrone di casa uguale!”

“Non mi permetterei mai di sostituirmi a suo padre. Lei qui può vivere tranquilla la sua vita, a me importa solo che abbia riguardo per l’appartamento di mio figlio. Chissà che un giorno a lui non venga la voglia di tornare in Italia…”

“M’impegnerò come la signora che è stata qui nel dopoguerra. Normalmente sono abbastanza ordinata e pacifica, però vorrei segnalarle che di tanto in tanto suono la chitarra e canto. Spero che questo non sia un problema.”

“Assolutamente no. Questa casa è fin troppo silenziosa.”

“Bene, allora visto che siamo d’accordo…”

“Un’ultima domanda. Perché ha scelto di stabilirsi proprio in questa zona?”

“Per diverse ragioni. La prima perché qui c’è un treno che mi porta diretto a Vignola dove lavoro. Secondo, perché Lavino è abbastanza vicino a Bologna dove abita mia zia. È stata proprio lei a consigliarmi di cercare qui, avendoci vissuto qualche anno da piccola.”

"Come si chiama sua zia?"

"Paola Laurenti ed è la sorella di mio padre."

Per un attimo nella testa del vecchio dottore si accese una lampadina che però si spense subito.

"Laurenti… Laurenti… Ho come la sensazione di avere già sentito questo cognome.”

Fece poi un gesto di stizza battendosi la fronte con la mano.

“Benedetta memoria! Bah, prima o poi mi verrà in mente…”

“La zia mi ha raccontato che qui a Lavino ha frequentato le scuole elementari e poi la sua famiglia si è trasferita a Bologna.”

“Oggi capita il fenomeno inverso. La gente lascia la città e viene a vivere in campagna. Proprio come sta cercando di fare intelligentemente lei…”

“Questo significa che ho superato l’esame di ammissione?” disse Clara ridendo.

“Direi proprio di sì…”

“Allora, se non ha altre domande da farmi, cosa ne dice, dottore, se firmiamo adesso un preliminare di affitto?”

“Lei mi piace signorina Clara, precisa e attenta ai dettagli! Questa è una ragione in più per accoglierla a casa mia. Sono stato fortunato: un’inquilina ingegnere e in più canterina! Spero solo di non avere sbagliato a cederle l’appartamento così a buon mercato!”

“Non se ne pentirà, dottor Badiali. Per sdebitarmi suonerò la chitarra e canterò per lei ogni sera! Mi dovrà sfrattare per farmi smettere!”

“Ahahahah, perfetto!”

***

Caro papà,

mi faccio viva dopo un bel po’ di tempo e per questo mi scuso con te e la mamma. Non l’ho fatto prima perché sapevo che la zia a cui di tanto in tanto faccio visita, era in contatto con voi e penso che lei vi abbia tranquillizzato sul mio conto.

Da qualche mese ho trovato un buon posto a Vignola e, dopo un breve periodo di prova, mi hanno assunta definitivamente. Il lavoro mi piace abbastanza, l’unica cosa che m’infastidisce un po’ è che sono l’unica donna in un ufficio di uomini. Mi guardano come una bestia rara. Ci farò il callo e chissà che alla fine non trovi qui un partito in grado di soddisfare le mie e le tue aspettative…

Ma non è solo per questo che ti ho scritto. Ho anche affittato un appartamento tutto per me. È grande come lo desideravo io ed è situato in campagna a pochi chilometri da Bologna. Il paese, ai piedi delle colline, si chiama Lavino. La zia mi ha accennato che alla fine della seconda guerra mondiale per qualche tempo con i nonni avete abitato da queste parti.

Come vedi, senza volerlo, seguo giudiziosamente le tue tracce. Ho un lavoro e una casa, quindi le tue paure sulla mia scelta di cercare fortuna lontano da Milano si sono rivelate infondate. La tua "poco assennata" figliola, anche se ha fatto arrabbiare te e la mamma, è riuscita a trovare la sua strada da sola, senza protezioni o spinte. Non so se sbaglio a chiedertelo, ma vorrei che per una volta mi dicessi che sei fiero di me.

In fondo non pretendo molto.

Con affetto.

Clara

Cara Clara,

le notizie che ci hai dato sono bellissime e ci riempiono d’orgoglio. Eccomi pronto a scusarmi per non essere mai stato capace di esprimere a parole quello che veramente provo per te.

Forse perché sei la nostra unica figlia, io e la mamma abbiamo pensato che tu avessi bisogno di una protezione speciale e abbiamo sempre interpretato la tua insofferenza come una mancanza di affetto nei nostri confronti. In realtà tu avevi solo bisogno di maggiore libertà e indipendenza, ma a me, soprattutto a me, tutto questo spaventava. Oggi sono qui a ricredermi e a chiederti di perdonarmi. Spero che non sia troppo tardi per appianare tutte le divergenze che abbiamo avuto in passato.

Hai detto che hai trovato casa a Lavino e questo mi ha messo una pulce nell’orecchio. Quando la mia famiglia si stabilì lì io ero molto piccolo e ho in mente solo dei flash su quel periodo della mia vita, così ho telefonato a tua zia Paola. Lei, all’epoca, era già grandicella e ricorda molte più cose di me su Lavino. A suo dire, siamo arrivati lì nel ‘45 quando avevo tre anni e ci siamo rimasti finché mio padre, tuo nonno Aldo, nel ‘50 non fu promosso appuntato e trasferito d’ufficio a Bologna.

Con l’aiuto della memoria formidabile di tua zia Paola, piano piano, alcuni avvenimenti di allora sono tornati alla luce. Avvenimenti importanti per la mia crescita. La zia mi ha detto che da bambino ero molto vivace, e per questo ero oggetto di particolari attenzioni da parte della mamma. Lei non mi staccava mai gli occhi di dosso ed era un problema per me sfuggire dalle sue grinfie per potermi dedicare alle classiche marachelle dell’infanzia. Manco a dirlo, le stesse attenzioni che io e tua madre abbiamo sempre avuto verso di te. Come vedi, molte situazioni si ripetono uguali nella vita degli esseri umani…

A Lavino vivevamo in un appartamento di una grande villa a due piani dove, nell’ingresso, ammucchiati uno sull’altro, c’erano i mobili del figlio dei proprietari, un giovane e brillante studente di medicina – credo si chiamasse Carlo – che presto mi prese in simpatia. Bene, su quei mobili ho cercato più volte di arrampicarmi col rischio di rompermi l’osso del collo. La cosa più interessante dell’appartamento era una stanza che io e zia Paola avevamo chiamato la "tana dei misteri", una stanza sempre chiusa a chiave e che noi cercammo di aprire con tutti i mezzi, non riuscendoci mai. Quella era la camera dove il signor Carlo aveva ricoverato i giochi dell’infanzia, i giornalini, i libri che intravedevamo quando lui ci entrava per ritirare qualcosa che gli serviva o quando sua madre veniva a darle aria.

Da anni Carlo tirava di fioretto: appesi in bella vista a una parete c’erano le sue maschere di protezione del viso e almeno quattro fioretti. Tanto feci, tanto insistetti che lui permise a me e a tua zia di indossare le sue maschere e tenere per una settimana intera, come se fossero nostre, due delle spade di quando, da bambino, aveva iniziato a praticare la scherma. Mamma era spaventatissima perché temeva che ci facessimo male, ma lui riuscì a convincerla che la scherma non è uno sport pericoloso e che, come recitava a memoria, forma il carattere e contribuisce a una crescita equilibrata della personalità, incanalando l’aggressività spesso inespressa dei bambini verso valori importanti come la lealtà e il rispetto degli altri. Mia madre mi permise una volta di recarmi a scuola con maschera e spada e da allora fui il più invidiato e ricercato dei bambini. Ovviamente quello era lo sport preferito delle persone abbienti e mai mia sorella e io avremmo potuto permettercelo, però quelle giornate vissute da spavaldo spadaccino furono una bellissima ed entusiasmante esperienza.

Oltre questo, tua zia mi ha fatto venire in mente una grossa bravata che ebbe conseguenze non altrettanto piacevoli. Nel giardino sul retro della villa c’era un albero di rusticani: di quest’albero non saprei dirti nulla su caratteristiche e dimensioni se non che ai miei occhi di bambino sembrava gigantesco, che dava dei frutti tondi e verdi, asprigni al gusto e che io aspettavo con ansia la primavera per poterli rubare e mangiare di nascosto ancor prima che maturassero. Eh già, perché mamma mi aveva proibito di farlo, pena solenni sculacciate. Un giorno di giugno, credo all’età di sette anni, sfuggendo allo sguardo vigile di mamma e del contadino che abitava sul retro della villa, non so come riuscii ad arrampicarmi sull’albero dei rusticani e mangiai una quindicina dei suoi aciduli frutti. A scendere mi aiutò il contadino, richiamato dal mio pianto disperato perché avevo paura di fare il cammino a ritroso verso terra. Quel giorno le buscai di santa ragione e a sera mi venne un mal di pancia terribile accompagnato da febbre altissima. Dovetti stare tre giorni a letto e ingoiare, con alti anche se inutili strepiti, due bicchierini colmi di olio di ricino.

Mangiare i frutti acerbi del rusticano e la scherma vissuta come gioco segnarono il mio passaggio dall’infanzia all’adolescenza. Facendo della psicologia spicciola si può dire che salire su un albero e rimpinzarmi anzitempo dei suoi frutti fu il mio primo tentativo di ribellione nei confronti della famiglia, mentre tirare di spada, seguendo precise regole, fu un modo ardimentoso di affrontare il mondo esterno armato di tutto punto ma con intenzioni pacifiche.

Che dirti ancora di quegli anni vissuti a Lavino? Su un noto avvenimento del dopoguerra che valutai nella sua importanza e pericolosità solo in età adulta, conservo un ricordo fatto esclusivamente di sensazioni. Era l’estate del ‘48, in luglio per l’esattezza, quando uno scalmanato studente fascista, a Roma, sparò a Togliatti. Quel gesto provocò una forte scossa emotiva in Emilia: la paura per una probabile insurrezione della popolazione contro il governo dell’epoca si poteva toccare con mano. Tutte le forze dell’ordine, ben poco amate in quella regione, erano state allertate. Ci furono diversi morti nei disordini di quei giorni. Allora io avevo sei anni e non ero certo in grado di capire il pericolo che mio padre stava correndo mentre, per servizio, girava il paese e la campagna in bicicletta, eppure, in qualche modo del tutto inconscio, percepii la preoccupazione dei miei genitori.

Ricordo che mia madre spesso piangeva e aspettava con trepidazione il ritorno a casa di papà per il pranzo e la cena. Per me e mia sorella c’era l’assoluto divieto di uscire in strada. Quel brutto momento durò circa una settimana e poi lentamente le acque si calmarono e a Lavino tornò a prevalere il buon senso della popolazione emiliana. Come premio per il mio comportamento responsabile tenuto in quei giorni, mamma accettò che papà mi portasse, un paio di domeniche dopo l’attentato, a fare un giro per la campagna seduto sulla canna della sua bicicletta. Di mio padre avevo sempre avuto soggezione, forse per quella sua aria severa e poco avvezza alle smancerie con noi bambini, però quel giorno fui davvero felice e, anche se, come al solito, mi parlò poco, intuii che era orgoglioso di portarmi con sé e di presentarmi alle persone che incontravamo lungo il tragitto. Ecco, questo è tutto ciò che posso raccontarti di quei cinque anni passati a Lavino. Che tu abbia trovato casa proprio in quest’anonimo paesino dell’hinterland bolognese è piuttosto curioso. Spero che tu possa trovare lì quella serenità che non avevi a Milano e dei buoni motivi per arricchire la tua personalità.

Un caro abbraccio anche da parte di mamma.

Papà

Caro papà,

nel retro della villa dove abito, a piano terra vive un contadino che cura il giardino, Ci sono alberi da frutta e parte del terreno è occupata da un orto. Il proprietario dello stabile, un anziano dottore, cordiale e gran chiacchierone, mi ha affittato a un prezzo di grande favore l’appartamento dove lui aveva vissuto da ragazzo. Si chiama Carlo Badiali. Quando gli ho rivelato le mie generalità mi ha dato l’impressione che il cognome Laurenti gli suonasse familiare. Senza che glielo avessi chiesto, mi ha raccontato di una famiglia di sfollati che subito dopo la fine della guerra avevano abitato qui. Quella famiglia aveva due bambini, un maschio e una femmina. Potrebbe essere che…

Un bacio.

Clara

Cara Clara,

tutto può succedere nei corsi e ricorsi della vita. Ho chiesto a tua zia Paola se si ricordava come si chiamavano i proprietari della villa dove abbiamo vissuto per qualche tempo da piccoli: lei ha confermato il cognome Badiali.

Hai ragione. È un evento davvero straordinario quello che ti è successo!

Saluta da parte mia il signor Carlo, vedrai che si ricorderà di me e delle mie marachelle.

Un abbraccio.

Papà

***

Epilogo

Clara mise al corrente il dottor Badiali di quella singolare coincidenza e questo fece aumentare ancora di più l’empatia creatasi fra loro già al primo incontro. Sei mesi dopo questa scoperta, però, Clara decise di lasciare l’appartamento di Lavino. In tutto il periodo che abitò lì non invitò mai i suoi genitori a farle visita. Non lo fece per diverse ragioni, la più importante delle quali era che quella casa le ricordava troppo suo padre. A causa dell’atteggiamento gentile ma assillante del dottor Badiali, quel luogo stava diventando una scelta inadeguata per lo scopo che si era prefissa.

Attraverso i ricordi che il vecchio dottore si peritava di raccontarle ogni volta che la incontrava e che, per timore di mostrarsi maleducata, lei non riusciva in alcun modo a bloccare, suo padre era costantemente accanto a lei. Lo era quando di sera girava sola e annoiata nell’appartamento o se di giorno si recava in giardino. Le sembrava persino di udire in ogni strillo di bambino proveniente dalle case vicine la voce di suo padre da piccolo mentre cercava di rincorrere il gatto del contadino o si esercitava in  altre e  più azzardate marachelle. Col passare dei mesi Clara capì che anche lì il peso della presenza paterna era diventato insostenibile. Non era libera in quel luogo tanto quanto non lo era stata nella casa dei suoi genitori a Milano. Doveva andarsene da Lavino. A spingerla a una nuova fuga fu ciò che accadde in un tiepido pomeriggio di primavera.

Clara si trovava nel giardino sul retro della villa a rincorrere un refolo d’aria sotto la quercia o all’ombra dei tigli che costeggiavano il lungo viale che si perdeva nella campagna. Non aveva fatto che pochi passi quando davanti ai suoi occhi si presentò una grande pianta nodosa, carica di frutti verdi e tondi. Incuriosita, si fermò a osservarla. Era forse quello il famoso albero di rusticani di cui gli aveva parlato suo padre? Tutto si poteva dire meno che la pianta fosse bella da vedere, era soltanto un vecchio albero dal fusto rugoso che a fatica reggeva rami carichi di frutti. A Clara venne spontaneo pensare a come sarebbe stato facile per chiunque salirci su per raggiungere i frutti proibiti, sfruttando i numerosi nodi del suo tronco, mentre non sarebbe stato altrettanto agevole tornare a terra, dovendo alla cieca indovinare la posizione giusta dei piedi.

Fu proprio guardando l’albero dei rusticani che Clara ebbe un’illuminazione.

Suo padre le aveva scritto che mangiare i frutti acerbi di quella pianta, era stato il suo primo atto di rivolta nei confronti dei genitori, l’inizio simbolico della sua crescita personale. Ma qualcosa a lui era andato storto. La sua ribellione era riuscita a metà. Non ce l’aveva fatta a scendere da solo dall’albero e la sua azione coraggiosa si era tramutata in una parziale disfatta. A lei, però, non sarebbe toccata la stessa sorte. Non doveva arrampicarsi sull’albero, le bastò allungare il braccio e staccare una dozzina di quei verdi e invitanti frutti. Ne mangiò a fatica soltanto tre, storcendo la bocca perché il loro sapore era decisamente asprigno, ma conservò i rimanenti nella borsa per finirli poi nel prosieguo della settimana. Se voleva veramente uccidere suo padre, era di vitale importanza mangiare tutti i frutti che aveva appena rubato.

Dopo quel giorno, si mise in cerca di un nuovo alloggio, esplorando i paesi vicini a Lavino. Lo trovò a Ponte Ronca, pochi chilometri più avanti sulla stessa direttrice per Vignola. L’appartamento era situato al secondo piano di un condomino di recente costruzione, con vista sulle colline emiliane. Aveva lo stesso numero di stanze di quello del dottor Badiali ma, ovviamente, l’affitto era parecchio più alto. Questo, però, non era un problema: da pochi giorni Clara aveva avuto un congruo aumento di stipendio e perciò poteva permettersi un aumento di spese per l’alloggio. Il problema, semmai, era come comunicare la sua decisione al vecchio dottore. Infatti lui accolse con molta tristezza la notizia della sua partenza, ormai si era affezionato a Clara quasi fosse una figlia, però alla fine comprese la sincera spiegazione che lei stessa si sentì in dovere di dargli. I suoi occhi erano lucidi e le parole smorzate dalla pena quando gli disse:

"In questa casa, piena di ricordi di mio padre e dei miei nonni, non sarei mai riuscita a crescere nel modo in cui io desideravo. Le chiedo scusa per non averlo capito subito e di avere abusato fin troppo della sua benevolenza…"

“Non posso impedirle di andarsene, spero di tutto cuore che ogni tanto lei torni a trovarmi… e sarebbe magnifico potere incontrare anche suo padre.”

“Può contarci, glielo prometto!” disse, abbracciandolo.

Entrata in possesso del nuovo appartamento, Clara poté sbizzarrirsi ad arredarlo secondo il gusto suo e del ragazzo con cui, da qualche mese, conviveva, dedicando una cura particolare alla camera degli ospiti, perché aveva in mente un piano. Era ormai passato più di un anno e mezzo da quando lei era andata via da Milano e riteneva fosse giunto il momento di riallacciare i rapporti con la famiglia.

Con l’aiuto prezioso di sua zia Paola preparò una mappa dettagliata dei luoghi e delle persone che avevano contrassegnato l’infanzia di suo padre. Cercò la chiesa sulla collina dove lui aveva fatto il chierichetto, la villa dei conti Aldovisi, la vecchia stazione di Lavino da tempo abbandonata, il bar Sport dove ai bambini che nel ‘48 percorrevano un chilometro a piedi per raggiungere la scuola materna ed elementare a Zola Predosa, ogni mattina il vecchio gestore regalava una caramella. Con infinita pazienza rintracciò Giovanni, il figlio del titolare della Ferramenta Rovelli e Amilcare Zanca, sordomuto dalla nascita il cui padre era un artista del traforo e che solo agli amici del figlio permetteva di vedere i suoi capolavori, tra cui una bellissima Torre Eiffel alta due metri e, per ultimo, mise sull’avviso il dottor Badiali.

Solo allora Clara si sentì pronta e invitò i genitori nel suo nuovo appartamento.

Uccidere il padre per Clara fu un’impresa facile. Finì così una guerra fra generazioni durata anni perché, in passato, padre e figlia non avevano saputo trovare un compromesso onorevole fra aspettative e desideri discordanti. Tutto si consumò a Lavino sotto l’albero dei rusticani, nel giardino della villa del dottor Badiali.

Mai l’uccisione di un padre fu tanto incruenta.

Negli annali della famiglia Laurenti, però, di quell’accadimento si ricorda soprattutto un curioso effetto a strascico che, in egual misura, colpì Clara e suo padre: un acuto mal di pancia causato dall’avere entrambi mangiato troppi frutti ancora acerbi di un’antica, rigogliosa quanto misconosciuta pianta…

Brignano Gera d’Adda – Luglio 2009-Dicembre 2012