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Stracarichi di valigie (due grandi e due piccole a coppia) Chicca e io, Silvia e Giorgio, Barbara e Sergio (cioè quello che d’ora in poi chiamerò l’intrepido gruppo), tutti assonnati per la levataccia, ci presentiamo puntuali alle ore cinque del mattino di sabato 29 agosto 2015 al check-in Iberia di Linate, pronti a iniziare il nostro viaggio verso il paese che gli antichi Inca chiamavano Tahuantinsuyo che, in lingua quechua, significa i “quattro quarti del mondo” dal momento che nel 1532 (data in cui i conquistatori spagnoli arrivarono lì) il loro territorio comprendeva gli odierni Equador, Perù, Bolivia e Cile.

La partenza, prevista per le 8.00, avviene in perfetto orario.

Dopo un paio d’ore, facciamo scalo a Madrid e poi, alle 13.00, con un secondo volo di undici ore arriviamo a Lima, capitale dell’odierno Perù: sono le 17,36 locali sempre del 29 agosto 2015, avendo portato indietro l’orologio di sette ore rispetto all’Italia.

Il cielo è decisamente plumbeo e comincia a imbrunire: siamo alla fine dell’inverno e la temperatura è sui 19 gradi. Chiesto spiegazioni alla guida locale che ci ha accolto all’aeroporto, veniamo a sapere che, causa grosso inquinamento, Lima, città di 10 milioni di abitanti, il sole si vede di rado anche in altre stagioni. Non essendoci metropolitane, quasi tutti usano l’auto e quindi la cappa  di smog che sovrasta la città è quella che è.

 

Non abbiamo nemmeno il tempo di fare una breve escursione della città perché l’albergo Josè Antonio Executive dista 45 minuti dall’aeroporto e siamo tutti un po’ stanchi.

In quest’albergo ceneremo  e poi andremo subito a dormire: l’indomani ci aspetta una giornata molto intensa.

Domenica 30 Agosto 2015 – Lima

Sveglia alle 7, una veloce colazione, check out dall’albergo, carichiamo le valige sul pulmino e con la guida iniziamo la visita della città. Oggi è la ricorrenza di Santa Rosa, patrona del Perù, molto venerata a Lima, e la gente si prepara a festeggiarla con varie processioni che partono dalle più importanti chiese della città. Mentre raggiungiamo il centro storico veniamo aggiornati sulle principali caratteristiche di Lima. Fondata da Francesco Pizarro nel 1535 con il nome di Città dei Re (in omaggio ai Re Magi, poiché la scelta del luogo in cui edificarla avvenne il giorno dell’Epifania), oggi la capitale del Perù è divisa in 43 distretti guidati ognuno da un sindaco che ha un proprio municipio e una propria amministrazione. Ciascuno di loro risponde al sindaco mayor dell’intera città. Lima è anche sede del governo centrale del Perù.

Centro storico di Lima

Plaza de Armas (centro storico della città)

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E’ mattina presto quando usciamo dall’albergo, le strade della città non sono ancora intasate e ci si può fermare per ammirare e fotografare i balconi di una casa coloniale spagnola. Durante il tragitto incontriamo un edificio pubblico che sull’insegna promette di difendere il popolo:

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la Chiesa di San Pedro:

Chiesa di San Pietro

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una piccola bancarella in attesa di eventuali clienti:

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In previsione del grosso afflusso di macchine, la municipalità ha previsto cartelli in posizione strategica per evitare ingorghi:

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il palazzo del Congresso:

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Alle 8 il traffico è già intenso: sullo sfondo si intravede la parte della città abbarbicata sulla montagna che sovrasta Lima…

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E’ domenica ed è anche un giorno di grande festa popolare: una rosticceria è pronta a offrire ai passanti una ricca impanada ripiena di porcellino allo spiedo:

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Ma veniamo alla ricorrenza patronale di Santa Rosa: molti distretti hanno una loro festa con processione: qui ci troviamo nei pressi della Chiesa di San Francesco:

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Osservate i colori sgargianti degli abiti dei fedeli e anche della Madonna sul baldacchino: alcune persone sono persino mascherate. Le feste religiose mescolano, con balli, canti, musica e allegra partecipazione, credenze cattoliche assorbite dagli spagnoli e antiche tradizioni popolari inca caratteristiche delle zone della città dove si svolgono le funzioni. Gli stessi abiti indossati dalle persone davanti o dietro alla processione sono tipici delle varie città del Perù.

Lasciata questa cerimonia c’incamminiamo verso la Plaza de Armas (o Plaza Mayor) dove sta per iniziare la processione principale della giornata. Durante il tragitto diamo un’occhiata alla Casa della Letteratura Peruviana:

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In Plaza de Armas, come potete vedere nella foto che segue, il mantello della Madonna sul baldacchino è nero:

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Nella foto sotto si notano molti militari in grande uniforme: questo si spiega perché la Madonna in processione è la protettrice delle Forze Armate:

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La festa è condita da musica di varie bande che si alternano a suonare. In tutto questo bailamme di gente si notano alcune curiosità: gli spazzini (uomini e donne) sempre all’erta per fare pulizia:

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il vigile di quartiere motorizzato:

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le autorità cittadine sul balcone del Municipio davanti alle quali il baldacchino della Madonna sosterà per ascoltare un breve discorso di ringraziamento:

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il bel prato della piazza maggiore:

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e, buon ultimo, un cane che a dispetto del gran frastuono e della confusione, se la dorme beatamente in mezzo alla strada:

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A metà mattina lasciamo la Plaza de Armas e, prima di raggiungere il pulmino che ci porterà al Museo di Andrea Larco Herrera, buttiamo l’occhio su un variopinto negozio di artigianato locale:

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L’ingresso al Museo Larco  Herrera e i suoi giardini sono una benedizione per gli occhi:

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Nel museo, un elegante edificio del 18° secolo costruito su una piramide precolombiana del 7° secolo, ci sono un’infinità di ceramiche e di oggetti in oro e argento (più di 45.000) creati da artigiani pre-incaici datati mille e più anni avanti Cristo. Ecco alcuni esempi tratti da Internet, visto che non è stato possibile usare la macchina fotografica:

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Finita la visita al museo, salutiamo la guida locale e, saliti sul pulmino con le nostre valigie, usciamo da Lima. Siamo in pieno giorno così possiamo dare un’occhiata alla periferia della città: davvero penosa!

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Avremo altre occasione per parlare del fenomeno ricorrente in tutte le città del Perù, non esclusa Lima: le periferie sono immancabilmente degradate e fatiscenti.

Nella prossima puntata approfondirò il discorso su Lima e allegherò il filmato relativo a questa parte del viaggio.

Crediti: le foto sono mie e di mia moglie Chicca. Alcune foto le ho scaricate da Internet. Informazioni storiche sono ricavate da Wikipedia e dalla voce della guida locale di Lima.

Arrivederci a presto.

Nicola

Giorni fa, sul Corriere della Sera, in occasione dell’anniversario della caduta del muro di Berlino, ho letto un bellissimo discorso di Murakami, il mio scrittore preferito, e non ho resistito all’impulso di condividerlo con gli amici che seguono il mio blog. Leggetelo anche voi, dice cose su cui tutti dobbiamo riflettere. Alla fine, ne sono sicuro, verrà spontaneo chiedervi: qual è il mio muro di Berlino?

Nicola

Murakami Haruki

Il mio muro di Berlino

È passato un quarto di secolo dalla caduta del muro di Berlino. Quando visitai per la prima volta Berlino nel 1983, la città era ancora divisa in zona Est e Ovest. I turisti potevano visitare Berlino Est, però dovevano passare attraverso numerosi posti di blocco ed erano tenuti a lasciare la zona entro la mezzanotte. Al rintocco della campana, come Cenerentola che abbandona il ballo. In quell’occasione andai a vedere «Il Flauto magico» al Teatro dell’Opera di Berlino Est, con mia moglie e un amico. La messa in scena e l’atmosfera del teatro erano meravigliosi. Ma atto dopo atto le lancette dell’orologio si avvicinavano sempre più alla mezzanotte. Ricordo che ci precipitammo al Checkpoint Charlie e che riuscimmo ad arrivare appena in tempo. Fu comunque la rappresentazione del «Flauto magico» più emozionante della mia vita.

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Il sollievo non durò a lungo

Quando ritornai a Berlino, il Muro non c’era più. Mi ricordo ancora la gioia che provai quando cadde nel 1989. «La Guerra Fredda è finita», pensai, come probabilmente moltissimi altri in tutto il mondo. «Davanti a noi si profilano tempi migliori e più sereni». Purtroppo il sollievo durò poco. Guerra in Medio Oriente, nei Balcani, un attentato terroristico dopo l’altro e, nel 2001, l’attacco al World Trade Center a New York, per cui crollarono tutte le nostre belle speranze. Per me come scrittore, i muri sono sempre stati un tema importante. Nel mio romanzo «La fine del mondo e il Paese delle meraviglie» rappresento una città immaginaria circondata da alte mura da cui non si può fuggire, una volta entrati. Nel romanzo «L’uccello che girava le Viti del Mondo» il mio eroe, dal fondo di un pozzo, riesce ad attraversare le mura e raggiungere un altro mondo. Il mio discorso di ringraziamento in occasione del conferimento del «Premio di Gerusalemme» si intitolava «I muri e le uova». Era sulla durezza dei muri, contro cui ci infrangiamo, fragili come uova. In quello stesso momento a Gaza erano in corso scontri violenti, e mi chiesi se saremmo stati sempre impotenti di fronte a questi muri.

I muri sono un sistema di potere

Per me i muri sono un simbolo di ciò che separa gli uomini dai sistemi valoriali. Limitano, schermano, isolano. In certi casi possono anche proteggerci. Però per proteggerci, dobbiamo escludere quelli che si trovano dall’altra parte del muro – questa è la logica dei muri. All’improvviso diventano un sistema rigido, che si oppone alla logica di altri sistemi, spesso con la forza. Il Muro di Berlino era un esempio lampante di questa dinamica. A volte mi sembra che abbattiamo un muro per erigerne un altro altrove. Può essere un muro fisico o invisibile, che condiziona il modo di pensare. Alcuni muri ci proibiscono di andare avanti, altri muri ci limitano. Finalmente un muro è caduto, il mondo è cambiato, tiriamo un respiro di sollievo. Eppure, improvvisamente da qualche parte è già sorto il prossimo muro. Un muro etnico, religioso, un muro dell’intolleranza, del fondamentalismo, un muro di avidità e paura. Non riusciamo a vivere senza un sistema fatto di muri? Per noi scrittori i muri sono vincoli da spezzare. Non facciamo che questo con le nostre storie – metaforicamente parlando -. Scavalchiamo i muri che separano il reale dall’irreale e la consapevolezza dalla mancata presa di coscienza. Scopriamo il mondo al di là del muro, torniamo di qua e raccontiamo dettagliatamente quanto abbiamo visto, senza pretendere di giudicare il significato del muro o dei suoi pro e contro. Non facciamo altro che rappresentare precisamente quello che appare dall’altra parte. In questo consiste il lavoro quotidiano di uno scrittore.

 
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Anche le storie superano i confini

Se uno legge una storia che arriva al cuore e lo tocca in modo particolare, può succedere che sfondi il muro insieme all’autore. Ovviamente, quando chiude il libro si ritrova fisicamente più o meno ancora nello stesso posto in cui era all’inizio della lettura. Se si è mosso, al massimo dieci o venti centimetri più in là. La realtà fisica non è cambiata e non è stato risolto alcun problema concreto. Eppure il lettore ha la sensazione distinta di aver sfondato un muro spesso, di essere stato al di là e tornato al di qua del muro. Ha l’impressione di essersi mosso fisicamente dal suo punto di partenza, quand’anche di soli dieci o venti centimetri. Per questo sono convinto che questa esperienza fisica sia la cosa più importante nell’atto della lettura. Percepisce la sensazione di essere libero, di potere andare dove vuole passando attraverso tutti i muri. È mio grande desiderio scrivere possibilmente romanzi e racconti di questo tipo, e di condividerli possibilmente con molte persone. Ovviamente i problemi che affliggono il mondo non possono essere risolti attraverso una simile consapevolezza comune. Purtroppo la letteratura non ha un impatto così diretto. Ma disponiamo del potere dell’immaginazione, come cantava John Lennon. Anche se ci sembra impotente di fronte a una realtà cinica e prepotente, ci mette in condizioni di immaginarci un mondo distinto da quello attuale. La forza della fantasia, che tutti hanno, ci dà la forza serena e inesauribile di continuare a cantare e scrivere storie, senza farsi scoraggiare. La capacità di immaginarsi vividamente un mondo senza muri in un mondo di muri, in certi casi, si traduce quindi in realtà. Credo che le storie abbiano questo potere. E non c’è luogo più ideale di Berlino 2014 per riflettere ancora una volta su questo potere. Vorrei mandare questo messaggio ai giovani di Hong Kong che in questo momento combattono contro il loro muro.

(Discorso di ringraziamento per il «Welt-Literaturpreis», traduzione di Ettore Claudio Iannelli)  © Die Welt
Le foto e il testo li ho estratti dal Corriere online.

7 Maggio 2013 – Martedì. Da Pamukkale a Izmir (Smirne) 350 Km.

Come al solito, se ci sono lunghi trasferimenti, la sveglia suona presto. Alle 7.30, infatti, siamo già tutti sul pullman che ci porterà a Izmir (Smirne) dopo un viaggio di 350 chilometri. Prima di arrivare a destinazione, risaliamo a 1100 metri e facciamo una lunga sosta a Geyre per visitare il famoso sito sacro di Aphrodisias: qui, nell’antichità, la gente del luogo e i viaggiatori di passaggio venivano a venerare Afrodite, dea della fertilità e del raccolto.

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Tempio di Afrodite

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Odeion

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Terme

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Teatro

Stadio con 30.000 posti

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Al termine della visita al luogo sacro dedicato a Afrodite, risaliamo sul bus per percorrere i 230 Km. che ci separano da Izmir. Verso l’una (a circa 70 km. da Izmir) facciamo una  sosta per pranzare e per affrontare il famosissimo sito archeologico di Efeso:

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Tempio di Adriano

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Strada lastricata di marmo

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Gabinetti pubblici

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Teatro

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Strada Mosaico a Efeso

Strada pavimentata con mosaici

Biblioteca di Celso

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Odeion

Efeso, il più importante centro commerciale dell’antichità, è straordinario per la varietà e ricchezza di reperti archeologici che sono stati portati alla luce e, sebbene cotti dal sole che ci picchia in testa, ce lo godiamo tutto. Mille sono gli scatti fotografici che faremo sia nelle vie principali sia nelle tante stradine laterali dell’antica città. Pur avendo sofferto nel tempo vari terremoti, Efeso fu sempre ricostruita tenendo al top lo splendore delle sue strutture. Nello scenografico teatro l’acustica è tuttora così buona che una turista tedesca e il nostro capo gruppo si cimenteranno (vedi filmati), rispettivamente, in un’aria lirica e nella nostra canzone simbolo Volare, riscuotendo calorosi applausi dai turisti presenti sugli spalti. Con Efeso termina la nostra full immersion nella Turchia antica.

70 chilometri dopo, una volta arrivati a Izmir (Smirne), dove pernotteremo, si conclude definitivamente il nostro viaggio. Smirne con i suoi tre milioni e mezzo di abitanti è una città caotica e con strade così strette e trafficate che il nostro bus dovrà girare parecchio per trovare parcheggio. Siamo costretti a fare un bel po’ di strada a piedi per raggiungere il ristorante dove si svolgerà il pranzo finale, a base di pesce, del nostro tour.

Questa doveva essere la serata clou del viaggio ma, per me che non amo il pesce, si rivela la peggiore di tutta la permanenza in Turchia. In parte è stata colpa mia, non si chiede mai una bistecca in un locale specializzato in pesce! Infatti mi portano due pezzetti di carne (di origine indefinita e indefinibile) duri come sassi e una patata lessa come contorno, mentre tutti gli altri compagni di viaggio si godono, a testa, un’enorme orata al forno. La serata è un incubo anche per altri versi. La cena è iniziata con una entrée abbastanza comica: un piatto di verdure cotte con contorno di verdure fresche di stagione. Il massimo per me che oltre al pesce odio le verdure lesse e su quelle crude ho parecchie riserve. La sala del ristorante che ospita il nostro gruppo al completo (una cinquantina di persone) ha il soffitto molto basso e l’aria condizionata rumorosa funziona a intermittenza, cosicché il chiacchiericcio dei vari commensali in attesa delle portate ben presto si  trasforma nel concitato clamore tipico dei tifosi in uno stadio di calcio, rimbombando nelle mie orecchie così forte da farmi venire il capogiro. Per scambiare due parole col vicino di sedia, infatti, bisogna urlare per farsi sentire e così facendo ognuno di noi contribuisce ad aumentare il fracasso generale. Per fortuna la cena non si protrae a lungo e, una volta usciti dal ristorante, una bella e lunga passeggiata notturna per le strade di Smirne per raggiungere il nostro pullman, mi fa passare il mal di testa e mi riconcilia con la città che ci ospita e con me stesso.

Le due foto della città che vedete qui sotto le ho scaricate da Internet perché non abbiamo avuto il tempo di visitarla: nella mattinata seguente ci aspetta l’aereo che ci riporterà a Milano.

Smirne (Izmir)

A questo punto, facendo un veloce riepilogo sul nostro breve viaggio in Turchia, devo concludere che ne è valsa davvero la pena. Consiglio a tutti l’itinerario che abbiamo seguito noi. Forse per apprezzare al meglio questo paese occorreva molto più tempo, mentre noi abbiamo dovuto concentrare tutte le visite in sette giorni. Il gran caldo e la folla di turisti in alcuni momenti hanno fatto scemare un po’ il piacere delle escursioni, rispettivamente, all’aria aperta o al chiuso. I luoghi più belli li abbiamo visti in Cappadocia (i camini delle fate sono paesaggi lunari da mozzare il fiato), Pamukkale è un luogo unico e straordinario, ma anche Istanbul con le sue numerose moschee, il suo Gran Bazar e le sue mura antiche è una città decisamente gradevole e merita di essere visitata con un’attenzione maggiore di quella che le abbiamo dedicato noi. I luoghi archeologici che abbiamo visitato in Turchia sono tutti interessanti, ma quelli che possiamo vantare noi in Italia non sono da meno.

Il cibo negli alberghi è di buon livello, quasi tutti i componenti del gruppo lo hanno apprezzato, solo io ho avuto dei problemi per colpa della mia allergia al sesamo e del mio scarso amore per il pesce e le verdure. Sulla popolazione turca non posso dire nulla, la gente si veste come più le aggrada: si vedono ragazze in minigonna mescolate ad altre con lunghe tuniche e variopinti foulard in testa. I commercianti accettano una garbata contrattazione e sanno trattare con cortesia la clientela straniera. Nelle moschee si nota una forte religiosità, ma a inchinarsi e pregare non ho visto molta gente. All’ingresso di tutti i luoghi di culto non si può evitare di togliersi le scarpe se si vuole entrare per dare un’occhiata all’interno e scattare delle foto.

A fine maggio, alcuni giorni dopo il nostro rientro in Italia, ci sono state  grandi manifestazioni popolari contro il governo e vari incidenti a Istanbul ma, durante il viaggio e nei vari spostamenti, tutti abbiamo avuto la sensazione di stare in un paese tranquillo ed economicamente florido. 

Ora, chi ha tempo e voglia può guardare le mie riprese di Aphrosidias e Efeso e ammirare in movimento gran parte delle cose che ho raccontato a parole. Per comodità mia e anche per favorire chi non ama i filmati lunghi, ho elaborato in parti separate questi due famosi siti archeologici:

Arrivederci al prossimo viaggio… e scusate i tempi lunghi tra una puntata e l’altra. Da fancazzista, seppur laborioso, qual sono non potevate aspettarvi una maggiore solerzia. A bocca aperta

Nicola

Crediti: foto di Giorgio, Franco e Chicca.

                       

2 Maggio 2013 – Istanbul

Il programma di oggi è il seguente:

1) Gran Bazar

2) Chiesa di San Salvatore in Chora

3) Moschea di Solimano

4) Pranzo in un ristorante caratteristico

5) Gita in battello

6) Bazar delle Spezie

7) Cena con spettacolo folcloristico al Kervansaray, un ristorante turco alla moda

Partiamo dall’Hotel Nippon verso le nove e il bus ci porta, con le solite difficoltà di traffico, in prossimità del Gran Bazar. Proseguiamo a piedi verso il mercato coperto, famoso in tutto il mondo, dove le signore del gruppo avranno a disposizione un’ora per scatenarsi in acquisti di oggettistica turca di piccolo o grande valore. Il numero dei negozi è enorme (4000) e lo spazio a disposizione è di tutto rispetto (circa 300.000 metri quadrati). C’è da perdersi in quei lunghi corridoi che s’intersecano fra loro formando una ragnatela multicolore e dove, per colpa dell’impressionante folla di visitatori (turisti e non) è difficile sia fotografare che usare la videocamera. Tengo d’occhio mia moglie anche se, a onor del vero, lei non è una compratrice compulsiva. La vedo fermarsi davanti a bigiotterie e gioiellerie ma, per mia fortuna, non entra in nessuno dei due negozi. Le nostre uniche compere sono due bei cuscini arabescati da regalare ad amici di Milano e, per me, un delizioso puff tondo poggia piedi i cui colori (rosso e nero) si accordano perfettamente con la poltrona a dondolo Ikea e i mobili del mio studio nella casa di campagna.

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Gran Bazar

Dopo l’immersione nel mondo del commercio, torniamo al misticismo antico della Chiesa ortodossa di San Salvatore in Chora. Edificata nel V secolo, subì la stessa sorte di altre chiese cristiane: cioè la trasformazione in moschea e  la ricopertura (per fortuna, non in maniera distruttiva) con la calce dei suoi mosaici a carattere religioso. Oggi i mosaici sono stati riportati alla luce e si possono di nuovo ammirare in tutto il loro splendore.

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San Salvatore in Chora

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Mosaici di San Salvador in Chora

Non lontana da qui c’è la Moschea fatta costruire da Solimano il Magnifico secondo un’architettura abbastanza simile a quella di Santa Sofia.

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Moschea di Solimano

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Interno della Moschea di Solimano

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Cortile interno della Moschea di Solimano

E’ arrivata l’ora di pranzo. La scelta è davvero felice. Il ristorante si trova all’interno di un antico chiostro risistemato con notevole gusto. Abbiamo mangiato bene e i fotografi si sono sbizzarriti a riprendere il bel giardino centrale, un’antica macina del grano e… le loro mogli dentro un curioso albero cavo ultracentenario.

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Albero cavo

 

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Antica Macina

Finito il pranzo ci siamo diretti al porto per una mini crociera in battello sul Bosforo. Purtroppo la navetta non è a nostra disposizione ma si tratta di un normale traghetto di linea che trasporta passeggeri da una parte all’altra di Istanbul. La gente salita a bordo prima di noi, fregandosene altamente del fatto che siamo turisti stranieri, si è piazzata nei posti con la visuale migliore e noi siamo costretti a fare salti mortali per scattare qualche foto o girare un filmino. In sovrappiù agli auricolari del ricevitore che portiamo al collo la voce della guida, chissà perché, non arriva, quindi non vi posso citare alcun nome di palazzi o moschee che abbiamo incontrato durante il tragitto. Dunque, si è trattato di una gita poco istruttiva, a parte l’avere assaporato la bellezza della costa e osservato con un pizzico d’invidia la suntuosità architettonica di molte ville che si affacciano sul Bosforo.

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Mini Crociera sul Bosforo

Tornati al punto di partenza, scendiamo dal battello e, siccome è abbastanza presto, facciamo una sosta al Bazar delle Spezie.

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Bazar delle Spezie

Questa è l’ultima visita della giornata. Si torna in albergo dove abbiamo giusto il tempo di fare una doccia prima di andare al famoso ristorante Kervansaray dove, durante la cena, si esibiranno dei  ballerini/lanciatori di coltelli, uno spiritoso cantante/intrattenitore con repertorio internazionale (ritornelli di canzoni italiane, francesi, russe, giapponesi, note in tutto il mondo), ma soprattutto ammireremo diverse danzatrici del ventre di notevole bravura.

Danza del ventre

Danzatrice del ventre

Sulla danza del ventre vorrei aprire una parentesi: nell’immaginario di noi maschietti questo particolare tipo di ballo ha sempre avuto una valenza erotica, nel senso che i movimenti flessuosi della ballerina sono fatti apposta per eccitare i sensi. In origine, invece, era una danza propiziatoria religiosa e veniva chiamata orientale per sottolinearne la provenienza. Ben presto, però, si trasformò in qualcosa di diverso. Immagino che questo ballo sia stato adottato da una delle tante mogli di un sultano per eccitarlo ben bene ed essere scelta come favorita non solo di una notte ma di un periodo molto più lungo. Dunque, da un bel po’, la danza del ventre è un’arma potente nelle mani delle donne. Oggi ha anche un utilizzo più serio. Pare che i tipici movimenti rotatori e ondulatori della danza (cfr. Focus.it) servano a rilassare i muscoli e i legamenti della regione pelvica, attenuando il dolore delle contrazioni e facilitando, in sala parto, l’espulsione del nascituro.

Ma torniamo alla nostra cena al ristorante turco. Lì abbiamo assistito a una gradevole esibizione di ginnastica muscolare eseguita da belle donne in costume succinto quel tanto che basta per far vedere e non vedere le loro beltà. Quello che mi chiedo è: sono davvero sexy dei seni che si alzano e abbassano a comando, ventri e sederi che vibrano a suon di musica, mossette e rotazioni del corpo eseguite ad usum dei turisti seduti a un tavolo mentre mangiano specialità locali? Tutto questo io l’ho trovato spettacolare ma pochissimo erotico. Ovviamente posso sbagliarmi. Quella sera, con indubbia pazienza, con i camerieri che passavano davanti alla videocamera ogni due per tre, ho filmato un paio di quelle bellezze turche mentre si esibivano su un piccolo palco con una base musicale registrata in cui degli assoli ben studiati di tamburo sottolineavano i passaggi topici del loro show. Lascio a voi il piacere di guardare con attenzione il video, così potete farvi una vostra personale opinione.

Questa volta ho diviso la lunga giornata in due brevi filmati. Il primo riguarda i luoghi e i paesaggi della Turchia. l’altro è tutto dedicato alla danza del ventre. 

Immagino che questo secondo filmato sarà molto più visionato del precedente, sia da uomini sia da donne… Occhiolino A bocca aperta

Buona visione!

Nicola

Due ore e mezza dopo aver preso l’aereo a Orio al Serio (BG), il 30 Aprile 2013, alle 16.20 siamo già fuori dall’aeroporto di Istanbul, pronti a esplorare la Turchia. Un bus e la guida locale sono lì ad aspettarci. Fatte le debite presentazioni, e stivati i bagagli, il bus ci porta al Nippon Hotel che ci ospiterà tre notti. Per colpa di un traffico caotico e di qualche intoppo dovuto ai preparativi per la festa del Primo Maggio, ad arrivare in Taksim Square dove è situato l’albergo ci abbiamo impiegato più di un’ora. Le strade extra urbane di Istanbul sono larghe e hanno parecchie corsie ma, essendo questa una città di quindici milioni e passa di abitanti, le auto e i bus sono tantissimi e non c’è possibilità di correre. In giro si vedono poche moto e anche pochi ciclisti: questi ultimi quasi più malvisti dei pedoni.

La guida, come di prammatica, in un italiano un po’ stentato ma comprensibile, ci ha subito messo al corrente di ciò che serve per orientarsi il primo giorno che si entra in un paese straniero: c’è da spostare avanti di un’ora il nostro orologio e memorizzare bene che 1 Euro è, grossomodo, pari a 2,35 Lire turche. Girando la Turchia, però, vedremo che i furbi commercianti locali accettano anche i pagamenti in euro con un cambio tutto a loro favore, cioè, dimenticando i decimali, 1 Euro ce lo valutano 2 Lire turche. Per pareggiare questa loro furbizia, i più abili di noi a contrattare insistono a chiedere uno sconto e qualche volta ci riescono.

Arrivati in albergo e posate le valige in camera è già ora di cena. L’hotel ha un fantastico self service. Per chi ama le verdure sia cotte che crude: la varietà non manca. C’è invece una scelta modesta di carne: solo pollo o carne di ovini, entrambi cotti in varie salse. Per me che sono una piaga sul cibo (non sono né vegetariano, né carnivoro, ma da buon meridionale mi piace la pasta sotto qualsiasi forma e con qualunque condimento) la mia ricerca è disperata. Trovo degli spaghetti (o qualcosa che ci assomiglia) li prendo e ci metto su del sugo che, purtroppo non sa di niente. Di pane ce n’è di tanti tipi ma tutti ricoperti di sesamo di cui sono maledettamente allergico. Salto anche il pane e passo alla zona dolci. Qui mi sbizzarrisco: riempio il piatto e mi strafogo di creme e pasticcini di mille colori ma, per uno dal palato fino come il mio, i dolci dell’albergo hanno praticamente tutti lo stesso sapore.

Finito di cenare, stanchi morti per il jet lag, mia moglie e io abbiamo appena la forza di fare quattro passi fuori dall’hotel ed entrare in un piccolo ma fornitissimo negozio per acquistare dei cerotti. Per farmi capire mimo il taglio di un dito ed emetto un grido di dolore. Il commesso sorride, si volta deciso verso uno scaffale e mi consegna una scatola con dentro proprio quello che cercavo.

Prima giornata. 1°Maggio 2013

Vista la presenza in città di molte manifestazioni per la festa dei lavoratori, il programma dell’agenzia viene variato: anticiperemo a oggi delle visite previste per domani e rimanderemo a domani quelle previste per oggi. Il nuovo elenco è il seguente:

1) Ippodromo, Obelisco di Teodosio, Colonna serpentaria, Obelisco di Costantino VII

2) Moschea Blu

3) Museo di Santa Sofia

4) Pranzo in un ristorante con terrazza panoramica

5) Cisterna Romana sotterranea

6) Palazzo Topkapi

7) Moschea Nova

8) Cena in Hotel

9) Istanbul by night in bus

A occhio si capisce che si tratta di un programma molto intenso e senz’altro dovremo correre per vedere tutto. Il bus, viaggiando a singhiozzo e con molte imprecazioni dell’autista, ci scarica in prossimità dell’Ippodromo dove ci vengono consegnate dei marchingegni elettronici che ci consentono di ascoltare (malissimo) la voce della guida anche a distanza di qualche metro. Dell’antica struttura dell’ippodromo non rimangono che poche tracce qua e là. Il circuito ora è tutto pavimentato ed è sede di mille manifestazioni commerciali. Oggi, in particolare, varie case automobilistiche presentano le vetture che hanno partecipato o partecipano a rally in zone desertiche, tipo la Paris-Dakar. Sono presenti anche i vari piloti pronti a farsi fotografare vicino ai loro multicolori bolidi e a firmare autografi. In tutto quel bailamme di gente appassionata di auto, assordati dal rombo dei potenti motori in mostra e dallo strombazzamento dei clacson, arriviamo davanti alla prima colonna egizia, l’Obelisco di Teodosio, e lì, in mezzo ad altri gruppi organizzati di varie razze cerchiamo di dare un’occhiata a quel monolite di granito ancora ben conservato, e ascoltiamo (si fa per dire) le parole della guida che ce ne racconta la storia. Proseguendo di pochi passi, si incontra la Colonna Serpentaria mutilata in cima e infine l’Obelisco in muratura fatto costruire da Costantino VII. In origine questa colonna era rivestita di lamine di bronzo, e rappresentava il punto dove i cavalli giravano durante le antiche gare equestri. Questi tre elementi hanno conservato la loro collocazione originaria nell’ippodromo.

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Ippodromo e Colonne Egizie

In mezzo alle due Colonne Egizie c’è la Colonna serpentaria mutilata:

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Colonna Serpentaria

Giusto il tempo di scattare delle foto e poi ci dirigiamo a piedi in direzione della famosa Moschea Blu con i suoi quattro minareti a tre balconi:

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La Moschea Blu

Mentre aspettiamo incolonnati il nostro turno per entrare, si può dare un’occhiata al lavatoio dove i fedeli si possono lavare prima di accedere alla moschea per pregare:

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Lavatoio

Piccola digressione: evidentemente i turchi si lavano a casa, visto che nessuno approfitta delle numerosissime fontanelle del lavatoio. La coda per visitare la moschea è lunghissima e procede molto lentamente, intanto il sole picchia duro sulle nostre teste. Vorrei approfittare del lavatoio per rinfrescarmi un po’ il viso, ma temo che il mio gesto potrebbe sembrare blasfemo. Soprassiedo ricordando che i mussulmani sono parecchio suscettibili in fatto di religione. Quando arriverà il nostro turno dovremo toglierci le scarpe e le nostre mogli, in più, dovranno coprirsi il capo con un velo. Una grande seccatura che però viene subito dimenticata appena entriamo all’interno della moschea. La Moschea Blu, infatti, ha tutte le pareti impreziosite da splendide maioliche dalle diverse tonalità di azzurri e blu. La sacralità e il fascino dell’insieme sono accentuate dalle decine di lampade che scendono dall’alto a formare cerchi di luce particolarmente suggestivi. Le lampade sono quasi ad altezza d’uomo perché un tempo funzionavano a olio e così gli addetti potevano rifornirle facilmente: oggi invece sfruttano l’elettricità e utilizzano lampadine a risparmio energetico.

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Interno della Moschea Blu

Nella foto non si vede la folla di turisti che riempie la moschea: questo perché la zona di preghiera, che appare praticamente vuota, è chiusa da una barriera accessibile solo ai fedeli. In ogni luogo di culto c’è un punto ben preciso che indica la direzione della Mecca e, in quella direzione, è obbligatorio rivolgere corpo e preghiere. La Moschea Blu fu realizzata dal sultano Ahmet per competere in bellezza e grandiosità con Aya (Santa) Sofia, la basilica cristiana (oggi museo) fatta costruire nel VI secolo da Giustiniano che le sta esattamente di fronte, ed è qui che, di nuovo incolonnati, siamo pronti a fare la successiva visita. Lo si vede bene in questa immagine:

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Santa (Aya) Sofia vista dall’uscita della Moschea Blu…

Nel 1453 quando Costantinopoli fu conquistata dai turchi questa basilica greco-ortodossa venne trasformata in moschea e, in epoche successive, vennero aggiunti i quattro minareti. All’interno, tutti i mosaici furono coperti in modo praticamente irrecuperabile perché l’Islam non ammette la presenza di immagini all’interno dei luoghi di culto. Nel 1935 fu trasformata in museo da Atatürk, tentando, con scarsi risultati, di riportare alla luce gli antichi mosaici. Nella foto che segue si può ammirare, ripristinato con successo, un mosaico del XII secolo, raffigurante l’imperatore Giovanni II Comneno e l’imperatrice Irene d’Ungheria che recano offerte alla Vergine con il bambino in braccio:

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La costruzione conserva la sua ariosa maestosità anche dopo i tanti interventi subiti nel tempo per riparare i danni dovuti a incendi, terremoti, guerre di conquista. Si pensi che fino all’edificazione, mille anni più tardi, di San Pietro a Roma, la cupola di Santa Sofia era la più grande della cristianità. Dopo il crollo nel 558 provocato da un rovinoso terremoto, la cupola fu ricostruita ispessendone i pilastri e rinforzando le pareti nord e sud. Ecco una vista dell’interno dell’attuale museo che è, parzialmente, in via di ristrutturazione:

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Nella foto si vedono, ben mescolate fra loro, le tracce del Cristianesimo e dell’Islam.

Finita la visita a Santa Sofia ci aspetta il pranzo in un ristorante che ha una terrazza con vista panoramica sulla città. Qui si sono scatenati i fotografi dilettanti e anch’io ho girato qualche minuto di riprese.

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Skyline di Istanbul

Finito il pranzo, siamo entrati nella Cisterna romana sotterranea, scoperta nel XIX secolo. Ai miei occhi, dopo essermi abituato alle poche luci dell’ambiente, la cisterna appare come una cattedrale con le sue tante colonne immerse nell’acqua. Decido di non usare la videocamera: il filmato risulterebbe inadeguato a descrivere lo stupore (misto a un pizzico di timore per le gocce d’acqua che cadono dal soffitto) che si prova davanti a questa opera dell’ingegno umano. Su internet ho scovato questa foto scattata da un fotografo professionale di cui conosco solo il nickname: Franktao.

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Cisterna romana sotterranea

Tornati alla luce solare, risaliamo sul bus per raggiungere un’altra meraviglia di Istanbul: il palazzo Topkapi:

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Topkapi

Qui, immerso fra chioschi, corti in stile moresco (ampi cortili dotati di giardini ben curati e artistiche fontane) c’è l’Harem, un’ala del palazzo che ospitava le numerose mogli del sultano, ci sono le cucine con i grandi camini, una biblioteca con più di 6000 volumi e manoscritti di varie culture, il padiglione delle reliquie dei santi con i cimeli più preziosi del mondo islamico, una terrazza affacciata sul Bosforo con una straordinaria vista sul Corno d’Oro e, infine, il famoso “Tesoro” immortalato da un film di Jules Dassin che raccontava il furto di un prezioso pugnale tentato da una banda formata da un gruppo di specialisti istruiti con tecniche e disciplina militari. Nelle quattro corti si potrebbero spendere giornate e giornate per visitare ogni cosa con la dovuta calma, purtroppo ci sono troppi visitatori e le code per entrare nei luoghi più gettonati sono disarmanti. All’unanimità decidiamo di dare una veloce occhiata solo alle quattro sale del Tesoro e a poco altro. Confesso che questa visita che sembrava la più promettente dal punto di vista turistico/storico si è rivelata la più deludente di tutto il viaggio. Era possibile sostare solo pochi secondi davanti alle varie bacheche super-protette contenenti gli oggetti preziosi dei tanti sovrani che abitarono il Palazzo. Se ci si attardava qualche istante in più, chi era dietro protestava e si creavano ingorghi litigiosi con insulti urlati in varie lingue. Visto l’andazzo, al termine della seconda sala, ho lasciato perdere le altre due e sono uscito dal Tesoro imprecando fra me e me in italiano. Niente da fare per la visita all’Harem. È troppo lunga la coda dei visitatori in attesa e, in sovrappiù, nella corte in cui ci troviamo si è alzato un vento gelido che, intrufolandosi fra i nostri abiti leggeri, consiglia a tutti di lasciare perdere.

Accidentaccio! A me sarebbe piaciuto tantissimo entrare nell’harem e farci pure qualche pensierino sconcio! Ci avviamo verso l’uscita, dando, dall’esterno, un occhio alle tante e interessanti strutture del Palazzo. Più o meno tutti gli amici del gruppo sono insoddisfatti: anche in loro è viva la delusione di non avere potuto godere appieno delle bellezze del Palazzo Topkapi. La guida, per sollevarci il morale, propone, visto che non è tardi, di visitare una delle ultime moschee costruite a Istanbul, la Moschea Nova. Qualcuno (me compreso) fa una smorfia a significare: «Basta moschee, per favore!», ma la maggioranza è per il sì, perciò saliamo sul bus che ci porterà là. Arrivati sul posto, ci accoglie e ci stupisce la grandiosità della costruzione:

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Moschea Nova

Senza lamentarci troppo ci togliamo di nuovo le scarpe ed entriamo. Anche l’interno è decisamente bello:

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Interno della Moschea Nova

si respira un’aria di solennità e una quiete che non avevamo trovato nelle moschee più blasonate: forse ciò è dovuto a un numero più modesto e meno berciante di visitatori. Abbiamo potuto osservare tutto con calma, senza essere spintonati e invitati a uscire per far posto ad altri turisti in attesa di entrare. Un po’ rincuorati da quest’ultima visita, siamo tornati in albergo per la cena al buffet. Io, al mio solito, non ho trovato niente che mi piacesse e così mi sono abbuffato di dolci. La giornata, però non è ancora finita. Dopo cena ci attende una scorrazzata in bus per le vie di Istanbul. Il traffico adesso è scemato e si gira con più facilità: l’autista è decisamente euforico e viaggia a cento all’ora. Istanbul by night passa via lasciando ben pochi segni nel nostro immaginario. Si fa una sola sosta davanti alle mura antiche della città in un punto dove c’è un’enorme breccia creata dai cannoni dei turchi ottomani ben intenzionati a conquistare la città. Edificate in pietra, queste mura circondavano e proteggevano la città di Costantinopoli. Su Wikipedia ho letto che le mura di Costantinopoli furono fatte edificare da Costantino a partire da quando la città fu fondata come nuova capitale dell’impero romano d’oriente (324) per proteggerla da potenziali attacchi nemici sia da terra, sia dal mare. Nella più che millenaria storia dell’impero bizantino, le mura furono continuamente fortificate per rendere sempre più inespugnabile la città. L’imperatore bizantino Arcadio, visto che la città si stava espandendo, ordinò all’architetto Flavio Antemio di costruire una seconda cinta muraria, che venne edificata nel V secolo sotto il regno di Teodosio II. Questa nuova cinta muraria era molto potente e salvò diverse volte Costantinopoli da assedi condotti da avari, arabi, russi, e bulgari. Solo la polvere da sparo e i cannoni resero obsolete queste fortificazioni. Dopo due assedi, entrambi respinti, il terzo andò a buon fine e il 29 maggio 1453, un martedì, i turchi ottomani conquistarono Costantinopoli, ponendo così fine all’impero romano d’Oriente.

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Stanchi morti, a mezzanotte, si torna in albergo. Termina così la nostra prima giornata in Turchia.

L’indomani ci aspetta un’altra scorpacciata di visite guidate a Istanbul, con un finale molto “interessante” per noi maschietti…

Bene, se siete arrivati svegli alla fine di questa mia lunga chiacchierata e avete ancora sette minuti da spendere, potete guardare il video che ho girato in Turchia e che si riferisce proprio a questa parte del viaggio. Buona visione!

Arrivederci alla prossima puntata!

Nicola

P.S.

Le foto, a parte quella della cisterna romana, sono tutte originali e le hanno scattate Giorgio Esposito, Franco Scichilone e mia moglie Chicca.

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Ormai da qualche anno, cioè da quando per me la parola “vecchio” ha assunto il suo effettivo significato, al ritorno da un viaggio all’estero, appena rimetto il piede sull’amato/odiato suolo italiano, devo esclamare:

“Finalmente eccomi a casa!”

Indipendentemente da come è stato il viaggio, bello o brutto, noioso o interessante. In realtà io sto bene nel mio appartamento milanese, lì ho a disposizione le cose che amo, i miei libri, il mio computer, una moglie che, pur borbottando, mi accudisce come solo lei sa fare e mi prepara (salvo il venerdì in cui, purtroppo, si mangia sempre il pesce) deliziosi piatti, mattina, mezzogiorno e sera. Non devo correre con un piatto in mano lungo i banconi del self service di un albergo, sgomitando con altri ospiti affamati, alla ricerca di qualcosa che si avvicina almeno un po’ a ciò che piace a me. Non devo alzarmi alle quattro di mattina per arrivare all’ora giusta nel sito da visitare, non devo sorbirmi centinaia di chilometri in bus o in aereo per spostarmi fra le varie regioni del paese straniero che mi sta ospitando… Insomma, il fatto incontestabile è che non ho più l’età per fare lunghi viaggi. Ecco perché ho messo come incipit di queste note una mia foto in cui tutto ciò che ho appena scritto risulta ben evidente. In quella ripida salita, su un antico selciato romano, immerso in un prato verde decorato da splendidi papaveri, ci sono io, grassottello, che arranco, ultimo del gruppo, per raggiungere un luogo denso di storia, un luogo così bello da rimanere scioccati e di cui vi parlerò nei prossimi post.

Qualcuno, un po’ malizioso, potrebbe chiedermi: “Ma se hai tutti questi retro-pensieri, perché, ogni qualvolta ti propongono un viaggio all’estero sei uno dei primi ad aderire?”

La risposta è facile: a me è sempre piaciuto viaggiare. Da giovane, per mille e una ragione, non ho potuto farlo e ora che posso permettermelo, perché non dovrei andare? Lo so, lo so, che già il secondo giorno fuori dall’Italia, alla prima difficoltà, vorrei tornarmene a casa, però resisto, e seguo con grande forza di volontà ogni iniziativa che la guida locale ci propone.  La natura umana è proprio strana, e io ne sono un esempio eclatante! Quest’anno c’erano tutte le condizioni (le scuse) per non aderire al viaggio in Turchia, eppure, testardo come sono, ho voluto partire lo stesso. Due mesi fa (ormai lo sanno anche i sassi) mi ero rotto l’omero del braccio sinistro e non ero ancora fisicamente a posto; due giorni prima della partenza, per un fastidioso quanto doloroso ascesso a un dente, avevo metà faccia (quella sinistra) gonfia come un pallone; terzo, si andava in un paese in cui usano il sesamo in quantità industriale e lì ho scoperto, a mie spese, che nei ristoranti e negli alberghi nessuno sa che per chi ne è allergico questa spezia è come veleno. Si rischia uno shock anafilattico e, persino, la morte per soffocamento se la lingua si gonfia troppo. Il sesamo, come dice la letteratura medico-scientifica, è un frutto dalle mille proprietà benefiche, tra queste ricordo che l’assunzione di semi di sesamo è un toccasana per le ossa, migliora le funzioni del fegato, è efficace nella rimozione dei vermi intestinali, riduce i reumatismi e i dolori articolari, stimola la circolazione e contribuisce a migliorare la digestione. L’olio di sesamo, ricavato dai semi, viene impiegato per la cura della pelle, per effettuare massaggi rinvigorenti, contro la forfora e per contrastare la congestione nasale. Tutte queste formidabili caratteristiche farebbero al caso mio: come mai, allora, per me il sesamo è un veleno?! Il buon Dio ha, forse, introdotto delle eccezioni per punire chi, come me, non è mai stato un buon cristiano?

Pur con tutto ciò contro ho voluto partire lo stesso e, devo ammettere che ho fatto bene. La Turchia è un grande e splendido paese, dalle tante sfaccettature che merita di essere visitato almeno una volta nella vita. Con un tour organizzato, insieme a una cinquantina di amici/amiche della mia stessa età, lo abbiamo girato in lungo e in largo e moltissime volte siamo rimasti a bocca aperta di fronte a inaspettati spettacoli della natura e dell’ingegno umano. Di tutto questo parlerò diffusamente nelle prossime puntate, accompagnando il testo con dei brevi filmati che ho girato sul posto.

In queste note introduttive mi premeva sottolineare l’animo con cui sono partito, la fatica e la stanchezza che ho dovuto superare in pro di tutto ciò che di bello ed entusiasmante ho avuto la possibilità di vedere in un paese lontano da noi non più di tre ore di aereo. La prima tappa è stata Istanbul, una città di quasi 15 milioni di abitanti, con caratteristiche diverse da quartiere a quartiere. Una città magnifica ma terribile da girare sia in macchina sia in bus, sia in bici. Siamo poi volati nell’Anatolia centro occidentale: lì abbiamo visitato il sito archeologico di Hierapolis e molto altro. In bus abbiamo attraversato la Cappadocia,  una regione che affascina con i suoi paesaggi lunari e le tante case scolpite nel tufo. Per ammirarla al meglio siamo persino saliti su una mongolfiera! Il nostro viaggio è terminato nella regione Egea con un’immersione nella storia antica raccontata dalle rovine di Efeso e con il successivo pernottamento a Smirne (Izmir), una città moderna, occidentalizzata, in grande espansione e con già un capitale di cinque milioni di abitanti.

L’unica nota stonata della Turchia è che correndo, come abbiamo fatto noi, da un luogo a un altro, non abbiamo avuto la possibilità di entrare in amicizia con gente del posto, sia della nostra età sia più giovane, per carpirne speranze e delusioni. L’unico contatto con il loro mondo è avvenuto attraverso gli astuti commercianti dei vari bazar e bancarelle e ascoltando le parole della nostra guida turca, un bel tipo, accesissimo fumatore, decisamente contrario al regime attuale. Secondo costui, l’unico personaggio che ha goduto e gode di indiscussa popolarità è Atatürk il fondatore della Turchia moderna, deceduto nel 1938.

Molti di noi si sono chiesti come il cosiddetto padre della patria sia riuscito, senza grandi proteste e tumulti da parte delle tante popolazioni che abitavano quelle terre, a chiudere tutti i luoghi di culto. In alcune località, oggi oggetto di turismo, abbiamo potuto constatare con i nostri occhi quanto le diversità religiose siano state e siano ancora causa di odio e lotte fratricide fra gente di diverso credo e come ciò abbia portato, nei secoli, allo scempio di opere d’arte prodotte da religioni in decadenza.

In Turchia, per fortuna, non abbiamo incontrato l’Islam ottuso e intransigente, ma abbiamo respirato una certa aria di libertà nei costumi e nel modo di comportarsi della gente. Ci sono donne col velo e donne con la minigonna e col capo scoperto, però nelle moschee tutti si comportano con rispetto. Anche se è una notevole rottura di scatole, senza problemi noi turisti ci siamo tolti le scarpe e le donne si sono coperte il capo per potere ammirare l’interno delle grandi moschee di Istanbul. Camminando su enormi e bellissimi tappeti, abbiamo vissuto l’atmosfera di vera religiosità di quei pochi fedeli che riescono a pregare rivolti alla Mecca, anche se dattorno ci sono migliaia di persone che parlano e scattano foto di nascosto.

Prima di terminare, vi anticipo alcune immagini scattate da mia moglie:

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  Moschea Blu a Istanbul

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Chiesa di Santa Sofia a Istanbul

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Gran Bazar a Istanbul

Minicrociera sul Bosforo

Minicrociera sul Bosforo

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Villaggio nel tufo in Cappadocia

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Castello di tufo in Cappadocia

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La mia signora e io davanti a tre strane rocce col cappello.

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Paesaggio “lunare” in Cappadocia

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Gita in mongolfiera sui “Camini delle fate”

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Dervisci Danzanti

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Le Cascate Pietrificate di calcare bianco a Pammukale

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La grande biblioteca romana a Efeso

Da questa mini carrellata di foto si può già avere un’idea delle bellezze che abbiamo ammirato in Turchia: ma questo è solo l’inizio. Arrivederci alle prossime puntate che pubblicherò man mano che saranno pronti i relativi filmati che ho girato – fortunosamente – in loco.

Nicola

 

Un doveroso avviso a tutti gli amatissimi lettori che seguono il mio blog: il 30 Aprile 2013 partirò per un viaggio di dieci giorni attraverso la Turchia. Siccome i preparativi per la partenza sono stati più laboriosi di quanto pensassi, non ho avuto il tempo materiale di preparare il post di oggi e, ovvio, nemmeno quello di lunedì 6 maggio quindi, per non lasciarvi orfani del mio verbo   A bocca aperta  per un così lungo periodo di tempo, ho deciso di ripresentare un mio vecchio racconto   postato il 4 aprile 2011 e che la maggior parte dei miei nuovi followers non ha avuto la possibilità di leggerlo al momento della prima pubblicazione.

La scelta è caduta su Candomblé  perché parla di un mio viaggio compiuto anni fa in Brasile.  A colpirmi fu la varietà e bellezza della natura di quel paese sconfinato e a me, all’epoca, del tutto sconosciuto. Ci rimasi quindici giorni e visitai diverse località, trovandole una più interessante dell’altra. Conservo ancora indelebile il ricordo della cordialità, degli usi e consumi, del folclore e della musica di un popolo che stava faticando per raggiungere un livello di benessere paragonabile al nostro.

Fu facile innamorarsi del Brasile, sebbene,  in un‘occasione particolare, la mia paura dell’ignoto superò lo stupore per quanto andavo man mano scoprendo di quel paese straordinario. Di questa avventura troverete la cronaca precisa, dettagliata… e romanzata in Candomblé.

Il brano, rivisto e ampliato, è piuttosto ponderoso e qualcuno avrà difficoltà a leggerlo a video, ma conto sulla vostra pazienza e sul gran numero di giorni che avete a disposizione prima del mio ritorno dalla Turchia. Potete affrontarlo anche a più riprese. Lasciando da parte ogni modestia, credo che questo racconto meriti un pizzico di attenzione in più rispetto a quella – già notevole – che ogni volta regalate ai miei post settimanali.

Cordiali saluti e a risentirci fra una quindicina di giorni.

Nicola

Candomblé

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È difficile da ammettere ma, a volte, persino il chicchirichì di un gallo può terrorizzare…

È proprio questo il pensiero che mi frulla in testa all’una di notte rientrando con mia moglie in albergo a Salvador de Bahia, dopo una serata di folclore in salsa religiosa spesa con amici nell’estrema periferia della città. Molte guide turistiche locali sostengono che Dio deve essere brasiliano: concordo in pieno con questa affermazione. Per crederci basta osservare i miracoli della natura e la molteplicità di razze che caratterizzano il Brasile. Però è altrettanto vero che nel minuscolo quanto misterioso luogo dove io e alcuni amici abbiamo appena speso qualche ora della nostra esistenza il Padreterno si deve essere distratto un po’…

Ma procediamo con ordine.

Siamo alla fine d’ottobre del 2006 e il clima a Milano si manifesta più freddo e piovoso del previsto. È il periodo dell’anno in cui la vita di città mi deprime maggiormente. Ho cessato da poco il lavoro attivo e la stagione autunnale contribuisce a peggiorare la mia attuale indolenza. Per questo, quando un amico mi propone di partecipare a un tour in Brasile a tariffa ridotta in compagnia di un gruppo di avvocati che si recano a Salvador de Bahia per un congresso internazionale, prendo la palla al balzo e dico subito di sì. Né io né mia moglie siamo degli azzeccagarbugli (così, a ragione o a torto, definisco bonariamente questa tipologia di professionisti) però fra queste anime belle abbiamo parecchie amicizie. Una clausola per poter partecipare a quella vantaggiosa trasferta all’estero prevede che io scarrozzi per la città, oltre la mia, anche le mogli degli amici avvocati quando costoro sono impegnati nelle riunioni congressuali. Pur consapevole delle mie limitate attitudini a far da guida turistica, sottoscrivo il patto e il 30 ottobre, dopo una decina d’ore di aeroplano, sbarchiamo a Salvador de Bahia.

In questa zona del mondo la situazione ambientale è perfetta: si è all’inizio dell’estate, il caldo è sopportabilissimo e, soprattutto, non ci sono tanti turisti fra i piedi. L’albergo Cocoon che ci accoglie è di recente costruzione e le stanze che ci hanno assegnato sono tutte con vista mare. Stanchi per il lungo viaggio corriamo a dormire, il giorno dopo è domenica ed è prevista una prima visita turistica nella città vecchia.

Con l’orologio portato indietro di quattro ore ci svegliamo a fatica e, anche per colpa degli effetti collaterali del jet lag, quasi nessuno del gruppo è di buon umore. A sorprenderci e a darci la scossa giusta per cancellare astenia e affaticamento è la splendida piazza del Pelourinho con le sue chiese rimesse a nuovo e le sue case di stile coloniale dalle facciate azzurre o giallo ocra. Mentre da perfetti turisti (macchina fotografica a tracolla, guida Baedeker del Brasile aperta alla pagina 366) ci aggiriamo per la piazza, Ugo, uno del nostro gruppo, viene placcato da due tizi ben vestiti e particolarmente insistenti che distribuiscono volantini ai passanti. Tutti noi ci fermiamo ad aspettarlo seguendo con occhi e orecchie la discussione animata che si svolge tra lui e i due promoters.

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(Piazza del Pelourinho: vista frontale)

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(Piazza del Pelourinho : la discesa)

Non conoscendo il portoghese, con l’aiuto dell’inglese mescolato a qualche parola di spagnolo e a un’italianissima gestualità, Ugo riesce a condurre una specie di trattativa alla fine della quale ci troviamo impegnati ad assistere a una manifestazione folcloristica locale.

«Stasera si va tutti a un candomblé!» ci annuncia Ugo, accalorato ma soddisfatto, rientrando nel gruppo.

Nella mia nota e assodata impreparazione di turista fai da te, penso subito al classico spettacolo dove danzatrici formose ballano con sederi e tette ben in vista e, facendo la solita pessima figura, chiedo:

«Il candomblé è un nuovo ballo brasiliano?»

Ugo, avvocato di notevole cultura e capace di mascherare la riprovazione per l’amico ignorante preso in castagna, mi spiega che il candomblé è una cerimonia religiosa molto spettacolare a cui bisogna assistere con grande rispetto, indossando abiti di colore chiaro, meglio se bianchi. E aggiunge: «Chi lo desidera può anche ballare insieme ai fedeli…»

Umiliato, non mi azzardo a chiedere altro.

Il prezzo da lui concordato con quei due assillanti promoters non è alto e comprende il trasporto in auto, andata e ritorno, dal nostro albergo al luogo della cerimonia.

Alle otto della stessa sera, il gruppo formato da Ugo, Teresa, Chicca, Peppino, Gilberto e da me, si presenta, di chiaro vestito, davanti alla reception del nostro hotel, pronto per partire.

I due tizi che in mattinata avevano fermato Ugo nella piazza del Pelourinho, arrivano puntualissimi con un paio di auto vecchiotte ma ancora decorose e, prima di farci salire, pretendono da ognuno di noi il pagamento dei 70 reais pattuiti.

Non ci danno biglietti in cambio del denaro e la cosa pare a tutti strana, però nessuno del gruppo ha il coraggio di protestare.

Mentre verso la quota per mia moglie e per me, guardo bene in faccia i nostri due accompagnatori. Non hanno un aspetto molto rassicurante, i loro modi sono bruschi, ed è scomparsa del tutto la cordialità messa in campo per convincere Ugo ad assistere al candomblé.

Entro in agitazione e questo stato di ansia si accentua nel vedere la città vecchia, quella più turistica, allontanarsi alle mie spalle. Ben presto ci immergiamo in una superstrada ai cui lati si ergono, in prospettiva, enormi caseggiati (condominii-dormitorio, del tutto simili a quelli della periferia di Milano) per finire poi in una zona collinare poco illuminata, seguendo stradine asfaltate ma piene di buche che separano agglomerati di malandate casupole (le cosiddette favelas) impiantate alla bell’e meglio una sopra l’altra e abitate per lo più da povera gente.

Dove cazzo ci portano? – penso, e la mia ansia è a mille.

Le due macchine si fermano e parcheggiano sul ciglio di una strada in salita, in un posto così buio e degradato da far venire i brividi.

Faccio mentalmente il segno della croce.

Mi secca mostrare agli altri del gruppo che me la sto facendo sotto e già immagino i titoli delle pagine di cronaca sulla nostra tragica fine: “Turisti italiani dispersi in Brasile”.

Fisso, in un angolino della memoria, la targa dell’auto da cui sono sceso: APT.2315 (tre lettere, un punto e un numero di quattro cifre), anche se non ho ben chiaro a cosa possa servirmi.

Uno dei due promoters rimane a guardia delle auto mentre l’altro ci accompagna per un breve tratto su per un vicolo così stretto che a mala pena ci passano due persone affiancate e poi, insalutato ospite, ci lascia nelle mani di un uomo in giacca e cravatta che aspettava nelle vicinanze. Mentre, sempre più attonito, seguo la nuova guida, giro la testa e vedo i nostri autisti salire sulle rispettive auto e sparire velocemente nella notte ormai prossima.

Oh buon Dio, perdona i peccati che ho commesso!

Non oso guardare in faccia né mia moglie Chicca né gli amici, ma dal silenzio glaciale con cui procediamo in fila indiana, intuisco che nemmeno loro sono molto tranquilli. Man mano che camminiamo, una musica di tamburi si fa sempre più vicina e incombente. Il lunghissimo e desolato tragitto (in realtà, abbiamo percorso poco meno di cento metri) termina davanti a un pertugio alto e stretto che divide due fatiscenti catapecchie. Da lì, attraverso un budello di corridoio che permette a malapena il passaggio di una persona, ci immettiamo in un giardinetto di cinque metri quadrati. C’è poca luce ma riesco a intravedere, tra un albero nano e una pianta a foglie larghe, una panchina in legno e un piccolo tavolo rotondo.

La musica dei tamburi adesso è fortissima.

Alla fine del giardino c’è un varco in muratura a vista, non molto grande ma dotato di una porta in legno aperta verso l’ignoto assoluto.

Forse è l’ingresso al luogo dove si svolgerà la cerimonia perché lì, ad attenderci, c’è la mãe de Santo, una splendida e matronale donna di colore, truccatissima, con un sorriso a trentadue bianchissimi denti, vestita di un abito a balze multicolori. Tenendo una sigaretta accesa nella mano destra, ci bacia e ci abbraccia uno a uno, emettendo, al contempo, uno strano verso gutturale.

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(Mãe de Santo)

Finiti questi convenevoli ci invita a entrare.

Superato un altro minuscolo giardino, più attrezzato del precedente e un piccolo e luminoso atrio, raggiungiamo finalmente la nostra meta.

La Casa do Santo è una stanza di sei metri per quattro, dalle pareti completamente spoglie. Sotto una finestrella sul fondo, all’interno di un palco chiuso da una balaustra dove è appeso un cartello con la scritta Autoridade, sono sistemati tre tamburi di dimensioni e suoni diversi, battuti a mani nude da tre ragazzi di colore di età compresa tra i venti e trent’anni.

Ci sistemiamo, assieme ad altri spettatori arrivati prima di noi, su sedie e panchine in legno appoggiate alle due pareti più lunghe della Casa. Sul pavimento, disposti al centro della stanza, ci sono un bicchiere a coppa, pieno di vino e una bottiglia di spumante ancora chiusa. Di sicuro sono elementi caratteristici della cerimonia a cui stiamo per assistere.

Mi soffermo a guardare le facce delle persone presenti nel locale, una trentina in tutto, e noto che, se si esclude un gruppetto di ragazze e ragazzi bianchi in jeans e felpe (evidentemente turisti come noi), gli altri sono uomini e donne dalla pelle scura o decisamente nera e vestono abiti abbastanza modesti. Seduta sulla panchina, accanto a mia moglie c’è una donna anziana dal viso nero ebano con in testa una fascia variopinta, camicetta bianca e gonna larga nera. Addosso, un numero imprecisato di collane e braccialetti etnici.

I tre ragazzi sul palco si esercitano con i tamburi rituali, esibendosi in singoli pezzi di bravura, passandosi a turno il testimone e invitando i presenti a battere a ritmo le mani. Ci proviamo un po’ tutti, ma non è facile tenere il tempo. La cosa potrebbe essere fastidiosa, ma nessuno protesta perché il fragore dei tamburi è così forte che sovrasta il nostro stonato battimano.

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(Persone di colore che assistono alla cerimonia)

La mãe de Santo entra di tanto in tanto nella stanza e, dalla sigaretta che ha costantemente in mano, tira cinque o sei boccate veloci, una di seguito all’al­tra, impregnando di proposito l’aria dell’ambiente col suo fumo. Poi si china a prendere il bicchiere al centro della stanza, beve qualche sorso, lo deposita di nuovo sul pavimento ed esce.

Mescolata ad altra gente di colore che aspetta l’inizio della cerimonia, noto una splendida ragazza mulatta di sedici, diciotto anni al massimo; è scalza, veste una tunica bianca di foggia occidentale, i capelli avvolti in una scenografica fasciatura anch’essa bianca. Consapevole della sua bellezza, non degna di uno sguardo nessuno dei presenti. Non fa nulla se non baciare e abbracciare la mãe de Santo ogni volta che lei entra nel locale.

La fanciulla ha un viso incantevole e un corpo non più acerbo le cui forme la tunica aderente nasconde a fatica. Mentre la guardo, non sento più il suono dei tamburi e mi perdo in azzardati quanto lascivi pensieri che per qualche istante sostituiscono le percezioni di paura che fino a poco prima avevano attanagliato la mia mente.

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 (Fanciulla in fiore)

Dopo una mezz’ora di quest’andazzo sconclusionato, fatto di un andirivieni di persone e di suoni preparatori, la vecchia dalle mille collane e braccialetti, seduta accanto a mia moglie, si alza dalla panca e si dirige verso il palco delle autorità.

Si inchina ai suonatori e inizia a muoversi, lentamente e a testa bassa, in giro per la sala. Il rollio dei tamburi riprende d’improvviso a un volume così forte da costringermi a tapparmi le orecchie. Mi volto verso mia moglie, lontana tre o quattro posti da me. So benissimo che non sopporta la musica a quel livello, eppure il suo viso è imperturbabile e i suoi occhi non danno segni di disagio.

Per nulla turbata da quei suoni assordanti, continua a camminare, scuotendo di tanto in tanto il capo in segno di fastidio come se fosse amareggiata dal non riuscire a entrare in sintonia con la musica. Gli occhi dei presenti sono concentrati su di lei. In tutti c’è la percezione che qualcosa stia per succedere. Infatti, prima le sue mani poi le spalle e le gambe cominciano a tremare vistosamente come se le vibrazioni dei tamburi fossero penetrati nel suo corpo e la spingano ad accennare qualche sgraziato passo di danza. La vecchia, entrata in evidente stato di trance, rivolge braccia e occhi al soffitto e con voce stridula sembra chiedere aiuto: è lì lì per cadere. A sorreggerla arriva immediatamente la ragazzina dalla tunica bianca che l’acca­rezza e cerca di farle forza. Dopo averle detto qualcosa all’orecchio, aiuta la vecchia a sfilarsi le scarpe, la fascia multicolore, le collane e i braccialetti. Al termine di quella sorta di pubblica spoliazione, la musica si abbassa di molto ed entrambe escono dalla stanza.

Mentre i tamburi continuano in sordina, da fuori si sentono delle grida concitate, come di persone che stanno litigando fra loro. Poi quelle voci si quietano e la vecchia danzatrice rientra a piedi nudi nella sala. Si è cambiata d’abito, ora veste una tuta azzurra molto aderente e sul capo ha un basso cappello a punta di stile coloniale. Nella mano sinistra tiene una specie di frustino e in bocca ha un lungo sigaro acceso.

Cammina lentamente per la stanza fumando in modo voluttuoso e buttando il fumo in direzione degli spettatori. L’aroma acre di sigaro, misto a quello di sigaretta della mãe de Santo che le va incontro, rendono l’aria densa e irrespirabile.

Mentre i tamburi riprendono a suonare in un crescendo impressionante, le due donne si baciano sulle guance, si abbracciano più volte, bevono insieme dal bicchiere raccolto dal pavimento dando, al contempo, inequivocabili segni di nervosismo.

L’atmosfera si fa elettrica, lo spettacolo entra nel vivo.

La vecchia appoggia il frustino su una sedia, corre a prostrarsi davanti alla balaustra dei suonatori, ed emette per cinque o sei volte un urlo a pieni polmoni simile al verso di un gallo che sta per essere sgozzato.

Un grosso brivido di paura mi corre lungo la schiena per fermarsi, trasformato in angoscia, alla bocca dello stomaco.

Faccio fatica a respirare.

Immobili come pietre, tutti guardano ipnotizzati la vecchia che si alza da terra e si scatena in un acrobatico ballo del tutto inconcepibile per una donna della sua età. Tenendo nella mano sinistra il sigaro acceso e nella destra il cappello, in quello spazio ristrettissimo, mentre danza, riesce per miracolo a evitare il bicchiere e la bottiglia di spumante sul pavimento.

Il suono dei tamburi danno ritmo e consistenza ai movimenti violenti ma aggraziati di quel corpo dalle ossa così minute da sembrare un manichino manovrato da mille fili. Un corpo che dà l’idea di essersi trasformato in uno strumento musicale a percussione che l’anziana danzatrice suona correndo e saltando in una cadenza sfrenata davanti agli spettatori incantati da tanta insospettata bravura.

Quel ballo rituale va avanti per circa un quarto d’ora, accompagnato dai piccoli e incerti passi di un uomo di colore, massiccio e con occhi bovini che sta entrando lentamente in scena.

Quando la vecchia si accorge di lui, lo raggiunge e lo invita a ballare, accarezzandolo ripetutamente sul viso.

L’uomo, vestito di tutto punto in giacca e cravatta, cerca di assecondarla ma è goffo nei movimenti. Muove le gambe senza coordinazione, comincia a sudare abbondantemente e a lanciare sguardi spauriti al soffitto, proprio come aveva fatto in precedenza la vecchia. Sulla sua faccia si stampa un sorriso ebete, vuoto di qualsiasi espressione, le gambe gli si piegano.

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(Ballerini)

I tamburi tacciono di colpo e la vecchia smette di ballare. La mãe de Santo e la ragazzina dalla tunica bian­ca corrono verso l’uomo. Entrambe lo abbracciano, lo fanno fumare, gli danno da bere. Niente da fare. Le gambe dell’uomo cedono, gli occhi gli si rovesciano completamente al­l’indietro e un urlo bestiale esce dalla sua bocca.

Evidentemente anche l’uomo è entrato in trance.

Le due donne gli tolgono le scarpe, la giacca, la cravatta e lo trascinano fuori dal locale. Tra il pubblico serpeggia un brusio. Forse la scena a cui abbiamo assistito è stata troppo cruda, più cruda della recente trance della vecchia danzatrice. Nella stanza si è creata una grande partecipazione emotiva, particolarmente riscontrabile nelle persone di colore che con noi assistono alla cerimonia.

Guardo la mia vicina di panca e scambio con lei un’occhiata incredula a significare: «Cosa diavolo sta succedendo qui?»

L’anziana danzatrice, sigaro in bocca, si avvicina a ognuno di noi, ci invita ad alzarci e ad accennare insieme a lei dei passi di danza. Molti rifiutano di farlo: di sicuro a trattenerli è la paura di entrare in trance e di non essere più padroni del proprio corpo.

Quando è il mio turno, afferro la mano che lei mi tende e mi concentro sul suono dei tamburi. L’imbarazzo è forte e i miei piedi rimangono incollati al pavimento. Lei si accorge della mia difficoltà a lasciarmi andare, mi sorride benevola e con un gesto del capo mi fa segno di sedermi. Si vede che non mi ha trovato adatto psicologicamente a sostenere quella traumatica esperienza. Senza fare una piega passa a invitare il successivo spettatore.

Ultimata questa parte della cerimonia, la vecchia va al centro della stanza, ritira dal pavimento il bicchiere e la bottiglia di spumante e raggiunge la mãe de Santo che, con gesto teatrale, stappa la bottiglia. In barba a qualsiasi precauzione igienica, è proprio lei che poi passa a offrire a ciascuno dei presenti un sorso di vino sempre dallo stesso bicchiere, a simulare (penso) la comunione di noi cristiani.

Anche se sono del tutto astemio, non ho il coraggio di rifiutare. Il vino è di bassa gradazione e ha un sapore dolciastro: riesco a mandarlo giù senza problemi.

Nell’atmosfera che si è creata nella stanza, sempre più impregnata di fumo di sigaro, sigarette e di sudore corporeo, mi sento stranito e indifeso. Sbircio mia moglie e i miei amici e non vedo che visi attoniti e atteggiamenti imbarazzati.

Il più perplesso e preoccupato è Ugo. Credo senta il peso di averci coinvolti in un’avventura che nessuno di noi sa come andrà a finire.

Al termine del rito di assaggio del vino cerimoniale, rientra in sala l’uomo che poco prima era finito in trance. L’hanno liberato dagli abiti borghesi ed è rimasto in mutandoni bianchi a gamba lunga, abbottonati ai polpacci, e canottiera a righe orizzontali senza maniche.

Barcolla ancora vistosamente.

La vecchia lo raggiunge e col frustino compie su di lui dei gesti simbolici, lo abbraccia e lo bacia. L’uomo emette una lunga serie di versi gutturali (imitando nuovamente il grido straziante di un gallo che sta per essere sgozzato) e da goffo che era, si trasforma come per magia in esperto ballerino acrobatico, instaurando un accesissimo colloquio, ora allegro, ora rabbioso, con i tre suonatori di tamburo, alternando parole in lingua iorubà a balli e canti di grande impatto emotivo.

Non capisco nulla di ciò che dicono, ma ho l’impressione che raccontino piccoli fatti personali della vita di tutti i giorni da condividere con i fedeli. L’uomo cerca di coinvolgere la gente di colore che sta assistendo alla cerimonia, e qualcuno, a turno, si alza, discute e balla con lui.

Accetta l’invito anche una donna mulatta, non bella ma piuttosto appariscente, vestita con una minigonna jeans che le copre a malapena gli slip. Ha capelli ricci, tagliati cortissimi e con mèches biondo rossastro disposte con sapienza sulla nuca e sulla fronte. Con un sorriso malizioso stampato sul viso si avvicina all’uomo e comincia a ballargli intorno in modo provocante. Lui non disdegna quelle attenzioni e la sua danza assume la forma di aperto corteggiamento. Dai movimenti del basso ventre dell’uomo, dalla sua mano destra tesa e dall’ammiccante esclamazione fudu, fudu! pronunciata ripetutamente (in perfetta assonanza col nostro fotti, fotti!) si intuisce cosa le stia proponendo. Dopo qualche minuto di quella manfrina piuttosto volgare, la donna rientra nei ranghi, fermandosi sorridente sulla soglia della stanza.

I canti e le spettacolari danze continuano senza sosta mentre i tamburi, percossi a più non posso, fanno tremare i muri.

La mia testa sta per scoppiare.

Sento che la mia volontà di reagire è praticamente a zero, come travolta da qualcosa che inconsciamente rifiuta ma che non è più in grado di controllare. In questo stato confusionale, accetto di assaggiare un liquido nero, dolciastro, intriso di sapori sconosciuti che l’anziana danzatrice mi offre dal bicchiere che prima conteneva il vino cerimoniale e, tra gli sbuffi del sigaro che ha in bocca, accolgo il suo abbraccio rituale. Una volta finito con me, si rivolge alla mia vicina di panca, ma questa si rifiuta di bere quello strano intruglio speziato, anzi si alza di scatto e con passo deciso esce dalla stanza. Subito un’altra giovane turista la imita e ciò convince anche me e tutti gli amici del gruppo ad abbandonare la cerimonia.

La plateale fuoruscita di almeno una decina di persone non provoca nessun imbarazzo nell’assemblea dei fedeli: i canti e il martellamento dei tamburi continuano imperterriti, come se ciò che si sta celebrando in quella stanza fosse rivolto alla gente di colore e non uno spettacolo allestito a beneficio dei turisti.

Appena fuori all’aria aperta finiamo in un giardinetto dove diverse persone di colore chiacchierano tranquillamente, qualcuno beve o fuma, e dei bambini giocano a rincorrersi. È ormai notte fonda, l’aria è fresca, respiro a pieni polmoni per espellere dal petto il tantissimo fumo che il mio corpo ha immagazzinato. Cerco di calmarmi ma la tensione accumulata fino a quel momento non cede e nella mia testa frulla insistente la domanda:

«Come faremo adesso a tornare in albergo?»

Avvicino gli altri del gruppo, e nei loro volti leggo la mia stessa preoccupazione. Ugo è così pallido e teso che mi viene quasi voglia di rincuorarlo. Nessuno se la sente di fare commenti: i nostri occhi sono troppo impegnati a osservare l’ambiente che ci circonda.

Nel piccolo spazio in cui ci troviamo, delimitato da una rete metallica, ci sono un paio di tavolini a forma di semicerchio, pieni zeppi di oggetti rituali, candele e statuine in legno intagliato a mano. Appesi alla rete di recinzione, diversi quadretti votivi con iscrizioni e foto di famiglie di colore. Di fianco alla Casa do Santo dove si sta svolgendo la cerimonia, proprio di fronte a quei modesti altari, c’è una piccola costruzione a forma cubica in mattoni, chiusa da una bassa porta dipinta di un colore blu molto intenso che si sta sfaldando in più punti. Sul muro, un’unica finestrella dai vetri, anch’essi blu scuro, da cui esce una luce tremolante. Mi ci avvicino per curiosare, ma non faccio in tempo perché da quella casupola esce la mãe de Santo seguita da un uomo che si abbassa di parecchio per evitare di sbattere il capo contro lo stipite della porta. È Gilberto, l’avvocato che, oltre a essere il più giovane e il più alto del gruppo, è venuto in Brasile senza la moglie. Sul suo viso leggo dell’imbarazzo ma non faccio in tempo a chiedergli spiegazioni perché è immediatamente fagocitato dalle due ragazze che per prime avevano abbandonato la rumorosa cerimonia religiosa. Cerco di allontanarmi ma vengo preso delicatamente per mano dalla mãe de Santo e invitato a seguirla oltre la porta blu.

Non riesco a dirle di no. Mentre sto varcando la soglia della cabana, mi volto e intravedo Chicca e Teresa, preoccupatissime in viso, che m’implorano di non entrare.

Anch’io ho paura, ma, nello stesso tempo, sono curioso di sapere cosa c’è in quel luogo che sa tanto di mistero. Entro. L’ambiente è angusto e poco illuminato: un divano occupa il centro della sala dove, su un vecchio tappeto beige, sta disteso un cane addormentato in posizione fetale. Non vedo quadri o reliquie alle pareti. Una grande pentola metallica contenente pop corn, in buona parte sparsi per terra e sul divano, e un cesto di vimini con qualche moneta dentro, completano l’arredamento. Prima che la porta si chiuda un gatto ne approfitta per uscire in giardino.

La vera scioccante sorpresa è che dentro la cabana c’è la bellissima ragazza mulatta tutta vestita di bianco che mi accoglie con un aperto sorriso.

Vado letteralmente in confusione.

La giovane si avvicina, mi regala un fugace abbraccio e mi aiuta a togliermi le scarpe. Poi mi conduce, mano nella mano, sul tappeto di fronte al divano.

Indecenti idee, a forza prima cancellate, tornano a offuscare la mia mente.

La mãe de Santo si china, preleva dalla pentola una manciata di pop corn e me li sparge sul capo, sottoponendomi a una specie di rito battesimale in cui l’acqua, simbolo cristiano della purificazione, è sostituita dal leggero granoturco scoppiato in olio e sale.

Una scena a dir poco comica se non ci fosse stato il timore reverenziale per il mondo sconosciuto in cui da due ore sono immerso e il pensiero di quant’al­tro di emozionante può accadermi lì dentro (la stanza col divano, seppure disseminata di pop corn, sembra una perfetta alcova…).

Dopo quella breve cerimonia pagana, la fanciulla che mi sta tenendo per mano cerca la mia attenzione e con il capo mi indica il cesto delle offerte.

Torno rapidamente in me e temendo di essere derubato di quei pochi reais che ho nel portafoglio, faccio segno, battendo le mani sul fianco dei pantaloni, di non avere denaro con me. Questo mio gesto segna la brusca fine del mio viaggio forzato nella cabana do mistério e lo sgretolarsi delle fantasie sessuali partorite dalla mia mente sovreccitata.

Le due donne m’invitano a rimettermi le scarpe e vengo riportato, con fredda cordialità, nel cortile a cielo aperto.

Raggiungo i miei amici e dopo aver confabulato brevemente con loro, decidiamo all’unanimità che ne abbiamo a sufficienza del folclore afro–brasiliano e che è giunto il momento di fare ritorno in albergo.

«Ma come faremo a tornare, se i nostri due autisti se ne sono andati?» ci chiediamo all’unisono.

Non sappiamo assolutamente in quale sperduta parte di Salvador de Baia ci troviamo e quanta strada a piedi dovremo percorrere.

Ugo sente il dovere di prendere in mano la situazione. Butta l’occhio d’intorno e vede nei paraggi il tizio distinto, vestito all’occi­dentale e dalla pelle neanche tanto scura che ci aveva accompagnato all’ingres­so della favela, dopo che i nostri autisti avevano tagliato la corda. Ha tutta l’aria di essere il padrone di casa perché molti dei presenti lo contattano e gli parlano, mostrando un misto di deferenza e familiarità.

Ugo lo avvicina e sfoderando di nuovo il suo spagnolo/inglese gli chiede come fare per tornare in albergo.

«Siete già stanchi?» fa l’uomo, dimostrando di avere capito le nostre intenzioni.

«No, no! È che domani mattina presto si apre il congresso mondiale degli avvocati…» risponde Ugo, sottolineando volutamente la parola avvocati.

L’uomo, rivelatosi come il pai de Santo della piccola comunità, per nulla intimorito, gli sorride con cordialità, estrae dalla giacca un telefonino di ultima generazione e compone un numero.

Lo sentiamo parlare in portoghese e, in una pausa della conversazione, chiede ad alta voce in un perfetto inglese, quanti desiderino tornare adesso al proprio albergo. A noi si accodano altre cinque turisti, comprese le due ragazze che stavano accanto a me durante la cerimonia. Con estrema cortesia, infine, ci avverte che tra pochi minuti arriverà a prelevarci un pulmino a sedici posti.

Lo stato di angoscia che mi ha rovinato la serata non scompare ma si attenua un po’. Qualcosa di simile deve essere successo anche agli altri componenti del gruppo. Tutti, quasi in contemporanea, torniamo loquaci e interessati a quello che ci circonda. Mentre aspettiamo il pulmino, assaliamo con mille domande il pai de Santo e lui, parlando un inglese scolastico, facile da capire, ci racconta brevemente la storia della religione africana di cui è sacerdote e divulgatore nella sua zona di competenza.

Imparo così che il Candomblé, un vero e proprio culto importato nelle Americhe dagli schiavi neri dell’Africa, per tanto tempo è stato vietato dalle autorità governative nazionali ma che oggi può essere liberamente professato sia in Brasile sia in altre zone dell’America del Sud.

Che i difficili nomi delle loro divinità Orixa sono: Exù, Ogum, Oxossi, Oxala e tanti altri ancora. Che il loro credo non è politeista, come si potrebbe pensare, ma contempla un unico Principio Primo (con un nome diverso da nazione a nazione africana di provenienza) da cui discendono tutte le altre divinità.

Che per aggirare il divieto di celebrare apertamente le cerimonie, il culto degli Orixa venne furbescamente associato a quello dei santi cattolici, per cui ancora oggi a ciascuna delle loro divinità corrisponde una figura della liturgia cristiana.

Che a Salvador de Bahia, nel gruppo etnico africano Yoruba, appartenente alla nazione Ketu, il Principio Primo si chiama Olorum e che il dio della creatività Oxala coincide con Gesù.

Accogliamo queste nozioni con rispetto ma anche con scetticismo, scetticismo che diventa disincanto e persino aperto rigetto in alcuni ragazzi che con noi aspettano di rientrare in albergo. Evidentemente costoro non hanno superato lo shock di quella celebrazione religiosa fatta di chiassosa promiscuità i cui simboli essenziali sono uno stato di trance ipnotica indotto dalla musica, il ballo acrobatico, il vino speziato e il fumo di tabacco.

Il pulmino non tarda ad arrivare e ci riporta sani e salvi in albergo.

È mezzanotte passata, le luci dell’hotel Cocoon sono soffuse e il portiere di notte sonnecchia. C’è silenzio dattorno. Stiamo per darci la buonanotte, quando Peppino, serissimo e noto avvocato del Foro di Milano, emette, a pieni polmoni, due potentissimi e strazianti chicchirichì che rompono il silenzio della notte.

In quel momento non riusciamo a ridere.

Nessuno di noi è in grado di dire se quel suo grido è per burla o liberatorio.

Fine

P.S.

Il disegno del gallo è di autore a me sconosciuto. Gli altri disegni sono del famoso illustratore francese Olivier Maceratesi che oggi vive in Brasile. Le due foto della piazza del Pelourinho  scattate a Salvador de Bahia e la foto della bellissima fanciulla mulatta le ho trovate su Internet. A quest’ultima ho applicato un filtro di Photoshop  per rispettare un minimo di privacy.

Nicola