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Viaggio in Cina – Gran Finale!

Suzhou, 22 Ottobre 2014, Mercoledì, primo pomeriggio.

Prima di lasciare Suzhou andiamo a visitare un altro importante giardino il cui nome, al solito, lunghissimo è il Giardino del Maestro delle Reti (o del Pescatore). In città ci sono decine e decine di giardini/parchi, ma questo ha un fascino speciale dovuto al coreografico intreccio di laghetti, ponticelli, passatoie coperte e scoperte, e alla simpatica offerta di graziose pagode a disposizione dei visitatori per una piacevole sosta all’ombra. Il tutto corredato da una miriade di estese piante acquatiche, cespugli, fiori e alberi di mille varietà. In questo giardino, inoltre, c’è una notevole raccolta di rocce bizzarre che avevamo già visto a Guilin, disposte un po’ ovunque a mo’ di imponenti e coreografiche statue.

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Avrei tante altre foto da pubblicare, ma penso di avervi dato abbastanza l’idea della bellezza del giardino del maestro delle reti.

Usciti da questo piccolo paradiso terrestre, facciamo quattro passi a piedi in una via di Suzhou, in attesa che il pullman ci venga a prelevare. Abbiamo così la possibilità di intravvedere un vicolo dove c’è un frequentatissimo mercato delle pulci: sarebbe stato interessante dargli un’occhiata ma il tempo stringe. Dobbiamo tornare a Shanghai in autostrada e poi raggiungere l’aeroporto di Pudong dove ci attende l’aereo che ci riporterà in Italia.

Per tornare a casa utilizziamo ancora la compagnia Emirates, ma il volo verso l’Italia non è diretto. Facciamo scalo a Dubai e, infine, dopo una sosta di un paio di ore, riprendiamo a volare verso Milano dove atterriamo alle ore 16 di giovedì 23 Ottobre 2014.

Conclusione.

Ho già raccontato nelle prime puntate del diario di bordo cosa mi è successo durante il volo di ritorno e non sto a ripetermi, dico solo che per almeno una decina di giorni ho sofferto le pene dell’inferno a causa del jet lag. Ma io sono un caso particolare e non faccio testo. Da quel che so, tutti gli altri del gruppo non hanno avuto gli stessi miei problemi.

Il tour in Cina, durato circa 15 giorni, è costato all’incirca 4000 euro a testa, compresi tutti i voli, i pasti, gli alberghi, gli ingressi alle varie location visitate, le mance alle guide, i souvenir per gli amici… e quant’altro. Dunque non è stato un viaggio economico, però, mi auguro che tutti possiate farlo almeno una volta nella vita. Ne vale davvero la pena.

Moltissime sono le cose che mi sono piaciute nel Paese di mezzo, elencarle tutte sarebbe troppo lungo. Nelle diverse puntate del diario, però, ho già avuto la possibilità di dichiarare le mie preferenze nelle località visitate. Comunque, quelle che di sicuro non dimenticherò sono tre:

1) la crociera in battello sul fiume Li a Guilin, per lo spettacolo unico al mondo delle colline bizzarre che ci hanno accompagnato lungo tutto il tragitto (73 km.), per la vita (lavoro e svago) che si svolge su quel placido corso d’acqua e per le numerose altre attrattive naturali che si affacciano su entrambe le sue rive.

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2) l’esercito di terracotta a Xian, per la maestosità del progetto della tomba che il generale Qin Shi Huang si è voluto predisporre per accompagnare il proprio sonno eterno.

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3) il Grande Budda scolpito nella roccia a Leshan che, da secoli, è punto di riferimento per i credenti che vivono e gravitano in quelle terre.

Budda Gigante

Sulla popolazione cinese ho poco o nulla da dire perché non abbiamo avuto mai contatti diretti con gli abitanti delle varie città dove abbiamo sostato, non perché fosse proibito, ma perché non avevamo il tempo per intrattenerci con loro. Inoltre c’era il problema della lingua: pochi in Cina conoscono l’inglese o altre lingue. Solo nelle grandi città gli studenti universitari e i professionisti parlano l’inglese: pare però che adesso questa lingua venga insegnata anche nelle scuole inferiori. Hong Kong e Shanghai sono le città moderne che mi sono piaciute di più: in entrambe si respira davvero aria internazionale. I grattacieli sono molto belli e danno l’idea di non essere ammassati fra di loro come capita in alcune zone di New York o di altre città degli Stati Uniti.

La Cina è un colosso che – per numero di abitanti e potenza economica – fa paura a noi abitanti del vecchio mondo però, se il made in Italy  di pregio saprà aggredire  con intelligenza quell’immenso mercato, per noi ci saranno grandi possibilità di espansione in un paese che sta iniziando ad apprezzare le cose belle e ben fatte.

Ringraziamenti.

Un grazie sentito a tutti gli amici che hanno partecipato al viaggio assieme a me: sono stati una compagnia gradevolissima. Grazie a chi mi ha permesso di utilizzare le loro foto sia nei vari post che nei filmati: Mirella e suo marito Giorgio II°, Barbara e suo marito Sergio, Giorgio I° e mia moglie Chicca. Alcune foto a corredo dei post le ho scovate in Internet: per queste mi sento in dovere di ringraziare gli sconosciuti autori che le hanno rese disponibili gratuitamente.

Per le notizie storiche mi sono servito spesso di Wikipedia, di articoli scovati in Rete e del libro Appunti di Viaggio di Luigi Paoli: Cina, la civiltà del Fiume Giallo edito da Mistral Tour e della Guida Express Viaggi & Turismo, Cina, donataci dall’Agenzia La Mirage che ha organizzato ottimamente il nostro tour.

Grazie, infine, ai tanti naviganti della Rete che hanno avuto la pazienza di spendere un po’ del loro tempo per leggere i miei lunghissimi post e, infine, un ringraziamento particolare va a quei pochi che hanno visionato anche i miei filmati.

Appuntamento al prossimo viaggio!

Nicola

jet lag (Pastor Cartoon)

Jet lag

Oggi voglio fare del terrorismo psicologico – giusto per scherzare un po’ – per mettere sull’avviso tutti coloro che amano viaggiare in paesi lontani, ma che, come me, hanno un fisico così così…

Ok, chiarisco subito che col viaggio in Cina (presto inizierò a raccontarlo) questo post c’entra come i cavoli a merenda, però la Cina interviene colpevolmente per il fatto che è una terra TROPPO lontana dall’Italia. Per raggiungerla, infatti, occorre prendere – minimo – due aerei ma, soprattutto, dopo il grande affaticamento del fascinoso tour attraverso quest’esotico paese, bisogna, per forza, tornare a casa ed è proprio in questo frangente che possono comparire gli effetti malefici del jet lag.

Domanda stupida: perché solo al ritorno del viaggio, avviene questo fenomeno? 

Semplice, all’andata (è l’8 ottobre 2014, ore 14 italiane), siamo tutti belli, freschi, riposati, pieni d’entusiasmo per la vacanza e, pur andando incontro a:

1) 6 ore di volo Milano-Dubai, l’orologio viene portato avanti di due ore rispetto all’ora italiana. Ore 22 locali. Percorsi 4713 km.

2) Sosta di 5 ore all’aeroporto di Dubai (tra parentesi, trattasi di costruzione spettacolare, con marmi, luci, negozi extra-lussuosi, tutto qui lascia a bocca aperta e, ovvio, ogni piccola cosa costa più del dovuto) dove gli emiri, soddisfatti del risultato scenografico, non badano a spese anche sull’aria condizionata, che io odio.

3) Alle 3.00 di Dubai parte il volo per Hong Kong. Dopo circa 9 ore in cielo e un fottio di kilometri, arriviamo a destinazione: l’orologio locale segna le 17,20. In Italia, invece, sono le 11,20, cioè qui è tardo pomeriggio, mentre in patria è mattina inoltrata. Portiamo ancora avanti l’orologio di 6 ore. Se non ho sbagliato i calcoli, il nostro ormai rodato meccanismo biologico viene spostato in avanti di 8 ore. In pratica, in Cina, noi italiani scambiamo quasi il giorno con la notte…

in realtà non succede quasi nulla. Arrivati in Cina, l’organismo di chi ha affrontato la lunga trasferta aerea ha sopportato benissimo i punti 1), 2), 3). Nessuno lamenta problemi di jet lag. All’aeroporto di Hong Kong abbiamo sbrigato le solite formalità, incontrato la guida, una simpatica signora cinese di nome Mabel – italiano parlante – e, infine, siamo saliti su un bus che, in 45 minuti, ci ha scaricato nell’ottimo Hotel Regal Kowloon Metropark a Hong Kong.

I guai da jet lag, per me, sono iniziati a Shanghai il 22 ottobre, alla vigilia del finale del lungo e piacevole tour che ci ha portato a visitare bellissimi posti – purtroppo – lontani fra loro migliaia di chilometri. Quel giorno, dopo avere preparato e caricato armi e bagagli sul bus a nostra disposizione, da Shanghai abbiamo raggiunto Suzhou – la Venezia cinese – percorrendo circa 85 km. di autostrada. Per tutta la giornata abbiamo scarpinato, ammirando le bellezze di questa città di più di 10 milioni di abitanti e, infine, a sera, ci hanno portato direttamente all’aeroporto di Shanghai. Espletate le solite formalità d’imbarco, abbiamo sostato alcune ore in un gate perché il volo verso Dubai partiva a mezzanotte passata. L’aeroporto di Shanghai è nuovo e, ovviamente, è dotato di aria condizionata erogata alla massima potenza. Comincio a sentire freddo anche se sono abbastanza coperto, forse c’entrano la stanchezza accumulata durante l’intensa giornata passata a Suzhou e la saturazione alimentare causata da due infelici pasti di modesta cucina cinese (sul cibo parlerò in un apposito post). Salendo in aereo ho già un pizzicorino in gola, partono alcuni starnuti e si manifestano le prime avvisaglie di un malessere alla pancia…

Appena l’aereo dell’Emirates Airlines parte (gli emiri hanno solo velivoli nuovissimi con l’aria condizionata a palla) le splendide ed efficienti hostess (non sto scherzando!) ci propinano la cena. La vista di quel miscuglio di roba cinese, preconfezionata chissà dove, mi fa venire subito il voltastomaco. Corro in bagno per la prima volta e, da quel momento, inizia il mio calvario personale che durerà imperterrito per tutte le ore che occorrono per raggiungere Dubai. Nel frattempo mia moglie e tutti gli altri componenti del gruppo mangiano beatamente e poi dormono o guardano sul proprio schermo personale uno dei tanti film offerti dalla compagnia aerea degli sceicchi arabi.

Scesi a Dubai, attendiamo un bel po’ nello sciccoso quanto gelido aeroporto che venga pronto il nuovo aereo Emirates che ci porterà in Italia seguendo un tragitto più lungo e diverso di quello percorso durante il viaggio di andata. Non posso dire molto di cosa sia successo durante quest’ultima trasferta, perché sono stato quasi sempre seduto dentro una delle tante toilette dell’aereo Emirates che, per fortuna, ho sempre trovate libere, pulite e a mia disposizione…

Scesi a Malpensa. erano le due del pomeriggio del giorno 23 ottobre. Verde in viso e debilitato al massimo, ho ritirato l’auto da uno dei tanti parcheggi, coperti e non, esistenti in vicinanza dell’aeroporto lombardo e sono tornato, con la mia signora, nella nostra casa di Milano. Prima di mettere l’auto nel garage, ho vomitato l’anima nel sotterraneo dello stabile in cui viviamo.

Questa è la cronistoria dettagliata del mio viaggio di ritorno in Italia. Ma dov’è l’effetto jet lag?

Calma, ragazzi. Adesso ci arrivo!

Appena messo piede in salotto sono crollato addormentato su una poltrona. All’ora di cena, verso le venti, mia moglie (a proposito, lei ha sofferto solo di un leggero mal di gambe per le tante ore passate seduta in aereo) mi ha svegliato per andare in tavola. Il mio stomaco ha rifiutato qualsiasi cibo. Ho bevuto un po’ d’acqua e me ne sono andato a letto a dormire, digiuno.

A dormire? Macché! Per tutta la notte, a occhi semi chiusi (o semi aperti), non ho fatto altro che voltarmi e girarmi nel letto, perseguitato dagli odori del cibo cinese impressi ormai indelebilmente nel mio naso e tormentato da incubi innescati dal fatto che in Cina, a quest’ora è giorno e, solo ieri, stavo girovagando con gli amici tra mura antiche, pagode, colline bizzarre, fiumi, laghetti e quant’altro offre di bello quel lontano paese.

Due esempi di sogni angoscianti?

In uno, stavo scappando in una foresta di bamboo (reminiscenza del vecchio e terrorizzante film Alice in Wonderland della Disney, intravisto in aereo tra una seduta e l’altra sul water) inseguito da mostri giganteschi, spaventosi, e tutti con gli occhi a mandorla; in un altro, ero fermo e sperduto in un incrocio di un’ignota città della Cina, senza soldi in tasca, senza telefono, non sapendo in quale lingua rivolgermi a un vigile per chiedere indicazioni su come tornare in albergo. In un albergo di cui non ricordavo né il nome né in quale via fosse dislocato. Rivivevo, cioè, un’evenienza realmente capitata al sottoscritto in una zona molto bella e frequentata della città di Guilin che stavamo visitando, accompagnati da una giovane quanto inesperta guida locale. Come ulteriore sofferenza, benché sepolto nel letto sotto tonnellate di coperte, non riuscivo a riscaldarmi e così, ogni due ore, dovevo alzarmi e andare in bagno a fare pipì. Bene, per avvicinarvi alla mia reale condizione fisica e mentale di questi ultimi giorni in Italia, post tour, ripetete questa descrizione per almeno otto volte…

Ecco cosa è stato per me l’effetto jet lag, tornando dalla Cina.

Oggi, mentre scrivo queste brevi note, sto piano piano ricollocando nella giusta sequenza il giorno con la notte, il raffreddamento nelle ossa è terminato, la tosse è scemata, ho ripreso a gustare il cibo (italiano) e sto ricominciando a vivere una vita “quasi” normale.

Termino dicendo ai cari amici che stanno seguendo il mio diario di bordo che i miei guai da jet lag non fanno testo. A quanto ne so, nessuno dei 16 simpatici compagni di viaggio ha sofferto come me il rientro in Italia dopo 15 bellissimi giorni passati in Cina. Anzi li ricordo tutti allegri e ciarlieri nell’aeroporto di Malpensa, disponibili fin da subito a programmare una nuova trasferta in terre lontane.

Evidentemente loro hanno un fisico bestiale e io no…   A bocca aperta 

Nicola

Crediti: L’immagine è tratta da Internet ed è opera di Pastor Cartoon.