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Giorni fa, sul Corriere della Sera, in occasione dell’anniversario della caduta del muro di Berlino, ho letto un bellissimo discorso di Murakami, il mio scrittore preferito, e non ho resistito all’impulso di condividerlo con gli amici che seguono il mio blog. Leggetelo anche voi, dice cose su cui tutti dobbiamo riflettere. Alla fine, ne sono sicuro, verrà spontaneo chiedervi: qual è il mio muro di Berlino?

Nicola

Murakami Haruki

Il mio muro di Berlino

È passato un quarto di secolo dalla caduta del muro di Berlino. Quando visitai per la prima volta Berlino nel 1983, la città era ancora divisa in zona Est e Ovest. I turisti potevano visitare Berlino Est, però dovevano passare attraverso numerosi posti di blocco ed erano tenuti a lasciare la zona entro la mezzanotte. Al rintocco della campana, come Cenerentola che abbandona il ballo. In quell’occasione andai a vedere «Il Flauto magico» al Teatro dell’Opera di Berlino Est, con mia moglie e un amico. La messa in scena e l’atmosfera del teatro erano meravigliosi. Ma atto dopo atto le lancette dell’orologio si avvicinavano sempre più alla mezzanotte. Ricordo che ci precipitammo al Checkpoint Charlie e che riuscimmo ad arrivare appena in tempo. Fu comunque la rappresentazione del «Flauto magico» più emozionante della mia vita.

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Il sollievo non durò a lungo

Quando ritornai a Berlino, il Muro non c’era più. Mi ricordo ancora la gioia che provai quando cadde nel 1989. «La Guerra Fredda è finita», pensai, come probabilmente moltissimi altri in tutto il mondo. «Davanti a noi si profilano tempi migliori e più sereni». Purtroppo il sollievo durò poco. Guerra in Medio Oriente, nei Balcani, un attentato terroristico dopo l’altro e, nel 2001, l’attacco al World Trade Center a New York, per cui crollarono tutte le nostre belle speranze. Per me come scrittore, i muri sono sempre stati un tema importante. Nel mio romanzo «La fine del mondo e il Paese delle meraviglie» rappresento una città immaginaria circondata da alte mura da cui non si può fuggire, una volta entrati. Nel romanzo «L’uccello che girava le Viti del Mondo» il mio eroe, dal fondo di un pozzo, riesce ad attraversare le mura e raggiungere un altro mondo. Il mio discorso di ringraziamento in occasione del conferimento del «Premio di Gerusalemme» si intitolava «I muri e le uova». Era sulla durezza dei muri, contro cui ci infrangiamo, fragili come uova. In quello stesso momento a Gaza erano in corso scontri violenti, e mi chiesi se saremmo stati sempre impotenti di fronte a questi muri.

I muri sono un sistema di potere

Per me i muri sono un simbolo di ciò che separa gli uomini dai sistemi valoriali. Limitano, schermano, isolano. In certi casi possono anche proteggerci. Però per proteggerci, dobbiamo escludere quelli che si trovano dall’altra parte del muro – questa è la logica dei muri. All’improvviso diventano un sistema rigido, che si oppone alla logica di altri sistemi, spesso con la forza. Il Muro di Berlino era un esempio lampante di questa dinamica. A volte mi sembra che abbattiamo un muro per erigerne un altro altrove. Può essere un muro fisico o invisibile, che condiziona il modo di pensare. Alcuni muri ci proibiscono di andare avanti, altri muri ci limitano. Finalmente un muro è caduto, il mondo è cambiato, tiriamo un respiro di sollievo. Eppure, improvvisamente da qualche parte è già sorto il prossimo muro. Un muro etnico, religioso, un muro dell’intolleranza, del fondamentalismo, un muro di avidità e paura. Non riusciamo a vivere senza un sistema fatto di muri? Per noi scrittori i muri sono vincoli da spezzare. Non facciamo che questo con le nostre storie – metaforicamente parlando -. Scavalchiamo i muri che separano il reale dall’irreale e la consapevolezza dalla mancata presa di coscienza. Scopriamo il mondo al di là del muro, torniamo di qua e raccontiamo dettagliatamente quanto abbiamo visto, senza pretendere di giudicare il significato del muro o dei suoi pro e contro. Non facciamo altro che rappresentare precisamente quello che appare dall’altra parte. In questo consiste il lavoro quotidiano di uno scrittore.

 
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Anche le storie superano i confini

Se uno legge una storia che arriva al cuore e lo tocca in modo particolare, può succedere che sfondi il muro insieme all’autore. Ovviamente, quando chiude il libro si ritrova fisicamente più o meno ancora nello stesso posto in cui era all’inizio della lettura. Se si è mosso, al massimo dieci o venti centimetri più in là. La realtà fisica non è cambiata e non è stato risolto alcun problema concreto. Eppure il lettore ha la sensazione distinta di aver sfondato un muro spesso, di essere stato al di là e tornato al di qua del muro. Ha l’impressione di essersi mosso fisicamente dal suo punto di partenza, quand’anche di soli dieci o venti centimetri. Per questo sono convinto che questa esperienza fisica sia la cosa più importante nell’atto della lettura. Percepisce la sensazione di essere libero, di potere andare dove vuole passando attraverso tutti i muri. È mio grande desiderio scrivere possibilmente romanzi e racconti di questo tipo, e di condividerli possibilmente con molte persone. Ovviamente i problemi che affliggono il mondo non possono essere risolti attraverso una simile consapevolezza comune. Purtroppo la letteratura non ha un impatto così diretto. Ma disponiamo del potere dell’immaginazione, come cantava John Lennon. Anche se ci sembra impotente di fronte a una realtà cinica e prepotente, ci mette in condizioni di immaginarci un mondo distinto da quello attuale. La forza della fantasia, che tutti hanno, ci dà la forza serena e inesauribile di continuare a cantare e scrivere storie, senza farsi scoraggiare. La capacità di immaginarsi vividamente un mondo senza muri in un mondo di muri, in certi casi, si traduce quindi in realtà. Credo che le storie abbiano questo potere. E non c’è luogo più ideale di Berlino 2014 per riflettere ancora una volta su questo potere. Vorrei mandare questo messaggio ai giovani di Hong Kong che in questo momento combattono contro il loro muro.

(Discorso di ringraziamento per il «Welt-Literaturpreis», traduzione di Ettore Claudio Iannelli)  © Die Welt
Le foto e il testo li ho estratti dal Corriere online.

NicolaRussia

(Ritratto a carboncino eseguito a mia insaputa da un artista di strada mentre visitavo la Chiesa del Sangue Versato a San Pietroburgo. Per ritirarlo dal commercio ho dovuto sborsare 5 euro…)

Finalmente sono tornato in Italia!

Ieri notte ho dormito nuovamente in un letto da cristiano, cioè un letto dove c’è un lenzuolo rimboccabile come si deve, un cuscino che sia un vero cuscino e una coperta da mettere o togliere a seconda della temperatura della stanza. Quando si è in viaggio dormire bene è importante, purtroppo a me capita raramente. È andata male anche questa volta. La Russia non ne ha colpa, comunque vi assicuro che dopo nove giorni di questa sofferenza non ne potevo più di quei maledetti piumoni, presenti anche negli Holiday Inn russi, che fanno sempre troppo caldo, ma che, se ti scopri nel sonno, becchi di sicuro un accidente… Naturalmente io ho preso la tosse! Cough, cough, cough!

Ciononostante, questa mattina, eccomi pronto a buttare giù queste prime note sul mio recentissimo viaggio in Russia.

Prima che iniziate a leggere, però, devo fare due importanti premesse:

1) Io appartengo, per età e tradizione famigliare a quella schiera di italiani convinti che i comunisti russi ai tempi di Stalin mangiassero i bambini a colazione.

2) Per la ragione precedente avevo deciso che mai e poi mai avrei varcato la cosiddetta cortina di ferro.

Bene, se le due informazioni precedenti vi hanno colpito sfavorevolmente, questo è il momento di abbandonare la lettura del mio post odierno. Dopo sarà troppo tardi.

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Ovviamente le cose nel tempo sono cambiate, l’Urss non esiste più e non ci sono più comunisti cattivi, per cui è stato logico cambiare idea e ho accettato ben volentieri di partecipare con amici a un breve tour di nove giorni in Russia per visitare Mosca, l’Anello d’oro e San Pietroburgo.

Prima della partenza, come è mio solito, non mi sono informato su nulla. Lo faccio di proposito perché quando viaggio voglio avere l’animo innocente. Per scoprire cose e persone a me sconosciute tengo la mia testa il più possibile pura, pronto a calpestare un suolo straniero con il rispetto che merita e senza pregiudizi. Qualcuno ha detto che è questo il solo modo per intraprendere un viaggio alla scoperta di nuovi luoghi, il solo modo – anche – per scoprire se stessi in quei luoghi. La Russia è il posto ideale per rivedere le proprie idee, farsene di nuove, cambiare atteggiamento nei confronti della vita in generale. Lì si può trovare di tutto, si può scorrazzare tra il sacro e il profano, insomma è un luogo dove il proprio punto di vista può subire una metamorfosi profonda.

Le persone possono mentire, dare informazioni sbagliate per tirare l’acqua al proprio mulino, invece un luogo è oggettivo: se lo si sa guardare con curiosità e onestà si può arrivare a conoscerlo e persino ad amarlo.

Ciò detto, messe giù alla rinfusa, ecco le cose positive che ho scoperto in Russia:

a) Pulizia. Non si vedono rifiuti abbandonati per strada anche se ci sono pochissimi cestini in giro.

b) Scritte sui muri. Non ce sono, o se c’erano sono state cancellate. Gli unici graffiti colorati che ho visto a Mosca o a San Pietroburgo erano sulle fiancate delle case a dieci e più metri di altezza, tanto da dovermi chiedere come abbiano fatto gli artisti (?) di strada a dipingerli.

c) Polizia. Ci sono macchine e poliziotti dappertutto, ma sono molto discreti. Si è controllati a distanza però, se ci si comporta bene, si viene lasciati in pace. Polizia in giro vuol dire maggiore sicurezza per la gente. Dicono che si può uscire di sera senza il timore di venire assaliti da malviventi.

d) Mendicanti. Se ne vedono pochissimi in giro, comunque, mai nei luoghi importanti dove c’è folla di visitatori. Non ci sono lavavetri ai semafori.

e) Venditori di souvenir. Ce ne sono, ma non sono mai invadenti. Offrono la loro merce ma non insistono più di tanto.

f) Metrò. Scarrozzando milioni di visitatori al giorno l’amministrazione comunale riesce a tenere basso il costo del biglietto: a Mosca una corsa costa meno della metà di Milano.

g) Strade cittadine. Sono piuttosto larghe e perciò pedoni e auto riescono ancora a convivere.

Ci sono tanti altri aspetti positivi, ma intendo parlarne nelle prossime puntate, man mano che mi vengono in mente.

Dunque, tutto ok in Russia? Ovviamente no. Ogni paese ha le sue pecche, alcune evidenti, alcune nascoste opportunamente ai turisti, altre scopribili solo vivendoci per un lungo periodo di tempo. Un primo elenco potrebbe essere questo:

a) Autostrade. Praticamente non ce ne sono. Hanno iniziato da poco a prenderle in considerazione. Non ricordo dove, ma sembra che siano già in funzione alcuni brevi tratti di autostrade a pagamento. Tutte le altre strade sono gratuite ma, per colpa della neve e della pioggia, non sono in buono stato. Il grosso inconveniente è che non ci sono sopraelevate o sottopassi per cui negli incroci non semaforizzati, se si è in macchina o in bus, si rischia di aspettare anche dieci minuti prima di riuscire a immettersi nelle strade con il traffico maggiore.

b) Città e campagna. Le differenze sono notevoli. A Mosca e a San Pietroburgo sembra di stare a Roma, Milano, Firenze eccetera; invece nei paesini o nelle cittadine la vita è molto più modesta, le case sono quasi sempre a un piano e spesso ancora in legno.

c) Vita media degli uomini. A detta della guida, la vita media degli uomini russi è di 59 anni. Muoiono giovani perché bevono tantissimo. Non ha spiegato il perché, ma penso che bevano tanto a causa dell’inclemenza del clima invernale.

d) La storia recente. La storia russa di questi ultimi anni che conoscevo leggendo i giornali occidentali è parecchio diversa da come ci è stata raccontata dalle guide russe che ci hanno accompagnato per tutta la durata del viaggio. Un esempio? Il tanto decantato (in Occidente) Gorbaciov, a cui è stato assegnato anche il premio Nobel per la pace, l’uomo che avviò il grande processo di cambiamento dell’Unione Sovietica noto col nome di Perestroika, invece, è l’uomo più odiato dal popolo russo, tanto che al solo pronunciarne il nome molta gente sputa per terra in segno di disprezzo. Addebitano a lui le due più grandi crisi economiche degli anni novanta, crisi che hanno provocato lutti in molte famiglie sopraffatte dalla fame e dalla mancanza di lavoro, peggio che nell’ultimo dopoguerra. La caduta del muro di Berlino che noi tutti abbiamo salutato con grande gioia per il cambiamento epocale che rappresentava, per i russi è stato l’inizio di una tragedia che ha sconvolto e impoverito il loro paese. Oggi (grossomodo dall’avvento di Putin, personaggio non molto ben visto in occidente, ma che in Russia è apprezzato dalla maggioranza del popolo) le cose sono migliorate. Il tenore di vita della gente è aumentato, i supermercati e i negozi sono pieni di merce, e per questo Putin ha potuto permettersi quel popò di incoronazione che si è vista in televisione. A lui vengono perdonati i tanti eccessi e soprusi che periodicamente e senza vergogna commette a scapito dei dissidenti e questo fa pensare che i russi siano pronti ad acclamarlo come nuovo zar di Russia. Scontrarmi con questa diversa interpretazione della storia recente è stata la sorpresa più grande che ho avuto nei nove giorni di permanenza in territorio russo.

Termino queste brevi note con una battuta di Max Greggio che ben si attanaglia alla Russia dei nostri giorni.

Saggezza orientale

Se qualcuno ti odia, non fare niente contro di lui ma siediti pazientemente sulla riva di un fiume. Un bel giorno vedrai passare il tuo nemico in yacht.”

Arrivederci alla prossima puntata.