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Dal mio romanzo incompiuto Io e Agata estraggo un capitolo e, nel porlo alla vostra attenzione, vorrei segnalare due cose: primo, che Agata era una psicoanalista molto sui generis in quanto curava i suoi pazienti con l’aiuto delle piante che, a mo’ di foresta incolta, riempivano il suo studio e, secondo, che l’Io del titolo non sono io. Ma è soltanto un simpatico tipetto a cui mi sono ispirato nell’ideare questo romanzo che spero di terminare prima di passare a miglior vita.

Buona lettura!

Nicola 

shi-tzu

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I cinque cani e la seduta psicoanalitica

Dopo circa un anno di matrimonio, tra me e Marta era sorto un problema che non riuscivamo a risolvere con le nostre forze e che rischiava di far saltare la nostra unione. Al sesto mese di gravidanza, per colpa di un maledetto virus che aveva attaccato la placenta di Marta e aveva impedito al feto di respirare, perdemmo il nostro primo figlio maschio. Dopo l’aborto terapeutico, resosi necessario per evitarle pericolose infezioni, mia moglie, pensando di essere in qualche modo responsabile della morte del bambino, entrò in depressione e, ben presto, l’atmosfera in casa divenne cupa e invivibile.
Appena fu possibile riprendemmo a fare l’amore, sbagliando, però, approcci e metodi. Ci assoggettammo a vere e proprie maratone, avendo come unico scopo la procreazione, dunque con preliminari ridotti al minimo, cioè con divertimento e piacere completamente assenti. Facevamo sesso senza quel contorno che rende tale attività speciale per la mente e il corpo. Forse per questo arrivai al punto di odiare il momento di andare a letto per assolvere un dovere coniugale ormai ridotto a una mera ripetizione di penetrazioni. Siccome i nostri sforzi non stavano dando i frutti desiderati, Marta, accortasi della mia crescente insoddisfazione, pretese un maggiore impegno da parte mia e, di conseguenza, cominciai a sentire il peso di una situazione che tardava a sbloccarsi. Sempre più delusi e amareggiati ci recammo da diversi medici specialisti e questi, dopo averci sottoposto ai test più avanzati sulla nostra idoneità a procreare, ci assicurarono che eravamo fisicamente a posto e che dovevamo soltanto avere “pazienza”.
In queste condizioni di acuto stress psicologico, era impensabile che Marta rimanesse incinta e, dopo alcuni mesi di quella frenetica attività sessuale, il desiderio di fare l’amore con lei cessò del tutto. Mi buttai a capofitto nel lavoro, evitando in tutti i modi possibili di affrontare la questione che ci assillava. Marta interpretò il mio atteggiamento sfuggente come mancanza d’interesse nei suoi confronti e quando prese a stigmatizzare la mia appannata aspirazione di avere un figlio, tra noi sorsero dei violenti screzi. Non era vero che avessi rinunciato alla paternità, in realtà mi ero semplicemente stancato di essere considerato alla stregua di un animale da monta, diventato inetto a procreare. Arrivati assai vicini a un punto di rottura, senza avvertirmi dei suoi piani, Marta decise di rivolgersi a Agata nella speranza che lei risolvesse il nostro problema.
Prima di proseguire, a questo punto, devo aprire una breve parentesi sulla fauna di cui Agata amava circondarsi quando abitava ancora a Milano in Corso Sempione.
Forse per colpa della sua disastrosa disavventura con lo studio medico Rolli in cui aveva perso gran parte delle sue sostanze, Agata aveva deciso di abbandonare l’università, pur mancandole pochissimi esami alla laurea e, per mantenersi, aveva allestito uno studio nel suo appartamento: lì riceveva una clientela che, aiutata dal passa parola sulla sua bravura, si stava facendo via via più numerosa. In pochi anni si era risollevata finanziariamente e aveva ripreso a condurre una vita dispendiosa, spesso permettendosi acquisti di necessità assai dubbia. A un certo punto si era convinta che due gatti e cinque costosissimi shih-tzu nani, tre maschi e due femmine, avrebbero lenito le sue sofferenze di donna tradita negli affari e negli affetti da persone che credeva amiche.
Quei cinque cani giapponesi, destinati a rimanere nella dimensione di cuccioli per tutta la vita, si chiamavano Kazu, Suke e Hiko, i maschi; Hara e Kasa, le femmine. Non so come Agata facesse a riconoscerli dal momento che avevano tutti la stessa corporatura e lo stesso colore del folto manto. Per distinguerle dai maschi, sul capo delle femmine aveva legato un ciuffettino di peli con un nastrino rosa.
Non posso dire molto sui due gatti perché non amavano gli estranei e perciò vivevano sempre nascosti da qualche parte in luoghi ben protetti dell’appartamento.
Chiusa parentesi.
Un giorno di giugno del 1970, Agata invitò Marta e me a pranzo nel suo appartamento milanese per farci conoscere i suoi cani. Pur essendo di razza molto pregiata e ricercatissima in quegli anni, se devo essere sincero, trovai quelle curiose matasse di pelo in perenne movimento, decisamente odiose, tranne una.
Kazu, il più nervoso della combriccola, non smise di abbaiarmi dietro per tutto il tempo che rimasi in casa, Suke si attaccò con le gambe anteriori al mio polpaccio destro ed ebbe con questo ripetuti e soddisfacenti approcci sessuali, Hara dopo avermi annusato per qualche minuto decise che il mio odore non era di suo gradimento e se andò via disgustata. Hiko, sin dal mio ingresso in casa, mi guardò dal basso verso l’alto con scostante sufficienza come se fossi l’uomo più brutto e sgradevole della terra. In realtà non vidi davvero quello sguardo disgustato ma lo percepii intenso e discriminante dietro la lunga chioma che gli copriva completamente occhi e muso. Non fece neppure la mossa di avvicinarsi per annusarmi ma, sculettando, se ne andò a pomiciare con Hara.
A Kasa, invece, piacqui da subito. Mi venne incontro sulla porta e, con le zampette protese verso di me, diede chiari segni di volere essere presa in braccio. L’accontentai e rimase accoccolata sul mio grembo sia durante il pranzo sia dopo, nel prosieguo della visita in casa della sua padrona.
Non desiderando far sapere a Agata che il mio matrimonio era in crisi, feci di tutto per mostrami allegro e collaborativo, ma risultai ben poco credibile. Finito di pranzare, infatti, Agata disse che doveva parlarmi e, stranamente, mi fece accomodare nello studio dove riceveva i clienti,  “ordinandomi” con un tono tra il serio e il faceto di rilassarmi mentre lei e Marta sparecchiavano la tavola.
Chiusa la porta dello studio, non più intento a difendermi dagli assalti passionali di Suke e con le orecchie non più martoriate dall’abbaio insistente di Kazu, seguito solo dalla scodinzolante Kasa, mi accomodai sulla poltrona in vimini con il poggia piedi in stoffa colorata (quella destinata ai pazienti). Di colpo la tensione accumulata negli ultimi mesi si allentò e da lì a poco mi addormentai con Kasa adagiata sulla pancia. Merito dell’ottima colazione offerta da Agata, del leggero e musicale russare della bestiola e del gradevole calore del suo corpo. Merito, soprattutto, della verde foresta tropicale che imperava attorno a me e che, appena entrato nella stanza, mi aveva stordito con i suoi profumi.
Agata interruppe il mio sonno un quarto d’ora dopo per sottopormi, di sicuro dietro sollecitazione di Marta, a una serie di domande sulla mia vita privata. Senza averglielo chiesto, ero diventato un cliente con un problema da curare.
Di quella seduta psicoanalitica ricordo poco o nulla. La sonnolenza postprandiale, l’aria pregna delle essenze odorose provenienti dalle piante che incombevano fin sopra la mia testa, avevano reso il parlare pacato di Agata una melodiosa nenia per le mie orecchie.
Molto probabile che discutemmo del mio matrimonio in pericolo, della depressione di sua nipote e di come fare per superare queste difficoltà. Stranamente, pur essendo una donna di larghe vedute, non mi parlò di unguenti magici o di strane posizioni Kāma Sūtra che potessero rinfocolare la mia passione amorosa ormai spenta per Marta. Invece ricordo molto bene che, alla fine del colloquio, disse: «Seppellire una persona cara non significa dimenticarla, perciò il vostro bambino nato morto riposerà in pace solo quando avrà ricevuto una degna sepoltura “anche” nella vostra mente e, solo allora, tu e tua moglie sarete in grado di affrontare, nel modo giusto, una nuova gravidanza.»
Non so se furono queste parole a darmi la scossa benefica che da tempo desideravo, fatto sta che, uscendo dallo studio, ero in uno stato di benessere tale da considerare inezie superabilissime le tensioni che ultimamente si erano accese fra me e Marta. Ero così felice e rilassato che accettai, senza protestare troppo, di portare a passeggio lungo i marciapiedi di Milano i cinque cani di Agata. Mentre ero sulla porta, vidi Agata e mia moglie entrare nello studio. Sicuramente anche Marta stava per essere sottoposta a una seduta psicoanalitica analoga alla mia.
Uscito in strada, mi aspettava una missione quasi impossibile.
Sfido chiunque a portare in giro, senza impazzire, con un guinzaglio a più corde, cinque infernali bestiole ognuna con in testa una diversa direzione di moto. Hara e Hiko (i fidanzatini) tiravano a destra, Kazu, rinculando, continuava imperterrito ad abbaiarmi addosso, Suke e Kasa volevano andare a sinistra. Stanco di tutto quel bailamme, mi misi davanti a quel gruppo di cani indisciplinati e li trascinai di peso dove volevo io, cioè nel giardinetto a trecento metri dalla casa di Agata. Lì c’erano degli alberi a disposizione e un bel prato su cui scorrazzare e così, finalmente, potei lasciarli liberi. Per fortuna trovarono altri loro simili e per un po’ si disinteressarono di me. Aspettai che tutti facessero i loro bisogni e poi, con la stessa identica fatica dell’andata, li riportai a casa dove trovai Agata e Marta che mi aspettavano in cucina, chiacchierando allegramente.
Marta aveva il volto disteso e dagli occhi usciva un bagliore speciale come non ricordavo da mesi. In tutta evidenza anche a lei la seduta psicoanalitica aveva fatto un gran bene.
Fantastica Agata!
Con un estemporaneo colloquio a quattrocchi aveva compiuto lo stesso miracolo su due persone ormai prossime alla separazione.
Tornati a casa ci bastò un’occhiata complice, assai significativa e, senza bisogno di profferire parola, Marta e io ci spogliammo e facemmo l’amore con la stessa partecipazione e intensità di due sposini in viaggio di nozze. Non saprei dire con precisione se accadde quella notte o la seguente ma, in una o l’altra di queste due occasioni, Marta rimase incinta della nostra prima figlia.
E nei successivi anni mise al mondo altri tre bambini.

Fine

Guardate queste due belle foto:

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il sorriso stampato sui volti di questi due bambini dimostra che la vera felicità è partire. A contrastare l’universalità di questa affermazione c’è che, prima di qualsiasi viaggio, bisogna espletare un noiosissimo compito…

“Prepariamo le valige?”

La domanda  non è indirizzata a voi, care lettrici/cari lettori, ma è l’invito che mia moglie mi rivolge ogni qual volta si è in partenza per una vacanza, un weekend o un viaggio. La sua – sia chiaro – è una richiesta legittima, ma è assolutamente irricevibile dal sottoscritto.

Un attimo di pazienza e saprete perché.

Il prossimo 28 luglio ricorre il nostro 44° anniversario di matrimonio e, non essendo ancora completamente rimbambito, significa che mi sono sposato giovanissimo. In pratica, appena laureato, sono uscito dalle grinfie dei miei genitori (più che altro da quelle – fin troppo amorevoli – di mia madre), e sono caduto subito nell’altrettanto amoroso “trappolone” costruito per me dalla mia futura moglie. Non scandalizzatevi per la libertà con cui esprimo i miei pensieri più reconditi: mamma e papà sono in paradiso da parecchi anni e Chicca, la mia metà, non legge mai i miei post. Occhiolino

L’intervallo tra la mia uscita dalla casa paterna a Bologna e l’entrata in quella di Milano in cui abito tuttora fu, giorno più giorno meno, dell’ordine di un anno, cioè, all’epoca del “fattaccio”, pur disponendo di un buon stipendio, non ebbi nemmeno il tempo di godermi da “single”,  una vacanza in luoghi esotici. Da bambino le vacanze le facevo con la famiglia, ospite dei nonni in campagna e, da più grandicello, le finanze di casa mi permettevano, in estate, al massimo una settimana presso la riviera romagnola (Porto Corsini) in campeggi molto economici insieme ad amici della mia stessa età. Ricordo che dormivo in una tendina canadese presa a noleggio, dentro un sacco a pelo e con il minimo indispensabile di vestiario stipato alla bell’e meglio in una piccola tracolla di stoffa. Logico, dunque, che io non abbia mai imparato a preparare una valigia, quella “cosa” rettangolare di cuoio o di plastica dura, munita di cerniere, manico e (oggi) anche di rotelle, dove si depongono, piegati come si deve, tutto quello che occorre quando si parte per un viaggio e si sta via un po’ di giorni…

Nessuno me l’ha mai insegnato!

Da piccolo questo difficoltoso impegno se l’assumeva mia madre – lei era una maniaca del: “nelle valige tutto deve stare ben piegato e con un ordine logico”  e non permetteva alle mie manine di rovinare il suo lavoro di esperta donna di casa. Oltre questo, essendo l’erede maschio di una famiglia meridionale  tradizionalista, godevo di privilegi sconosciuti alla mia unica sorella (la figlia maggiore). Dunque per diritto di nascita avevo il permesso di stare alla larga dalle valige. Occhio, questo non vi autorizza affatto a pensare che fossi trattato come un principino! Al contrario, mia madre pretendeva da me l’impossibile: dovevo essere un modello per tutti i mocciosi del caseggiato. Non ridete! Vorrei vedere voi a rappresentare l’emblema della buona creanza, dell’igiene personale, dell’accuratezza nel vestire e nel parlare, mentre state giocando a calcio in un cortile di periferia. Le peggiori parolacce le ho imparate lì ma, per fortuna, non me n’è mai scappata una in presenza dei genitori. Sarebbero volati scapaccioni e altre ben più severe punizioni. In casa mi davano pochi lavoretti da sbrigare perché la  missione che mi era stata assegnata era quella di studiare sodo per ottenere il più in fretta possibile quel famoso pezzetto di carta da incorniciare.

Completata velocemente l’Università, avrei trovato di sicuro un buon impiego e così, col mio stipendio, avrei potuto partecipare  al ménage famigliare. Insomma, la mia vita di bambino e poi di ragazzo, sotto certi aspetti, è stata parecchio impegnativa.

Riuscii a laurearmi nei tempi (quasi) canonici e due mesi dopo trovai lavoro a Milano. Contrariamente alle previsioni, aiutai ben poco i miei genitori, infatti un anno più tardi, dopo un fidanzamento lampo, mi sposai. I miei veri problemi esistenziali cominciarono al momento di partire per il viaggio di nozze. Alla domanda: “Allora, Nicola, prepariamo le valige?”, Chicca si trovò davanti agli occhi il sorriso ebete di uno che non aveva capito di cosa si stesse parlando. Ho dovuto ammettere, quel giorno, i tanti difetti strutturali che le avevo nascosto per timore di perdere la donna che reputavo la più giusta con cui formare una famiglia e progettare tre figli.

Quel giorno ho rischiato parecchio: le ho confessato anche che non mi piacevano le verdure cotte, il pesce lesso e altri cibi di cui lei andava matta e che la mia religiosità era all’acqua di rose, mentre lei era ed è una fervida credente. Chicca non mi lasciò al mio destino solo perché ero un giovanotto simpatico (!), intelligente (!) e un grande lavoratore.

Da quel momento lei si è spesa per farmi apprezzare minestre e pietanze della tradizione milanese che, da figlio orgoglioso di meridionali qual sono, trovavo incompatibili col mio delicato palato e, soprattutto con le mie abitudini alimentari pregresse. In 44 anni di convivenza lei ha vinto parecchie battaglie nei miei confronti, ma una in particolare non ha mai capito di averla irrimediabilmente persa: preparare le valige. Infatti ancora oggi, lei non molla l’osso e ogni volta, prima di partire per un viaggio, mi convoca in camera da letto, davanti al nostro grande guardaroba, e mi fa la stessa domanda.

Indovinate quale. A bocca aperta

Sinceramente mi secca che pensiate che io sia un incapace cronico e che non abbia mai tentato di imparare ad arrangiarmi da solo: il mio problema irrisolto e irrisolvibile è piegare bene le camicie e le giacche che stanno appese negli armadi. Uno dei miei primi tentativi portò a un risultato disastroso:

Valigia

I successivi tentativi, pur mettendoci la più buona volontà di questo mondo, non migliorarono di molto la faccenda, cosicché mia moglie e io stipulammo un patto che vale ancora oggi: lei studia e scrive la lista dell’abbigliamento e prepara le valige, in cambio, per tre giorni consecutivi, io faccio la spesa, preparo colazione pranzo e cena, apparecchio, sparecchio e faccio andare la lavastoviglie. Lo so, lo so: per un vero uomo questo è un patto capestro ma, alla fine della fiera, vista la mia conclamata inettitudine a trattare in modo corretto (e intelligente) qualsiasi capo di vestiario che non sia già piegato, mi è convenuto mandare giù l’amara pillola e sottoscriverlo.

Qualcuno si chiederà il perché di questo post su un argomento tanto futile: la risposta è semplice. Il 30 di aprile, mia moglie e io, andremo in Turchia con un gruppo organizzato e, mancando meno di dieci giorni alla partenza, in casa c’è già sentore di tragedia greca. Chicca è entrata in fibrillazione. L’atmosfera si sta saturando sia di domande a cui occorre dare immediata risposta, sia di affermazioni perentorie difficili da confutare. “Oddio, porteremo roba leggera o pesante? Invece di buttare via il tuo tempo col blog, guarda su Internet che clima c’è in primavera in quel paese! Devi provare i tuoi pantaloni, mi sa che sei ingrassato! Visto che viaggiamo con le stesse persone, dell’anno scorso ovvio che non possiamo indossare sempre gli stessi vecchi vestiti! Domani si esce a far compere, chiaro?”

Che altro potevo rispondere, dato che odio andare in giro per negozi?

Mi spieghi perché diavolo dovremmo rifarci il guardaroba per visitare la Turchia?”, ma mia moglie ha fatto finta di non sentire.

Ringraziando il cielo, sono ingrassato di pochissimo e, al limite, necessito di un pantalone di scorta. Fortuna vuole che lei abbia trovato nell’armadio almeno un paio di vestiti comprati e mai indossati e che le stanno ancora bene… Quindi l’operazione vestiario last minute durerà al massimo mezza giornata, così mi potrò finalmente concentrare sui menù e sul conseguente elenco di cibarie da acquistare per i tre giorni di corvè obbligatoria che mi attendono prima della partenza per la nostra breve vacanza all’estero.

Ma chi l’ha detto che la vera felicità è partire?!?! Mi rotolo per terra dalle risate

Alla prossima!

Nicola

P.S.

Solito avviso sulle immagini del post: non sono di mia proprietà e un grazie di cuore va ai due sconosciuti autori.