Posts contrassegnato dai tag ‘metafore’

Metafora

Chiariamo subito la faccenda: io non amo le metafore in prosa. Per tante ragioni che provo a elencare:

1- Perché non sono capace di inventarle.

2- Perché rallentano il ritmo della narrazione.

3- Perché chi sa costruirle ne approfitta per seminarle ovunque nei propri libri.

Volete un esempio di scrittrice che le ama spudoratamente? Margaret Mazzantini. Di questa autrice, regista, attrice, ho letto un solo libro ed è stato sufficiente per convincermi a lasciare perdere tutti gli altri che ha scritto in seguito. In Non ti muovere, un romanzo di 295 pagine, lei ha piazzato almeno tre metafore in ogni pagina. Fate voi il conto di quante ne ha costruite. Se le cancelliamo tutte, il numero di pagine del libro si riduce a una interessante quanto breve sceneggiatura di un film di successo, presto dimenticato.

4- Perché spesso e volentieri le metafore sono così strane e complesse che (io) non le capisco. E questo mi irrita grandemente. Siccome mi reputo una persona abbastanza intelligente, (in vita mia ho studiato e letto molto) eppure gran parte delle metafore che incontro nel mondo letterario di oggi non riesco a decodificarle. Bene, siccome non mi piace parlare a vanvera, farò degli esempi tratti da un libro che ho appena finito di leggere e che ha vinto il premio Strega proprio quest’anno. Si tratta del romanzo di Nicola Lagioia, La ferocia:

La ferocia

Primo esempio a pagina 49:

“Gli accenti spostati sui tasti del pianoforte, i cluster e i silenzi improvvisi rimescolavano i concetti di prima e dopo perché il mondo risuonasse un tutt’uno già redento in ogni scheggia.”

Secondo esempio sempre a pagina 49:

“L’dea del sublime (ma come avere la prova che non fossero le farneticazioni di un imbecille?) andava di pari passo con l’ossessione computazionale.”

Terzo esempio a pagina 61:

“Per trovare il tono giusto provò ad attingere dai colleghi delle passate generazioni, quelli che aprivano talmente male le vocali da scuotere l’Unità del paese con lo strumento che avrebbe dovuto stringerle il collare.”

Quarto esempio, sempre a pagina 61:

“In lontananza si levava il mormorio della città poco prima del risveglio, un rumore di automobili senza automobili, la piccola tempesta elettrica dei tanti che, sul punto di riaprire gli occhi, rivivevano in poche frazioni di secondo il film della giornata che stava per iniziare.”

Quinto esempio a pagina 64:

“La voce del monsignore riemerse dal silenzio come si fosse spinta in un crepaccio e ora mostrasse i segni di una profondità che superava l’opinione personale”

Così, per curiosità, qualcuno riesce a immaginarsi com’è nella realtà la voce del monsignore? Sorpresa

Sesto esempio a pagina 67:

“Ogni tanto, tra le rughe che circondavano gli occhi dei presenti, pulsa un fastidio privo di abrasioni.”

Settimo esempio a pagina 68:

“Il corpo di sua figlia irradiava l’inspiegabile verità delle stanze nelle case in cui non abitiamo più da tempo.”

Ottavo esempio a pagina 70:

“Così questa ragazza, pensò spezzando l’ostia sopra la patena, indovinando solo in parte e non immaginando, per la metà su cui sbagliava, a quale distanza fosse dalla verità.”

Nono esempio a pagina 75:

“La notizia aveva iniziato a diffondersi affidata alla sovranità degli algoritmi.”

Decimo esempio a pagina 84:

“Aveva l’aria di uno che fatica a riprendersi da un brutto colpo – la parte materiale un po’ sfocata, lo spirito sbalzato avanti per l’impatto, sembrava prigioniero di un futuro da cui cercava di tornare.”

Infine, a pagina 89, un lungo paragrafo dove lo scrittore parla della campagna:

“Impaurita dalla moto, la lucertola si tuffò nei fili d’erba. Scomparve tra i rami lacerando nella fuga la tela del ragno salticida, il quale, ricomposta l’immagine del rettile attraverso i suoi otto occhi, era riuscito a evitare l’impatto. Il ragno zampettò. Il terreno secco e arido registrò l’informazione sovrapponendola all’alfabeto delle formiche che si incrociavano spezzando e biforcando e poi ricomponendo una linea che non era mai la stessa. La legge a cui obbedivano si modificava in loro confermandosi nella legge di ogni simile, riceveva nuovi impulsi dalle profondità del formicaio, poi da più lontano, dalla tremenda forza che cambia volto alle stagioni. La saliva passò di labbra in labbra e il cuore accelerò nel buio della sala cinematografica. La curvatura dell’addome si tese su se stessa e si spaccò. Sotto la spinta della muta, un’epidermide nuova di zecca venne fuori dalla morta carcassa di colore brunastro. Dopo aver lasciato che la cuticola si indurisse all’aria aperta, la cicala spiccò il suo primo volo. Atterrò su una foglia di rosmarino. Le lamine sotto l’addome cominciarono a vibrare, e un suono secco, simile a uno schiocco di dita, segnalò la sua presenza al mondo.”

A questo punto del libro, Nicola Lagioia deve essersi reso conto che non poteva continuare con questa sfilza di metafore (per me) decisamente difficili da comprendere e cambia registro, abbandona le metafore e si lancia in una ricostruzione dei fatti dove i flash back si alternano al presente in un modo così convulso e repentino che a volte si fa fatica a intuire in che tempo e in che luogo ci troviamo.

Il romanzo, per fortuna, prende quota nelle ultime sezioni in cui è diviso il libro: qui lo scrittore decide che è arrivato il momento di spiegare ai lettori qual è la vicenda e come essa andrà a finire. Ammetto che sono stato varie volte sul punto di abbandonare il romanzo al suo destino, ma, come sempre, sono arrivato in fondo. Concludendo, di sicuro Nicola Lagioia è un bravissimo scrittore che sa il fatto suo, avendo al suo attivo una grande padronanza della lingua italiana. Anche i suoi personaggi e l’ambientazione sono notevoli: pur con tutto ciò, rimane sempre fissa nella mia testa l’idea che questa sua indiscutibile capacità scrittoria sia spesa più a favore dei critici illuminati che lo leggeranno e lo voteranno in un qualche concorso letterario che per accontentare la pancia, il cuore e la comprensione di un semplice lettore qual io mi reputo.

Nicola

P.S. Mi perdonino i poeti che, invece, amano le metafore e, soprattutto, … le capiscono.

Sono felice di ospitare nuovamente la mia amica Viola Veloce che oggi ci parla, da par suo, della scuola e delle nuove generazioni di asini… oops… di studenti che la frequentano.
Per inciso, Viola Veloce è una brava scrittrice e su Amazon, tra i best sellers, trovate i suoi tre e-book che sono acquistabili al prezzo irrisorio di 0,99 euro.

Omicidi in pausa pranzo

Mariti in salsa web

Mamme bailamme

Buona lettura.
Nicola

image

Sconsiglio la lettura di questo post agli insegnanti, anche se sono figlia di un’insegnante e non ho particolari antipatie verso la categoria.
Anzi, credo di assomigliare molto a mia madre che mi interroga ancora – a sorpresa – sui verbi latini, di cui peraltro non ricordo una beata mazza.
L’ex-professoressa è capace di chiedermi: “Che tempo è vincunto?” (l’ho appena trovato su Google, io ODIO i verbi latini), mentre siamo seduti a tavola.
Io naturalmente non so rispondere, perché la mia generazione studiava poco e il latino non andava più giù a nessuno.
Ricordo ancora la sfilza di “2” che prendevamo dall’insegnante del liceo, cattiva come la fame.
Quando l’orribile profia si ruppe una gamba e la bidella venne a darci la buona notizia, noi balzammo in piedi come un sol uomo, urlando di gioia.
Tutta la classe gridava di felicità – qualcuno batteva i pugni sul banco, esultante! – mentre la bidella ci guardava allibita. Ma lei non doveva portare a casa i “2” in latino da far firmare ai genitori, e non era quindi così empatica con noi asinelli.
Insomma, la scuola post ’68 sfornava già dei mezzi asini – io faccio parte della categoria – mentre prima ti spaccavano le corna, ma il latino te lo ricordavi per tutta la vita.
Sia chiaro: non voglio tornare indietro.
Si vive un gran bene anche senza tradurre Cicerone.
Ma provate a chiedere a vostro figlio, che magari fa la seconda media come il mio, quanto gli darebbero di resto se andasse al mercato con dieci euro e comprasse due chili di banane che costano un euro e venti centesimi al chilo?

 Che probabilità ci sono che vi dia la risposta giusta?
Facendo il calcolo a mente?
Il 50%?

Non di più, secondo me.
Ogni tanto faccio qualche domandina a sorpresa ai ragazzini – proprio come mia madre – e spesso ottengo di risposta solo degli occhi atterriti che mi guardano come per dire: “Cosa vuole da me questa pazza?”.
Provate anche voi.
Chiedete a un alunno delle medie quanto è un terzo di centocinquanta.
Vedrete di nuovo l’occhio spento della triglia che si guarda intorno per capire come nuotare via, lontano dal barracuda che lo interroga.
Potete rifare gli stessi esperimenti statistici con l’analisi logica e quella grammaticale col rischio, però, di spaventare per sempre il branco di triglie, che vi girerà alla larga.
Triglie con le orecchie d’asino, allevate tutte nella scuola italiana dell’obbligo.
Non voglio negare le possibili punte di ECCELLENZA (parola che detesto) o l’esistenza di alunni meravigliosi che hanno avuto la fortuna di incontrare dei favolosi insegnanti, ma la scuola italiana oggi produce una nuova razza asinina che non è in grado neanche di fare la spesa al mercato, perché non sa calcolare a mente quanto devono darti di resto per i due (già citati) chili di banane.
I nostri figli potranno andare solo all’Esselunga, dove le cassiere dispongono di registratori di cassa che calcolano anche il resto (e sei sicuro che non ti stanno fottendo).
Eppure mio figlio ha passato interi weekend a fare centinaia di operazioni in cui doveva cambiare il colore della penna ogni volta che passava dalle unità, alle decine, alle centinaia, eccetera.
Anche l’analisi logica era fatta con i colori: il predicato azzurro, il soggetto rosso, eccetera.
E se gli chiedevi di fare l’analisi logica di una frase, lui ti rispondeva: “Azzurro, verde, rosso!”.
E poi ci sono quei bellissimi libri di testo in cui devi mettere una crocetta su: “Vero” o “Falso”.
50% di probabilità di prendere 5 se rispondi a caso. Con un po’ di fortuna puoi anche prendere 6: ti fai bendare da un compagno di classe e piazzi le crocette a caso, sperando che ti vada bene, come al Casinò.
Ma anche i programmi scolastici non scherzano: l’anno scorso, Tommaso, in prima media, ha studiato le figure retoriche, tra cui la sineddoche e la metonimia.
Mio figlio non ha ancora capito bene cos’è un pronome, ma almeno gli hanno spiegato cosa sono le metafore e qual è la differenza con l’allegoria.
Anche se non so quanto possa essergli utile.
Perché da grande, andrà a raccogliere i pomodori.
E nessuno gli chiederà se pomodoro è nome o aggettivo.

© Viola Veloce