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Chi segue questo blog con una certa regolarità, sa già che, avendo deciso di dire addio alla scrittura impegnata, quella seria, onerosa, quella che mi spinse in passato a produrre racconti e romanzi passati quasi del tutto inosservati dal pubblico e dalla critica,  da circa un anno non scrivo più niente e sto dedicando le energie che mi restano a cercare motivi di allegria nel mondo che ci circonda. In realtà, visti i tempi orribili che corrono, faccio fatica a trovare argomenti su cui sorridere e far sorridere la gente. Dunque, ancora una volta ho scelto una strada non facile da seguire. Per fortuna, nella mia testa, accanto al pessimismo dei pensieri c’è una vena umoristica/ironica che resiste strenuamente ai colpi e ai contraccolpi della realtà ed è proprio questa che mi salva dal malessere che vedo in giro e che, di tanto in tanto, colpisce anche me. Si tratta, in definitiva, di un Terzo Occhio che vede solo il lato buono/comico della vita e che, da oggi in poi, voglio condividere con gli amici e le amiche che mi vengono a trovare settimanalmente in Rete.

La prima cosa che mi viene in mente adesso è quella di sfatare la cattiva fama che pesa su un certo tipo di donna: la suocera. Lo faccio raccontandovi i pensieri di una gentildonna della buona borghesia milanese che incontra per la prima volta un pretendente della figlia, pensieri che misi su carta una decina di anni fa durante un corso di scrittura creativa.

Suocera Anzi Tempo 

Una suocera “anzi tempo”

Su sollecitazione di mia figlia Chicca, gli avevo dato appuntamento per le quattro del pomeriggio di una domenica di gennaio. Era la prima volta che succedeva e morivo dalla voglia di conoscerlo. Ero incuriosita ma, allo stesso tempo, preoccupata dalle mie reazioni. Un errore che a ogni costo dovevo evitare era di fare la suocera prima ancora di esserlo.
"Mamma, Nicola è solo un caro amico!" aveva sempre sottolineato mia figlia. Il suo comportamento stralunato e sognante delle ultime settimane, però, raccontavano ben altro.
Alle quattro spaccate il giovanotto suonò il campanello.
Un punto a suo favore: mai fare aspettare una signora!
Ad aprire la porta avevo mandato la domestica. Un mio piccolo trucco per dargli il tempo di prendere fiato e riordinare le idee mentre raggiungeva il salotto.
"Piacere di conoscerla" disse.
Una frase di circostanza che pronunciò con un sorriso accattivante e un accenno di deferenza del capo, mentre mi stringeva la mano.
Uhmm, non male… pensai tra me e me.
L’amico della mia figliola indossava un abito scuro di buon taglio che lo slanciava e metteva in evidenza un fisico asciutto e signorile. Non altissimo, aveva però la statura giusta per Chicca.
Già me li vedevo sulla rossa passatoia della Chiesa della Passione. Sì proprio una bella coppia!
Stavo divagando alla grande e questo non era assolutamente il momento. Dopo averlo fatto accomodare in una poltrona di fronte a me, partii con l’interrogatorio.
"Come si trova qui a Milano?" chiesi.
"Spaventato. Bologna al confronto sembra un paesino!"
"A parte le dimensioni della città, come trova i milanesi?"
La mia domanda l’aveva fatto sorridere.
"A dire la verità l’unica persona che conosco qui è Chicca! I miei trenta colleghi del corso di informatica vengono da ogni angolo d’Italia, ma di Milano non ce n’è nemmeno uno! Quando ne scoprirò un altro, le sarò più preciso…"
Spiritoso il ragazzo e che sorriso disarmante! Ora capisco perché sia piaciuto a mia figlia…
Sotto i baffi alla Gengis Khan nascondeva astutamente una dentatura irregolare. A ben vedere, però quei suoi dentoni erano in perfetta sintonia con tutto il resto della faccia. Se fossero stati piccoli e diritti sono sicura che avrebbe perso buona parte della simpatia che gli sprizzava fuori parlando. Per niente imbarazzato dall’essere sotto esame, rispondeva sempre a tono, anzi spesso era lui che tentava di condurre il gioco.
Ah, i giovani d’oggi! Se penso a come era stato formale e ossequioso il mio Mario quando si presentò da mammà…
"Quali sono i suoi progetti futuri?" chiesi.
La domanda incauta mi era scappata troppo presto. Comunque, prima o poi dovevo fargliela.
"Molto dipenderà dall’esito del corso che sto seguendo. Se mi assumeranno e risulterò ben piazzato nella graduatoria di merito, avrò la possibilità di indicare la sede di lavoro che preferisco."
"Sono sicura che lei supererà brillantemente il corso. Ma se già adesso potesse scegliere, per quale città opterebbe?"
"Bologna sarebbe l’ideale. Non perché sarei vicino alla mia famiglia, ma perché Bologna è ancora una città a misura d’uomo e lì ho amicizie che risalgono all’infanzia. Purtroppo nel contratto di assunzione c’è scritto che non si può avere come sede la località di provenienza. Dovrò perciò scegliere un’altra destinazione."
"E cosa ne dice di Milano? La prego, non mi risponda che questa città piace solo a noi milanesi!"
"Ultimamente ho conosciuto una bella signorina di Milano e chissà, forse, potrei anche farmi piacere questa bruttissima città!"
Era poi scoppiato in una risata così coinvolgente che Chicca e io ne fummo contagiate. In pochi minuti e con poche parole il giovanotto aveva riempito la nostra casa di allegria.
Sì, l’amico di mia figlia non era davvero male!
Questo però non mi bastava: dovevo assolutamente scoprire se aveva dei difetti.
"Quindi lei è di origine bolognese?" domandai, giusto per avere una conferma.
"Chicca non gliel’ha detto? Io sono pugliese di famiglia, sono un terrone, come dite voi…"
Nel salotto tutto in stile ‘900, con alle pareti antichi quadri di pittori di scuola fiamminga, ci fu un momento di silenzio imbarazzato. Il giovanotto aveva pronunciato quella frase con estrema serietà. I suoi occhi fissavano i miei con ferma attenzione. Capii che aspettava la mia reazione, qualunque essa fosse. A me non andava di infierire e poi il fidanzato in pectore di mia figlia cominciava veramente a piacermi.
"Beh, nessuno è perfetto! – gli dissi sorridendo apertamente e continuai – Venga, Nicola. Si sieda qui sul divano accanto a me e mi racconti un po’ del suo paese…"

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Crediti: l’immagine l’ho prelevata da Internet supponendola libera da copyright. Il breve racconto, evidentemente, è un omaggio a mia suocera, una persona a cui ho voluto bene e che ha sempre contraccambiato il mio affetto.