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Americana

© 2000 il Saggiatore Milano

È la fine degli anni sessanta: a ventotto anni, David Bell è il sogno americano diventato realtà. Ce l’ha fatta, è arrivato in cima. Giovane, bello e top manager di una grande rete televisiva newyorkese, Dave è abilmente sopravvissuto a faide e purghe aziendali di ogni genere, e può godere di una posizione e di un successo invidiabili. Il suo mondo è fatto delle immagini che balenano sugli schermi d’America, delle fantasie che nutrono la chimera della nazione più potente del pianeta. Ma da quella vetta, la sensazione di vuoto per Dave si fa insostenibile, urgente il bisogno di confrontarsi e di sporcarsi le mani con quel paese che i suoi programmi televisivi non riescono e non vogliono raccontare davvero. Il sogno ha perso il suo incanto e si è smascherato come l’incubo americano. La ricerca di una realtà sfuggente si trasforma allora in un pellegrinaggio per le strade degli Stati Uniti a bordo di un camper scassato. Con tre improbabili compagni di viaggio e la cinepresa in spalla, Dave cattura volti, voci, pensieri, storie, la crisi rabbiosa di una cultura che deve fare i conti con se stessa e con i suoi conflitti, da quello in Vietnam a quello sociale e razziale. È il film della sua vita, il suo film, il tentativo frenetico e folle di scrivere un pezzo di storia dell’America di sempre, con l’arma di un umorismo raggelante e i materiali di scarto della cultura di massa.”

Questo è quanto si legge sul primo risvolto della copertina di Americana e, lasciatemelo dire, rappresenta una perfetta sinossi del romanzo di Don DeLillo di cui parlo oggi. In poche righe, con grande bravura e precisione, l’anonimo estensore descrive tutto ciò che il lettore troverà nelle 380 pagine del libro.

Adesso, aprite bene le orecchie, autori esordienti!

Per colpire l’interesse di un editore e, di conseguenza, per convincere un ignaro lettore a comprare il libro una volta stampato, il riassunto del vostro manoscritto deve essere scritto come il brano che avete appena letto.

Dunque, la sinossi non deve superare la mezza paginetta e, soprattutto, non deve essere ingannevole. Un editor si accorge subito che lo avete imbrogliato e il vostro manoscritto finirà di sicuro nel cestino. Una cosa forse peggiore, a mio giudizio, è ingannare chi acquista un libro. Purtroppo gli editori per promuovere le opere dei loro autori a catalogo non hanno quasi mai scrupoli a raccontare fischi per fiaschi…

Quante volte vi è capitato di acquistare libri dove la sinossi in copertina è migliore del contenuto dei libri stessi?

Ma questa è un’altra storia e, soprattutto, non è il caso di Americana.

L‘opera in questione mi è piaciuta molto, però devo dire che non mi ha convinto del tutto. Americana, scritto nel 1971, è il romanzo d’esordio di un autore che negli anni a seguire si rivelerà assai prolifico e sarà giustamente osannato dai critici di tutto il mondo per la sua indiscutibile bravura, però analoghe riserve le ho avute con Underground, il romanzo di DeLillo che ho letto pochi mesi fa.

In sostanza, per ciò che io ho potuto notare leggendo i due succitati libri, DeLillo alterna pagine bellissime, profonde, a pagine noiose. Spesso le sue digressioni o i suoi flash back sono lunghi, troppo letterari e a volte interrompono il flusso narrativo. Questo però non inficia il mio giudizio complessivo su un romanziere che mi ha fatto capire quanto sia modesta e imbarazzante la mia scrittura. Confesso che, di fronte a certe pagine di Americana e Underground, mi è venuta la voglia di chiudere la penna stilografica in un cassetto e buttare via la chiave…

DeLillo è uno scrittore che dovrebbe essere assolutamente “letto e studiato” da chi decide di utilizzare il proprio tempo libero per scrivere romanzi o saggi con la speranza che poi vengano presi in considerazione da editori seri.

DeLillo eccelle nelle descrizioni di personaggi e ambienti: la sua New York è viva come era viva la Dublino nell’Ulisse di Joyce, un maestro indiscusso, da lui letto e ben assimilato. I personaggi di DeLillo, anche quelli di contorno, non sono mai banali, vengono disegnati con quattro veloci pennellate e rimangono incisi per sempre nella mente dei lettori.

Termino presentandovi alcuni brevi stralci di Americana che mettono in mostra, a mio parere, la maestria di questo scrittore.

***

Cercai di concludere un po’ di lavoro. Ormai era buio. Andai alla finestra. Guardando verso sud, dall’altezza a cui mi trovavo, vedevo le luci accatastate una sull’altra per quasi tutta la lunghezza di Manhattan e il reticolo traforato delle strade. Aprii di uno spiraglio la finestra. L’intera città ruggiva. D’inverno, quando il buio cala prima del previsto e dalla nebbia stantia iniziano a occhieggiare le luci della città, New York diventa come una gigantesca torta di nozze. Si entra nell’ascensore con musichetta e si scende di duecento metri in dieci secondi netti, con un ronzio iperbarico nelle orecchie. È un processo spaventosamente impersonale, eppure in qualche modo necessario per passare dall’immagine a ciò che è effettivamente infilzato su quella graziosa forchetta. Mi feci quattro passi fino all’ufficio di Carter Hemmings. Lui era alla scrivania che si annusava le dita odorose di nicotina. Quando mi vide cercò in fretta di mimetizzare il panico scattando in piedi in un gesto assurdo e allargando le braccia come un barone degli allevatori argentini che accoglie nella sua villa un generalissimo golpista.

***

La calca iniziò a diradarsi solo quando mi trovai a sud della Quarantaduesima, e per tutto il percorso il traffico non diede tregua. A sud della Quarantaduesima la gente aveva più libertà di decidere il passo, eppure i volti parevano grigi e afflitti, i corpi intabarrati davano un’impressione di clandestinità, e allora pensai che forse in quella metropoli la folla era davvero essenziale all’individuo, perché senza di essa non c’era nulla contro cui rivolgere la propria rabbia, mancava l’eco del proprio dolore, si dissolveva ogni prova concreta dell’esistenza di persone ancora più sole al mondo. Pensieri fuggevoli. Me ne tornai a casa, accesi la tv, mi spogliai ed entrai nella doccia.

***

Sembrerà curioso ma il lavoro mi piaceva, almeno all’inizio. Mi spingeva a ragionare e vedere le cose come mai prima. In quel primo periodo immaginavo la mia mente come una camera oscura con tante porte. Io davo il meglio quando ne tenevo aperte molte. Ogni tanto ne aprivo altre e lasciavo filtrare ancora più luce, rischiavo la verità. Se mi pareva che qualcuno percepisse le mie osservazioni o i miei gesti come una vaga minaccia, chiudevo tutte le porte tranne una. Era quella la posizione più sicura. Ma in genere ne tenevo aperte almeno tre o quattro. Quell’immagine della stanza buia era una compagna assidua.

***

Scivolai via da sotto la gamba di Merry e spensi la tv. Scesi le scale nudo, con scarpe e vestiti sottobraccio. Volevo risvegliarmi solo: era una mia fisima che nel corso degli anni molte donne avevano finito per detestare. Il mio appartamento mi accolse silenzioso e ombroso, con le sue tonalità color vino rosso di quadri e tappeti, il caminetto, i pannelli di quercia, i divani rivestiti di cuoio nero vecchio e piacevolmente screpolato, i boccali di rame ossidato sopra il caminetto e la luce dorata della lampada da lettura sulla scrivania, oggetti che effondevano familiarità e calore senza bisogno di riconoscenza in cambio, il tutto a rammentarmi che la solitudine non richiede impegno a nessuno. Mi feci una doccia e andai a letto.

***

Old Holly era un sobborgo di New York solo in senso strettamente geografico: a differenza dei quartieri attorno, non era un’estensione dello spirito monossidico della metropoli, puro e semplice punto d’arrivo e di partenza. Non era una di quelle cittadine che sembrano limate e lustrate da una manicure. Quasi tutte le case erano molto vecchie e malconce in modo quasi rassicurante, di due o tre piani con piccole finestre con le imposte, soffitti alti, tetti a due falde, verande che in alcuni casi circondavano tutto il perimetro della casa seguendo le strane angolature formate dai tetti. In tutte le abitazioni scorreva un plasma annacquato di identità a risvegliare i sensi del visitatore occasionale. Chi entrava in una di quelle case sentiva nell’aria odore di chiodi di garofano o di tabacco aromatico; quella vicino profumava vagamente di menta, in qualche punto di vernice, il soffice effluvio di un vecchio tappeto, i suoni poco più che suggeriti dai tasti di un pianoforte chiuso, posateria e voci sparse, la predica indolente di una sega contro il legno, nient’altro che silenzio, oppure i suoni interiori che il silenzio contiene in tutte le stanze antiche e invase dal sole. In certe stanze, in certe case, i pavimenti erano leggermente in pendenza, le modanature cadenti, le travi portanti non a bolla, e quando si scendeva dal letto la notte per andare a prendersi un bicchiere d’acqua e fuori pioveva e soffiava il vento, era come trovarsi in mare aperto durante una tempesta. Da bambini, poi, ci voleva poco a convincersi che la casa fosse una nave, perché le scale cigolavano e c’erano dappertutto piccole nicchie buie dove appoggiare la mano al muro e sentire sospirare l’edificio intero, agitato da correnti tumultuose di vento. In quelle case erano assenti le persuasioni occulte dell’uguaglianza, i contorni precisi che non implicano vittoria né sconfitta ma solo stallo e identità, l’arida scienza del secolo.

***

«Il talento è tutto. Se hai talento, nient’altro importa. Puoi anche mandare a puttane la tua vita privata nel modo peggiore, chi se ne frega. Se hai talento, ti rimane sempre di riserva. Chi ha talento sa di averlo e non c’è bisogno di altro. E quello a renderti quel che sei. Serve a dirti che sei davvero tu. Il talento è tutto, la sanità mentale nulla. Ne sono assolutamente convinto. Secondo me una volta avevo i numeri giusti. Promettevo bene, vero o no, Dave? Cioè, insomma, qualche talento l’avevo, vero o no? Ma ero troppo sano di mente. Non sono stato capace di compiere il grande balzo fuori dalla mia anima per penetrare l’anima universale. Quello che hanno fatto tutti i grandi. Da Blake a Rimbaud. Ormai l’unica cosa che scrivo sono gli assegni. Leggo fantascienza. Vado per lavoro a South Bend e Rochester. Quello nel Minnesota. Non Rochester nello Stato di New York. Intendo Rochester, Minnesota. Non sono stato capace di compiere il grande balzo.»

***

Il film dà il suo meglio se visto come una sorta di schizogramma definitivo, un’esercitazione diametrale intesa a distruggere ogni significato. Mi piace toccarlo, il mio film. Mi piace guardarlo scorrere nel proiettore. E questo il mio grande successo. Sullivan e Brand, nel loro candore chirurgico, mi hanno insegnato a temere e invidiare l’artista. (In realtà Brand, come si è scoperto alla fine, era uno scrittore di pagine bianche. E così mi piace ricordarlo, in definitiva come romanziere, in tutti i sensi un artigiano di grande talento; solo che sceglieva parole dello stesso colore della carta su cui erano scritte). Volevo davvero diventare un artista, come credevo dovessero essere gli artisti, un individuo pronto ad affrontare le complessità del vero. E ho avuto grande successo. Mi sono ritrovato con il silenzio e con il buio, seduto e immobile, creatore di oggetti che imitano la mia predilezione.

Da questa finestra vedo l’oceano, lontano, ondeggiante nella patina vacua e rabbiosa con cui la burrasca dipinge tutte le acque. Più tardi uscirò a passeggiare sulla spiaggia per un’ora. Se per allora il tempo sarà schiarito forse riuscirò a vedere le coste dell’Africa, la grande curva bruna dei lombi equatoriali. Ma ora come ora è piacevole l’attesa di lasciarmi ricadere (di qui a un paragrafo) in un periodo della mia vita ben più degno di essere filmato.

Allo scadere del secolo non ci saranno fuochi d’artificio. Non ci saranno agonie nei giardini. Ora che la notte fa cenno, la prima lampada accesa sarà quella di un uomo che si getta da una rupe per imparare a volare, che si libra verso i tropici solari e allontana la mano dal petto a estrarne fuoco. Il rumore dell’oceano sembra perdersi nel deflagrare della propria passione. Porto calzoni di flanella bianca.

***

Come al solito mi sono dilungato troppo e non c’è più spazio/tempo per pubblicare il ritratto di un prete, il reverendo Potter, che mi ha affascinato. Ok, ve lo presenterò più avanti in un post dedicato espressamente a lui.

Bye

Nicola

Wikipedia dopo avere affermato che Underworld è uno dei romanzi più importanti degli ultimi decenni, vincitore di numerosi premi internazionali, lo indica come uno dei massimi esempi della letteratura postmoderna americana e ne riporta un passo fondamentale:

«La palla da baseball non portava né fortuna né sfortuna. Era un oggetto che passava di mano. Ma spingeva la gente a raccontargli cose, confidargli segreti di famiglia e storie personali inconfessabili, a singhiozzare di cuore sulla sua spalla. Perché sapevano che lui era il loro, come dire, il loro strumento di sfogo.
Le loro storie avrebbero assunto un rilievo diverso, sarebbero state assorbite da qualcosa di più vasto, il lungo viaggio della palla stessa e l’assurda marcia di Marvin nel corso dei decenni.»

E poi ne fornisce un breve riassunto:

La vicenda inizia il 3 ottobre 1951, quando un ragazzino di colore riesce ad entrare di soppiatto nello stadio (il Polo Grounds di New York) in cui si sta giocando la storica partita di baseball tra i New York Giants (oggi San Francisco Giants) e i Brooklyn Dodgers (gli attuali Los Angeles Dodgers). Nel nono inning della partita, il famoso battitore Bobby Thomson effettua un memorabile fuoricampo, dando la vittoria ai Giants (5-4 il punteggio), che conquistano così il campionato. Nella realtà non si sa che fine abbia fatto la palla colpita da Thomson, ma nel romanzo il ragazzino riesce a impadronirsi di questo cimelio, che gli verrà però sottratto dal padre, il quale lo venderà per 32 dollari e 45 cents. La palla da baseball inizia così a passare di mano in mano, e viene usata come un filo conduttore per la costruzione di un gigantesco affresco dell’America dall’inizio della Guerra Fredda fino agli anni ‘90.

A tutto questo io aggiungo:

Underworld è un tomo di ben 880 pagine, difficile da digerire al pari dell’Ulisse di Joyce e ci è voluta tutta la mia buona volontà, diluita nell’arco di tre mesi, per  arrivare fino in fondo. Per quel che mi riguarda dico che ne è valsa la pena, ma di certo non è un libro per tutti i palati. Dovrebbero leggerlo con estrema attenzione coloro che hanno velleità letterarie, per chi invece intende la lettura come svago della mente il mio consiglio spassionato è di lasciarlo perdere ma, in alternativa, dedicare un quarto d’ora del proprio tempo per farsi un’idea della bravura di Don DeLillo godendosi questo bellissimo capitolo che ho stralciato per voi dalle pagine di Underworld.

Buona Lettura!

Nicola

UnderworldDon DeLillo

Edizione Einaudi – Super ET – Euro 16,50

Capitolo Terzo  pagg. 572-580

11 gennaio, 1955

Circolavano strane storie sul Papa. Strani aneddoti, quel tipo di dicerie sotterranee che riescono ad attraversare un intero paese, di parrocchia in parrocchia. Papa Pio aveva visioni mistiche. Era questa la voce che circolava. Il Papa aveva assistito a una serie di avvenimenti soprannaturali, sotto forma di visioni nel cuore della notte. Questo era quello che raccontavano certe persone, tipo, non so, suore, vecchie signore nelle serate di novena, ma anche parrocchiani abbienti, rosei e in buona salute, membri dell’associazione dei Knights of Columbus. La gente sente una storia del genere e qualcosa si rimescola nell’anima, qualcosa spicca un balzo dalla vecchia cara cantilena della vita e costringe a una lettura completamente diversa della realtà.

In classe uno studente accennò a queste voci con padre Paulus nel corso di una discussione che sfiorò l’argomento della taumatologia, ovvero lo studio dei miracoli.

Il vecchio prete guardò fuori dalla finestra.

– Se avessi bevuto rosso scadente fino alle tre del mattino, anche tu avresti le visioni.

Più tardi, nel corso della giornata, andai a trovare padre Paulus nel suo ufficio. Dovetti percorrere trecento metri sotto una tempesta di neve. Con i lembi del berretto di lana tirati sulle orecchie, mi proteggevo con l’avambraccio alzato, dal nevischio tagliente, da tutta quella violenza fisica, la tempesta di neve e gli spazi aperti, la realtà di una distesa di terra chiamata Nord America che mi era totalmente nuova.

Il padre cominciò a parlare prima che mi togliessi il giubbotto.

– Ecco, è quando mi si irrigidiscono i peli del naso che mi viene voglia di ritirarmi nel Sud della Francia.

– La neve sulla piazza.

– Sì. Lo so.

– Le panchine sono sepolte.

– Sì, – disse lui.

– Me ne accorgo adesso, guardando fuori dalla finestra, laggiù, ho camminato su una panchina.

– Sì. Mettiti a sedere Shay e dimmi come vanno le cose. Parlami un po’ dei progressi di un giovane. Sarà il titolo di questa seduta.

– Mi sono fatto prestare un paio di stivali.

La risposta gli piacque.

– Ti vanno bene?

– No.

Meglio ancora. Quando mi interrogava sul mio stato mentale e spirituale, cosa che faceva solo raramente, se davo risposte pratiche, come facevo sempre, sembrava credere che escogitassi una risposta terra terra grazie a un istinto virile, mentre in realtà ero solo confuso, perennemente alle prese col tentativo di mettere insieme una frase accettabile.

– Cosa stai leggendo?

Snocciolai una lista di titoli.

– Capisci quello che c’è in quei libri?

– No, – dissi.

Lui sorrise di nuovo. Doveva essere stanco di ragazzi dotati. Aveva lavorato con ragazzi molto preparati e credo avesse voglia di parlare con canaglie dell’altro tipo, quelli che avevano creato problemi a se stessi e agli altri.

– Qualcosa capisco. E quello che non capisco, lo imparo a memoria.

Teneva il gomito appoggiato sulla scrivania e sorreggeva la testa con la mano piegata. Niente sorriso stavolta.

– Non è questo il motivo per cui abbiamo creato questo posto, ti pare?

– Ma io studio come un matto, padre.

– D’accordo, ma non puoi imparare a memoria le idee come fai con le desinenze latine.

Le sue mani erano piccole e prive di macchie. Alcuni degli altri gesuiti indossavano maglie di flanella e maglioni pesanti, ma padre Paulus non si lasciava influenzare dal clima o dalla geografia , né dall’atmosfera di speciale libertà che regnava al Voyageur. Lui vestiva il completo nero con il colletto ecclesiastico, cosa che rispettavo e trovavo rassicurante.

– Qui, uno dei nostri principali obiettivi è produrre uomini seri. Che razza di fenomeno è un uomo serio? Non è cosi facile da spiegare. È una persona che, alla fine, sviluppa una certa profondità, un grande spazio interiore, diciamo, sotto forma di rispetto per altri modi di pensare e di credere. Vediamo di allargare un po’ lo stretto sistema delle tubature umane e vediamo di aiutare un giovane a raggiungere una forza etica che lo renda deciso, che gli mostri precisamente chi è, Shay, e come è destinato ad affrontare il mondo.

Si aveva sempre paura di deludere il padre, di non essere all’altezza del discorso. E di essere piatti, mentre lui voleva uno scambio più vivace, fosse anche un comportamento da spaccone, insolente e menefreghista. Piatto e sgobbone, mentre lui voleva l’indipendenza e la discussione aperta.

– La mia vita, lo confesso … sì, perché no, tu sentirai la mia confessione, Shay. Chi altri potrebbe ascoltarla meglio di te? Mi ci sono voluti tutti questi anni per capire che non sono un uomo serio. Troppa ironia, troppa vanità, troppo poco di, come dire, di un sacco di cose. E nessuna rabbia, capisci. Una piccola rabbia da unghia incarnata, un’insignificante frustrazione. Alla fine arrivi a capire queste cose. Cosa bisogna fare? Agire in base ai principi? Oppure individuare ragioni che giustifichino il tuo cattivo comportamento? Questa è la mia confessione, non la tua, quindi non sei tenuto a rispondere. Non ancora, almeno. Alla fine, sì. Alla fine, in cuor tuo saprai fino a che punto hai soddisfatto l’impegno di essere un uomo.

– Nessuna rabbia, – dissi io. – Cosa intende dire?

– Nessuna rabbia. Rabbia e violenza possono essere elementi di tensione produttiva in un’anima. Possono contribuire alla pienezza della propria identità. Uno dei modi che un uomo ha a disposizione per liberarsi dalla meschinità è di dare un pugno in bocca a un altro uomo.

Dovevo averlo guardato con tanto d’occhi.

– Questo non puoi metterlo in discussione, vero? Non mi piace la violenza. Mi spaventa a morte, ma penso che possa rappresentare una forza di espansione per la personalità. E penso che la capacità di un uomo di opporsi alle proprie tendenze violente possa essere fonte di virtù, un’affermazione di carattere e tolleranza.

– Allora cosa bisogna fare? Prendere a pugni o resistere alla tentazione?

– Bene, vedo che hai capito il problema, ma io non ho la risposta. Tu sì, – disse. – Ma quanto può essere serio un uomo se non sperimenta fino in fondo gli appetiti e le passioni della sua razza, anche solo per reprimerle o usarle, in un modo o nell’altro, proficuamente?

Chi meglio di te può ascoltare la mia confessione? Aveva detto proprio questo, giusto? Uno che è stato in riformatorio. Uno che ha la risposta. Naturalmente io non avevo niente che assomigliasse a una risposta e mi chiedevo perché lui fosse convinto che possedessi una conoscenza speciale per aver fatto quello che avevo fatto.

– Ti sei mai imbattuto nella parola velleità? Possiede una bella eco tomistica. La volontà al suo livello più basso. Una piccola cosa, un desiderio, una tendenza. Se hai una volontà debole, finisci per vivere nelle pieghe più superficiali delle tue preoccupazioni. Stiamo andando a parare da qualche parte?

– È la sua confessione, padre.

L’ufficio era in una delle vecchie baracche e la forza del vento scuoteva le travi facendole scricchiolare.

– L’Aquinate diceva che solo le azioni intense rafforzano un’abitudine. Non la semplice ripetizione. L’intensità è utile alle conquiste morali. Una volontà intensa e perseverante. Questo è un elemento di serietà. La perseveranza. Questo è un elemento. Un senso di finalità. Un compito che ci assegniamo da soli. Dimmelo se sto farneticando. Ti rispetterò per questo.

Eravamo a circa trenta miglia dal confine canadese in un disordinato ammasso di baracche e altre strutture di legno, un ritorno alle origini, forse, alle radici missionarie dell’ordine – eccetto che gli indigeni in questo caso eravamo noi. Poveri ragazzi di città che davano qualche speranza; alcuni dal corpo fragile e dalla memoria fotografica, con una certa sporcizia addosso; quelli che erano intelligenti ma instabili; quelli che non riuscivano ad adattarsi; quelli il cui adattamento era stato imposto dallo stato; un gruppo di latino-americani di un centro gesuita in Venezuela, giovani svegli e intelligenti dall’aria cosmopolita, con le chiappe congelate; e alcuni ragazzi di campagna, di fattorie poco distanti, più goffi di un vestito preso a prestito.

– Talvolta penso che l’educazione che dispensiamo qui sia più adatta a un cinquantenne che ha capito di aver mancato il bersaglio al primo giro. Troppe idee astratte. Verità eterne a destra e a sinistra. Ti servirebbe di più guardarti una scarpa e nominarne le parti. A te in particolare, Shay, visto da dove vieni.

Questo parve rianimarlo. Si sporse sopra la scrivania e fissò, letteralmente, i miei stivali bagnati.

– Sono oggetti orribili, vero?

– Sì, senza dubbio.

– Nominami le parti. Coraggio. Qui non siamo così ricercati, non siamo cosi intellettualmente chic da non poter esaminare uno studente faccia a faccia.

– Nominare le parti, – dissi. – D’accordo. Stringhe.

– Stringhe. Una su ogni scarpa. Procedi.

Alzai un piede e lo girai goffamente.

– Suola e tacco.

– Sì, continua.

Posai di nuovo il piede a terra e fissai lo stivale, che mi parve inespressivo quanto uno scatolone chiuso.

– Procedi, ragazzo.

– Non c’è molto da nominare, le pare? Un davanti e un dietro.

– Un davanti e un dietro. Mi fai venir voglia di piangere.

– La parte arrotondata sul davanti.

– Sei talmente eloquente che devo fare una pausa per riavermi. Hai nominato le stringhe. Come si chiama il lembo sotto le stringhe?

– La linguetta.

– Be’?

– Il nome lo sapevo, soltanto che non l’avevo vista.

Padre Paulus fece il suo piccolo numero, buttandosi a corpo morto sulla scrivania e sussultando lievemente come se fosse in preda a una terribile angoscia.

– Non l’hai vista perché non sai guardare. E non sai guardare perché non conosci i nomi.

Tentennò il capo come per rimproverarmi aspramente, con un gesto teatrale, e si ritrasse dal piano della scrivania, lasciandosi cadere sulla sedia girevole e guardandomi di nuovo prima di fare un quarto di giro deciso e sollevare la gamba destra quel tanto che bastava perché il piede, o meglio la scarpa, trovasse una sistemazione sul bordo della scrivania, punta all’insù.

Una normalissima scarpa da prete nera.

– D’accordo, – disse. – Suola e tacco li conosciamo.

– Sì.

– E abbiamo identificato la linguetta e le stringhe.

– Sì, – dissi.

Delineò con il dito una striscia di pelle che attraversava il bordo superiore della scarpa e scendeva sotto la stringa.

– Cos’è? – chiesi io.

– Dimmelo tu. Cos’è?

– Non lo so.

– È il risvolto.

– Il risvolto.

– Il risvolto. E questa sezione rigida sopra il tacco. Questo è il rinforzo.

– Questo è il rinforzo.

– E questo pezzo a metà tra il risvolto e la striscia sopra la suola. Questo è il dorso.

– Il dorso, – ripetei.

E la striscia sopra la suola. Quello è il guardone. Ripetilo, ragazzo.

– Il guardone.

– Lo vedi, come restano nascoste le cose di tutti i giorni? Perché non sappiamo come si chiamano. E l’area frontale che copre il collo della scarpa, come si chiama?

– Non lo so.

– Non lo sai. Si chiama tomaia. Tomaia.

– Ripetilo.

Tomaia. L’area frontale che copre il collo della scarpa. Credevo di non dover imparare le cose a memoria.

– Sono le idee, che non devi imparare a memoria. E non prenderci troppo sul serio quando arricciamo il naso di fronte all’apprendimento a memoria. La ripetizione a memoria aiuta a costruire l’uomo. E la stringa la fai passare attraverso che cosa?

– Questo dovrei saperlo.

– Certo che lo sai. I buchi su entrambi i lati e sopra la linguetta.

– Non mi viene in mente la parola. Occhiello.

– Forse ti lascerò vivere, dopotutto.

– Gli occhielli.

– Sì. E il rivestimento metallico su ciascuna estremità della stringa.

Diede un colpetto all’oggetto in questione con il dito medio.

– Questo non lo saprei neanche tra un milione d’anni.

– L’aghetto.

– Neanche tra un milione d’anni.

– Il puntale o aghetto.

– L’aghetto, – ripetei.

– E il piccolo anello di metallo che rinforza il bordo dell’occhiello attraverso cui passa l’aghetto. Stiamo facendo la fisica del linguaggio, Shay.

– L’anellino.

– Lo vedi?

– Sì.

– Questa è la guarnizione, – disse.

– Oddio, ragazzi!

– La guarnizione. Imparala, conoscila e amala.

– Sto andando fuori di testa.

– Questa è la conoscenza arcana definitiva. E quando porto la scarpa dal calzolaio e lui la mette su una forma per fare le riparazioni, un blocco di legno a forma di piede. Come si chiama?

– Non lo so.

– Si chiama semplicemente forma da scarpa.

– Mi si sta spaccando la testa.

– Le cose di ogni giorno rappresentano la conoscenza più trascurata. Questi nomi sono vitali per il tuo progresso. Cose quotidiane. Se non fossero importanti, non useremmo una parola così splendida di derivazione latina. Ripetila, – mi intimò.

– Quotidiano.

– Una parola straordinaria che suggerisce la profondità e la portata del luogo comune.

II colletto bianco pendeva allentato sotto il pomo d’Adamo e la pelle sulla gola stava diventando floscia e fibrosa, e sembrava coglierlo impreparato, la vecchiaia, che arrivava in ritardo ma in fretta.

Mi misi il giubbotto.

– Voglio darti un libro, – disse padre Paulus.

Le sue mani però erano ancora giovani, di un morbido rosa infantile. In un angolo del tavolo c’era una scacchiera, con i pezzi schierati in bell’ordine sui due lati.

– Vieni a Upper Red domani e vedrò di trovartelo.

Upper Red era la residenza del corpo insegnanti. Al Voyageur gli edifici portavano il nome di località famose – laghi, città, fiumi, foreste. Non venivano battezzati col nome di santi, teologi o martiri gesuiti. I gesuiti, secondo Paulus, erano stati trattati così brutalmente in tanti posti per i loro tentativi di convertire e trasformare – decapitati in Giappone, sventrati nel Corno d’Africa, mangiati vivi in Nord America, crocefissi in Siam, sventrati e squartati in Inghilterra, gettati nell’oceano al largo del Madagascar – che i fondatori del nostro piccolo college sperimentale avevano pensato di risparmiare al paesaggio alcuni degli emblemi più sanguinosi della storia dell’ordine.

– A proposito, Shay.

– Sì, – dissi.

– È possibile che ieri ti abbia visto insieme a quel gruppetto che firmava una petizione a favore del senatore McCarthy?

– Sì, c’ero anch’io, padre.

– A firmare la petizione.

– Sembrava okay, – dissi.

Lui annuì, guardando un punto sopra la mia testa. – Lo sai perché il senato lo ha condannato?

– Non lo so, ma gli altri stavano firmando, – dissi. – Alcuni dei sudamericani, – dissi con un filo di disperazione, sapendo quanto doveva sembrare stupida una risposta del genere, ma pensando che fosse comunque un modo per giustificarmi.

– Così hai firmato anche tu. Gli altri stavano cagando, padre.

Quindi ho cagato anch’io.

Mi oltrepassò con lo sguardo, facendo un ragionevole cenno d’assenso, e io mi girai per andarmene.

Per un po’ camminai avanti e indietro attraversando la piazza nella tempesta di neve. Poi tornai nella mia stanza e mi liberai del giubbotto. Volevo cercare le parole sul dizionario. Mi tolsi gli stivali e lanciai il berretto sul lavandino. Volevo cercare le parole. Volevo cercare velleità e quotidiano e impararle a memoria, queste stronze di parole, una volta per sempre, impararne l’ortografia, la pronuncia, ripeterle ad alta voce, sillaba per sillaba – vocalizzare, produrre suoni vocali, emettere suoni, pronunciare le parole per quello che valevano.

Questo è l’unico modo al mondo di sfuggire alle cose che hanno fatto di te quello che sei.

Fine

OUA2BE~1 a chi è arrivato fino in fondo!