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Notte stellata – Vincent Willem Van Gogh

Qualche anno fa, mentre frequentavo con diversi amici un corso di scrittura creativa serale, la docente aprì un libro d’arte e ci invitò in cattedra a osservare con la maggiore attenzione possibile una riproduzione del quadro Notte stellata del grande pittore olandese, e poi ci chiese di scrivere, dopo una breve rielaborazione mentale, tutte le sensazioni che avevamo provato guardando il dipinto. Confesso che restai parecchio turbato alla vista di quell’immagine: di colpo il cielo colorato con spesse e turbinose pennellate riportò alla luce una paura infantile provata a casa di uno zio paterno in una tarda sera d’estate. I miei cugini e io non avevamo assolutamente intenzione di andare a dormire: a nulla erano servite le tante sollecitazioni ricevute dai grandi di piantarla di fare chiasso e di filare a letto. A un certo punto lo zio, seccato dal nostro comportamento irriguardoso, si alzò da tavola e ci spinse a scappellotti nella nostra stanza, chiuse la porta e…

Ecco cosa scrissi di getto a lezione, avendo davanti agli occhi della mente quel quadro di Van Gogh:

La notte era stellata eppure tutt’attorno era buio e silenzio. Il vento batteva con violenza sulla porta e sulle finestre della mia casa. In cielo vortici d’aria sembravano cavalloni di onde inferocite in un mare in tempesta.

Avevo paura.

Toc, toc!

«Dormi, dormi, bel piccino della mamma… altrimenti arriva il lupo… Uhhhhhhh!»

Riconobbi la voce, però non mi tranquillizzai.

Ma allora non era un sogno! Tutto era troppo realistico, palpitante, per essere un’allucinazione. Stavo affacciato a una balaustra e il vento mi scompigliava i capelli. Guardai in su e vidi la luna: una palla infuocata che non diffondeva luce ma, arrogante e dispettosa, la tratteneva per sé. Un cipresso a forma di candela mi si parò davanti, coprì l’orizzonte e costrinse il mio sguardo a raggiungerne la cima appuntita che si perdeva in un cielo-oceano impazzito.

Avevo sempre più paura.

«Dormi, dormi, bel piccino della mamma…»

Chiusi gli occhi per non vedere il buio che mi circondava e il mio corpo diventò leggero, venni attirato fuori dalla stanza da letto e, come foglia palmata, volteggiai in cielo.

Guardai giù.

Il paese era una serie di tesserine illuminate tra cui svettava, arcigna, un’asta. Ondeggiando scesi verso il basso e l’asta divenne il campanile acuminato di una chiesa. Riconobbi le abitazioni di parenti e amici, ma le strade erano vuote.

Avevo paura.

Volai su per la collina e lì ripresi forme e peso. Rapido rientrai in casa, chiusi la porta e mi ficcai in letto.

Toc, toc!

«Dormi, dormi, bel piccino della mamma… altrimenti arriva il lupo… Uhhhhhhh! Uhhhhhhh…»

La voce si smorzò e, prima di sentire dei passi che si allontanavano, nel silenzio che mi circondava, da sotto la porta della mia stanza percepii un fruscio…

***

Non ricordo bene cosa fecero i miei cuginetti, ma io misi la testa sotto il cuscino e, terrorizzato, cercai con tutte le mie forze di addormentarmi. Questo breve racconto, rielaborato, l’ho trasformato nel finale del romanzo Alla bisogna tango si balla, scritto diversi anni fa e che regalo a chiunque me lo chiede. Che cos’era quel misterioso fruscio che sentii provenire da sotto la porta? No, non ve lo dico! Lasciamo vivere un pizzico di suspense…A bocca aperta

Per non essere tacciato di nuovo di vanagloria, eccovi una vignetta che ho trovato su Internet e che utilizzo per concludere con un sorriso il post di questa settimana:

Troppe primarie

Nicola