Olocene, cos’è ? – di N. Losito

Pubblicato: 26/03/2012 in cultura, prosa, racconto, reportage, Società, Viaggi
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Quaternario (o Neozoico) è il termine per definire il periodo geologico più recente, cioè quello in cui viviamo oggi.

La Commissione Internazionale di Stratigrafia riconosce per il Quaternario la suddivisione in due epoche, ordinate dalla più recente alla più antica:

  • Olocene da 0,0117 Ma (milioni di anni fa), cioè 11.700 anni fa e tuttora in corso.
  • Pleistocene da 2,588 Ma a 0,0117 Ma.

Ok, ok, non voglio certo annoiarvi con una lezione sulla Storia della Terra! L’introduzione, tratta da Wikipedia, mi serviva perché il termine “olocene”, richiamato dalla canzone di Bon Iver che fa da colonna sonora al filmato che potete vedere qui sotto, non lo conoscevo e mi aveva parecchio incuriosito.

Per gustare al meglio le bellissime immagini del video, espandetelo a tutto schermo.

Director: NABIL (NABIL.com)
Producer: Jill Hammer
Production Company: NE Direction
Editor: Isaac Hagy
DOP: Larkin Sieple

Bene, se avete guardato il filmato con attenzione, immagino che, come me, siate rimasti muti, incantati, in alcuni momenti persino impauriti, di fronte a un simile spettacolo della natura. Vi assicuro che se fossi stato io al posto di quel bambino, la bellezza selvaggia, incontaminata e solitaria di quei luoghi mi avrebbe fatto scoppiare il cuore.

C’è da chiedersi: esistono ancora sulla Terra dei posti così belli o sono il frutto dell’elaborazione di un tecnico di computer dotato di grande fantasia?

Bella domanda.

Dopo avere visto Holocene mi è venuto in mente che qualche anno fa anch’io ho scritto un racconto il cui protagonista, analogamente al bambino del filmato, va alla scoperta di luoghi sconosciuti, magici e paurosi, luoghi che non dimenticherà più.

Quel bambino ero io.

Buona lettura. 

Nicola

Bisce d’acqua

Bisce d'acqua

Nicola è davvero troppo piccolo per quella sacca pesantissima che si trascina appresso, però, testardo com’è, non vuole darla vinta a sua sorella che lo segue a pochi passi di distanza.

Certo, se solo lo chiedesse, Pina gli darebbe una mano; ma lui vuole arrivare alla masseria dei nonni per primo e niente potrà impedirglielo. Di tanto in tanto si volta indietro a guardare mamma e papà e, senza parlare, alzando il braccio libero, chiede conferma sulla via da seguire.

Ha otto anni ed è la prima volta che affronta a piedi il tragitto che dalla stazione dell’Incoronata porta all’abitazione dei nonni. La stradina polverosa, un tratturo inciso nella terra dalle ruote dei carretti dei contadini, il sole di fine giugno e l’ora mediana rendono il camminare tutt’altro che agevole.

In prossimità di un grande cavalcavia il sentiero termina e si trasforma in una larga strada di terra battuta rossa dove è molto più facile procedere. Sotto il cavalcavia s’intravede il torrente Cervaro, un piccolo corso d’acqua che scorre nella loro stessa direzione, ma è visibile solo a tratti, nascosto com’è da vegetazione incolta, avanguardia di un bosco che, poco più avanti, si presenterà imponente. I suoi occhi di bambino di città sono incuriositi e affascinati dai campi di grano da poco mietuti, dalle strane tortuosità di un corso d’acqua che appare e scompare e dal bosco i cui alberi secolari hanno rami che arrivano a fare ombra oltre il centro della strada. Dopo una curva a gomito, finalmente, si materializza il luogo che, da giorni e giorni, Nicola sta sognando. In controluce dapprima è una macchia bianca che spunta dal terreno, poi i contorni si precisano e la macchia si trasforma in una grande costruzione con porte e finestre. Tra quelle mura pitturate a calce c’è vita a riposo e a risvegliarla è l’abbaiare assordante di due cani legati a forti e lunghe catene.

Due figure, anziane e dal viso cotto dal sole, compaiono sull’uscio e vanno incontro al bambino che compie quell’ultimo tratto di strada correndo verso il loro abbraccio.

Nei giorni seguenti, saranno mille le cose di campagna che Nicola imparerà a riconoscere e ad amare. Le pecore, i buoi, i cavalli, ora li può avvicinare e persino accarezzare. In più ha un desiderio urgente da soddisfare: guardare da vicino il torrente che aveva intravisto ai piedi del cavalcavia. Per farlo, però, ha bisogno di un permesso speciale.

«Posso andarci domani mattina, allora?» chiede a nonno Pietro.

«Sì, – è la sua risposta – ma devi arrivare solo fino ai margini del bosco. Oltre è pericoloso.»

L’indomani, svegliatosi di buon’ora, armato di un corto bastone e con ancora in mano la fetta di pane e pomodoro della colazione, Nicola si avvia alla sua prima e solitaria esplorazione. Percorre in pochi minuti il tratto di strada che giorni addietro, col peso della borsa, gli era sembrato interminabile. Alla base del cavalcavia, un sentiero, tracciato da erba secca schiacciata, lo porta proprio sotto quella struttura che pare esagerata per un rigagnolo d’acqua che fatica a trovare la via nel bosco. Si siede su un masso di cemento squadrato che rinforza uno dei quattro pilastri del viadotto, per riposarsi un attimo all’ombra della volta che lo sovrasta e per togliersi i sandali nuovi che devono durargli per tutte le vacanze.

Dattorno non c’è anima viva. Il canto ininterrotto delle cicale e il rimbombo attutito dei motori dei rari camion, che passano di lì, sono gli unici segni di vita in quella cattedrale priva di pareti che è il ventre del cavalcavia. Aiutandosi col bastone e stando attento a non incespicare, il bambino inizia a prendere confidenza con l’ambiente che lo circonda. Arrivato in vicinanza dell’acqua, la sensazione di affondare di qualche centimetro nel greto fangoso lo costringe a fermarsi. Non è la paura che ha provato al cinema guardando gli esploratori inghiottiti dalle sabbie mobili, ma solo un po’ di apprensione causata dal terriccio viscido che s’intrufola fra le dita dei piedi. Prima di proseguire, col bastone controlla che il fondo del torrente sia basso e sicuro. Appena dentro, il timore scompare, lasciando il posto a un gradevole e refrigerante solletico alle caviglie dovuto al lento scorrere dell’acqua.

L’acciottolato irregolare del letto del fiume costringe Nicola a procedere con cautela per non ferirsi le piante dei piedi. È un bambino di città e non è abituato a camminare scalzo. Decide di muoversi contro corrente perché, pochi metri più avanti c’è una larga pozza che dà l’idea di essere abbastanza profonda da contenere persino dei pesci. Una roccia sporgente fa sì che l’acqua, uscendo dall’invaso, s’incanali e scenda verso il basso sotto forma di minuscola cascata.

Lì avviene la prima fantastica scoperta della giornata.

L’acqua, cadendo, ha pulito e levigato i sassi sul fondo del torrente, svelando sulla loro superficie delle striature nere, grigie e bianche. Alcuni di essi, quasi fossero gemme preziose, riescono a riflettere anche i raggi del sole. Nicola immerge le mani nell’acqua e inizia a scegliere e a depositare in tasca quelli più piccoli e dai colori più vivaci. Solo quando le sue tasche sono piene, riprende il cammino verso la pozza. Arrivato nelle sue vicinanze, non riuscendo a calcolarne, né con l’occhio né col bastone, la profondità, decide prudentemente di non attraversarla.

S’inginocchia, avvicina il viso allo specchio d’acqua nella speranza di individuare dei pesci o delle rane, ma la vegetazione del fondo nasconde qualsiasi traccia di vita. Deluso sta per allontanarsi quando, da dietro, una splendida libellula azzurra, dopo un indeciso volo radente attorno alla sua testa, va a posarsi sul pelo dell’acqua, provocando delle onde a forma di piccoli cerchi concentrici. Ed ecco che, proprio in quel punto, arrivano alla superficie dei pesciolini affamati, annunciati da bolle che scoppiano silenziose al contatto dell’aria. La libellula, impaurita, vola subito via e quelli, dopo una breve danza vorticosa, scompaiono sul fondo.

La superficie dell’acqua torna rapidamente immobile, del tutto priva di qualsiasi attrattiva.

Amareggiato il bambino si rialza in piedi: inutile aspettare che accada qualcosa di  interessante, tanto vale tornare alla masseria.

Se non avesse avuto nelle tasche quei preziosi sassolini colorati, l’esplorazione del fiume sarebbe stata un completo fallimento. Se avesse potuto catturare anche la libellula o un pesce, allora sì che avrebbe avuto tante belle cose da mostrare ai nonni!

A passi lenti Nicola si allontana dalla pozza per fare a ritroso il cammino verso il pilone dove aveva lasciato i sandali. Appena rimessi i piedi in acqua, i suoi occhi incrociano qualcosa che gli fa saltare il cuore in gola. Non distante dalle sue gambe un gruppo di dieci, venti, bisce filiformi, disposte a esse, sta percorrendo velocemente il corso del torrente. Sembra che non procedano a contatto dell’acqua ma che volino sopra di essa. Lo spavento provocato da quell’improvvisa e inaspettata apparizione gli fa perdere l’equilibrio e, in meno di niente, si ritrova disteso in acqua a gambe all’aria. In un estremo tentativo di difesa, dalla sua gola esce un urlo che spaventa quelle angoscianti presenze e le costringe a fuggire, scomparendo pochi istanti dopo dalla sua vista.

L’umiliazione per essere rovinosamente caduto e avere bagnato pantaloncini e maglietta è forte, ma non sufficiente a farlo piangere. Grandi sono, però, lo sconforto e il disappunto per non avere saputo controllare la paura e per non essere stato capace di reagire, come doveva, di fronte al pericolo. Rialzatosi in piedi, sconsolatamente lascia scendere lungo il corpo l’acqua che lo ha inzuppato fino al collo. Ai lati delle gambe due buffe e rigonfie sporgenze segnalano la presenza delle pietre striate prima raccolte. Con tutta la rabbia che ha in corpo le afferra e inizia a lanciarle in direzione degl’infidi nemici ormai lontani. Solo quando ha svuotato le tasche, si rende conto della stupidità del suo gesto.

Quale trofeo porterà ora a casa?

Insopportabile è il dispiacere per il fallimento della sua prima spedizione in terre sconosciute e, a questo punto, Nicola scoppia in un pianto senza più freni.

Ma un bambino orgoglioso e indomito come lui non può darsi per vinto.

Il canto delle cicale sembra aumentare di volume e lo accompagna in sottofondo mentre, asciugate le lacrime, a schiena curva cerca di recuperare, nel letto del torrente, le pietre preziose appena buttate via.

******

Copyrights © 2012 by Nicola Losito

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commenti
  1. sissa ha detto:

    Non avevo mai apprezzato le tue bisce d’acqua come oggi, dopo il filmato cantante Olocene. Strepitose le immagini. Fanno sognare una realtà molto allettante.
    Non è che riesci a trovare il testo della canzone, tradurlo e pubblicarlo?
    La molla che muove Nicola è una filosofia molto giovane, nel senso che dai giovani è utilizzata per superare gli ostacoli della vita e per raggiungere la propria meta.
    Noi anziani invece ci arrendiamo spesso. Abbiamo capito la vita e la nostra resa è in realtà il nostro modo di vincere la lotta. Cioè, per meglio dire, io mi arrendo. Tu grazie al cielo non lo fai e mi arricchisci con ogni post!
    Grata
    Sissa

    • Nicola Losito ha detto:

      Ho cercato su You Tube il testo della canzone ed eccolo qui:

      “Someway, baby, it’s part of me, apart from me.”
      you’re laying waste to Halloween
      you fucked it friend, it’s on it’s head, it struck the street
      you’re in Milwaukee, off your feet

      …and at once I knew I was not magnificent
      strayed above the highway aisle
      (jagged vacance, thick with ice)
      I could see for miles, miles, miles

      3rd and Lake it burnt away, the hallway
      was where we learned to celebrate
      automatic bought the years you’d talk for me
      that night you played me ʻLip Paradeʼ
      not the needle, nor the thread, the lost decree
      saying nothing, that’s enough for me

      …and at once I knew I was not magnificent
      hulled far from the highway aisle
      (jagged, vacance, thick with ice)
      I could see for miles, miles, miles

      Christmas night, it clutched the light, the hallow bright
      above my brother, I and tangled spines
      we smoked the screen to make it what it was to be
      now to know it in my memory:

      …and at once I knew I was not magnificent
      high above the highway aisle
      (jagged vacance, thick with ice)
      I could see for miles, miles, miles

      Ho tentato di tradurlo ma la mia conoscenza dell’inglese è così modesta che ho rinunciato subito.
      Non ti dico cosa salta fuori utilizzando la traduzione automatica di Google…
      I cantautori impegnati, quelli cioè che non cercano le rime tipo cuore-amore sono estremamente difficili da interpretare anche perché usano espressioni idiomatiche tipiche dei luoghi in cui vivono. Se vuoi divertirti a provarci tu poi mi farai sapere cos’hai capito.
      Tornando al filmato, a me è sembrato così bello che mi sono sentito in dovere di inserirlo in un mio post per condividerlo con i quattro gatti che seguono il mio blog ed è stato automatico associarlo a quel mio vecchio racconto che tu avevi già letto. In entrambi i casi mi sembra che sia evidente il piacere di un bambino di scoprire cose mai viste prima.
      Quanto alla filosofia degli adulti, conoscendoti, non mi sembri arrendevole come ti descrivi. Anzi ti trovo sempre combattiva e determinata a ottenere quello che è il meglio per i tuoi ragazzi e per te stessa. Piccole ed estemporanee sconfitte non inficiano la solidità della struttura complessiva che stai costruendo.
      Fidati.
      Nicola

  2. sissa ha detto:

    C’è nessuno che può provvedere a darmi per lo meno il senso del testo riportato sopra?
    Il mio inglese non va molto oltre “Michelle ma belle, sont des mots qui vont tres bien ensemble…”
    Ringrazio anticipatamente, forse inutilmente.
    Sis

    • Nicola Losito ha detto:

      Ahahahah, il tuo inglese assomiglia moltissimo al francese…
      Vabbé, aiutandomi col vocabolario e col (pessimo) traduttore di Google eccoti una fattispecie di traduzione in cui spesso il senso logico latita. Ma i cantautori americani a volte sono criptici…
      Mi perdonino quelli che conoscono bene l’inglese!

      “In qualche modo, baby, è parte di me, a parte me.”
      stai devastando Halloween
      ti sei fottuto amico, è sulla sua testa, ha colpito la strada
      sei in Milwaukee, fuori dai tuoi piedi

      … E subito mi resi conto che non ero straordinario
      smarrito al di sopra del corridoio autostradale
      (vacance frastagliata, spessa come ghiaccio)
      Ho potuto allungare lo sguardo per chilometri, miglia, miglia

      terzo e il lago è bruciato, il corridoio
      era dove abbiamo imparato a celebrare
      gli acquisti automatici che negli anni hanno parlato per me
      quella notte hai giocato Lip Parade per me
      Non l’ago, né il filo, il decreto ha perso
      senza dire nulla, questo mi basta

      … E subito mi resi conto che non ero straordinario
      sperso lontano dal corridoio autostradale
      (frastagliata vacance, spessa come ghiaccio)
      Ho potuto allungare lo sguardo per chilometri, miglia, miglia

      Notte di Natale, si concentrò la luce, a illuminare
      mio fratello, me e aggrovigliate spine
      abbiamo sfumato la visione per renderla quello che doveva essere
      per farla entrare nella mia memoria:

      … E subito mi resi conto che non ero straordinario
      al di sopra della navata autostradale
      (frastagliata vacance, spessa come ghiaccio)
      Ho potuto allungare lo sguardo per chilometri, miglia, miglia

      Nicola

  3. sissa ha detto:

    Grazie. Sì, criptici; sì, poetici: Ecco ciò che mi ha colpito: e subito mi resi conto che non ero straordinario… smarrito in nessun posto e dappertutto …. perfino nei non-luoghi! Ho potuto allungare lo sguardo per chilometri, miglia e miglia…. se potessi veramente essere fuori dai miei piedi!
    L’opposto del piccolo Nic che con l’istinto vive!
    Nulla da perdonare, caro amico! Solo da ringraziare.
    sis

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