L’insostenibile molestia delle metafore – di N. Losito

Pubblicato: 18/11/2015 in Appunti di scrittura, articolo, cultura, curiosità, discussione, Libri, recensione, Romanzo, Società, umorismo
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Metafora

Chiariamo subito la faccenda: io non amo le metafore in prosa. Per tante ragioni che provo a elencare:

1- Perché non sono capace di inventarle.

2- Perché rallentano il ritmo della narrazione.

3- Perché chi sa costruirle ne approfitta per seminarle ovunque nei propri libri.

Volete un esempio di scrittrice che le ama spudoratamente? Margaret Mazzantini. Di questa autrice, regista, attrice, ho letto un solo libro ed è stato sufficiente per convincermi a lasciare perdere tutti gli altri che ha scritto in seguito. In Non ti muovere, un romanzo di 295 pagine, lei ha piazzato almeno tre metafore in ogni pagina. Fate voi il conto di quante ne ha costruite. Se le cancelliamo tutte, il numero di pagine del libro si riduce a una interessante quanto breve sceneggiatura di un film di successo, presto dimenticato.

4- Perché spesso e volentieri le metafore sono così strane e complesse che (io) non le capisco. E questo mi irrita grandemente. Siccome mi reputo una persona abbastanza intelligente, (in vita mia ho studiato e letto molto) eppure gran parte delle metafore che incontro nel mondo letterario di oggi non riesco a decodificarle. Bene, siccome non mi piace parlare a vanvera, farò degli esempi tratti da un libro che ho appena finito di leggere e che ha vinto il premio Strega proprio quest’anno. Si tratta del romanzo di Nicola Lagioia, La ferocia:

La ferocia

Primo esempio a pagina 49:

“Gli accenti spostati sui tasti del pianoforte, i cluster e i silenzi improvvisi rimescolavano i concetti di prima e dopo perché il mondo risuonasse un tutt’uno già redento in ogni scheggia.”

Secondo esempio sempre a pagina 49:

“L’dea del sublime (ma come avere la prova che non fossero le farneticazioni di un imbecille?) andava di pari passo con l’ossessione computazionale.”

Terzo esempio a pagina 61:

“Per trovare il tono giusto provò ad attingere dai colleghi delle passate generazioni, quelli che aprivano talmente male le vocali da scuotere l’Unità del paese con lo strumento che avrebbe dovuto stringerle il collare.”

Quarto esempio, sempre a pagina 61:

“In lontananza si levava il mormorio della città poco prima del risveglio, un rumore di automobili senza automobili, la piccola tempesta elettrica dei tanti che, sul punto di riaprire gli occhi, rivivevano in poche frazioni di secondo il film della giornata che stava per iniziare.”

Quinto esempio a pagina 64:

“La voce del monsignore riemerse dal silenzio come si fosse spinta in un crepaccio e ora mostrasse i segni di una profondità che superava l’opinione personale”

Così, per curiosità, qualcuno riesce a immaginarsi com’è nella realtà la voce del monsignore? Sorpresa

Sesto esempio a pagina 67:

“Ogni tanto, tra le rughe che circondavano gli occhi dei presenti, pulsa un fastidio privo di abrasioni.”

Settimo esempio a pagina 68:

“Il corpo di sua figlia irradiava l’inspiegabile verità delle stanze nelle case in cui non abitiamo più da tempo.”

Ottavo esempio a pagina 70:

“Così questa ragazza, pensò spezzando l’ostia sopra la patena, indovinando solo in parte e non immaginando, per la metà su cui sbagliava, a quale distanza fosse dalla verità.”

Nono esempio a pagina 75:

“La notizia aveva iniziato a diffondersi affidata alla sovranità degli algoritmi.”

Decimo esempio a pagina 84:

“Aveva l’aria di uno che fatica a riprendersi da un brutto colpo – la parte materiale un po’ sfocata, lo spirito sbalzato avanti per l’impatto, sembrava prigioniero di un futuro da cui cercava di tornare.”

Infine, a pagina 89, un lungo paragrafo dove lo scrittore parla della campagna:

“Impaurita dalla moto, la lucertola si tuffò nei fili d’erba. Scomparve tra i rami lacerando nella fuga la tela del ragno salticida, il quale, ricomposta l’immagine del rettile attraverso i suoi otto occhi, era riuscito a evitare l’impatto. Il ragno zampettò. Il terreno secco e arido registrò l’informazione sovrapponendola all’alfabeto delle formiche che si incrociavano spezzando e biforcando e poi ricomponendo una linea che non era mai la stessa. La legge a cui obbedivano si modificava in loro confermandosi nella legge di ogni simile, riceveva nuovi impulsi dalle profondità del formicaio, poi da più lontano, dalla tremenda forza che cambia volto alle stagioni. La saliva passò di labbra in labbra e il cuore accelerò nel buio della sala cinematografica. La curvatura dell’addome si tese su se stessa e si spaccò. Sotto la spinta della muta, un’epidermide nuova di zecca venne fuori dalla morta carcassa di colore brunastro. Dopo aver lasciato che la cuticola si indurisse all’aria aperta, la cicala spiccò il suo primo volo. Atterrò su una foglia di rosmarino. Le lamine sotto l’addome cominciarono a vibrare, e un suono secco, simile a uno schiocco di dita, segnalò la sua presenza al mondo.”

A questo punto del libro, Nicola Lagioia deve essersi reso conto che non poteva continuare con questa sfilza di metafore (per me) decisamente difficili da comprendere e cambia registro, abbandona le metafore e si lancia in una ricostruzione dei fatti dove i flash back si alternano al presente in un modo così convulso e repentino che a volte si fa fatica a intuire in che tempo e in che luogo ci troviamo.

Il romanzo, per fortuna, prende quota nelle ultime sezioni in cui è diviso il libro: qui lo scrittore decide che è arrivato il momento di spiegare ai lettori qual è la vicenda e come essa andrà a finire. Ammetto che sono stato varie volte sul punto di abbandonare il romanzo al suo destino, ma, come sempre, sono arrivato in fondo. Concludendo, di sicuro Nicola Lagioia è un bravissimo scrittore che sa il fatto suo, avendo al suo attivo una grande padronanza della lingua italiana. Anche i suoi personaggi e l’ambientazione sono notevoli: pur con tutto ciò, rimane sempre fissa nella mia testa l’idea che questa sua indiscutibile capacità scrittoria sia spesa più a favore dei critici illuminati che lo leggeranno e lo voteranno in un qualche concorso letterario che per accontentare la pancia, il cuore e la comprensione di un semplice lettore qual io mi reputo.

Nicola

P.S. Mi perdonino i poeti che, invece, amano le metafore e, soprattutto, … le capiscono.

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commenti
  1. ff0rt ha detto:

    Concordo, al 90 se non al 100%: l’uso delle metafore, in prosa, dev’essere limitato e motivato. Chi scrive (non dico “lo scrittore” perché ha un senso pomposo) dovrebbe cercare di dire quello che ha da dire nel modo più semplice e diretto, senza cedere a tentazioni spettacolari. L’abitudine anglosassone mi sembra più concreta, in questo senso: forse la cultura del “best seller”, ovvero del libro di qualità che però deve poter essere apprezzato da una maggioranza di lettori, ha qualche aspetto positivo.

    • Nicola Losito ha detto:

      Considero la metafora, al pari di tutte le figure retoriche, degli esercizi letterari che hanno senso e valore solo se arricchiscono la comprensione di un passo di un racconto, mentre le trovo deleterie se sono fine a se stesse, un modo come un altro per sottolineare la propria bravura di scrittore o di poeta. Tanto di cappello a chi appartiene alla categoria di coloro che sanno usarle nel modo giusto e con parsimonia. Come sempre il troppo stroppia…
      Ciao Francesco.
      Nicola

  2. simonaventurini73 ha detto:

    Nicola buongiorno.
    La voce del monsignore la immagino profonda, cupa, improvvisa e tonante che suoni tetra e così autoritaria da non lasciare possibilità di replica, come se tutto ciò che dice fossero delle verità universali, degli assiomi.
    Detto questo, però, resta il fatto che chi ha scirtto il libro non ha fatto delle metafore ma dei deliri, a mio avviso!
    “L’ondeggiare delle spighe” è una metafora,

    • Nicola Losito ha detto:

      Non sarebbe stato meglio scrivere, come hai fatto tu, che la voce del monsignore era profonda, cupa, improvvisa e tonante e così autoritaria da non lasciare replica, eccetera, eccetera, invece di tirare fuori dal proprio cilindro mentale una metafora irritante perché incomprensibile? Uno scrittore, senza mai essere banale, deve usare la propria bravura per mettere il lettore a suo agio e non confonderlo con sproloqui intellettualistici.
      Un cordiale saluto. Simona.
      Nicola

      • simona ha detto:

        Son totalmente d’accordo. E’ ovvio che poi tutto dipende dal motivo per cui uno scrive, se per il pubblico dei lettori o solo per i premi e per la critica (le due cose spesso sono diametralmente opposte). Mi pare sia la stessa questione che si ripropone per il cinema: ci sono registi capaci che fanno film “inguardabili” perchè non sono fatti per la sala ma per vincere premi. E di solito funziona 😉

        Buona giornata

        P.S.: sono indietro di due tappe nella lettura del “diario di viaggio”: devo recuperare perchè i tuoi viaggi sono sempre mooolto interessanti….

      • Nicola Losito ha detto:

        Ultimamente sono andato al cinema a vedere due film a cui la critica aveva assegnato 5 pallini… beh che dire? Una noia infinita! Ovviamente erano film premiati a qualche festival.
        A presto!
        Nicola

  3. simonaventurini73 ha detto:

    quelli che scrive Lagioia sono “eccessi” che a mio avviso sono accettabili solo in poesia , quando ben fatti (e io sono una a cui le metafore piacciono e che di tanto in tanto le uso)

    Buona giornata

    • Nicola Losito ha detto:

      Hai scritto “eccessi”, io sono più duro. Le metafore di Lagioia sono pure esercitazioni intellettualoidi prive di senso. Di belle metafore ce ne sono tante in letteratura ma di sicuro non sono quelle da me citate.
      Buona giornata anche a te.
      N

  4. tramedipensieri ha detto:

    Ciao Nicola…non ho letto nessuno dei due libri che citi, nè ho letto niente di questi scrittori.
    Le metafore mi piacciono non in maniera eccessiva e comunque vorrei anche che la comprensione sia semplice e diretta soprattutto in un racconto.

    “L’ondeggiare delle spighe” è una poetica metafora, evocativa immagine….

    Buon prosieguo
    ciao
    .marta

    PS: qui una parola che si ripete, ad esempio….mi disturba più di una metafora…
    “La legge a cui obbedivano si modificava in loro confermandosi nella legge di ogni simile..”

    • Nicola Losito ha detto:

      Bentornata .marta. Finito il periodo sabbatico?
      In verità anche a me piacciono le metafore, ma per piacermi devono comunicarmi qualcosa, devono colpire favorevolmente la mia immaginazione. Quelle di Lagioia, al contrario, mi hanno solamente innervosito perché vuote di significato e del tutto incomprensibili.
      Un cordiale abbraccio.
      Nicola

  5. stravagaria ha detto:

    A me le metafore non disturbano ma quelle di Lagioia non riesco a registrarle come tali se non in senso piuttosto ampio. Mi sembra un modo di scrivere immaginifico e involuto che per la verità poco mi attira. Anche io come te, salvo si tratti di autori per cui ne valga davvero la pena, non desidero rileggere le frasi quattro volte per sbrogliare la matassa. E anche io non mi considero una lettrice superficiale ma troppa ricercatezza non raggiunge quasi mai lo scopo specie se è costruita a tavolino. Nonostante tutto mi hai fatto venir voglia di approfondire…

    • Nicola Losito ha detto:

      Cara Viv,
      hai centrato la critica che ho voluto fare alle metafore di questo scrittore che non conoscevo prima della sua vittoria al premio Strega. Ho comprato il suo libro per curiosità: mi interessa molto capire cos’è che convince dei lettori qualificati a premiare un testo letterario. Onestamente credo che abbiano scelto un autore che sa davvero scrivere ma che spesso esagera nel volere sottolineare la propria bravura con immagini che non stanno né in cielo né in terra… Tutto si può dire di Lagioia meno che sia banale come tanti scrittori che vendono centinaia di migliaia di copie con i loro libri usa e getta.
      Mi piacerebbe che tu leggessi “La ferocia” e poi lo recensissi nel tuo solito modo che io tanto apprezzo.
      Cordiali saluti.
      Nicola

  6. ili6 ha detto:

    A me piace tanto la Mazzantini, ho letto parecchi suoi libri e tutti mi hanno lasciato qualcosa, sconvolgendomi anche. Dal brevissimo Zorro al tremendo (per tematica) Venuto al mondo. Usa parecchie metafore, vero, ma non un linguaggio ermetico che fa soffrire il filo temporale. Non è la metafora, intesa come sostituzione di immagine,efficacissima nella descrizione, o altra tecnica di scrittura (flashback, montaggio parallelo, personificazione, ecc…) che mi disturba, se dosata e ben usata. E’ il linguaggio forzatamente sapiente ed ermetico (che oggi va di moda in prosa e in poesia, altrimenti non si è filosofi o intellettuali…) che, rendendo pesante la lettura, mi stanca e mi porta all’abbandono.
    Del libro che proponi ho dovuto leggere più volte il brano di pag 89. La tecnica che lo scrittore ha usato pare sia l’accumulo di immagini per evidenziare la vitalità della campagna e dei suoi insetti. Ma non ho ancora capito (La saliva passò di labbra in labbra e il cuore accelerò nel buio della sala cinematografica) di chi fosse la saliva e il cuore che batteva. Forse occorrerebbe leggere tutto il capitolo per avere chiarezza…
    Un caro saluto ciao

    • Nicola Losito ha detto:

      Il peccato originale della Mazzantini è diverso da quello di Lagioia. Le metafore della Mazzantini non sono incomprensibili, sono semplici, direi che sono un’aggiunta a un precedente pensiero e hanno lo scopo di chiarirlo meglio. Ed è qui che esagera. Pare considerare i suoi lettori incapaci di afferrare il suo pensiero al primo colpo… e quindi necessitano di un’ulteriore immagine esplicativa.
      I successivi libri di quest’autrice non li conosco e non mi permetto di giudicarli. Quello che posso dire, riecheggiando alcune critiche scritte da altri, è che sono scritti con l’idea di essere trasformati in film e questo in letteratura non sempre è vincente. Dire che i suoi libri sono buone sceneggiature mi pare una sintesi accettabile.
      Lagioia, invece, è solo ermetico al limite della presa in giro del lettore… 😀
      Un cordiale abbraccio.
      Nicola

  7. Sissa ha detto:

    Ma sei sicuro che siano metafore? Magari l’autore intendeva descrivere proprio quelle cose e noi poveri mortali, che parliamo come mangiamo, non capendole abbiamo pensato si trattasse di metafore… Ho letto più volte e la definizione che più mi pare corretta e’ “le farneticazioni di un imbecille”. Ciao Nic.

    • Nicola Losito ha detto:

      Ciao Sissa! Il tuo commento completa il mio pensiero riguardo a certe metafore incomprensibili che gironzolano in molti libri di autori dei nostri giorni…
      Vendere in questo modo la propria cultura a noi poveri mortali è irritante, quindi un po’ di “feroce” ironia è più che meritata. 😀
      A presto.
      Nicola

  8. Mauro Poggi ha detto:

    Caro Nicola,
    da anni, e dopo molte irritanti esperienze, ho concluso che le normali aspettative di vita concedono un tempo troppo breve per sprecarlo a leggere improbabili autori contemporanei.
    Dal florilegio di citazioni che hai proposto non posso che congratularmi per la saggezza della mia scelta. 🙂

    • Nicola Losito ha detto:

      Ciao Mauro!
      Capisco in pieno il tuo pensiero, eppure io vivo quel che mi resta da vivere nella speranza che qualche autore contemporaneo – alla fine – raggiunga vette che, al momento, sembrano irraggiungibili.
      Sì, lo so da me che sono un sognatore… 😀
      Un caro saluto.
      Nicola

  9. tachimio ha detto:

    Sai che quando lessi ”Non ti muovere” rimasi infastidita anch’io dalle metafore ? Anche la storia ti dirò non mi convinse molto. ma leggendo le poche righe del libro di Lagioia posso con tranquillità affermare che mai lo leggerò. Una scrittura simile seppur premiata, non è nelle mie corde. Grazie per averne parlato. Isabella

  10. sguardiepercorsi ha detto:

    Alla terza metafora avevo già il nervoso e ho smesso di leggere, andando a dove riprendevi a parlare tu.
    L’uso compiaciuto e puramente “estetico” della metafora mi irrita profondamente.
    Ho sempre pochissimo tempo per leggere, e oramai frequento quasi esclusivamente saggi inerenti il mio lavoro, e i romanzi sono scomparsi quasi del tutto dai miei acquisti. Mi terrò ben lontana da Lagioia, così come mi sono tenuta lontana dalla Mazzantini…
    Ciao, Nicola! Buona settimana 🙂

    • Nicola Losito ha detto:

      Ciao Chiara! Il momento attuale non è molto favorevole alla buona letteratura in prosa: dei tanti libri che ho letto quest’anno sono ben pochi quelli che mi hanno soddisfatto e che meritano un posto nella mia libreria. Però non dispero che in un prossimo futuro nasca qualche scrittore degno davvero di questo nome.
      Cordiali saluti… e buona fotografia!
      Nicola

  11. ventisqueras ha detto:

    ciao Nicola , premetto subito che se un romanzo non mi piace all’incipit lo mollo perché non mi va di sprecare tempo, preferisco rileggermi un grande classico, poi, lo sai che sei un bel tipo? vuoi far sorbire a noi quello che non è piaciuto a te? ha ha, dai non tirarmi le orecchie, metafore sì, metafore no? quelle giuste perché no?
    salut

    • Nicola Losito ha detto:

      Ciao, carissima! Esatto: le metafore ben fatte… ben vengano. Il problema si presenta solo quando lo scrittore in prosa approfitta di questa sua abilità… e ci propina metafore una via l’altra. Come a dire: guarda quanto sono bravo! Questo mi fa venire il mal di pancia. 😀
      Per i poeti il discorso cambia: inventare metafore è un dono imprescindibile.
      Un sentito abbraccio.
      Nicola

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