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Un doveroso avviso a tutti gli amatissimi lettori che seguono il mio blog: il 30 Aprile 2013 partirò per un viaggio di dieci giorni attraverso la Turchia. Siccome i preparativi per la partenza sono stati più laboriosi di quanto pensassi, non ho avuto il tempo materiale di preparare il post di oggi e, ovvio, nemmeno quello di lunedì 6 maggio quindi, per non lasciarvi orfani del mio verbo   A bocca aperta  per un così lungo periodo di tempo, ho deciso di ripresentare un mio vecchio racconto   postato il 4 aprile 2011 e che la maggior parte dei miei nuovi followers non ha avuto la possibilità di leggerlo al momento della prima pubblicazione.

La scelta è caduta su Candomblé  perché parla di un mio viaggio compiuto anni fa in Brasile.  A colpirmi fu la varietà e bellezza della natura di quel paese sconfinato e a me, all’epoca, del tutto sconosciuto. Ci rimasi quindici giorni e visitai diverse località, trovandole una più interessante dell’altra. Conservo ancora indelebile il ricordo della cordialità, degli usi e consumi, del folclore e della musica di un popolo che stava faticando per raggiungere un livello di benessere paragonabile al nostro.

Fu facile innamorarsi del Brasile, sebbene,  in un‘occasione particolare, la mia paura dell’ignoto superò lo stupore per quanto andavo man mano scoprendo di quel paese straordinario. Di questa avventura troverete la cronaca precisa, dettagliata… e romanzata in Candomblé.

Il brano, rivisto e ampliato, è piuttosto ponderoso e qualcuno avrà difficoltà a leggerlo a video, ma conto sulla vostra pazienza e sul gran numero di giorni che avete a disposizione prima del mio ritorno dalla Turchia. Potete affrontarlo anche a più riprese. Lasciando da parte ogni modestia, credo che questo racconto meriti un pizzico di attenzione in più rispetto a quella – già notevole – che ogni volta regalate ai miei post settimanali.

Cordiali saluti e a risentirci fra una quindicina di giorni.

Nicola

Candomblé

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È difficile da ammettere ma, a volte, persino il chicchirichì di un gallo può terrorizzare…

È proprio questo il pensiero che mi frulla in testa all’una di notte rientrando con mia moglie in albergo a Salvador de Bahia, dopo una serata di folclore in salsa religiosa spesa con amici nell’estrema periferia della città. Molte guide turistiche locali sostengono che Dio deve essere brasiliano: concordo in pieno con questa affermazione. Per crederci basta osservare i miracoli della natura e la molteplicità di razze che caratterizzano il Brasile. Però è altrettanto vero che nel minuscolo quanto misterioso luogo dove io e alcuni amici abbiamo appena speso qualche ora della nostra esistenza il Padreterno si deve essere distratto un po’…

Ma procediamo con ordine.

Siamo alla fine d’ottobre del 2006 e il clima a Milano si manifesta più freddo e piovoso del previsto. È il periodo dell’anno in cui la vita di città mi deprime maggiormente. Ho cessato da poco il lavoro attivo e la stagione autunnale contribuisce a peggiorare la mia attuale indolenza. Per questo, quando un amico mi propone di partecipare a un tour in Brasile a tariffa ridotta in compagnia di un gruppo di avvocati che si recano a Salvador de Bahia per un congresso internazionale, prendo la palla al balzo e dico subito di sì. Né io né mia moglie siamo degli azzeccagarbugli (così, a ragione o a torto, definisco bonariamente questa tipologia di professionisti) però fra queste anime belle abbiamo parecchie amicizie. Una clausola per poter partecipare a quella vantaggiosa trasferta all’estero prevede che io scarrozzi per la città, oltre la mia, anche le mogli degli amici avvocati quando costoro sono impegnati nelle riunioni congressuali. Pur consapevole delle mie limitate attitudini a far da guida turistica, sottoscrivo il patto e il 30 ottobre, dopo una decina d’ore di aeroplano, sbarchiamo a Salvador de Bahia.

In questa zona del mondo la situazione ambientale è perfetta: si è all’inizio dell’estate, il caldo è sopportabilissimo e, soprattutto, non ci sono tanti turisti fra i piedi. L’albergo Cocoon che ci accoglie è di recente costruzione e le stanze che ci hanno assegnato sono tutte con vista mare. Stanchi per il lungo viaggio corriamo a dormire, il giorno dopo è domenica ed è prevista una prima visita turistica nella città vecchia.

Con l’orologio portato indietro di quattro ore ci svegliamo a fatica e, anche per colpa degli effetti collaterali del jet lag, quasi nessuno del gruppo è di buon umore. A sorprenderci e a darci la scossa giusta per cancellare astenia e affaticamento è la splendida piazza del Pelourinho con le sue chiese rimesse a nuovo e le sue case di stile coloniale dalle facciate azzurre o giallo ocra. Mentre da perfetti turisti (macchina fotografica a tracolla, guida Baedeker del Brasile aperta alla pagina 366) ci aggiriamo per la piazza, Ugo, uno del nostro gruppo, viene placcato da due tizi ben vestiti e particolarmente insistenti che distribuiscono volantini ai passanti. Tutti noi ci fermiamo ad aspettarlo seguendo con occhi e orecchie la discussione animata che si svolge tra lui e i due promoters.

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(Piazza del Pelourinho: vista frontale)

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(Piazza del Pelourinho : la discesa)

Non conoscendo il portoghese, con l’aiuto dell’inglese mescolato a qualche parola di spagnolo e a un’italianissima gestualità, Ugo riesce a condurre una specie di trattativa alla fine della quale ci troviamo impegnati ad assistere a una manifestazione folcloristica locale.

«Stasera si va tutti a un candomblé!» ci annuncia Ugo, accalorato ma soddisfatto, rientrando nel gruppo.

Nella mia nota e assodata impreparazione di turista fai da te, penso subito al classico spettacolo dove danzatrici formose ballano con sederi e tette ben in vista e, facendo la solita pessima figura, chiedo:

«Il candomblé è un nuovo ballo brasiliano?»

Ugo, avvocato di notevole cultura e capace di mascherare la riprovazione per l’amico ignorante preso in castagna, mi spiega che il candomblé è una cerimonia religiosa molto spettacolare a cui bisogna assistere con grande rispetto, indossando abiti di colore chiaro, meglio se bianchi. E aggiunge: «Chi lo desidera può anche ballare insieme ai fedeli…»

Umiliato, non mi azzardo a chiedere altro.

Il prezzo da lui concordato con quei due assillanti promoters non è alto e comprende il trasporto in auto, andata e ritorno, dal nostro albergo al luogo della cerimonia.

Alle otto della stessa sera, il gruppo formato da Ugo, Teresa, Chicca, Peppino, Gilberto e da me, si presenta, di chiaro vestito, davanti alla reception del nostro hotel, pronto per partire.

I due tizi che in mattinata avevano fermato Ugo nella piazza del Pelourinho, arrivano puntualissimi con un paio di auto vecchiotte ma ancora decorose e, prima di farci salire, pretendono da ognuno di noi il pagamento dei 70 reais pattuiti.

Non ci danno biglietti in cambio del denaro e la cosa pare a tutti strana, però nessuno del gruppo ha il coraggio di protestare.

Mentre verso la quota per mia moglie e per me, guardo bene in faccia i nostri due accompagnatori. Non hanno un aspetto molto rassicurante, i loro modi sono bruschi, ed è scomparsa del tutto la cordialità messa in campo per convincere Ugo ad assistere al candomblé.

Entro in agitazione e questo stato di ansia si accentua nel vedere la città vecchia, quella più turistica, allontanarsi alle mie spalle. Ben presto ci immergiamo in una superstrada ai cui lati si ergono, in prospettiva, enormi caseggiati (condominii-dormitorio, del tutto simili a quelli della periferia di Milano) per finire poi in una zona collinare poco illuminata, seguendo stradine asfaltate ma piene di buche che separano agglomerati di malandate casupole (le cosiddette favelas) impiantate alla bell’e meglio una sopra l’altra e abitate per lo più da povera gente.

Dove cazzo ci portano? – penso, e la mia ansia è a mille.

Le due macchine si fermano e parcheggiano sul ciglio di una strada in salita, in un posto così buio e degradato da far venire i brividi.

Faccio mentalmente il segno della croce.

Mi secca mostrare agli altri del gruppo che me la sto facendo sotto e già immagino i titoli delle pagine di cronaca sulla nostra tragica fine: “Turisti italiani dispersi in Brasile”.

Fisso, in un angolino della memoria, la targa dell’auto da cui sono sceso: APT.2315 (tre lettere, un punto e un numero di quattro cifre), anche se non ho ben chiaro a cosa possa servirmi.

Uno dei due promoters rimane a guardia delle auto mentre l’altro ci accompagna per un breve tratto su per un vicolo così stretto che a mala pena ci passano due persone affiancate e poi, insalutato ospite, ci lascia nelle mani di un uomo in giacca e cravatta che aspettava nelle vicinanze. Mentre, sempre più attonito, seguo la nuova guida, giro la testa e vedo i nostri autisti salire sulle rispettive auto e sparire velocemente nella notte ormai prossima.

Oh buon Dio, perdona i peccati che ho commesso!

Non oso guardare in faccia né mia moglie Chicca né gli amici, ma dal silenzio glaciale con cui procediamo in fila indiana, intuisco che nemmeno loro sono molto tranquilli. Man mano che camminiamo, una musica di tamburi si fa sempre più vicina e incombente. Il lunghissimo e desolato tragitto (in realtà, abbiamo percorso poco meno di cento metri) termina davanti a un pertugio alto e stretto che divide due fatiscenti catapecchie. Da lì, attraverso un budello di corridoio che permette a malapena il passaggio di una persona, ci immettiamo in un giardinetto di cinque metri quadrati. C’è poca luce ma riesco a intravedere, tra un albero nano e una pianta a foglie larghe, una panchina in legno e un piccolo tavolo rotondo.

La musica dei tamburi adesso è fortissima.

Alla fine del giardino c’è un varco in muratura a vista, non molto grande ma dotato di una porta in legno aperta verso l’ignoto assoluto.

Forse è l’ingresso al luogo dove si svolgerà la cerimonia perché lì, ad attenderci, c’è la mãe de Santo, una splendida e matronale donna di colore, truccatissima, con un sorriso a trentadue bianchissimi denti, vestita di un abito a balze multicolori. Tenendo una sigaretta accesa nella mano destra, ci bacia e ci abbraccia uno a uno, emettendo, al contempo, uno strano verso gutturale.

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(Mãe de Santo)

Finiti questi convenevoli ci invita a entrare.

Superato un altro minuscolo giardino, più attrezzato del precedente e un piccolo e luminoso atrio, raggiungiamo finalmente la nostra meta.

La Casa do Santo è una stanza di sei metri per quattro, dalle pareti completamente spoglie. Sotto una finestrella sul fondo, all’interno di un palco chiuso da una balaustra dove è appeso un cartello con la scritta Autoridade, sono sistemati tre tamburi di dimensioni e suoni diversi, battuti a mani nude da tre ragazzi di colore di età compresa tra i venti e trent’anni.

Ci sistemiamo, assieme ad altri spettatori arrivati prima di noi, su sedie e panchine in legno appoggiate alle due pareti più lunghe della Casa. Sul pavimento, disposti al centro della stanza, ci sono un bicchiere a coppa, pieno di vino e una bottiglia di spumante ancora chiusa. Di sicuro sono elementi caratteristici della cerimonia a cui stiamo per assistere.

Mi soffermo a guardare le facce delle persone presenti nel locale, una trentina in tutto, e noto che, se si esclude un gruppetto di ragazze e ragazzi bianchi in jeans e felpe (evidentemente turisti come noi), gli altri sono uomini e donne dalla pelle scura o decisamente nera e vestono abiti abbastanza modesti. Seduta sulla panchina, accanto a mia moglie c’è una donna anziana dal viso nero ebano con in testa una fascia variopinta, camicetta bianca e gonna larga nera. Addosso, un numero imprecisato di collane e braccialetti etnici.

I tre ragazzi sul palco si esercitano con i tamburi rituali, esibendosi in singoli pezzi di bravura, passandosi a turno il testimone e invitando i presenti a battere a ritmo le mani. Ci proviamo un po’ tutti, ma non è facile tenere il tempo. La cosa potrebbe essere fastidiosa, ma nessuno protesta perché il fragore dei tamburi è così forte che sovrasta il nostro stonato battimano.

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(Persone di colore che assistono alla cerimonia)

La mãe de Santo entra di tanto in tanto nella stanza e, dalla sigaretta che ha costantemente in mano, tira cinque o sei boccate veloci, una di seguito all’al­tra, impregnando di proposito l’aria dell’ambiente col suo fumo. Poi si china a prendere il bicchiere al centro della stanza, beve qualche sorso, lo deposita di nuovo sul pavimento ed esce.

Mescolata ad altra gente di colore che aspetta l’inizio della cerimonia, noto una splendida ragazza mulatta di sedici, diciotto anni al massimo; è scalza, veste una tunica bianca di foggia occidentale, i capelli avvolti in una scenografica fasciatura anch’essa bianca. Consapevole della sua bellezza, non degna di uno sguardo nessuno dei presenti. Non fa nulla se non baciare e abbracciare la mãe de Santo ogni volta che lei entra nel locale.

La fanciulla ha un viso incantevole e un corpo non più acerbo le cui forme la tunica aderente nasconde a fatica. Mentre la guardo, non sento più il suono dei tamburi e mi perdo in azzardati quanto lascivi pensieri che per qualche istante sostituiscono le percezioni di paura che fino a poco prima avevano attanagliato la mia mente.

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 (Fanciulla in fiore)

Dopo una mezz’ora di quest’andazzo sconclusionato, fatto di un andirivieni di persone e di suoni preparatori, la vecchia dalle mille collane e braccialetti, seduta accanto a mia moglie, si alza dalla panca e si dirige verso il palco delle autorità.

Si inchina ai suonatori e inizia a muoversi, lentamente e a testa bassa, in giro per la sala. Il rollio dei tamburi riprende d’improvviso a un volume così forte da costringermi a tapparmi le orecchie. Mi volto verso mia moglie, lontana tre o quattro posti da me. So benissimo che non sopporta la musica a quel livello, eppure il suo viso è imperturbabile e i suoi occhi non danno segni di disagio.

Per nulla turbata da quei suoni assordanti, continua a camminare, scuotendo di tanto in tanto il capo in segno di fastidio come se fosse amareggiata dal non riuscire a entrare in sintonia con la musica. Gli occhi dei presenti sono concentrati su di lei. In tutti c’è la percezione che qualcosa stia per succedere. Infatti, prima le sue mani poi le spalle e le gambe cominciano a tremare vistosamente come se le vibrazioni dei tamburi fossero penetrati nel suo corpo e la spingano ad accennare qualche sgraziato passo di danza. La vecchia, entrata in evidente stato di trance, rivolge braccia e occhi al soffitto e con voce stridula sembra chiedere aiuto: è lì lì per cadere. A sorreggerla arriva immediatamente la ragazzina dalla tunica bianca che l’acca­rezza e cerca di farle forza. Dopo averle detto qualcosa all’orecchio, aiuta la vecchia a sfilarsi le scarpe, la fascia multicolore, le collane e i braccialetti. Al termine di quella sorta di pubblica spoliazione, la musica si abbassa di molto ed entrambe escono dalla stanza.

Mentre i tamburi continuano in sordina, da fuori si sentono delle grida concitate, come di persone che stanno litigando fra loro. Poi quelle voci si quietano e la vecchia danzatrice rientra a piedi nudi nella sala. Si è cambiata d’abito, ora veste una tuta azzurra molto aderente e sul capo ha un basso cappello a punta di stile coloniale. Nella mano sinistra tiene una specie di frustino e in bocca ha un lungo sigaro acceso.

Cammina lentamente per la stanza fumando in modo voluttuoso e buttando il fumo in direzione degli spettatori. L’aroma acre di sigaro, misto a quello di sigaretta della mãe de Santo che le va incontro, rendono l’aria densa e irrespirabile.

Mentre i tamburi riprendono a suonare in un crescendo impressionante, le due donne si baciano sulle guance, si abbracciano più volte, bevono insieme dal bicchiere raccolto dal pavimento dando, al contempo, inequivocabili segni di nervosismo.

L’atmosfera si fa elettrica, lo spettacolo entra nel vivo.

La vecchia appoggia il frustino su una sedia, corre a prostrarsi davanti alla balaustra dei suonatori, ed emette per cinque o sei volte un urlo a pieni polmoni simile al verso di un gallo che sta per essere sgozzato.

Un grosso brivido di paura mi corre lungo la schiena per fermarsi, trasformato in angoscia, alla bocca dello stomaco.

Faccio fatica a respirare.

Immobili come pietre, tutti guardano ipnotizzati la vecchia che si alza da terra e si scatena in un acrobatico ballo del tutto inconcepibile per una donna della sua età. Tenendo nella mano sinistra il sigaro acceso e nella destra il cappello, in quello spazio ristrettissimo, mentre danza, riesce per miracolo a evitare il bicchiere e la bottiglia di spumante sul pavimento.

Il suono dei tamburi danno ritmo e consistenza ai movimenti violenti ma aggraziati di quel corpo dalle ossa così minute da sembrare un manichino manovrato da mille fili. Un corpo che dà l’idea di essersi trasformato in uno strumento musicale a percussione che l’anziana danzatrice suona correndo e saltando in una cadenza sfrenata davanti agli spettatori incantati da tanta insospettata bravura.

Quel ballo rituale va avanti per circa un quarto d’ora, accompagnato dai piccoli e incerti passi di un uomo di colore, massiccio e con occhi bovini che sta entrando lentamente in scena.

Quando la vecchia si accorge di lui, lo raggiunge e lo invita a ballare, accarezzandolo ripetutamente sul viso.

L’uomo, vestito di tutto punto in giacca e cravatta, cerca di assecondarla ma è goffo nei movimenti. Muove le gambe senza coordinazione, comincia a sudare abbondantemente e a lanciare sguardi spauriti al soffitto, proprio come aveva fatto in precedenza la vecchia. Sulla sua faccia si stampa un sorriso ebete, vuoto di qualsiasi espressione, le gambe gli si piegano.

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(Ballerini)

I tamburi tacciono di colpo e la vecchia smette di ballare. La mãe de Santo e la ragazzina dalla tunica bian­ca corrono verso l’uomo. Entrambe lo abbracciano, lo fanno fumare, gli danno da bere. Niente da fare. Le gambe dell’uomo cedono, gli occhi gli si rovesciano completamente al­l’indietro e un urlo bestiale esce dalla sua bocca.

Evidentemente anche l’uomo è entrato in trance.

Le due donne gli tolgono le scarpe, la giacca, la cravatta e lo trascinano fuori dal locale. Tra il pubblico serpeggia un brusio. Forse la scena a cui abbiamo assistito è stata troppo cruda, più cruda della recente trance della vecchia danzatrice. Nella stanza si è creata una grande partecipazione emotiva, particolarmente riscontrabile nelle persone di colore che con noi assistono alla cerimonia.

Guardo la mia vicina di panca e scambio con lei un’occhiata incredula a significare: «Cosa diavolo sta succedendo qui?»

L’anziana danzatrice, sigaro in bocca, si avvicina a ognuno di noi, ci invita ad alzarci e ad accennare insieme a lei dei passi di danza. Molti rifiutano di farlo: di sicuro a trattenerli è la paura di entrare in trance e di non essere più padroni del proprio corpo.

Quando è il mio turno, afferro la mano che lei mi tende e mi concentro sul suono dei tamburi. L’imbarazzo è forte e i miei piedi rimangono incollati al pavimento. Lei si accorge della mia difficoltà a lasciarmi andare, mi sorride benevola e con un gesto del capo mi fa segno di sedermi. Si vede che non mi ha trovato adatto psicologicamente a sostenere quella traumatica esperienza. Senza fare una piega passa a invitare il successivo spettatore.

Ultimata questa parte della cerimonia, la vecchia va al centro della stanza, ritira dal pavimento il bicchiere e la bottiglia di spumante e raggiunge la mãe de Santo che, con gesto teatrale, stappa la bottiglia. In barba a qualsiasi precauzione igienica, è proprio lei che poi passa a offrire a ciascuno dei presenti un sorso di vino sempre dallo stesso bicchiere, a simulare (penso) la comunione di noi cristiani.

Anche se sono del tutto astemio, non ho il coraggio di rifiutare. Il vino è di bassa gradazione e ha un sapore dolciastro: riesco a mandarlo giù senza problemi.

Nell’atmosfera che si è creata nella stanza, sempre più impregnata di fumo di sigaro, sigarette e di sudore corporeo, mi sento stranito e indifeso. Sbircio mia moglie e i miei amici e non vedo che visi attoniti e atteggiamenti imbarazzati.

Il più perplesso e preoccupato è Ugo. Credo senta il peso di averci coinvolti in un’avventura che nessuno di noi sa come andrà a finire.

Al termine del rito di assaggio del vino cerimoniale, rientra in sala l’uomo che poco prima era finito in trance. L’hanno liberato dagli abiti borghesi ed è rimasto in mutandoni bianchi a gamba lunga, abbottonati ai polpacci, e canottiera a righe orizzontali senza maniche.

Barcolla ancora vistosamente.

La vecchia lo raggiunge e col frustino compie su di lui dei gesti simbolici, lo abbraccia e lo bacia. L’uomo emette una lunga serie di versi gutturali (imitando nuovamente il grido straziante di un gallo che sta per essere sgozzato) e da goffo che era, si trasforma come per magia in esperto ballerino acrobatico, instaurando un accesissimo colloquio, ora allegro, ora rabbioso, con i tre suonatori di tamburo, alternando parole in lingua iorubà a balli e canti di grande impatto emotivo.

Non capisco nulla di ciò che dicono, ma ho l’impressione che raccontino piccoli fatti personali della vita di tutti i giorni da condividere con i fedeli. L’uomo cerca di coinvolgere la gente di colore che sta assistendo alla cerimonia, e qualcuno, a turno, si alza, discute e balla con lui.

Accetta l’invito anche una donna mulatta, non bella ma piuttosto appariscente, vestita con una minigonna jeans che le copre a malapena gli slip. Ha capelli ricci, tagliati cortissimi e con mèches biondo rossastro disposte con sapienza sulla nuca e sulla fronte. Con un sorriso malizioso stampato sul viso si avvicina all’uomo e comincia a ballargli intorno in modo provocante. Lui non disdegna quelle attenzioni e la sua danza assume la forma di aperto corteggiamento. Dai movimenti del basso ventre dell’uomo, dalla sua mano destra tesa e dall’ammiccante esclamazione fudu, fudu! pronunciata ripetutamente (in perfetta assonanza col nostro fotti, fotti!) si intuisce cosa le stia proponendo. Dopo qualche minuto di quella manfrina piuttosto volgare, la donna rientra nei ranghi, fermandosi sorridente sulla soglia della stanza.

I canti e le spettacolari danze continuano senza sosta mentre i tamburi, percossi a più non posso, fanno tremare i muri.

La mia testa sta per scoppiare.

Sento che la mia volontà di reagire è praticamente a zero, come travolta da qualcosa che inconsciamente rifiuta ma che non è più in grado di controllare. In questo stato confusionale, accetto di assaggiare un liquido nero, dolciastro, intriso di sapori sconosciuti che l’anziana danzatrice mi offre dal bicchiere che prima conteneva il vino cerimoniale e, tra gli sbuffi del sigaro che ha in bocca, accolgo il suo abbraccio rituale. Una volta finito con me, si rivolge alla mia vicina di panca, ma questa si rifiuta di bere quello strano intruglio speziato, anzi si alza di scatto e con passo deciso esce dalla stanza. Subito un’altra giovane turista la imita e ciò convince anche me e tutti gli amici del gruppo ad abbandonare la cerimonia.

La plateale fuoruscita di almeno una decina di persone non provoca nessun imbarazzo nell’assemblea dei fedeli: i canti e il martellamento dei tamburi continuano imperterriti, come se ciò che si sta celebrando in quella stanza fosse rivolto alla gente di colore e non uno spettacolo allestito a beneficio dei turisti.

Appena fuori all’aria aperta finiamo in un giardinetto dove diverse persone di colore chiacchierano tranquillamente, qualcuno beve o fuma, e dei bambini giocano a rincorrersi. È ormai notte fonda, l’aria è fresca, respiro a pieni polmoni per espellere dal petto il tantissimo fumo che il mio corpo ha immagazzinato. Cerco di calmarmi ma la tensione accumulata fino a quel momento non cede e nella mia testa frulla insistente la domanda:

«Come faremo adesso a tornare in albergo?»

Avvicino gli altri del gruppo, e nei loro volti leggo la mia stessa preoccupazione. Ugo è così pallido e teso che mi viene quasi voglia di rincuorarlo. Nessuno se la sente di fare commenti: i nostri occhi sono troppo impegnati a osservare l’ambiente che ci circonda.

Nel piccolo spazio in cui ci troviamo, delimitato da una rete metallica, ci sono un paio di tavolini a forma di semicerchio, pieni zeppi di oggetti rituali, candele e statuine in legno intagliato a mano. Appesi alla rete di recinzione, diversi quadretti votivi con iscrizioni e foto di famiglie di colore. Di fianco alla Casa do Santo dove si sta svolgendo la cerimonia, proprio di fronte a quei modesti altari, c’è una piccola costruzione a forma cubica in mattoni, chiusa da una bassa porta dipinta di un colore blu molto intenso che si sta sfaldando in più punti. Sul muro, un’unica finestrella dai vetri, anch’essi blu scuro, da cui esce una luce tremolante. Mi ci avvicino per curiosare, ma non faccio in tempo perché da quella casupola esce la mãe de Santo seguita da un uomo che si abbassa di parecchio per evitare di sbattere il capo contro lo stipite della porta. È Gilberto, l’avvocato che, oltre a essere il più giovane e il più alto del gruppo, è venuto in Brasile senza la moglie. Sul suo viso leggo dell’imbarazzo ma non faccio in tempo a chiedergli spiegazioni perché è immediatamente fagocitato dalle due ragazze che per prime avevano abbandonato la rumorosa cerimonia religiosa. Cerco di allontanarmi ma vengo preso delicatamente per mano dalla mãe de Santo e invitato a seguirla oltre la porta blu.

Non riesco a dirle di no. Mentre sto varcando la soglia della cabana, mi volto e intravedo Chicca e Teresa, preoccupatissime in viso, che m’implorano di non entrare.

Anch’io ho paura, ma, nello stesso tempo, sono curioso di sapere cosa c’è in quel luogo che sa tanto di mistero. Entro. L’ambiente è angusto e poco illuminato: un divano occupa il centro della sala dove, su un vecchio tappeto beige, sta disteso un cane addormentato in posizione fetale. Non vedo quadri o reliquie alle pareti. Una grande pentola metallica contenente pop corn, in buona parte sparsi per terra e sul divano, e un cesto di vimini con qualche moneta dentro, completano l’arredamento. Prima che la porta si chiuda un gatto ne approfitta per uscire in giardino.

La vera scioccante sorpresa è che dentro la cabana c’è la bellissima ragazza mulatta tutta vestita di bianco che mi accoglie con un aperto sorriso.

Vado letteralmente in confusione.

La giovane si avvicina, mi regala un fugace abbraccio e mi aiuta a togliermi le scarpe. Poi mi conduce, mano nella mano, sul tappeto di fronte al divano.

Indecenti idee, a forza prima cancellate, tornano a offuscare la mia mente.

La mãe de Santo si china, preleva dalla pentola una manciata di pop corn e me li sparge sul capo, sottoponendomi a una specie di rito battesimale in cui l’acqua, simbolo cristiano della purificazione, è sostituita dal leggero granoturco scoppiato in olio e sale.

Una scena a dir poco comica se non ci fosse stato il timore reverenziale per il mondo sconosciuto in cui da due ore sono immerso e il pensiero di quant’al­tro di emozionante può accadermi lì dentro (la stanza col divano, seppure disseminata di pop corn, sembra una perfetta alcova…).

Dopo quella breve cerimonia pagana, la fanciulla che mi sta tenendo per mano cerca la mia attenzione e con il capo mi indica il cesto delle offerte.

Torno rapidamente in me e temendo di essere derubato di quei pochi reais che ho nel portafoglio, faccio segno, battendo le mani sul fianco dei pantaloni, di non avere denaro con me. Questo mio gesto segna la brusca fine del mio viaggio forzato nella cabana do mistério e lo sgretolarsi delle fantasie sessuali partorite dalla mia mente sovreccitata.

Le due donne m’invitano a rimettermi le scarpe e vengo riportato, con fredda cordialità, nel cortile a cielo aperto.

Raggiungo i miei amici e dopo aver confabulato brevemente con loro, decidiamo all’unanimità che ne abbiamo a sufficienza del folclore afro–brasiliano e che è giunto il momento di fare ritorno in albergo.

«Ma come faremo a tornare, se i nostri due autisti se ne sono andati?» ci chiediamo all’unisono.

Non sappiamo assolutamente in quale sperduta parte di Salvador de Baia ci troviamo e quanta strada a piedi dovremo percorrere.

Ugo sente il dovere di prendere in mano la situazione. Butta l’occhio d’intorno e vede nei paraggi il tizio distinto, vestito all’occi­dentale e dalla pelle neanche tanto scura che ci aveva accompagnato all’ingres­so della favela, dopo che i nostri autisti avevano tagliato la corda. Ha tutta l’aria di essere il padrone di casa perché molti dei presenti lo contattano e gli parlano, mostrando un misto di deferenza e familiarità.

Ugo lo avvicina e sfoderando di nuovo il suo spagnolo/inglese gli chiede come fare per tornare in albergo.

«Siete già stanchi?» fa l’uomo, dimostrando di avere capito le nostre intenzioni.

«No, no! È che domani mattina presto si apre il congresso mondiale degli avvocati…» risponde Ugo, sottolineando volutamente la parola avvocati.

L’uomo, rivelatosi come il pai de Santo della piccola comunità, per nulla intimorito, gli sorride con cordialità, estrae dalla giacca un telefonino di ultima generazione e compone un numero.

Lo sentiamo parlare in portoghese e, in una pausa della conversazione, chiede ad alta voce in un perfetto inglese, quanti desiderino tornare adesso al proprio albergo. A noi si accodano altre cinque turisti, comprese le due ragazze che stavano accanto a me durante la cerimonia. Con estrema cortesia, infine, ci avverte che tra pochi minuti arriverà a prelevarci un pulmino a sedici posti.

Lo stato di angoscia che mi ha rovinato la serata non scompare ma si attenua un po’. Qualcosa di simile deve essere successo anche agli altri componenti del gruppo. Tutti, quasi in contemporanea, torniamo loquaci e interessati a quello che ci circonda. Mentre aspettiamo il pulmino, assaliamo con mille domande il pai de Santo e lui, parlando un inglese scolastico, facile da capire, ci racconta brevemente la storia della religione africana di cui è sacerdote e divulgatore nella sua zona di competenza.

Imparo così che il Candomblé, un vero e proprio culto importato nelle Americhe dagli schiavi neri dell’Africa, per tanto tempo è stato vietato dalle autorità governative nazionali ma che oggi può essere liberamente professato sia in Brasile sia in altre zone dell’America del Sud.

Che i difficili nomi delle loro divinità Orixa sono: Exù, Ogum, Oxossi, Oxala e tanti altri ancora. Che il loro credo non è politeista, come si potrebbe pensare, ma contempla un unico Principio Primo (con un nome diverso da nazione a nazione africana di provenienza) da cui discendono tutte le altre divinità.

Che per aggirare il divieto di celebrare apertamente le cerimonie, il culto degli Orixa venne furbescamente associato a quello dei santi cattolici, per cui ancora oggi a ciascuna delle loro divinità corrisponde una figura della liturgia cristiana.

Che a Salvador de Bahia, nel gruppo etnico africano Yoruba, appartenente alla nazione Ketu, il Principio Primo si chiama Olorum e che il dio della creatività Oxala coincide con Gesù.

Accogliamo queste nozioni con rispetto ma anche con scetticismo, scetticismo che diventa disincanto e persino aperto rigetto in alcuni ragazzi che con noi aspettano di rientrare in albergo. Evidentemente costoro non hanno superato lo shock di quella celebrazione religiosa fatta di chiassosa promiscuità i cui simboli essenziali sono uno stato di trance ipnotica indotto dalla musica, il ballo acrobatico, il vino speziato e il fumo di tabacco.

Il pulmino non tarda ad arrivare e ci riporta sani e salvi in albergo.

È mezzanotte passata, le luci dell’hotel Cocoon sono soffuse e il portiere di notte sonnecchia. C’è silenzio dattorno. Stiamo per darci la buonanotte, quando Peppino, serissimo e noto avvocato del Foro di Milano, emette, a pieni polmoni, due potentissimi e strazianti chicchirichì che rompono il silenzio della notte.

In quel momento non riusciamo a ridere.

Nessuno di noi è in grado di dire se quel suo grido è per burla o liberatorio.

Fine

P.S.

Il disegno del gallo è di autore a me sconosciuto. Gli altri disegni sono del famoso illustratore francese Olivier Maceratesi che oggi vive in Brasile. Le due foto della piazza del Pelourinho  scattate a Salvador de Bahia e la foto della bellissima fanciulla mulatta le ho trovate su Internet. A quest’ultima ho applicato un filtro di Photoshop  per rispettare un minimo di privacy.

Nicola

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Candomblé

di Nicola Losito

È difficile da ammettere ma, a volte, persino il chicchirichì di un gallo può terrorizzare…

È proprio questo il pensiero che mi frulla in testa rientrando all’una di notte con mia moglie in albergo a Salvador de Bahia, dopo una serata di folclore in salsa religiosa spesa con amici nell’estrema periferia della città. Le guide turistiche locali sostengono che Dio deve essere brasiliano: concordo in pieno con questa affermazione. Per crederci basta osservare i miracoli della natura e la molteplicità di razze che caratterizzano il Brasile. Però è altrettanto vero che nel pezzetto di mondo dove io e il mio gruppo abbiamo appena passato qualche ora della nostra esistenza il Padreterno si deve essere distratto un po’…

Ma procediamo con ordine.

Siamo alla fine d’ottobre del 2010 e il clima a Milano si manifesta più freddo e piovoso del previsto. È il periodo dell’anno in cui la vita di città mi deprime maggiormente. Ho cessato da tempo il lavoro attivo e la stagione autunnale contribuisce a peggiorare la mia attuale indolenza. Per questo, quando un amico mi propone di partecipare a un tour in Brasile a tariffa ridotta in compagnia di un gruppo di avvocati che si recano a Salvador per un congresso internazionale, prendo la palla al balzo e dico subito di sì. Né io né mia moglie siamo degli azzeccagarbugli (così, a ragione o a torto, definisco bonariamente questa tipologia di professionisti) però fra queste anime belle abbiamo parecchie amicizie. Una clausola per poter partecipare a quella vantaggiosa trasferta all’estero prevede che io porti in giro per la città, oltre la mia, anche le mogli degli amici avvocati quando costoro sono impegnati nelle riunioni congressuali. Pur consapevole delle mie limitate attitudini a far da guida turistica, sottoscrivo il patto e il 30 ottobre, dopo una decina d’ore di aeroplano, sbarchiamo a Salvador de Bahia.

La situazione ambientale è perfetta: si è all’inizio dell’estate, il caldo è sopportabilissimo e, soprattutto, non ci sono tanti turisti fra i piedi. L’albergo Cocoon che ci accoglie è di recente costruzione e le stanze che ci hanno assegnato sono tutte in vista mare. Stanchi per il lungo viaggio corriamo a dormire, il giorno dopo è domenica ed è prevista una prima visita turistica nella città vecchia.

Con l’orologio portato indietro di quattro ore ci svegliamo a fatica e, anche per colpa degli effetti collaterali del jet lag, quasi nessuno del gruppo è di buon umore. A sorprenderci e a darci la scossa giusta per cancellare astenia e affaticamento è la splendida piazza del Pelourinho con le sue chiese rimesse a nuovo e le sue case di stile coloniale dalle facciate azzurre o giallo ocra. Mentre da perfetti turisti (macchina fotografica a tracolla, guida Baedeker del Brasile aperta alla pagina 366) ci aggiriamo per la piazza, Ugo viene placcato da due tizi ben vestiti e particolarmente insistenti che distribuiscono volantini ai passanti. Io e gli altri del gruppo ci fermiamo ad aspettarlo seguendo con occhi e orecchie la discussione animata che si svolge tra il mio amico e i due promoters.

Non conoscendo il portoghese, con l’aiuto dell’inglese mescolato a qualche parola di spagnolo e a un’italianissima gestualità, Ugo riesce a condurre una specie di trattativa alla fine della quale ci troviamo impegnati ad assistere a una manifestazione folcloristica locale.

«Stasera si va tutti a vedere il candomblé!» ci annuncia Ugo, soddisfatto, rientrando nel gruppo.

Nella mia nota e assodata impreparazione di turista fai da te, penso subito al classico spettacolo dove danzatrici formose ballano con sederi e tette ben in vista e, facendo la solita pessima figura, chiedo:

«Il candomblé è un nuovo ballo brasiliano?»

Ugo, uomo di notevole cultura e capace di mascherare la riprovazione per l’amico ignorante preso in castagna, mi spiega che il candomblé è una cerimonia religiosa a cui bisogna assistere con grande rispetto, indossando abiti di colore chiaro, meglio se bianchi. E, aggiunge, chi lo desidera può anche ballare insieme ai fedeli.

Umiliato, non mi azzardo a chiedere altro.

Il prezzo che lui ha concordato non è alto e comprende il trasporto in auto, andata e ritorno, dal nostro albergo al luogo della cerimonia.

Alle otto della stessa sera, il gruppo formato da Ugo, Teresa, Chicca, Peppino, Gilberto e da me, si presenta di chiaro vestito, allegro e psicologicamente preparato, davanti alla reception dell’hotel, pronto per partire.

I due promoters che in mattinata avevano fermato Ugo nella piazza del Pelourinho, arrivano puntualissimi con un paio di auto vecchiotte ma ancora decorose e, prima di farci salire, pretendono da ognuno di noi il pagamento dei 70 reais pattuiti.

Non ci danno biglietti in cambio del denaro e la cosa pare a tutti strana, però nessuno del gruppo ha il coraggio di protestare.

Anch’io verso la mia quota e, nel farlo, guardo bene in faccia i nostri accompagnatori: non hanno un aspetto molto rassicurante e i loro modi sono bruschi, affatto socievoli.

Entro in agitazione e questo stato di ansia si accentua nel vedere la città vecchia, quella più turistica, allontanarsi alle mie spalle. Ben presto ci immergiamo in una superstrada (dove cazzo ci portano?) ai cui lati si ergono, in prospettiva, enormi caseggiati (condominii-dormitorio, del tutto simili a quelli della periferia di Milano) per finire poi in una zona collinare poco illuminata, seguendo stradine asfaltate ma piene di buche che separano agglomerati di malandate casupole (le cosiddette favelas) impiantate alla bell’e meglio una sopra l’altra e abitate per lo più da povera gente.

La mia ansia è a mille.

Le due macchine si fermano e parcheggiano sul ciglio di una strada in salita, in un posto così buio e degradato da far venire i brividi.

Faccio mentalmente il segno della croce.

Mi secca mostrare agli altri che me la sto facendo sotto e già immagino i titoli delle pagine di cronaca sulla nostra tragica fine: “Turisti italiani dispersi in Brasile”.

Fisso, in un angolino della memoria, la targa dell’auto da cui sono sceso: APT.2315 (tre lettere, un punto e un numero di quattro cifre), anche se non ho ben chiaro a cosa possa servirmi.

Un promoter rimane a guardia delle auto mentre l’altro ci accompagna per un breve tratto su per un vicolo così stretto che a mala pena ci passano due persone affiancate e poi, insalutato ospite, ci lascia nelle mani di un uomo in giacca e cravatta che aspettava nelle vicinanze. Mentre, sempre più attonito, seguo la nuova guida, (oh buon Dio, perdona i peccati che ho commesso!) vedo i nostri autisti salire sulle rispettive auto e sparire velocemente nella notte ormai prossima.

Non oso guardare in faccia mia moglie Chicca e gli amici, ma dal silenzio glaciale con cui procediamo in fila indiana, intuisco che nemmeno loro sono molto tranquilli.

Man mano che camminiamo, una musica di tamburi si fa sempre più vicina e incombente.

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Il lunghissimo e desolato tragitto (in realtà, abbiamo percorso poco meno di cento metri) termina davanti a un pertugio alto e stretto che divide due fatiscenti catapecchie. Da lì, attraverso un budello di corridoio largo non più di una persona, ci immettiamo in un giardinetto di cinque metri quadrati. C’è poca luce ma riesco a intravedere, tra un albero nano e una pianta a foglie larghe, una panchina in legno e un piccolo tavolo rotondo.

La musica dei tamburi adesso è fortissima.

Alla fine del giardino c’è un varco in muratura a vista, non molto grande ma dotato di una porta in legno aperta verso l’interno.

Si capisce che è l’ingresso alla zona dove si svolgerà la cerimonia perché lì ad attenderci c’è la mãe de Santo, una splendida e matronale donna di colore, truccatissima, con un sorriso a trentadue bianchissimi denti, vestita di un abito a balze multicolori. Tenendo una sigaretta accesa nella mano destra, ci bacia e ci abbraccia uno a uno, emettendo, al contempo, uno strano verso gutturale.

Finiti questi convenevoli ci invita a entrare.

Superato un altro minuscolo giardino, più attrezzato del precedente e un piccolo e luminoso atrio, raggiungiamo finalmente la nostra meta.

La casa do Santo è una stanza di sei metri per quattro, dalle pareti completamente spoglie. Sotto una finestrella sul fondo, all’interno di un palco chiuso da una balaustra dove è appeso un cartello con la scritta Autoridade, sono sistemati tre tamburi di dimensioni e suoni diversi, battuti a mani nude da tre ragazzi di colore di età comprese tra i venti e venticinque anni.

Ci sistemiamo, assieme ad altri spettatori, su sedie e panchine in legno appoggiate alle due pareti più lunghe della “casa”. Sul pavimento, disposti al centro della stanza, ci sono un bicchiere a coppa, pieno di vino e una bottiglia di spumante ancora chiusa. Di sicuro sono elementi caratteristici della cerimonia a cui stiamo per assistere.

Mi soffermo a guardare le facce delle persone presenti nel locale, una trentina in tutto, e noto che, se si esclude un gruppetto di ragazze e ragazzi bianchi in jeans e felpe (evidentemente turisti come noi), gli altri sono uomini e donne dalla pelle scura o decisamente nera e vestono abiti abbastanza modesti. Seduta sulla panchina, accanto a mia moglie c’è una donna anziana dal viso nero ebano con in testa una fascia variopinta, camicetta bianca e gonna larga nera. Addosso, collane e braccialetti etnici.

I tre ragazzi sul palco si esercitano con i tamburi rituali, esibendosi in singoli pezzi di bravura, passandosi a turno il testimone e invitando i presenti a battere le mani. Ci proviamo un po’ tutti, ma non è facile tenere il tempo. La cosa potrebbe essere fastidiosa, ma nessuno protesta perché il fragore dei tamburi è così forte che sovrasta il nostro battimano stonato.

La mãe de Santo entra di tanto in tanto nella stanza e, dalla sigaretta che ha costantemente in mano, tira cinque o sei boccate veloci, una di seguito all’al­tra, impregnando di proposito l’aria dell’ambiente col suo fumo. Poi si china a prendere il bicchiere al centro della stanza, beve qualche sorso, lo deposita di nuovo sul pavimento ed esce.

Mescolata ad altra gente di colore che aspetta l’inizio della cerimonia, noto una splendida ragazza mulatta di quindici, sedici anni al massimo; è scalza e veste una tunica bianca di foggia occidentale. Consapevole della sua bellezza, non degna di uno sguardo nessuno dei presenti. Non fa nulla se non baciare e abbracciare la mãe de Santo quando è presente nel locale.

La fanciulla ha un viso incantevole e un corpo non più acerbo le cui forme la tunica aderente nasconde a fatica. Mentre la guardo, non sento più il suono dei tamburi e mi perdo in azzardati quanto lascivi pensieri che per qualche istante sostituiscono le percezioni di paura che fino a poco prima avevano attanagliato la mia mente.

Dopo una mezz’ora di quest’andazzo sconclusionato, fatto di un andirivieni di persone e di suoni preparatori, la donna anziana, seduta accanto a mia moglie, si alza dalla panca e si dirige verso il palco delle autorità.

Si inchina ai suonatori e inizia a muoversi, lentamente e a testa bassa, in giro per la sala. Il rollio dei tamburi riprende d’improvviso a un volume così forte da costringermi a tapparmi le orecchie. Mi volto verso mia moglie, lontana tre o quattro posti da me. So benissimo che non sopporta la musica a quel livello, eppure il suo viso è imperturbabile e i suoi occhi non danno segni di disagio.

La vecchia, per nulla turbata da quei suoni assordanti, continua a camminare, scuotendo di tanto in tanto il capo in segno di fastidio come se fosse amareggiata dal non riuscire a entrare in sintonia con la musica. Gli occhi dei presenti sono concentrati sull’anziana donna, in tutti c’è la percezione che qualcosa stia per succedere. Infatti, prima le mani poi le spalle e le gambe della vecchia cominciano a tremare vistosamente come se le vibrazioni dei tamburi fossero penetrati nel suo corpo e la spingano ad accennare qualche sgraziato passo di danza. La donna, entrata in evidente stato di trance, rivolge braccia e occhi al soffitto e con voce stridula sembra chiedere aiuto: sta quasi per cadere. A sorreggerla arriva immediatamente la ragazzina dalla tunica bianca che l’acca­rezza e cerca di farle forza. Dopo averle detto qualcosa all’orecchio, aiuta la vecchia a sfilarsi le scarpe, la fascia multicolore, le collane e i braccialetti. Al termine di quella sorta di pubblica spoliazione, la musica si abbassa di molto ed entrambe escono dalla stanza.

Mentre i tamburi continuano in sordina, da fuori si sentono delle grida concitate, come di persone che stanno litigando fra loro. Poi quelle voci si quietano e la vecchia danzatrice rientra a piedi nudi nella sala. Si è cambiata d’abito, ora veste una tuta azzurra molto aderente e sul capo ha un basso cappello a punta di stile coloniale. Nella mano sinistra tiene una specie di frustino e in bocca ha un lungo sigaro acceso.

Cammina lentamente per la stanza fumando in modo voluttuoso e buttando il fumo in direzione degli spettatori. L’aroma acre di sigaro, misto a quello di sigaretta della mãe de Santo che le va incontro, rendono l’aria densa e irrespirabile.

Mentre i tamburi riprendono a suonare in un crescendo impressionante, le due donne si baciano sulle guance, si abbracciano più volte, bevono insieme dal bicchiere raccolto dal pavimento dando, al contempo, inequivocabili segni di nervosismo.

L’atmosfera si fa elettrica, lo spettacolo entra nel vivo.

La vecchia appoggia il frustino su una sedia, corre a prostrarsi davanti alla balaustra dei suonatori, ed emette per cinque o sei volte un urlo a pieni polmoni simile al verso di un gallo che sta per essere sgozzato.

Un grosso brivido di paura mi corre lungo la schiena per fermarsi, trasformato in angoscia, alla bocca dello stomaco.

Faccio fatica a respirare.

Immobili come pietre, tutti guardano ipnotizzati la vecchia che si solleva da terra e si scatena in un acrobatico ballo del tutto inconcepibile per una donna della sua età. Tenendo nella mano sinistra il sigaro acceso e nella destra il cappello, in quello spazio ristrettissimo riesce per miracolo a evitare il bicchiere e la bottiglia di spumante sul pavimento.

Il suono dei tamburi danno ritmo e consistenza ai movimenti violenti ma aggraziati di quel corpo dalle ossa così minute da sembrare un manichino manovrato da mille fili. Un corpo che dà l’idea di essersi trasformato in uno strumento musicale a percussione che l’anziana danzatrice suona correndo e saltando a cadenza sfrenata davanti agli spettatori incantati da tanta insospettata bravura.

Quel ballo rituale va avanti per circa un quarto d’ora, accompagnato dai piccoli e incerti passi di un uomo di colore, massiccio e con occhi bovini che entra lentamente in scena.

Quando la vecchia si accorge di lui, lo raggiunge e lo invita a ballare, accarezzandolo ripetutamente sul viso.

L’uomo, vestito di tutto punto in giacca e cravatta, cerca di assecondarla ma è goffo nei movimenti. Muove le gambe senza coordinazione, comincia a sudare abbondantemente e a lanciare sguardi spauriti al soffitto, proprio come aveva fatto in precedenza la vecchia. Sulla sua faccia si stampa un sorriso ebete, vuoto di qualsiasi espressione, le gambe gli si piegano.

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I tamburi tacciono di colpo e la vecchia smette di ballare. La mãe de Santo e la ragazzina dalla tunica bian­ca corrono verso l’uomo. Entrambe lo abbracciano, lo fanno fumare, gli danno da bere. Niente da fare. Le gambe dell’uomo cedono, gli occhi gli si rovesciano completamente al­l’indietro e un urlo bestiale esce dalla sua bocca.

Evidentemente anche l’uomo è entrato in trance. Le due donne, gli tolgono le scarpe, la giacca, la cravatta e lo trascinano fuori dal locale.

Tra il pubblico serpeggia un brusio. Forse la scena a cui abbiamo assistito è stata troppo cruda, più cruda della recente trance della vecchia danzatrice. Nella stanza si è creata una grande partecipazione emotiva, particolarmente riscontrabile nelle persone di colore che con noi assistono alla cerimonia.

Guardo la mia vicina di panca e scambio con lei un’occhiata incredula a significare: «cosa diavolo sta succedendo qui?»

L’anziana danzatrice, sigaro in bocca, si avvicina a ognuno di noi, ci invita ad alzarci e ad accennare insieme a lei dei passi di danza. Molti rifiutano di farlo: di sicuro a trattenerli è la paura di entrare in trance e di non essere più padroni del proprio corpo.

Quando è il mio turno, afferro la mano che lei mi tende e mi concentro sul suono dei tamburi. L’imbarazzo è forte e il mio corpo rimane incollato al pavimento. Lei si accorge della mia difficoltà a lasciarmi andare, mi sorride benevola e con un gesto del capo mi fa segno di sedermi. Si vede che non mi ha trovato adatto psicologicamente a sostenere quella traumatica esperienza.

Ultimata questa parte della cerimonia, il bicchiere e la bottiglia di spumante al centro della stanza vengono finalmente ritirati dal pavimento.

La bottiglia viene stappata e la mãe de Santo, in barba a qualsiasi precauzione igienica, offre a ciascuno dei presenti un sorso di vino sempre dallo stesso bicchiere.

Anche se sono del tutto astemio, non ho il coraggio di rifiutare. Il vino è di bassa gradazione e ha un sapore dolciastro: riesco a mandarlo giù senza problemi.

Nell’atmosfera che si è creata nella stanza, sempre più impregnata di fumo di sigaro, sigarette e di sudore corporeo, mi sento stranito e indifeso. Sbircio mia moglie e gli amici e non vedo che visi attoniti ed espressioni imbarazzate.

Il più perplesso e preoccupato è Ugo. Credo senta il peso di averci coinvolti in un’avventura che nessuno di noi sa come andrà a finire.

Al termine del rito di assaggio del vino cerimoniale, rientra in sala l’uomo che poco prima era andato in trance. L’hanno liberato dagli abiti borghesi ed è rimasto in mutandoni bianchi a gamba lunga, abbottonati ai polpacci, e canottiera a righe orizzontali senza maniche.

Barcolla ancora vistosamente.

La vecchia lo raggiunge e col frustino compie su di lui dei gesti rituali, lo abbraccia e lo bacia. L’uomo emette una lunga serie di versi gutturali (imitando nuovamente il grido straziante di un gallo che sta per essere sgozzato) e da goffo che era, si trasforma come per magia in esperto ballerino acrobatico, instaurando un accesissimo colloquio, ora allegro, ora rabbioso, con i tre suonatori di tamburo, alternando parole in lingua iorubà a balli e canti di grande impatto emotivo.

Non capisco nulla di ciò che dicono, ma ho l’impressione che raccontino piccoli fatti personali della vita di tutti i giorni da condividere con i fedeli. L’uomo cerca di coinvolgere la gente di colore che sta assistendo alla cerimonia, e qualcuno, a turno, si alza, discute e balla con lui.

Accetta l’invito anche una donna mulatta, non bella ma piuttosto appariscente, vestita con una minigonna jeans che le copre a malapena gli slip. Ha capelli ricci, tagliati cortissimi e con mèches biondo rossastro disposte con sapienza sulla nuca e sulla fronte. Con un sorriso malizioso stampato sul viso si avvicina all’uomo e comincia a ballargli intorno in modo provocante. Lui non disdegna quelle attenzioni e la sua danza assume la forma di aperto corteggiamento. Dai movimenti del basso ventre dell’uomo, dalla sua mano destra tesa e dall’ammiccante esclamazione fudu, fudu! pronunciata ripetutamente (in perfetta assonanza col nostro fotti, fotti!) si intuisce cosa le stia proponendo. Dopo qualche minuto di quella manfrina piuttosto volgare, la donna rientra nei ranghi, fermandosi sorridente sulla soglia della stanza.

I canti e le spettacolari danze continuano senza sosta mentre i tamburi, percossi a più non posso, fanno tremare i muri.

La mia testa sta per scoppiare.

Sento che la mia volontà di reagire è praticamente a zero, come travolta da qualcosa che inconsciamente rifiuta ma che non è più in grado di controllare. In questo stato confusionale, accetto di assaggiare un liquido nero, dolciastro, intriso di sapori sconosciuti che l’anziana danzatrice mi offre dal bicchiere che prima conteneva il vino e, tra gli sbuffi del sigaro che ha in bocca, accolgo il suo abbraccio rituale. Una volta finito con me, si rivolge alla mia vicina di panca, ma questa si rifiuta di bere quello strano intruglio speziato, anzi si alza di scatto e con passo deciso esce dalla stanza. Subito un’altra giovane turista la imita e ciò convince anche me e tutti gli amici del gruppo ad abbandonare la cerimonia.

La plateale fuoruscita di almeno una decina di persone non provoca nessun imbarazzo nell’assemblea dei fedeli: i canti e il martellamento dei tamburi continuano imperterriti, come se ciò che si sta celebrando in quella stanza fosse rivolto alla gente di colore e non uno spettacolo allestito a beneficio dei turisti.

Appena fuori all’aria aperta finiamo in un giardinetto dove diverse persone di colore chiacchierano tranquillamente, qualcuno beve o fuma, e dei bambini giocano a rincorrersi. È ormai notte fonda, l’aria è fresca, respiro a pieni polmoni per espellere dal petto il tantissimo fumo che il mio corpo ha immagazzinato. Cerco di calmarmi ma la tensione accumulata fino a quel momento non cede e nella mia testa frulla insistente la domanda:

«Come faremo adesso a tornare in albergo?»

Avvicino gli altri del gruppo, li guardo negli occhi e nei loro volti leggo la mia stessa preoccupazione. Ugo è così pallido e teso che mi viene quasi voglia di rincuorarlo.

Nel piccolo spazio in cui ci troviamo, delimitato da una rete metallica, ci sono un paio di tavolini a forma di semicerchio, pieni zeppi di oggetti rituali, candele e statuine in legno intagliato a mano. Appesi alla rete di recinzione, diversi quadretti votivi con iscrizioni o foto di famiglie di colore. Alla casa do Santo, proprio di fronte a quei modesti altari, si affianca una piccola costruzione a forma cubica in mattoni, chiusa da una bassa porta dipinta di un colore blu molto intenso che si sta sfaldando in più punti e dotata di un’unica finestrella dai vetri anch’essi blu scuro da cui esce una luce tremolante. Mi ci avvicino per curiosare, ma non faccio in tempo perché dalla casupola esce la mãe de Santo seguita da un uomo piegato in due per evitare di sbattere il capo contro lo stipite della porta. È Gilberto, l’avvocato che, oltre a essere il più giovane e il più alto del gruppo, è venuto in Brasile senza la moglie. Sul suo viso leggo dell’imbarazzo ma non faccio in tempo a chiedergli spiegazioni perché è immediatamente fagocitato dalle due ragazze che per prime avevano abbandonato la cerimonia religiosa. Cerco di allontanarmi ma vengo preso delicatamente per mano dalla mãe de Santo e invitato a seguirla oltre la porta blu.

Non riesco a dirle di no. Mentre sto varcando la soglia della cabana, mi volto e intravedo Chicca e Teresa, preoccupatissime in viso, che m’implorano di non entrare.

Anch’io ho paura, ma, nello stesso tempo, sono curioso di sapere cosa c’è in quel luogo che sa tanto di mistero. L’ambiente è angusto e poco illuminato: un divano occupa il centro della sala dove, su un vecchio tappeto beige, sta disteso un cane addormentato in posizione fetale. Non vedo quadri o reliquie alle pareti. Una grande pentola metallica contenente pop corn, in buona parte sparsi per terra e sul divano, e un cesto di vimini con qualche moneta dentro, completano l’arredamento. Prima che la porta si chiuda un gatto ne approfitta per uscire in giardino.

La vera scioccante sorpresa è che dentro la cabana c’è la bellissima ragazzina mulatta tutta vestita di bianco che mi accoglie con un aperto sorriso.

Vado letteralmente in confusione.

La giovane si avvicina, mi regala un fugace abbraccio e mi aiuta a togliermi le scarpe. Poi mi conduce, mano nella mano, sul tappeto di fronte al divano.

Indecenti idee, a forza prima cancellate, tornano a offuscare la mia mente.

La mãe de Santo si china, preleva dalla pentola una manciata di pop corn e me li sparge sul capo, sottoponendomi a una specie di rito battesimale in cui l’acqua, simbolo cristiano della purificazione, è sostituita dal leggero granoturco scoppiato in olio e sale.

Una scena a dir poco comica se non ci fosse stato il timore reverenziale per il mondo sconosciuto in cui da due ore sono immerso e il pensiero di quant’al­tro di emozionante può accadermi lì dentro (la stanza col divano, seppure disseminata di pop corn, sembra una perfetta alcova…).

Dopo quella breve cerimonia pagana, la fanciulla che mi sta tenendo per mano cerca la mia attenzione e con il capo mi indica il cesto delle offerte.

Torno rapidamente in me e temendo di essere derubato di quei pochi reais che ho nel portafoglio, faccio segno, battendo le mani sul fianco dei pantaloni, di non avere denaro con me. Questo mio gesto segna la brusca fine del mio viaggio forzato nella cabana do mistério e lo sgretolarsi delle fantasie sessuali partorite dalla mia mente sovreccitata.

Le due donne m’invitano a rimettermi le scarpe e vengo riportato, con fredda cordialità, nel cortile a cielo aperto.

Raggiungo gli amici e dopo aver confabulato brevemente con loro, decidiamo all’unanimità che ne abbiamo a sufficienza del folclore afro–brasiliano e che è giunto il momento di fare ritorno in albergo.

«Ma come faremo a tornare, se i nostri due autisti se ne sono andati?» ci chiediamo all’unisono.

Non sappiamo assolutamente in quale sperduta parte di Salvador de Baia ci troviamo e quanta strada a piedi dovremo percorrere.

Ugo sente il dovere di prendere in mano la situazione.

Butta l’occhio d’intorno e vede nei paraggi il tizio distinto, vestito all’occi­dentale e dalla pelle neanche tanto scura che ci aveva accompagnato all’ingres­so della favela, dopo che i nostri autisti avevano tagliato la corda.

Ha tutta l’aria di essere il padrone di casa perché molti dei presenti lo contattano e gli parlano, mostrando un misto di deferenza e familiarità.

Ugo lo avvicina e sfoderando di nuovo il suo spagnolo/inglese gli chiede come fare per tornare in albergo.

«Siete già stanchi?» fa l’uomo.

«No, no! È che domani mattina presto si apre il congresso mondiale degli avvocati…» risponde Ugo, sottolineando volutamente la parola avvocati.

L’uomo, rivelatosi come il pai de Santo della piccola comunità, per nulla intimorito, gli sorride con cordialità, estrae dalla giacca un telefonino di ultima generazione e compone un numero.

Lo sentiamo parlare con calma e, in una pausa della conversazione, chiede ad alta voce in un perfetto inglese quanti desiderino tornare adesso al proprio albergo. A noi si accodano altre cinque turisti, comprese le due ragazze che stavano accanto a me durante la cerimonia. Con estrema cortesia, infine, ci avverte che tra pochi minuti arriverà a prelevarci un pulmino a sedici posti.

Lo stato di angoscia che mi ha rovinato la serata non scompare ma si attenua un po’. Qualcosa di simile deve essere successo anche agli altri. Tutti, quasi in contemporanea, torniamo loquaci e interessati a quello che ci circonda. Mentre aspettiamo il pulmino assaliamo con mille domande il pai de Santo e lui, parlando un inglese scolastico, facile da capire, ci racconta brevemente la storia della religione africana di cui è sacerdote e divulgatore nella sua zona di competenza.

Imparo così che il Candomblé, un vero e proprio culto importato nelle Americhe dagli schiavi neri dell’Africa, per tanto tempo è stato vietato dalle autorità governative nazionali ma che oggi può essere liberamente professato sia in Brasile sia in altre zone dell’America del Sud.

Che i difficili nomi delle loro divinità Orixa sono: Exù, Ogum, Oxossi, Oxala e tanti altri ancora. Che il loro credo non è politeista, come si potrebbe pensare, ma contempla un unico Principio Primo (con un nome diverso da nazione a nazione africana di provenienza) da cui discendono tutte le altre divinità.

Che per aggirare il divieto di celebrare apertamente le cerimonie, il culto degli Orixa venne furbescamente associato a quello dei santi cattolici, per cui ancora oggi a ciascuna delle loro divinità corrisponde una figura della liturgia cristiana.

Che a Salvador de Bahia, nel gruppo etnico africano Yoruba, appartenente alla nazione Ketu, il Principio Primo si chiama Olorum e che il dio della creatività Oxala coincide con Gesù.

Accogliamo queste nozioni con rispetto ma anche con scetticismo, scetticismo che diventa disincanto e persino aperto rigetto in alcuni ragazzi che con noi aspettano di rientrare in albergo. Evidentemente costoro non hanno superato lo shock di quella celebrazione religiosa fatta di chiassosa promiscuità i cui simboli essenziali sono uno stato di trance ipnotica indotto dalla musica, il ballo acrobatico, il vino speziato e il fumo di tabacco.

Il pulmino non tarda ad arrivare e ci riporta sani e salvi in albergo.

È mezzanotte passata, le luci dell’hotel Cocoon sono soffuse e il portiere di notte sonnecchia. C’è silenzio dattorno. Stiamo per darci la buonanotte, quando Peppino, serissimo e noto avvocato del Foro di Milano, emette, a pieni polmoni, due potentissimi e strazianti chicchirichì che rompono il silenzio della notte.

In quel momento non riusciamo a ridere.

Nessuno di noi è in grado di dire se quel suo grido è per burla o liberatorio.

Fine

Illustrazioni di Olivier Maceratesi