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Nella precedente puntata ci siamo lasciati verso mezzogiorno del 2 Maggio, già un pochino stanchi dopo aver visitato la Piazza Rossa, i grandi Magazzini GUM e la Cattedrale di San Basilio. Ci voleva un buon pranzo e un minimo di tempo per fare il punto su tutte le belle cose che avevamo appena visto, ammirato e fotografato.

    Il vero difetto dei viaggi organizzati è che non sei libero, devi seguire il gruppo e le indicazioni della guida. Questo inconveniente, però, si trasforma in vantaggio quando ti trovi in un paese dove pochi parlano l’inglese e le insegne sono praticamente tutte in cirillico, un carattere complicatissimo da leggere. Di sicuro, se sei in giro da solo, puoi capire che un locale è un ristorante solo se ti accosti alle vetrine e butti l’occhio dentro e vedi la gente che mangia. Non scherzo! Poi quando ti decidi a entrare, ti siedi e sfogli il menù, c’è da spararsi: non si capisce un’acca di quello che c’è scritto e allora punti il dito su una voce qualunque e speri che ti vada bene…

     Ecco perché abbiamo fatto salti di gioia quando il gruppo ANUPSA ha accettato che mia moglie ed io, pur non essendo io un militare a riposo, partecipassimo al loro tour in Russia. Il mio inglese fa pena, non conosco una parola di russo, a parte niet e occi ciornia, e tanto meno so compitare l’alfabeto cirillico. Pare, ma sia detto con beneficio d’inventario, che chi ha studiato il greco riesca, non dico a capire il significato delle insegne, ma almeno a leggerle. Le cose non migliorano quando le indicazioni sono in caratteri occidentali. Quando entrate in un locale e vedete un cartello con la scritta Kacca, non vi dice dove trovare la toilet ma la cassa dove pagare la consumazione!

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     Nei viaggi organizzati si va sempre in ristoranti dove c’è un buon rapporto fra qualità e prezzo: si mangia abbastanza bene e non si spende molto. Il mio guaio, ma questo lo sapete già, è che non amo le sorprese nel mangiare e non ho grandi curiosità nell’assaggiare cibi nuovi anzi, se fosse per me, io ordinerei sempre e solo bistecca e patatine. Comunque quando si è in un gruppo la guida ha già stabilito in anticipo con i gestori dei ristoranti il menù per tutti e difficilmente si può fare modifiche dell’ultimo minuto. Devi mangiare quello che ti  portano i camerieri e augurarsi che sia di tuo gradimento. Beh, giusto perché lo sappiate, quasi sempre mi è andata bene. Questo significa che in Russia può sopravvive anche un impiastro (sul cibo) come me.

    Sempre allo scopo di dare una dritta a chi sta progettando un viaggio in Russia, e poi non parlerò più di argomenti mangerecci, ecco com’è un pranzo/cena tipico di qui:

    Insalata di legumi locali, zuppa con o senza crostini, un secondo di carne o pesce con verdure grigliate o lesse, dolce o gelato, caffè.

    Se non fosse per l’entrée di insalata e la zuppa, ogni volta diversa, che ti propinano anche se non le vuoi, il resto non si discosta, se non per certi sapori caratteristici del luogo, da un classico menù italiano. C’è sempre il pane, cosa che non si trova quasi mai in altre parti del mondo.

    Scusate se mi sono dilungato su particolari così insignificanti, ma ho dovuto farlo perché ciò che abbiamo visto nel pomeriggio e alla sera del 2 Maggio è difficile da raccontare, convinto come sono che le cose belle da vedere sono noiosissime da descrivere. Ecco perché, dopo avere letto queste poche note, vi invito a guardare il filmato che c’è in fondo al post.

    Cosa dire in più?

   Dopo la fine del comunismo i nuovi governanti russi, resisi conto dello scempio di tanti edifici storici perpetrato durante l’ultima guerra dai tedeschi e anche dal regime sovietico che guardava al sol dell’avvenire ed era pochissimo attento alla storia passata, hanno caparbiamente ricostruito tutto ciò che era stato distrutto o saccheggiato. Le tante regge e le mille chiese presenti sul loro territorio, ormai riportate all’antico splendore, sono un vero godimento per l’occhio dei turisti.

    La nuova Russia ci tiene a ricordare il suo passato e ha imparato che mettendolo in mostra valorizzato come si deve si traduce in graditissima moneta dei visitatori che arrivano da ogni parte del mondo e guai se qualche pittore di strada si permette di imbrattare un muro con le loro scritte moderniste.

    Ecco un breve elenco di ciò che vedrete nel filmato: le poche immagini che ho inserito nel post sono state scaricate da Internet sia perché alcune cose le abbiamo intraviste di sfuggita, sia perché in certi luoghi non era permesso fotografare.

Cattedrale di Cristo Redentore ripresa dal ponte omonimo sulla Moscova

– La Caravella e Pietro il Grande

Monastero Novodievichij, il suo cimitero di personaggi illustri e la Cattedrale della Madonna di Smolensk:

Cattedrale della Madonna di Smolensk-1

– Il Cremlino di Mosca con le sue diciannove torri e le sue tre chiese:

Cattedrale della Dormizione:

Cattedrale della Dormizione - Cremlino

Cattedrale dell’Annunciazione:

Cattedrale dell'Annunciazione-Cremlino

Cattedrale dell’Arcangelo Gabriele:

Cattedrale dell'Arcangelo Gabriele - Cremlino

Palazzo dell’Armeria: un museo dove si possono ammirare, oltre ai tesori dei vari zar, icone preziose, armi e armature antiche, una splendida collezione di uova fabergé e bellissime carrozze. Non essendo possibile fotografare o fare riprese, fidatevi della mia parola. Ecco un modesto esempio di carrozza:

Carrozza Armoury

– Il cannone e la campana dello Zar

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Mosca by night nel parco della Vittoria con l’obelisco, la statua di San Giorgio e la fontana illuminata in rosso in ricordo del sangue dei caduti nell’ultima guerra, l’università statale di Lomonosov fatta costruire da Stalin e, prima di tornare in albergo, la Piazza Rossa e la Cattedrale di San Basilio illuminate a giorno.

Concludo ribadendo che abbiamo avuto anche noi la sensazione che a Mosca si possa andare in giro tranquillamente di notte, basta vedere i ragazzi e le ragazze che schettinano alle 10 sera nel parco della Vittoria, neanche tanto illuminato, e noi a chiacchierare in inglese con un numerosissimo gruppo di motociclisti russi che stanno facendo le ore piccole in un punto da dove si può godere di una straordinaria vista della Mosca notturna.

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    Alla prossima puntata!

Nicola

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È l’ultimo giovedì dell’anno, ora dell’aperitivo, e mi trovo qui a visitare la mostra “Cezanne, Les ateliers du Midì” . In questo momento c’è poca gente: ho tutto il tempo per guardare e vedere senza correre, e non è cosa da poco durante gli eventi di grande richiamo dove occorre prenotare i biglietti con settimane di anticipo per poi ritrovarsi comunque in coda nei saloni e dover dedicare alle opere esposte solo sguardi rapidi e sfuggenti. Proprio per questo motivo, la mostra di Dalì a cui sono stata giorni fa è rimasta nella mia memoria non come il “sogno che si avvicina”, ma come un incubo: sale poco illuminate, quadri mal disposti, una folla incalzante e rumorosa che preclude ogni tentativo di avvicinamento ai quadri, immagini di per sé ansiogene e di toni scuri, che non ho avuto tempo né di vedere né tantomeno di capire. Unici barlumi degni di nota in tanta desolazione, una Crocifissione inquadrata da una prospettiva inconsueta, un enorme affresco di ambientazione spagnola, desertica ma di colori caldi, e soprattutto i disegni preparatori e il cartoon Destino, disegnato da Dalì per Disney. Nel video, visibile all’indirizzo http://www.youtube.com/watch?v=U2vfab6UNpM, finalmente ho incontrato Dalì, poetico, folle, sognatore, e quest’ultima esperienza è tra il paio che salvo dal catastrofico percorso espositivo.

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Dalì – Destino

I quadri di Cezanne in mostra non sono molti, e questo permette di goderseli senza il classico timore di “non riuscire a vedere tutto”; i dipinti esposti nelle prime sale sono talmente distanti dalla maniera pittorica di Cezanne a cui siamo abituati, che potrebbero essere stati dipinti da chiunque altro; eppure sono immagini emozionanti, come il Sogno dell’artista e le Stagioni, forse un tributo o forse il gioco di un esordiente, perché li ha firmati Ingres

Ho sempre trovato istruttivo guardare i quadri prima da distanza e poi molto da vicino, magari un po’ di sbieco, per cogliere l’insieme della prospettiva e l’intreccio della pennellata. All’inizio lo facevo per imparare, sì, per imparare a muovere il pennello sul legno, nei miei maldestri tentativi di pittura a olio sul compensato. La pennellata è personale, è per il pittore una sorta di calligrafia, di impronta digitale, si adatta di volta in volta alla rappresentazione del mondo, segue le forme sinuose delle onde o delle colline, i tratti decisi di alberi ed edifici, le sagome leggere di nuvole e petali… ma rispecchia anche l’io di chi dipinge. Nel Duemila ho provato un’emozione incredibile a contemplare le pennellate di Leonardo sulla tavola della Vergine delle rocce al Louvre. Potevo quasi sfiorare la superficie, nemmeno un vetro mi separava dalla pittura, avrei potuto toccarla, ci ho pensato, ma non ho osato. Nulla di paragonabile alla visita alla Gioconda, sepolta dietro vetri blindati, sorvegliata da guardie armate, irreparabilmente distante dietro un mare tempestoso di teste ondivaghe, colli allungati e flash lampeggianti… nemmeno a dirvelo, mi comunicava più mistero e aspettativa ammirare quel sorriso celebre sul coperchio della scatola di latta dove la nonna teneva i cotoni da ricamo; quando ho potuto finalmente vederla dal vivo a Parigi, ne sono rimasta profondamente delusa.

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 Leonardo – Vergine delle rocce

La pennellata di Cezanne è densissima, carica di materia, nelle nature morte come nei panorami i primi piani si sollevano letteralmente dalla tela a forza di materia, ogni piano luminoso emerge a colpi di olio stratificato su altro olio. È la pennellata di un Capricorno, legato alla terra e alla materia, introspettivo, analitico… perfino i suoi cieli sono chiari, ma coperti di pennellate talmente dense da screpolarsi; così anche le fronde degli alberi di Provenza sembrano leggere solo a distanza, basta avvicinarsi per sentire tutto il peso di quelle frasche che sembrano scolpite in una pietra verde. Anche i colori di Cezanne appartengono alla Terra, predominano le ocre, terre, verdi scuri, bruni, blu violacei.

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Cezanne

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Cezanne

Viceversa, Leonardo era un Acquario, segno di Aria, di leggerezza, di versatilità… le sue pennellate sono impalpabili, aeree, come i suoi orizzonti persi nella foschia. Nonostante la leggerezza, i primi piani di Leonardo hanno una definizione di dettagli da naturalista, da fotografo: nell’Annunciazione, le erbe in primo piano e gli alberi sullo sfondo sono descritti con una precisione da guida botanica, puoi identificarli senza ombra di dubbio.

Certi ritratti di Goya, invece, rivelano una pennellata che da vicino pare incerta, ma che a debita distanza ti descrive il pizzo di un colletto con tutta la leggerezza e la precisione necessaria; poco più in là, colpi di pennello agili e precisi come tagli di fioretto ti illuminano la piega di un tessuto, il riflesso di un gioiello, dettagliano un occhio e ti spalancano un’anima… Goya era un Ariete, Fuoco.

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                  Leonardo – L’annunciazione          Goya – Don Manuel Osorio

E l’Acqua? La liquida fluidità delle figure e degli abiti vaporosi, i riflessi della Senna e degli sguardi femminili, i giochi della luce e dell’ombra, una inquieta malinconia che vela i momenti della festa, balli e gite fuoriporta, sono i classici temi di Renoir; in un altro pittore d’Acqua, Michelangelo, la continua contrapposizione dei chiaroscuri che scolpiscono i volumi… serenità e malinconia, solidità e leggerezza, luce e ombra, bene e male, le dualità contrastanti che convivono nel doppio segno dei Pesci e fluiscono incessantemente dall’uno all’altro polo, come nel simbolo cinese yin-yang.

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                          Renoir                                   Michelangelo

Non so perché ho raccontato alcuni quadri e artisti a partire dalle loro pennellate e le ho messe in relazione agli elementi, ai segni zodiacali e ai simboli, non mi occupo affatto di astrologia, ma mi è sembrato il modo più semplice per comunicare con immediatezza le mie sensazioni. Ci tengo a precisare che non ho studi artistici alle spalle; se ho provato a dipingere a olio è perché ho trovato in casa una vecchia cassetta di tubetti mezzi rinsecchiti e un cavalletto pieghevole… in verità, mi è sempre piaciuto disegnare, soprattutto quando a scuola si faceva la “copia dal vero” di una mela o un barattolo portati da casa e per un’ora carta matita, pastelli o tempere si muovevano come volevo io. Adesso in città non ho tempo per dipingere, né un posto sicuro in casa per tenere in giro cavalletto e colori in attesa dell’attimo fuggente… ma vi immaginate la mia micia rossa che passeggia sulla tavolozza annusando con circospezione tubetti e pennelli impregnati dell’odore acre e caratteristico dell’olio di lino e della trementina e poi passeggia solenne per casa con il pennacchio della coda ritto in aria a punto interrogativo, seminando ovunque tracce multicolori delle sue zampine, come il gattino Matisse degli Aristogatti?

Gli oggetti in primo piano nei quadri di Cezanne, vasi, frutta, tronchi, case, sono cerchiati di scuro, come da bambini ti insegnano che non devi fare, eppure mantengono il loro volume, pur quando sono talmente precisi, talmente artificiali da diventare cubisti: uno degli ultimi quadri della mostra, un bosco di pini con uno sfondo indecifrabile, ricorda straordinariamente le Damoiselles d’Avignon di Picasso, pur se i due soggetti sono totalmente diversi.

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                          Cezanne                                    Picasso

In effetti un critico d’arte vi direbbe che Cezanne è stato un ispiratore del Cubismo. Quel giovedi sera io ignoravo tutto di Cezanne e dei cubisti, perché non ho letto nulla delle didascalie della mostra. Odio dover leggere ai musei, c’è sempre troppo testo a caratteri troppo piccoli, poca luce e troppa gente per farlo tranquillamente, se proprio devo, leggo solo i titoli dei quadri e al massimo i luoghi di provenienza delle opere… Per sapere se Cezanne era davvero un segno di Terra come ho immaginato, ho cercato la sua biografia su Wikipedia mentre scrivevo questo commento.

Non condivido del tutto questa mania di classificare i periodi artistici, mostrare quasi sempre le opere in ordine cronologico…. si, può essere utile, didattico, ordinato, ma ogni opera d’arte è una storia a sè, può essere riuscita o non compiuta, ma deve comunque comunicarti la poetica, il pensiero, il suo messaggio.

Incasellare opere e artisti in una corrente, in un periodo ti dà una sensazione libresca e scolastica dell’arte, può servire quando devi costruire uno schema, ma poi gli schemi devono essere rotti, come i giocattoli meccanici due giorni dopo Natale, e sarebbe molto più liberatorio ricostruire la storia dell’arte per analogie, per differenze, per contrasti, per soggetti… Quello che ho colto alla mostra sicuramente non stava scritto sui tabelloni, forse si poteva coglierlo tra le righe manoscritte di Cezanne che giganteggiano nei saloni (“L’armonia del colore accresce la precisione del disegno”), oppure nei suoi quadri… ricorderò a lungo la pennellata greve, il cielo opaco, i colori terrosi, le masse pesanti che sembrano scolpite nella pietra. Se uno storico dell’arte mi raccontasse i pittori a partire dal loro gesto, dai loro colori, dai loro soggetti, per arrivare a spiegarmi storia, correnti e avanguardie solo alla fine, probabilmente vorrei ascoltarlo giorno e notte e arriverei a capire l’Arte nel suo senso più profondo; a volte è un dettaglio a metterti in moto la fantasia e l’intuizione, nell’arte come nella scienza, una pennellata può essere illuminante quanto la mela di Newton. Peccato però che l’arte ce la raccontino sempre nel modo noioso, quello che non ti avvicina ma ti allontana, quello che ti porta a concludere che l’arte è cosa per gli iniziati, gli eruditi, o per quelli che hanno tempo da perdere.

A questo punto dovrei concludere, forse incitando chi legge a visitare la mostra o a non farlo… decidete voi! Forse ci andrete, se vi ho incuriosito a sufficienza, oppure se vorrete controllare se quello che vi ho raccontato ha senso oppure se si tratta di folli divagazioni di una presuntuosa imbrattatele della domenica… In attesa di ricevere, eventualmente, le vostre impressioni personali sulla mostra, un sincero augurio di Buon Anno e l’invito a non essere, almeno per una volta, vittime rassegnate dell’audioguida.

Silvia Russo