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Americana

© 2000 il Saggiatore Milano

È la fine degli anni sessanta: a ventotto anni, David Bell è il sogno americano diventato realtà. Ce l’ha fatta, è arrivato in cima. Giovane, bello e top manager di una grande rete televisiva newyorkese, Dave è abilmente sopravvissuto a faide e purghe aziendali di ogni genere, e può godere di una posizione e di un successo invidiabili. Il suo mondo è fatto delle immagini che balenano sugli schermi d’America, delle fantasie che nutrono la chimera della nazione più potente del pianeta. Ma da quella vetta, la sensazione di vuoto per Dave si fa insostenibile, urgente il bisogno di confrontarsi e di sporcarsi le mani con quel paese che i suoi programmi televisivi non riescono e non vogliono raccontare davvero. Il sogno ha perso il suo incanto e si è smascherato come l’incubo americano. La ricerca di una realtà sfuggente si trasforma allora in un pellegrinaggio per le strade degli Stati Uniti a bordo di un camper scassato. Con tre improbabili compagni di viaggio e la cinepresa in spalla, Dave cattura volti, voci, pensieri, storie, la crisi rabbiosa di una cultura che deve fare i conti con se stessa e con i suoi conflitti, da quello in Vietnam a quello sociale e razziale. È il film della sua vita, il suo film, il tentativo frenetico e folle di scrivere un pezzo di storia dell’America di sempre, con l’arma di un umorismo raggelante e i materiali di scarto della cultura di massa.”

Questo è quanto si legge sul primo risvolto della copertina di Americana e, lasciatemelo dire, rappresenta una perfetta sinossi del romanzo di Don DeLillo di cui parlo oggi. In poche righe, con grande bravura e precisione, l’anonimo estensore descrive tutto ciò che il lettore troverà nelle 380 pagine del libro.

Adesso, aprite bene le orecchie, autori esordienti!

Per colpire l’interesse di un editore e, di conseguenza, per convincere un ignaro lettore a comprare il libro una volta stampato, il riassunto del vostro manoscritto deve essere scritto come il brano che avete appena letto.

Dunque, la sinossi non deve superare la mezza paginetta e, soprattutto, non deve essere ingannevole. Un editor si accorge subito che lo avete imbrogliato e il vostro manoscritto finirà di sicuro nel cestino. Una cosa forse peggiore, a mio giudizio, è ingannare chi acquista un libro. Purtroppo gli editori per promuovere le opere dei loro autori a catalogo non hanno quasi mai scrupoli a raccontare fischi per fiaschi…

Quante volte vi è capitato di acquistare libri dove la sinossi in copertina è migliore del contenuto dei libri stessi?

Ma questa è un’altra storia e, soprattutto, non è il caso di Americana.

L‘opera in questione mi è piaciuta molto, però devo dire che non mi ha convinto del tutto. Americana, scritto nel 1971, è il romanzo d’esordio di un autore che negli anni a seguire si rivelerà assai prolifico e sarà giustamente osannato dai critici di tutto il mondo per la sua indiscutibile bravura, però analoghe riserve le ho avute con Underground, il romanzo di DeLillo che ho letto pochi mesi fa.

In sostanza, per ciò che io ho potuto notare leggendo i due succitati libri, DeLillo alterna pagine bellissime, profonde, a pagine noiose. Spesso le sue digressioni o i suoi flash back sono lunghi, troppo letterari e a volte interrompono il flusso narrativo. Questo però non inficia il mio giudizio complessivo su un romanziere che mi ha fatto capire quanto sia modesta e imbarazzante la mia scrittura. Confesso che, di fronte a certe pagine di Americana e Underground, mi è venuta la voglia di chiudere la penna stilografica in un cassetto e buttare via la chiave…

DeLillo è uno scrittore che dovrebbe essere assolutamente “letto e studiato” da chi decide di utilizzare il proprio tempo libero per scrivere romanzi o saggi con la speranza che poi vengano presi in considerazione da editori seri.

DeLillo eccelle nelle descrizioni di personaggi e ambienti: la sua New York è viva come era viva la Dublino nell’Ulisse di Joyce, un maestro indiscusso, da lui letto e ben assimilato. I personaggi di DeLillo, anche quelli di contorno, non sono mai banali, vengono disegnati con quattro veloci pennellate e rimangono incisi per sempre nella mente dei lettori.

Termino presentandovi alcuni brevi stralci di Americana che mettono in mostra, a mio parere, la maestria di questo scrittore.

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Cercai di concludere un po’ di lavoro. Ormai era buio. Andai alla finestra. Guardando verso sud, dall’altezza a cui mi trovavo, vedevo le luci accatastate una sull’altra per quasi tutta la lunghezza di Manhattan e il reticolo traforato delle strade. Aprii di uno spiraglio la finestra. L’intera città ruggiva. D’inverno, quando il buio cala prima del previsto e dalla nebbia stantia iniziano a occhieggiare le luci della città, New York diventa come una gigantesca torta di nozze. Si entra nell’ascensore con musichetta e si scende di duecento metri in dieci secondi netti, con un ronzio iperbarico nelle orecchie. È un processo spaventosamente impersonale, eppure in qualche modo necessario per passare dall’immagine a ciò che è effettivamente infilzato su quella graziosa forchetta. Mi feci quattro passi fino all’ufficio di Carter Hemmings. Lui era alla scrivania che si annusava le dita odorose di nicotina. Quando mi vide cercò in fretta di mimetizzare il panico scattando in piedi in un gesto assurdo e allargando le braccia come un barone degli allevatori argentini che accoglie nella sua villa un generalissimo golpista.

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La calca iniziò a diradarsi solo quando mi trovai a sud della Quarantaduesima, e per tutto il percorso il traffico non diede tregua. A sud della Quarantaduesima la gente aveva più libertà di decidere il passo, eppure i volti parevano grigi e afflitti, i corpi intabarrati davano un’impressione di clandestinità, e allora pensai che forse in quella metropoli la folla era davvero essenziale all’individuo, perché senza di essa non c’era nulla contro cui rivolgere la propria rabbia, mancava l’eco del proprio dolore, si dissolveva ogni prova concreta dell’esistenza di persone ancora più sole al mondo. Pensieri fuggevoli. Me ne tornai a casa, accesi la tv, mi spogliai ed entrai nella doccia.

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Sembrerà curioso ma il lavoro mi piaceva, almeno all’inizio. Mi spingeva a ragionare e vedere le cose come mai prima. In quel primo periodo immaginavo la mia mente come una camera oscura con tante porte. Io davo il meglio quando ne tenevo aperte molte. Ogni tanto ne aprivo altre e lasciavo filtrare ancora più luce, rischiavo la verità. Se mi pareva che qualcuno percepisse le mie osservazioni o i miei gesti come una vaga minaccia, chiudevo tutte le porte tranne una. Era quella la posizione più sicura. Ma in genere ne tenevo aperte almeno tre o quattro. Quell’immagine della stanza buia era una compagna assidua.

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Scivolai via da sotto la gamba di Merry e spensi la tv. Scesi le scale nudo, con scarpe e vestiti sottobraccio. Volevo risvegliarmi solo: era una mia fisima che nel corso degli anni molte donne avevano finito per detestare. Il mio appartamento mi accolse silenzioso e ombroso, con le sue tonalità color vino rosso di quadri e tappeti, il caminetto, i pannelli di quercia, i divani rivestiti di cuoio nero vecchio e piacevolmente screpolato, i boccali di rame ossidato sopra il caminetto e la luce dorata della lampada da lettura sulla scrivania, oggetti che effondevano familiarità e calore senza bisogno di riconoscenza in cambio, il tutto a rammentarmi che la solitudine non richiede impegno a nessuno. Mi feci una doccia e andai a letto.

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Old Holly era un sobborgo di New York solo in senso strettamente geografico: a differenza dei quartieri attorno, non era un’estensione dello spirito monossidico della metropoli, puro e semplice punto d’arrivo e di partenza. Non era una di quelle cittadine che sembrano limate e lustrate da una manicure. Quasi tutte le case erano molto vecchie e malconce in modo quasi rassicurante, di due o tre piani con piccole finestre con le imposte, soffitti alti, tetti a due falde, verande che in alcuni casi circondavano tutto il perimetro della casa seguendo le strane angolature formate dai tetti. In tutte le abitazioni scorreva un plasma annacquato di identità a risvegliare i sensi del visitatore occasionale. Chi entrava in una di quelle case sentiva nell’aria odore di chiodi di garofano o di tabacco aromatico; quella vicino profumava vagamente di menta, in qualche punto di vernice, il soffice effluvio di un vecchio tappeto, i suoni poco più che suggeriti dai tasti di un pianoforte chiuso, posateria e voci sparse, la predica indolente di una sega contro il legno, nient’altro che silenzio, oppure i suoni interiori che il silenzio contiene in tutte le stanze antiche e invase dal sole. In certe stanze, in certe case, i pavimenti erano leggermente in pendenza, le modanature cadenti, le travi portanti non a bolla, e quando si scendeva dal letto la notte per andare a prendersi un bicchiere d’acqua e fuori pioveva e soffiava il vento, era come trovarsi in mare aperto durante una tempesta. Da bambini, poi, ci voleva poco a convincersi che la casa fosse una nave, perché le scale cigolavano e c’erano dappertutto piccole nicchie buie dove appoggiare la mano al muro e sentire sospirare l’edificio intero, agitato da correnti tumultuose di vento. In quelle case erano assenti le persuasioni occulte dell’uguaglianza, i contorni precisi che non implicano vittoria né sconfitta ma solo stallo e identità, l’arida scienza del secolo.

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«Il talento è tutto. Se hai talento, nient’altro importa. Puoi anche mandare a puttane la tua vita privata nel modo peggiore, chi se ne frega. Se hai talento, ti rimane sempre di riserva. Chi ha talento sa di averlo e non c’è bisogno di altro. E quello a renderti quel che sei. Serve a dirti che sei davvero tu. Il talento è tutto, la sanità mentale nulla. Ne sono assolutamente convinto. Secondo me una volta avevo i numeri giusti. Promettevo bene, vero o no, Dave? Cioè, insomma, qualche talento l’avevo, vero o no? Ma ero troppo sano di mente. Non sono stato capace di compiere il grande balzo fuori dalla mia anima per penetrare l’anima universale. Quello che hanno fatto tutti i grandi. Da Blake a Rimbaud. Ormai l’unica cosa che scrivo sono gli assegni. Leggo fantascienza. Vado per lavoro a South Bend e Rochester. Quello nel Minnesota. Non Rochester nello Stato di New York. Intendo Rochester, Minnesota. Non sono stato capace di compiere il grande balzo.»

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Il film dà il suo meglio se visto come una sorta di schizogramma definitivo, un’esercitazione diametrale intesa a distruggere ogni significato. Mi piace toccarlo, il mio film. Mi piace guardarlo scorrere nel proiettore. E questo il mio grande successo. Sullivan e Brand, nel loro candore chirurgico, mi hanno insegnato a temere e invidiare l’artista. (In realtà Brand, come si è scoperto alla fine, era uno scrittore di pagine bianche. E così mi piace ricordarlo, in definitiva come romanziere, in tutti i sensi un artigiano di grande talento; solo che sceglieva parole dello stesso colore della carta su cui erano scritte). Volevo davvero diventare un artista, come credevo dovessero essere gli artisti, un individuo pronto ad affrontare le complessità del vero. E ho avuto grande successo. Mi sono ritrovato con il silenzio e con il buio, seduto e immobile, creatore di oggetti che imitano la mia predilezione.

Da questa finestra vedo l’oceano, lontano, ondeggiante nella patina vacua e rabbiosa con cui la burrasca dipinge tutte le acque. Più tardi uscirò a passeggiare sulla spiaggia per un’ora. Se per allora il tempo sarà schiarito forse riuscirò a vedere le coste dell’Africa, la grande curva bruna dei lombi equatoriali. Ma ora come ora è piacevole l’attesa di lasciarmi ricadere (di qui a un paragrafo) in un periodo della mia vita ben più degno di essere filmato.

Allo scadere del secolo non ci saranno fuochi d’artificio. Non ci saranno agonie nei giardini. Ora che la notte fa cenno, la prima lampada accesa sarà quella di un uomo che si getta da una rupe per imparare a volare, che si libra verso i tropici solari e allontana la mano dal petto a estrarne fuoco. Il rumore dell’oceano sembra perdersi nel deflagrare della propria passione. Porto calzoni di flanella bianca.

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Come al solito mi sono dilungato troppo e non c’è più spazio/tempo per pubblicare il ritratto di un prete, il reverendo Potter, che mi ha affascinato. Ok, ve lo presenterò più avanti in un post dedicato espressamente a lui.

Bye

Nicola

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Nella precedente puntata ci eravamo lasciati che mia moglie ed io stavamo esplorando New York dalle parti di Manhattan Downtown: bene, siccome in questa zona ci sono tante cose da vedere rimaniamo ancora un po’ qui.

Dopo avere guardato la parte di Ground Zero che s’intravede uscendo dalla fermata Fulton St. del metrò, c’incamminiamo a piedi verso la punta estrema dell’isola di Manhattan e, superata la coda chilometrica di gente che attende il traghetto per la Statua della Libertà (un’attesa di tre o quattro ore sotto il sole a picco per fare un giro di mezz’ora nelle acque dell’Hudson River!), attraversiamo il Battery Park e raggiungiamo il lato occidentale del World Financial Center. Qui si può entrare nello spettacolare Winter Garden (Giardino d’inverno, da poco ricostruito) dove, oltre alle altissime palme che sono sopravvissute alla tragedia dell’undici settembre, si ha la vista più estesa e completa di Ground Zero e dei lavori in corso ormai da dieci anni.

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Winter Garden

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Ground Zero visto dal Winter Garden

Poi, camminando di buon passo, ci dirigiamo verso Chinatown. Capitiamo proprio nel bel mezzo di una festa popolare locale. Ci soffermiamo ad ascoltare musica dal vivo e a osservare facce serene di uomini e donne a riposo che si godono, muniti di ombrellini colorati per proteggersi dal sole, il caldo estivo su panchine di un grande giardino affacciato sulla strada. Guardate nella foto sottostante (o nel filmato che segue) con quanta attenzione il vecchio musicista suona il suo rudimentale strumento e come poi cambia velocemente bacchette per terminare il pezzo!

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Nel video ho dovuto tagliare gran parte delle riprese della festa perché la musica era un po’ ripetitiva, ma vi assicuro che conservo tutta la versione integrale di dieci minuti che ho ascoltato in religioso silenzio mentre filmavo.

Una volta attraversata Chinatown la strada principale sfocia direttamente in Little Italy. Qui, se possibile, la confusione è ancora maggiore di prima, ci sono più turisti e più auto, ma la prima impressione che si ha è di essere finiti in una propaggine di Chinatown. Ci sono ancora le insegne italiane dei vecchi ristoranti e negozi, ma i nuovi proprietari (o la gente che ci lavora) hanno quasi tutti gli occhi a mandorla. Così è parso a me, ma ho la quasi certezza che di italiani in Little Italy ce ne siano rimasti ben pochi.

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Little Italy

Proseguendo a piedi si arriva nella famosa Soho newyorchese. Qui il traffico delle auto è pazzesco, le strade sono strette e le vetture sono tante. Il vocio dei quartieri popolari che abbiamo appena visitato viene sostituito dal suono stridente dei clacson degli automobilisti imbottigliati tra un semaforo e l’altro.

A parte questo, a Soho si trovano gli edifici più belli della città vecchia, edifici che non sono altro che le antiche fabbriche riadattate a case di pregio o ad ambienti espositivi di moda, arte o mobilia pregiata. A sentire mia moglie, che di queste cose se ne intende, a lei piacerebbe vivere a Soho se si riuscisse a eliminare del tutto le auto…

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Soho

A Soho termina la quarta puntata del viaggio negli Usa e in Canada.

E ora, se ne avete voglia, date un’occhiata al breve filmato senza parlato ma con bella musica che vi permetterà di seguire passo passo quanto ho appena raccontato della nostra recente esplorazione di New York.

Alla prossima!

Nicola

 

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Ground Zero

Oggi riprendiamo in esame il mio viaggio di quest’estate negli Stati Uniti e in Canada. Nei due precedenti filmati relativi alla città di New York abbiamo visto l’Uptown e la Midtown dell’isola di Manhattan, in quello odierno daremo una veloce occhiata a Downtown. Qui si trovano Ground Zero, Wall Street, Battery Park, Historic District, Le Corti di Giustizia, China Town, Little Italy e Soho. Dunque a Downtown c’è tantissimo da visitare. In questo terzo filmato esploreremo le prime quattro voci in elenco, rimandando il seguito alle prossime puntate.

Nel 2011 c’è stato il decennale dell’attentato alle torri gemelle: i giornali, le televisioni ne hanno parlato fin troppo, quindi evito di dilungarmi su questo increscioso episodio di terrorismo islamico. L’unica cosa che posso dire da spettatore in visita è che, a differenza di tutte le altre parti di New York, rumorose oltre il dovuto, qui la gente, le auto, gli operai che lavorano alla ricostruzione, evitano il più possibile di fare chiasso. Non si sentono clacson fastidiosi, non ci sono ambulanti che gridano, sembra quasi che il luogo della tragedia imponga a tutti un automatico momento di riflessione, qualche istante di silenzio o di preghiera per le vittime dell’attentato. I genitori stanno attenti a che i bambini non gridino e quasi nessuno si fa fotografare davanti alle macerie ancora visibili. Girando attorno a quest’area dove più di tremila persone sono morte e vedendo con i propri occhi l’orrore che può provocare l’odio fra popoli di culture diverse, chissà quanti hanno ritrovato, fosse anche per un solo istante, quel sentimento di comprensione umana verso il prossimo che da troppo tempo tutti abbiamo dimenticato.

Ben diversa è l’atmosfera che si vive a Wall Street. Questa strada, dove il passaggio delle auto è impedito, è meta di visitatori che desiderano assaporare quello che era lo strapotere del dollaro prima del probabile tracollo dell’economia americana e dove alcuni sperano d’incontrare qualche danaroso finanziere col sigaro acceso in bocca. C’è la coda per farsi fotografare davanti al monumento di George Washington. Qui le costruzioni sono massicce e imponenti non in altezza ma in larghezza, larghezza che è poi il vero simbolo dell’opulenza.

Nella punta dell’isola di Manhattan è possibile vedere Battery Park, cioè il parco con i monumenti ai caduti nelle varie guerre combattute dall’America e, in lontananza, il Ponte di Brooklin e la Statua della libertà.

A Downtown c’è anche l’Historic District dove si può visitare il Museo delle navi storiche americane.

Ultima nota di colore: qui, sotto un cavalcavia dell’autostrada, c’è un’area cani ben attrezzata ma terribilmente triste. Le bestiole scorrazzano (per modo di dire) non sull’erba ma sul cemento. Ahimè, Central Park, l’immenso parco di New York, è a parecchi chilometri di distanza…

Buona visione.

Nicola

P.S.

I video senza parlato possono risultare noiosi da guardare, questo lo so anch’io, perciò ho provato a inserire un commento utilizzando la mia voce.

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Il timbro della mia voce registrata è così fesso che, per non peggiorare il tutto, ho preferito cancellare il parlato. Per rendere più godibili i filmati, perciò, ho inserito dei pezzi musicali scelti con grande cura.

Quei pochi che hanno dato un’occhiata al primo filmato delle Vacanze 2011 sanno che il viaggio che mia moglie Chicca ed io abbiamo fatto quest’estate negli Usa e in Canada è iniziato a New York. Qui ci siamo fermati quattro giorni e abbiamo potuto visitare la città in lungo e in largo, la maggior parte a piedi o utilizzando qualche volta la metropolitana.

Non ho mai osato alzare il braccio per fermare un taxi per la sola ragione che non avrei saputo indicare dove portarci o, meglio, non sarei riuscito a dire col mio modesto inglese dove volevamo andare. La cosa che ricordo maggiormente della prima giornata a New York è che siamo tornati in albergo col torcicollo a furia di guardare grattacieli, uno più imponente e bello dell’altro. Alla fine, però, non ne potevamo più di quelle costruzioni avveniristiche e il giorno dopo abbiamo deciso di abbassare gli occhi per guardarci intorno.

Ovviamente le cose sono migliorate. Finalmente ci siamo immersi in quella che io reputo la peculiarità di New York che non sono i grattacieli ma l’atmosfera che si respira andando in giro a piedi in Times Square, a Soho o a Wall Street. Nelle strade c’è un traffico pazzesco di auto e taxi gialli e i marciapiedi nelle zone più importanti della città non sono da meno. Intasatissimi di pedoni che, a passo spedito, vanno al lavoro o sono diretti da qualche parte. Molti dei newyorchesi hanno in mano dei bicchieroni di caffè o coca cola che pesano un chilo e di cui sembra che non possano fare a meno. Questo via vai di gente (abitanti e turisti) dalle mille etnie e colori della pelle crea quell’atmosfera di magica confusione di cui parlavo prima e che non ho ritrovato altrove, se non (in scala ridotta) talvolta in Piazza del Duomo a Milano, a Roma in Piazza San Pietro o a Berlino nella Potsdamer Platz.

Nel filmato Vacanze 2011 che presento oggi vi renderete conto di quanto abbiamo camminato nella cosiddetta Uptown. In questo secondo giorno abbiamo visitato Central Park e il vicino Zoo dove c’è un orso nuotatore simpaticissimo che autisticamente ripete per i visitatori lo stesso tragitto con movimenti studiati da attore sopraffino. La Grand Army Plaza, il Rockfeller Center (una delusione perché la piazza con la fontana dove d’inverno si pattina era occupata dalle tante tende di un bar), il lago Jacqueline Onassis dove si gode una bella skyline di New York, e due importanti musei: il Metropolitan e il Gugghenheim.

Decisamente abbiamo trottato molto. A sera Chicca ed io eravamo fusi.

Buona visione.

E per finire:

Brutte notizie, Giacomo!

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IMPORTANTE

Ultima, ma non ultima informazione: mia figlia Luisa è sostenitrice della Onlus Fondazione ABIO per i bambini in ospedale e mi ha segnalato che il giorno 24 Settembre in 100 piazze d’Italia verranno messe in vendita delle pere per sostenere concretamente questa bella iniziativa. Invito tutti gli amici a dare un piccolo contributo. Il link per saperne di più è: http://www.abio.org/campagne_giornata_nazionale.asp

Cari amici,

riapre oggi il blog dopo la lunga pausa estiva.

State tutti bene? Avete passato delle belle e riposanti vacanze?

Per quel che mi riguarda posso rispondere sì a entrambe le domande.

In questi mesi di silenzio ho letto molto, ma di questo parleremo un’altra volta, ho fatto un bel viaggio negli U.S.A. e anche una settimana di relax in un agriturismo della maremma toscana. Ho goduto del sole, del mare e del vento di uno straordinario settembre, della compagnia di mia moglie, della mia figlia maggiore (evento storico, questo, reso possibile dal fatto di essere, lei, in convalescenza dopo la rottura di un braccio per un brutto scivolone) e del suo simpaticissimo quanto ingombrante cane che ci ha protetto giorno e notte da qualsiasi presenza estranea abbaiando come un pazzo al minimo fruscio sospetto…

Ah, il cane è femmina e si chiama Lea, anagramma del diminutivo di mia figlia che è Ela… Si tratta di un bastardo, incrocio tra un levriero e un labrador. E’ grande come un pony ma ha paura anche della sua ombra: credo che il suo forsennato abbaiare dipenda proprio da questo. Per esorcizzare le sue ansie di trovatello. Almeno così ci dicono gli psicologi degli animali quando li interroghiamo per sapere il perché del suo strano e noioso comportamento.

Come ho detto, ho fatto un salto di una decina di giorni in America con mia moglie e ho girato parecchio a piedi, in metrò e in pullman portando sempre con me la videocamera. Risultato: poche foto ma almeno tre ore di riprese da far vedere agli amici nei dopocena invernali.

Siccome però io sono una persona buona e capisco che non è bello approfittare della pazienza degli ospiti, mi sono messo di buzzo buono e, lavorando al computer con il programma Premiere, sono riuscito, tagliando e tagliando a più non posso, a ridurre il video della mia trasferta all’estero a circa 70 minuti. Penso che i miei amici ne saranno contenti e non si addormenteranno in poltrona quando glielo farò vedere…

Tra gli amici, lontani e vicini, ci metto anche voi che seguite il mio blog. Con voi sono stato ancora più attento: ho spezzato il film delle mie vacanze in otto parti e le sto man mano caricando su You Tube, così chi vorrà guardare cosa ho fatto a New York, a Washington, a Filadelfia, alle cascate del Niagara o a Toronto in Canada, potrà visionarselo solo se lo desidera, col vantaggio che ognuno degli otto spezzoni non supera mai i dieci minuti (regola di You Tube).

Non sono stato bravo?

Oggi vi presento la prima parte del viaggio. Sei minuti appena. Buona visione.

Nicola