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Saluti

Carissimi amici,
con il post odierno termina la mia esperienza di blogger. Terrò aperto questo spazio solo per eventuali avvisi.
Ovviamente lascio il blog a disposizione dei webnauti. Chi vorrà leggere i miei 100 e  passa post pubblicati in questi anni, potrà sempre farlo e, statene certi, mi farà piacere. Chi conosce il mio indirizzo mail e desidera comunicare con me, può farlo tranquillamente. Risponderò a tutti.
La ragione di questa decisione è la solita: stanchezza per la grande fatica di produrre, ogni settimana, il compitino da pubblicare sul blog. Non ho più l’età per mantenere questo impegno. Sono sempre più convinto che scrivere deve essere un piacere, altrimenti è solo una sofferenza inutile. Non sono stanco solo per questo. La verità è che, in questi ultimi mesi, non sono stato con le mani in tasca. Non ho fatto il fancazzista, come dicono, scherzando, i miei amici ancora in attività. Anch’io, alla mia maniera, sono stato parecchio laborioso.

1. Sto insegnando italiano in una scuola serale per stranieri. (Una ragazza indiana mi ha  chiesto il significato di minchia! e cazzo! le esclamazioni più usate dalle persone che ha conosciuto in Italia e mi ha davvero messo in imbarazzo…)

2. Da diligente  blogger ho preparato con cura i miei post settimanali. (Ma ad avere più successo sono state le facezie/barzellette non mie…)

3. Ho letto e commentato molti post dei miei amici virtuali. (Spesso rosicando per la loro bravura e per il numero esagerato di commenti  lasciati da splendide fanciulle che a me non m’hanno mai degnato di un‘occhiata…)

4. … qui non scrivo niente per il semplice fatto che non si può spiattellare proprio tutto della propria vita privata!  A bocca aperta

5. Infine, ho rispolverato il romanzo che, da anni, riposava in un cassetto in attesa dell’ultima e definitiva revisione.  Per portare a termine questo (per me) gravoso compito ho speso gran parte delle mie energie mentali. Tutti sanno che scrivere un buon romanzo è una cosa difficilissima, mentre scrivere una ciofeca, è facilissimo… Basta vedere il numero spropositato di romanzi inutili che vengono pubblicati in Italia e nel mondo ogni anno. Per questa ragione, non volendo incrementare di un’altra unità gli inutili seller, ho lasciato riposare il mio romanzo per quattro anni nel cassetto. Quando, sei mesi fa, l’ho riletto, mi è venuto da piangere… Non certo per la gioia o la commozione, ma per avere perso tanto tempo a scrivere un’opera così sconclusionata. Quanti anni ho sprecato in questa avventura! Anni  che, invece, avrei potuto dedicare al divertimento e alla vita sociale?!  Tanti, troppi.
Pagine che mi sembravano geniali si sono rivelate, a una nuova e più attenta lettura, solo delle banali ripetizioni di pensieri già pensati e masticati da migliaia di altri pseudo scrittori prima di me.
Sono stato più volte sul punto di buttare definitivamente quel mio parto letterario nella pattumiera. A fermarmi è stato il ricordo delle revisioni/recensioni regalatemi da due amiche a cui, qualche anno fa, avevo dato da leggere quel mio ultimo e più sofferto romanzo. 
Il parere della prima amica era stato abbastanza positivo e su alcuni capitoli c’era persino appuntata l’esclamazione: bello! Il suo consiglio era stato di lasciare riposare qualche mese il libro e poi di rivederlo in alcuni punti. Solo così sarebbe stato pronto per la pubblicazione. 
Il giudizio della seconda amica era stato tragicamente negativo. Pagine e pagine cassate senza pietà, interi paragrafi cancellati… insomma, una vera tragedia. Il suo consiglio era stato di lasciare riposare qualche anno il romanzo e poi di riscriverlo di sana pianta! A suo parere, se l’avessi lasciato così, non sarebbe mai stato pronto per la pubblicazione.
Curiosamente queste due recensioni così diametralmente opposte, mi avevano convinto che, in fondo, il mio libro non era da buttare, ma necessitava di essere ulteriormente pensato, elaborato e riscritto.
Ecco perché ho lasciato passare quattro lunghi anni prima di riprenderlo in mano. Toccava a me di separare il grano dal loglio e di portarlo a una forma più acconcia e intrigante. Per compiere questa ultima revisione ho impiegato cinque mesi, lavorandoci su giorno e notte e, solo pochi giorni fa, sono arrivato a scrivere la parola fine. E, purtroppo, non sono ancora sicuro che il risultato finale sia soddisfacente! 
I cinque punti elencati dovrebbero spiegare il mio attuale stato di salute e giustificare il perché devo, forzatamente, mettere in animazione sospesa il mio amato blog. 
Sono svuotato non solo psicologicamente  ma anche fisicamente e ora sento la necessità di chiudere per un bel po’ con la scrittura. Devo riprendere fiato e rimettermi in sesto.
Appena potrò, trasformerò il libro in e-book e lo auto-pubblicherò su Amazon. Alcuni di voi conoscono già il titolo del romanzo, avendone io già presentato due capitoli nel blog, alcune settimane fa. Si tratta di “Affinità elettive” e di “I cinque cani e la seduta psicoanalitica” che avete accolto con cortese benevolenza. Per ringraziarvi, ho pensato di farvi una promessa e di sottoporvi, come mia ultima presenza su WordPress, un altro capitolo  di Io e Agata a cui io tengo in modo particolare.
La promessa è questa: se e quando Io e Agata sarà in vendita su Amazon farò in modo che tutti possiate leggerlo gratuitamente. Vi avviserò con una mail, oppure scriverò su questo blog come fare per scaricarlo gratis. 
Il terzo capitolo che presento oggi s’intitola Francesco mio. Questo è un mio vecchio racconto, rivisto e corretto, che comparirà nell’appendice di Io e Agata anche se è parte integrante della vicenda che narro nel romanzo. Il brano è piuttosto lungo, ma mi piacerebbe che lo leggeste e, bene o male, che qualcuno lo commentasse. Senza nessun obbligo, ovviamente.

Siccome questo è il mio ultimo post vorrei togliermi un sassolino dalla scarpa, ben sapendo che "la cosa peggiore che può capitare a una domanda è la risposta".
Io non conosco a fondo l’inglese, però ho sempre pensato che follower volesse significare seguace, uno che ti segue. Pare, invece, che su WordPress questo termine forestiero abbia un altro significato. Mi spiego: in quasi tre anni di mia assidua presenza su questa splendida piattaforma ho collezionato circa 280 follower, ma di questi solo il 10% si sono fatti vivi e hanno colloquiato qualche volta con me… ma tutti gli altri seguaci dove si sono nascosti!?
Forse, per questo corposo gruppo di blogger,  follower significava che dovevo essere io a seguire loro?  In verità per un po’ l’ho fatto poi, vedendo che non c’era reciprocità di amorosi sensi, ho abbandonato la partita.
Capita così anche a voi? Questa è la mia domanda da un milione di dollari…
Comunque, a volte esagero a lamentarmi. Infatti, tra i miei sostenitori silenziosi, posso vantare una parrucchiera che ha inventato e pubblicizza uno shampoo miracoloso, e un simpatico signore che promuove nel mondo bare e urne cinerarie…  Alla prima avrei voluto scrivere che è già un miracolo se, alla mia età, ho ancora quattro capelli in testa e, all’altro, toccandomi di nascosto le parti basse e non conoscendo il mio futuro, avrei voluto dire che mi piacerebbe vivere qualche anno ancora e che alla bara ci penseranno (spero) i miei cari… 

Ok, basta recriminazioni più o meno spiritose. È arrivato il momento dei saluti. Chiedendo scusa per questo lungo pistolotto, lascio un calorosissimo abbraccio ai miei followers… indistintamente.

Buona fortuna e lunga vita à tout le monde.
Nicola

Francesco mio

Francesco mio

Quando i pompieri riuscirono a entrare nell’appartamento del professor Quilici, lo trovarono seduto su una poltrona e con la bocca sorridente.
Anche il fringuello nella gabbia sorrideva.
Può sembrare un’assurdità, un volatile non può sorridere, ma chi li aveva trovati raccontò che dalla disposizione dell’uomo e della gabbia appoggiata sulle sue ginocchia, i due si stavano certamente guardando negli occhi e poiché il professore pareva sorridere, anche il fringuello doveva avere la sua stessa espressione.
«Sì, sì, – dicevano tutti – il vecchio e l’uccellino avevano dato insieme l’ultimo respiro, sorridendosi l’un l’altro».

Io, all’epoca, ero un ragazzino.
Alla storia del sorriso del fringuello ci ho creduto.
E ci credo ancora oggi.

Il signor Quilici era un professore di musica in pensione. Viveva nel mio stesso palazzo. Quando lo conobbi, avevo quattordici anni. Lui quasi ottanta. Lo incontravo qualche volta scendendo di corsa per le scale dal mio appartamento al quinto piano. Abitava sotto di noi e, salendo a piedi con la borsa della spesa, aveva sempre il fiatone perciò rispondeva al mio saluto solo muovendo lentamente la mano libera.
Fra noi un’amicizia era inevitabile ma, all’inizio, fu vera guerra.
Io andavo matto per la canzone Rock around the clock di Bill Haley, per Only you dei Platters, per Diana di Paul Anka, lui ascoltava tutto il giorno musica classica.
Mia madre mi urlava dietro ogni volta che mettevo sul giradischi i 45 giri al massimo volume, ma io non le davo retta. Un giorno, però, dal pavimento della mia camera sentii sette o otto colpi sordi in rapidissima successione e una voce chiara, anche se lontana, che gridava:
«Basta!»
Proprio in quel momento mamma stava passando per la stanza.
Seguì un ordine:
«Vai dal signor Quilici a scusarti! Fila!»
Scesi al quarto piano e suonai il campanello.
Mi aprì la porta un uomo molto anziano dal viso chiaramente alterato.
«E tu chi sei?» chiese.
«Il bambino del piano di sopra…»
«E allora?»
«Sono venuto a scusarmi per il rumore…»
Non mi fece finire la frase.
«Bravo, hai detto giusto! La tua non è musica, è solo rumore! Va bene, accetto le tue scuse.»
Mentre l’uomo stava richiudendo la porta, sentii un canto acuto, quasi arrogante. Possedevo una coppia di canarini, che adoravo, perciò nei ripetuti e forti ciuinc, uit e ciuit, che provenivano dall’interno dell’appartamento, riconobbi il cinguettio di un volatile.
«Anche lei ha degli uccellini?» chiesi.
«Non uccellini, ma un fringuello maschio…» rispose piccato.
«Posso vederlo?»
La mia domanda lo prese in contropiede. Non sapendo se farmi entrare in casa oppure no, rimase per un attimo indeciso. Poi con la mano spalancò la porta.

Il suo appartamento era tagliato in modo del tutto diverso dal mio. Il lungo corridoio che disimpegnava razionalmente le stanze aveva una parete attrezzata a libreria. Buttando un occhio sugli scaffali, notai che i libri erano disposti in ordine di altezza decrescente da sinistra verso destra. La cucina dava l’idea di un luogo pochissimo vissuto. Non c’era un oggetto fuori di posto, nemmeno una tazzina sporca di caffè sul lavello. Magro e spilungone com’era, forse non faceva nemmeno colazione.
Arrivati nello studio, davanti a me si presentò tutto un altro mondo.
Una stanza così quante volte me l’ero sognata!
Regnava dattorno un magnifico disordine: sulla scrivania, mescolati a spartiti musicali, c’erano pile di dischi a 33 giri e sul pavimento il grammofono, retto da quattro gambe affusolate, stava ancora suonando a bassissimo volume un brano di musica sinfonica. Appesi alla parete più grande c’erano due custodie di violino e due quadri, dipinti a olio, ottime copie (così disse lui) dei famosi quadri di Manet: il Pifferaio e il Guitarrero. Nella parete più piccola, un’altra libreria stracolma di spartiti disposti alla rinfusa che, a tener conto del numero di quelli sparsi per terra, era di sicuro usata quotidianamente.
A fianco della finestra, protetto da una tenda che un tempo doveva essere stata bianca, c’era un’alta piantana con tre ganci a uncino. Su quello più alto stava appesa una gabbia metallica a forma di castello.
Dentro un fantastico uccellino dai mille colori.
Il fringuello saltabeccava incessantemente da un trespolo all’altro, sbatacchiando rumorosamente le sue alucce scure. Il piumaggio del petto tendeva al ruggine, la schiena era verde muschio. Aveva la testa color carta da zucchero, la fronte nera. Anche le ali erano nere a striature giallo–verdognole e portava una macchia bianca all’altezza della spalla. Il ventre era castano chiaro quasi biancastro e il becco tendeva al viola.
Un’esplosione di colori se paragonata al semplice, unico, anche se vivissimo, giallo dei miei canarini. Quello che però mi colpì fu la varietà di suoni che uscivano dalla gola del minuscolo volatile.
Lo feci notare al padrone di casa. Questi, invece di rispondermi, estrasse dalla biblioteca un testo di ornitologia, cercò la pagina giusta e lesse:

“Il suono più strano che emette il fringuello è il francesco mio. Si chiama in questo modo perché il volatile nella parte terminale del canto emette un verso molto simile all’invocazione – francesco mio – , e via in similitudine per gli altri canti.
Con un po’ di pratica è relativamente facile riconoscere altri suoi versi.
Quelli migliori sono:
a)    il passerino, alla fine di ogni canto emette un verso simile a quello del passero.
b)    il doppietto, emette un canto completo e, un secondo dopo, lo ripete eguale.
c)    il buicio, a ogni striscia di canto ultimata allega un verso simile a “buicio”.
d)    il cin, inizia e termina il canto con “cin – cin”.

«Ma lei riesce a distinguerli tutti questi suoni?» domandai incuriosito.
«Ho studiato e suonato il violino e ho l’orecchio abituato a cogliere le varie sfumature dei suoni. Ovviamente il fringuello non li emette tutti di seguito ma, a seconda dell’estro del momento, canta in un modo piuttosto che in un altro.»
«Lei veramente riesce a sentirlo quando pronuncia francesco mio
L’uomo sorrise alla mia domanda:
«Quello è il verso che fa soltanto a me e solo quando gli do del cibo che lo soddisfa!»
«Lei mi sta prendendo in giro…» protestai.
«Caro bambino, – fece lui – se continui ad ascoltare i tuoi urlatori, non puoi pretendere di cogliere sfumature così sottili.»
«E dai! – pensai dentro di me – Quest’uomo insiste a burlarsi di me!»
Poi, come proseguendo un suo ragionamento, tornò a prendere un altro libro sullo scaffale e quando ebbe trovato quello che cercava, disse:
«Il canto del fringuello non lo apprezziamo soltanto noi musicisti, ma anche i poeti. Tu conosci Giovanni Pascoli, vero?»
Non aspettò nemmeno la mia risposta e continuò:
«Pascoli ha scritto una splendida poesia sul fringuello. Il titolo è Il fringuello cieco e, per non annoiarti, te ne leggo solo poche righe. Attese un attimo, poi, con voce ispirata e ben impostata, recitò:

“Finch…  finché nel cielo volai,
finch…  finch’ebbi il nido sul moro;
c’era un lume, lassù, in ma’ mai,
un gran lume di fuoco e d’oro,
che andava sul cielo canoro,
spariva in un tacito oblìo…“

«La senti la musica che viene fuori da questi versi?» domandò poi.
«Sì, sì!» dissi, mentendo alla grande. Se qualcosa avevo provato, era solo un po’ di vergogna per la mia assoluta incapacità di apprezzare le poesie. A scuola ce ne facevano studiare tantissime a memoria e da ciò proveniva la mia idiosincrasia per quel strano modo di esprimere concetti e pensieri.
«I professori di lettere – continuò, come leggendomi nel pensiero – sbagliano a costringervi a studiare a memoria le poesie! Farebbero meglio a insegnarvi a leggerle ad alta voce, con la corretta dizione! In questo modo, forse, apprezzereste la musica che c’è in ognuna di loro…»
Interruppe subito il suo ragionamento perché si accorse di avermi messo in grande imbarazzo. Un attimo dopo mi accompagnò alla porta.

Nei mesi seguenti mi sforzai a tenere basso il volume del giradischi e tentai persino di leggere ad alta voce sul mio libro di antologia alcune famose poesie. L’effetto acustico della mia dizione doveva sembrare però alquanto stridulo e angosciante, perché mia madre spesso entrava di corsa in camera credendo che stessi male. Dovetti, a gran fatica, imparare a regolare il tono della voce e ad abbassare ad altezze più umane il braccio sollevato e teso con cui accompagnavo la recita dei versi.
Dopo innumerevoli e penosi tentativi, riuscii finalmente a declamare in modo decente Davanti San Guido di Carducci: “I cipressi che a Bolgheri alti e schietti van da San Guido in duplice filar…” e persino a sentire la musica che c’era in quella poesia.
Avrei voluto correre giù dal professore a fargli sentire i miei progressi, ma qualcosa mi impediva di farlo. Da qualche giorno dal suo appartamento uscivano pochissimi suoni, niente musica classica e neppure il canto del fringuello.
C’era qualcosa che non andava, me lo sentivo sulla pelle.
Vivendo da solo, il signor Quilici era costretto a procurarsi di persona le provviste per la settimana. Lo faceva ogni mercoledì mattina al mercatino rionale. Molte volte, quando il mio turno a scuola cadeva di pomeriggio, andavo con la mamma allo stesso mercato e lo incontravo mentre sceglieva la verdura per sé e per l’uccellino. In queste occasioni riuscivo a scambiare qualche chiacchiera con lui e spesso, quando la nostra spesa era leggera, lo aiutavo a portare su per le scale le sue borse piene. Il suo respiro era così affannoso da farmi temere che un giorno o l’altro non ce l’avrebbe fatta a salire tutti e quattro i piani.
Da un paio di settimane, però, il professore non si era fatto vivo al mercato.
Il secondo mercoledì segnalai a mia madre la sua assenza e lei mi consigliò di andare a suonare al suo appartamento.
Dopo un’attesa infinita, la porta si aprì e vidi davanti a me non l’uomo che conoscevo ma un essere rinsecchito e barcollante. Aveva occhiaie profonde e i capelli erano del tutto fuori posto. Il vestito era spiegazzato e pieno di borse alle ginocchia: chissà da quanti giorni non se lo cambiava!
Invece di salutarmi e invitarmi a entrare, in modo alquanto brusco chiese:
«Cosa vuoi?»
«È un po’ che non la vediamo e la mamma e io eravamo preoccupati…» risposi.
Ci mise un secondo a scoppiare in un pianto senza freni.
«Cosa le è successo?»
«Il mio fringuello ha perso la voce! Non canta più… morirà presto…»
Mi fece entrare in casa e mi condusse nello studio. Le tapparelle erano completamente abbassate, il disordine che mi aveva così affascinato la prima volta, ora aveva preso il sopravvento e rendeva squallida la stanza. Piatti con avanzi di cibo ammuffito avevano invaso la scrivania, normalmente ingombra di mille altre cose. C’erano foglie d’insalata rinsecchita e ossetti di seppia sparsi un po’ dovunque. Un puzzo incredibile rendeva difficoltoso respirare.
«Posso aprire le finestre per cambiare l’aria?» chiesi, cercando di essere il più possibile gentile.
«Fa come vuoi…»
Con voce lugubre, inframmezzata da un pianto lamentoso e da un’espressione di apatia stampata sul viso, mi raccontò che due settimane prima, mentre gli stava dando il solito cibo, il fringuello aveva improvvisamente emesso un verso rauco, straziante e da allora non aveva più cantato. Da quel giorno a malapena accettava un po’ di granaglie.
«Ha chiamato il veterinario?» chiesi.
«Ti pare che un veterinario si muova per uno stupido uccello che non canta più?»
Non sapendo cosa fare per aiutarlo, mi misi allora a raccogliere i piatti sporchi e a rassettare dattorno. Mentre eseguivo quelle semplici operazioni, la mia mente era indaffarata a cercare una soluzione al suo problema. Ben presto però dovetti arrendermi. Quando nello studio una parvenza di ordine fu ristabilito, non potei fare altro che salutarlo lasciandolo solo con il suo sconforto.

Avevo da poco iniziato il primo anno al liceo scientifico Righi che era, a detta di tutti, il migliore della città. Fra i cinque o sei professori che ci seguivano, ero convinto che avrei trovato chi sarebbe stato in grado di darmi una mano a risolvere il problema del signor Quilici. Raccontai la storia del fringuello, diventato improvvisamente muto, al mio professore di scienze, ma l’unica cosa che riuscii a ottenere fu un sorriso di compatimento:
«Ragazzo mio, con tutti i grandi problemi che ci sono al mondo, il tuo mi sembra davvero poco importante!»
Ottenni la stessa indifferenza dal professore di italiano e da quello di matematica.
Stavo ormai per perdere ogni speranza, quando, una mattina, l’insegnante d’inglese prese a parlare di un libro che aveva appena finito di leggere e il cui titolo era:

Siamo tutti nati poliglotti di Alfred A. Tomatis

Spiegò che, avendo da poco iniziato a studiare una lingua straniera, qualcuno di noi avrebbe fatto parecchia fatica a impararla. Nel parlarla, alcuni si sarebbero trovati a disagio, come quando si indossano vestiti più larghi o più stretti di un’altra persona.

A detta di Tomatis “queste sensazioni non sono cose immaginarie: un corpo che parla una lingua risuona in maniera diversa dal corpo che ne parla un’altra, e se un corpo parla una lingua con la quale non entra in risonanza, per quanto la si studi, non la si padroneggerà mai”.

Nel libro citato – aggiunse il professore – era indicata una strada per rendere possibile un effettivo multilinguismo dei cittadini d’Europa, una strada fondata tutta sull’ascolto.

Alfred Tomatis fu immerso fin dall’infanzia in un variegato mondo sonoro: i nonni erano italiani e parlavano nizzardo, un dialetto ricco di influenze dal piemontese, il padre, cantante lirico, era un famoso basso all’Opera di Parigi. Queste esperienze, unite alla vocazione per la medicina, lo portarono ad approfondire i rapporti tra l’orecchio, la voce, e la salute degli esseri umani. Sarebbe stato perciò riduttivo definire Tomatis un otorinolaringoiatra, piuttosto lo si sarebbe potuto chiamare un professore dell’orecchio”.

A questo punto la mia attenzione era diventata vivissima: forse Tomatis avrebbe risolto il problema che mi assillava.
Cominciai a prendere degli appunti, scrivendo con estrema cura tutto quanto l’insegnante stava spiegando e, tornando a casa in tram, li rilessi più e più volte.

“Nelle prime pagine del suo libro l’autore racconta che a dare inizio alla sua ricerca fu l’osservazione delle sordità professionali degli operai che lavoravano negli arsenali dell’aeronautica negli anni ‘50. Da essa trasse le cosiddette tre leggi del metodo Tomatis:

1)    La voce esprime solo ciò che l’orecchio può sentire.
2)    Se l’ascolto si modifica, immediatamente e inconsciamente si modifica anche la voce.
3)    È possibile trasformare durevolmente la fonazione se la stimolazione acustica viene mantenuta per un certo tempo (legge della rimanenza).

Ma ciò che mi colpì di più fu la seguente riflessione sugli effetti terapeutici della musica classica:

Le opere di Vivaldi, insieme a quelle di Mozart, Tchaikovsky e Corelli, sono state incluse nelle teorie di Alfred Tomatis per dimostrare i benefici della musica sul comportamento umano e vengono utilizzate nella terapia musicale”.

Ecco la soluzione che cercavo! Sostituendo in quella frase l’aggettivo umano con animale, risultava che la musica avrebbe potuto curare anche il fringuello.

Corsi a casa e feci le scale a tre per tre. Arrivato al quarto piano suonai alla porta dell’appartamento del professor Quilici, senza chiedere permesso entrai in casa e gli raccontai quanto avevo appreso a scuola.
L’uomo mi ascoltò prima con grande scetticismo, poi, man mano che gli spiegavo come avremmo dovuto procedere, fu preso anche lui dall’entusiasmo.
«Ecco perché non canta più! – disse – Da due settimane il mio fonografo si è guastato e da allora il fringuello sta facendo lo sciopero della voce!»
«E se le prestassi il mio e gli facessimo sentire dei pezzi delle mie band?»
Un’occhiataccia mi fece capire che non era il momento di scherzare.
Salii nel mio appartamento, presi il giradischi e lo sistemai nello studio del professore.
Mettemmo poi la gabbia su una sedia molto vicina agli altoparlanti e il signor Quilici, nella sua vasta discoteca, scelse un pezzo di Mozart. Nel locale, per tanti giorni silenzioso, le note melanconiche e gioiose di Così fan tutte si sparsero per l’aria e attraversarono anche la gabbietta.
Tutti e due ci aspettavamo qualcosa.
Ma non accadde nulla.
La bestiola apatica era e tale rimase per tutto il tempo in cui la musica aveva ripreso possesso della stanza.
Me ne tornai a casa deluso ma non completamente vinto.
«Può tenere il giradischi per tutto il tempo necessario. – dissi – Cambi musica, può darsi che Mozart non gli piaccia!»
Per più di una settimana il professore passò le giornate a cercare fra i suoi dischi il brano sinfonico che poteva compiere il miracolo. Fu tutto inutile, il fringuello non dava segni di ripresa, anzi, a volte, rifiutava persino il suo cibo preferito. Forse la terapia musicale era efficace sugli umani, di certo si stava rivelando un fiasco con gli animali. L’uccelletto era ormai ridotto a pelle e ossa, mancava davvero poco alla sua fine.

Si trattava solo di attendere.

In un pomeriggio noioso come tanti altri, stavo studiando di malavoglia geografia, quando, tra uno sbadiglio e l’altro, sotto i miei piedi sentii sette o otto colpi sordi. Quei colpi che provenivano dallo studio del professore, erano il nostro mezzo di comunicare: tre volevano dire vieni giù, di più significavano emergenza.
«Oddio! il fringuello è morto!» pensai.
Col cuore in gola scesi al quarto piano.
Quando il signor Quilici aprì la porta, una musica molto triste e una voce che mi fu difficile stabilire se di uomo o di donna, arrivò alle mie orecchie.
«Ha cantato di nuovo… con un pezzo di Vivaldi!” disse il professore.
Corsi nello studio. La musica era a un livello molto alto e quasi copriva i versi dell’uccellino. Abbassai leggermente il volume del giradischi in modo da riuscire a sentire la voce del fringuello. Il suo canto era bellissimo e melodioso come mesi prima. Mi sedetti su una poltrona e chiusi gli occhi per assaporare meglio l’atmosfera che si era creata nella stanza.
Non posso dire con assoluta sicurezza se ero sveglio o se sognavo, ricordo solo che, a un certo punto, udii con estrema chiarezza due suoni che non avevo mai uditi prima:

francesco mio!
cin cin!

Giuro di averli sentiti.

Due settimane dopo quello straordinario evento, i pompieri furono costretti ad abbattere la porta dell’appartamento del professore.

Fine

Crediti: la strip del Signor Giacomo mi appartiene. L’immagine che accompagna il racconto Francesco mio è una mia rielaborazione di una scultura di Alberto Giacometti, il famoso scultore e pittore svizzero.

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Kari Hotakainen

Come promesso, oggi vi presento un altro capitolo del libro dello scrittore finlandese Kari Hotakainen: Un pezzo d’uomo, edito da Iperborea. Quest’autore mi ha convinto perché ha saputo conciliare, nel suo mondo narrativo, semplicità di scrittura e profondità di pensiero. So che ha scritto altri due romanzi, (Colpi al cuore, Via della Trincea) pubblicati in Italia sempre da Iperborea: penso che li cercherò in libreria per avere una conferma della sua bravura. Come sempre lascio a chi legge piena libertà di giudizio: sono consapevole, infatti, che ciò che piace a me può non piacere ad altri. Tanto consapevole che arrivo al punto di confessarvi che un caro amico è arrivato a dirmi, in privata sede, che il racconto dell’altra settimana, “La venditrice”, era una cagata pazzesca. Ovvio che quel giudizio così tranciante gliel’ho contestato con pari durezza, d’altro canto so bene che… sui gusti personali in letteratura è difficile trovare dei punti d’incontro. La scelta di estrapolare dal libro questi due particolari capitoli l’ho fatta in base alla filosofia con cui porto avanti il mio blog e anche tenendo conto della comunanza di interessi della maggioranza degli amici/amiche a cui i miei pensieri e le mie divagazioni sono rivolti. Chi mi segue con una certa costanza ama viaggiare, ha come me l’hobby della lettura, si diverte con i fumetti d’autore e spesso si cimenta nella scrittura di racconti, poesie e, non ultimo, qualcuno ha già pubblicato romanzi o saggi. Di regola i libri che propongo sono piaciuti a me, ma – sia chiaro – questo non vuol dire che siano dei capolavori assoluti e indiscutibili. Ok?  

Buona lettura!

IL FAVOLISTA

Lo scrittore tornò a casa, trascrisse quanto aveva registrato, diede una scorsa agli appunti e cominciò a imbastire una storia. Sapeva che il compito era difficile, ma non impossibile. Vi inglobò tutto quello che conosceva del mondo e anche tutto quello che solo presentiva.

Tirò fuori un grande foglio di carta e vi disegnò sopra Salme, Paavo e i figli Helena, Pekka e Maija. Attorno a loro tracciò un ampio cerchio che etichettò come «società». All’interno aggiunse dieci x, a indicare i fattori sconosciuti che influenzano sempre la vita di ciascuno.

Poi si concentrò. Chiuse gli occhi e pensò alla sua propria vita. Era piccola e insignificante, non gli era mai successo granché. Decise comunque di introdurne una parte nella storia, e fu in questa disposizione d’animo che scrisse una lettera alla persona che gli aveva ceduto la sua di vita.

Gentile signora Malmikunnas,

il ricordo del nostro ultimo incontro continua ad assillarmi. Non avevo nessuna intenzione di offenderla, anche se sono certo di averlo fatto. Le chiedo scusa. Il mio è un mestiere difficile, mi trovo a servire contemporaneamente la verità e la finzione. Forse non lo capirà, ma per me sono gemelle. Si guardano tra loro in cagnesco e si evitano, ma l’una non può vivere senza l’altra.

Quando mi ha venduto la sua vita, senza dubbio non le ho spiegato con sufficiente chiarezza che ne avrei dato la mia versione. La sua verità è la sua, la mia sarà quella dei lettori, sempre che il libro venga pubblicato. In caso contrario, la sua resterà l’unica in vigore.

Ma c’é qualcosa che ci unisce. Lei ha bisogno di denaro per una faccenda importante, io ho bisogno di questo libro. Senza, sparirei, non sarei più niente. Lei penserà che non sarebbe una grande perdita, ma nella mia professione funziona così, uno scrittore esiste solo attraverso i suoi libri.

Durante i nostri incontri l’ho vista perdere le staffe più di una volta. Il punto è che abbiamo concezioni diverse della letteratura. O meglio, mi scusi, è che lei non ne ha nessuna. Crede che scrivere un libro significhi semplicemente riportare su carta tutto ciò che uno ha visto e vissuto. Con questo metodo i libri sarebbero in generale piuttosto grossi e illeggibili. Ma conto che quando leggerà il romanzo basato sulla sua vita, capirà cosa intendo. Nella lettera precedente ho usato l’esempio del cigno selvatico per cercare di spiegare quanti punti di vista bisogna tenere in considerazione per soddisfare sia il lettore sia lo stesso cigno.

Questa volta prenderei a esempio il maiale. Noi lo vediamo nella porcilaia insieme ad altri della sua specie. Grugnisce, fruga con il muso, scava nella terra, destando in noi impressioni forti. Dovendo raccontarne la storia, partirei dal principio che si trovi lì per noi, che lo ammazzeremo e mangeremo tra non molto. È da tale prospettiva che lo descriverei, guardandolo con simpatia.

Questo é il punto di vista dell’uomo. Quello del maiale è diverso.

Non conosciamo i suoi pensieri, ma immagino che viva nel presente senza curarsi dell’avvenire. Scosta chi gli si para davanti, cerca di aprirsi un varco per raggiungere il trogolo o per zampettare per suo conto. La vista di un uccello fuori, nel cortile, potrebbe renderlo invidioso. Chissà. Vallo a sapere. Magari lo prende per un’allucinazione, credendo che al mondo non esistano altri che lui e il suo padrone. Il maiale non ha memoria del giorno prima e non pensa al futuro, eppure ha come un presentimento quando vede avvicinarsi uomini in tute di gomma. Ha paura, e a ragione, perché presto lo abbatteranno con una scarica elettrica.

Poi c’è il punto di vista del bambino. Che nel maiale vede il Natale, ma non il suo cammino fino alla tavola imbandita. Per lui si tratta di un tenero animaletto, lo chiama porcellino. I porcellini sono pure diventati protagonisti di qualche film, perché gli adulti rivedono in loro la propria infanzia. Anche i libri per bambini sono pieni di quei musoni rotondi con i buchi.

Abbiamo dunque tre punti di vista sulla vita del maiale. Se scrivessimo la sua storia solo dalla prospettiva dell’animale, risulterebbe scarna e poco credibile. Se il mio libro avrà buon esito, nella porcilaia si troveranno la scrofa e il verro, e i loro piccoli, cioè i porcellini, saranno già partiti per la loro strada, cercando di cavarsela e di evitare di finire al macello. La vita di un suino è cambiata a tal punto rispetto al passato che scrofa e verro fanno fatica a star dietro a tutte le peripezie dei loro piccoli. Poi a uno capita una brutta disgrazia (le ricordo, signora Malmikunnas, che parlo metaforicamente, è ovvio che non la considero una scrofa, sto solo cercando di far capire le mie intenzioni attraverso una favola), ma fortunatamente gli altri porcellini accorrono a salvarlo, con l’aiuto di una scimmia…

E così di seguito.

Se riuscirò nel mio intento, la sua vita sarà intensa e accattivante, capace di interessare altre persone oltre ai frequentatori abituali della porcilaia.

Suo S.

Quattro giorni dopo lo scrittore ricevette da Salme Malmikunnas due cartoline, una con un paesaggio autunnale e l’altra con un paesaggio lacustre. Il testo cominciava su una e finiva sull’altra.

Caro scrittore,

sono insieme a Helena in un bel posto e non ho la minima voglia di discutere di questioni spiacevoli. Tra parentesi, lei li mangia i frutti di bosco? La natura ci fornisce continui stimoli per vivere meglio. Mirtilli blu e rossi, bacche d’olivello spinoso e tutto il resto. Io e Paavo ne mangiamo tutti i giorni. Ci pensi. E poi ho una richiesta. Quando

(continua dietro il Iago, scusi, una cartolina non basta)

il romanzo uscirà, può dire alla fiera del libro, e ovunque sarà presentato, che é tutto frutto d’invenzione? Potrei anche pagare qualcosa per questo servizio, dato che abbiamo venduto la nostra vecchia macchina. È estremamente importante per me. Lo sapeva, poi, che le bacche d’olivello spinoso contengono quasi tutte le vitamine di cui abbiamo bisogno?

Salme

Prima di darvi appuntamento alla prossima settimana, una breve osservazione sul testo che avete appena finito di leggere: chi scrive già o chi intende iniziare a farlo può trovare nel “favolista” validi suggerimenti per creare o modificare con intelligenza il proprio mondo narrativo. Non vi pare?

Alla prossima!

Nicola

 

maldipancia

Sono convinto al 100 per cento che – almeno una volta nella vita – tutti sono stati tentati dal sacro fuoco della scrittura: chi attratto dalla poesia, chi dalla prosa. Molti, quelli più fortunati, si sono scottati subito e sono passati ad altri e più gratificanti passatempi. Caparbiamente, invece, io ho insistito con la prosa e mal me ne incolse.

Quasi ogni giorno avevo il mal di pancia.

Devo dire la verità: un pochino mi ero illuso sulle mie capacità artistiche/letterarie. All’inizio, pieno d’entusiasmo, speravo che qualcuno leggesse e apprezzasse le opere del mio ingegno, invece è stato tanto facile scriverle quanto difficile farle leggere e ricevere riscontri positivi/negativi su di esse. Come mai sono inciampato in questa difficoltà? La risposta è facilissima. Tantissimi scrivono (in Italia, quasi 45 milioni…) e pochissimi leggono (grossomodo siamo sull’ordine delle migliaia): ecco perché uno scrittore alle prime armi finisce per disamorarsi, indipendentemente dal fatto di essere degno d’attenzione o un’emerita capra.

Se nessuno ti legge che gusto c’è a scrivere?

Quando, in tarda età, ho cominciato a dedicare gran parte del mio tempo alla scrittura, anch’io avevo molte aspettative e il più banale dei complimenti mi esaltava. Agli inizi rompevo le scatole a famigliari e amici, convinto che almeno loro avrebbero avuto piacere a leggermi: in realtà, obtorto collo lo hanno fatto la prima volta ma, la seconda, quasi tutti hanno glissato. Non perché i miei scritti fossero delle schifezze, ma semplicemente perché la mezz’oretta al giorno che, in media, le persone dedicano alla lettura preferisce spenderla su libri di autori già affermati o pubblicizzati in Tv da Fazio. Ovvio, dunque, che trovare lettori al di fuori dell’esiguo cerchio parentale/amicale sia un’impresa più ardua delle dodici fatiche di Ercole: in pratica non c’è alcuna speranza di risolvere questo problema. Nel tentativo di aggirare l’indifferenza del piccolo mondo che mi circonda mi sono avventurato nell’immenso oceano di Internet, cercando udienza su quei siti web che permettono a tutti di pubblicare gratis le proprie opere, ma lì è stato un vero disastro. Gli scrittori che bazzicano la Rete sono persone quasi tutte frustrate da pregresse bocciature ricevute nella triste realtà dell’editoria cartacea e perciò sono i peggiori lettori che si possano scovare in giro.  Invidia, supponenza, e quant’altro vivono e vegetano alla grande nel mondo virtuale.

A chi può rivolgersi, allora, un povero scrittore alle prime armi per farsi conoscere e apprezzare?  Esclusi i Santi in Paradiso, qualcuno suggerisce di contattare un editor di una casa editrice, piccola o grande che sia. L’idea non è male, però questi lettori di professione sono esseri invisibili, introvabili: forse vivono nascosti in luoghi segreti noti solo alle alte sfere dell’editoria. Vi dico subito che cercarli è tempo perso. In definitiva, per essere presi in esame, si è costretti a rivolgersi ad agenzie letterarie specializzate nel business delle schede di valutazione. Con questo servizio, però, nessuno può essere sicuro al 100% di essere letto davvero. C’è gente, nelle agenzie, che è così veloce da riuscire a trangugiare anche tre libri al giorno! Alla faccia della serietà… In cambio di un mucchio di euro offrono una bella scheda di valutazione in cui viene dichiarato che il tuo manoscritto è di valore… ma ha bisogno di essere editato da persone del mestiere prima di essere presentato a una casa editrice. Cioè si viene sospinti nella trappola dell’editing a pagamento. E allora sono davvero dolori: la cifra richiesta per questo scopo è legata al numero delle pagine… Come minimo bisogna fare un mutuo!

Che dire, in tutta onestà, a chi ha intenzione di dedicarsi alla scrittura? La speranza di essere letti e valutati davvero è pari allo zero per cento o poco di più…

Seppure consapevoli di queste difficoltà, c’è chi – e io sono tra questi – continua a scrivere e, superata la fase del racconto breve,  riesce persino a finire il suo primo romanzo e, con ancora il sudore che cola copioso dalla fronte, lo spedisce a un Editore Importante. In genere i Grandi Editori (salvo casi sporadici) manco gli rispondono e, se lo fanno, utilizzano una lettera prestampata per dire che il  suo manoscritto non corrisponde alla loro attuale linea editoriale. Avvicinando l’orecchio a quella lettera si potrebbe sentire la grassa risata dell’impiegato che l’ha  spedita a casa dello sfortunato principiante. L’autore che riceve un rifiuto così (falsamente) motivato deve fermarsi a riflettere.  Basta essere mediamente intelligenti per capire cosa quelle fredde frasi sottintendano e rendersi conto di avere intrapreso una strada sbagliata, una strada in cui non esiste il sognato punto di arrivo, cioè essere pubblicato da un Editore Serio che non chieda soldi e che paghi le royalties nel caso che il libro venda qualche copia.

Conclusione?

Anch’io, una volta, ho ricevuto la classica lettera di rifiuto di cui ho appena parlato, ma la mia passione per la scrittura è più grande della sfortuna che mi perseguita e non demordo. Solo che, da tempo, i miei libri non li invio più alle case editrici e nemmeno li regalo agli amici: quando ho finito di scriverli li tengo per me. Chi li vuole (Grandi Editori compresi) deve venire a casa mia e implorarmi per averli in lettura… ahahahah

A parte gli scherzi – questa è la vera chicca che regalo a chi segue il mio blog – da un anno scrivo unicamente per il mio piacere. Mi siedo alla scrivania e  apro Word senza l’assillo mentale del ricevere applausi o riconoscimenti da chicchessia. Se qualcuno vuole le mie opere gliele do e non pretendo denaro. Se arrivano critiche o consensi  li accetto volentieri, in caso contrario mi va bene lo stesso. Da quando ho preso questa brillante decisione sono molto più sereno e la mia scrittura se n’è avvantaggiata. I pensieri ora si traducono meglio e più facilmente in parole scritte.

E non ho più il mal di pancia.    MOST_P~1 

Nicola

P.S.

L’immagine del malpancista è stata scaricata da Internet ed è di proprietà dell’autore a cui va il mio grazie.

Stop_blogging

Ormai lo sanno tutti, da quando sono in pensione spendo il mio tempo libero cazzeggiando su Internet: il più delle volte è tempo perso inutilmente, tempo che, a detta di mia moglie, potrei utilizzare più proficuamente facendo mille altre cose più intelligenti…

Vabbé, però, in questo mio navigare senza costrutto ogni tanto mi capita d’incontrare gente interessante, tipo il simpatico scrittore di fantasy/fantascienza Alessandro Girola che tiene, come me, un blog sulla piattaforma WordPress dall’intrigante titolo: Plutonia Experiment – Quantum Blog.

Lì su ho trovato due bellissimi post consecutivi che riporto più avanti e che spiegano il successo di questo blog presso gli internauti. Il numero dei commenti che Girola riceve, infatti, è notevole e non certo confrontabile con quello che contraddistingue I pensieri e le divagazioni del Signor Giacomo, la mia amata ma pochissimo seguita creatura…

Per fortuna la mia invidia per il successo altrui è “costruttiva”, nel senso che non mi deprimo quando vedo il grande appeal di altri blogger, anzi questa mia percezione della realtà mi spinge a pensare che se tantissimi “altri” sono più bravi e interessanti di me la colpa è solo mia e devo darmi da fare per migliorare me stesso e il mio prodotto…

Migliorare non è facile, forse basterebbe che mi applicassi un po’ di più. Accidentaccio, non vorrei che oggi, da vecchietto, si ripetesse la storia di quando ero bambino con gli insegnanti che dicevano a mia madre: “… suo figlio non è stupido… il fatto è che non si applica abbastanza!”  ROFL_C~1

Ok, bando alle chiacchiere, eccovi su un bel piatto d’argento, i due famosi post di Alessandro Girola che ringrazio di cuore per averli pensati e pubblicati… prima di me.

“Un lodevole proposito per il 2012 potrebbe essere quello di allontanare più gente possibile dal pericoloso mondo della scrittura.
Scrivere è una passione senz’altro interessante, ma come poche in grado di logorare fegato e cervello.
L’Italia è sempre più un paese di allenatori di calcio, di latin lover, ma anche di scrittori ed editori. Si potrebbe quasi dire che ci sono più tizi che scrivono (e pubblicano) che non lettori. Senza tener conto di chi si improvvisa imbrattacarte o editore solo perché ogni tanto va di moda farlo.

Il mio spassionato consiglio, quindi, è di non mettervi a scrivere, piuttosto
dedicatevi alla fotografia, alla musica, alla cucina, al giardinaggio. Tutte cose più tranquille, rilassanti e anche con prospettive economiche non disprezzabili. Questi, dunque:

DIECI MOTIVI PER NON DEDICARSI ALLA SCRITTURA

di Alessandro Girola

1. Girano pochissimi soldi. In Italia gli scrittori che vivono della loro arte sono forse una decina. I libri rendono qualche spicciolo o poco più. In quasi tutti i casi non si va nemmeno in pareggio col tempo e le risorse spese in fase di creazione. Il numero degli acquirenti di cartacei e/o ebook è esiguo. I canali d’informazione dedicati ai libri sono scarsissimi e spesso autoreferenziali.

2. Gli editori italiani sono dei cialtroni. Fanno eccezione pochi, lodevolissimi casi, ma per il resto il panorama è catastrofico. Imprenditori incompetenti, avventurieri delle parole, dilettanti allo sbaraglio, gente che non paga. Il panorama umano è davvero variegato, ma quasi esclusivamente in senso negativo.

3. Scrivere è un attività priva di sex appeal. Nessuno vi troverà affascinanti se affermerete “sono uno scrittore”. Al limite vi guarderanno con sospetto. In fondo siamo uno dei paesi europei con meno lettori in proporzione alla popolazione alfabetizzata. Meglio imparare a giocare a calcio, o fare le modelle.

4. Le soddisfazioni sono poche. Aspettatevi un numero esiguo di complimenti, anche nel caso in cui decideste di regalare i vostri lavori. Pochi feedback, qualche “grazie” sibilato tra i denti, molte critiche (vedi punto 5).

5. Le critiche sono tante. Qualunque cosa voi facciate, troverete sempre il tizio disposto a bocciare il vostro lavoro in nome di una decina di refusi sparsi in duecento pagine di libro.

6. I parassiti vi stresseranno. Per la serie “io parlo bene del tuo libro se tu parli bene del mio”. Oppure, altro esempio “io ti invito a scrivere un racconto per la mia antologia, in cambio tu cerchi di venderla ai tuoi amici”. Qualità, disinteresse, passione? Parole che presto dimenticherete.

7. Troll alle porte. Oltre ai criticoni citati nel punto 5, si faranno presto vivi anche i veri e propri troll. Blogger la cui esistenza sembra vincolata alla sacra missione di distruggere la dignità degli scrittori, e non solo di esercitare un sacrosanto diritto di critica. Attaccheranno voi, le vostre opere, la vostra persona, la vostra etnia, ogni singola parola scritta fuori posto. Vi renderanno la vita un inferno.

8. La dipendenza. Piaccia o meno, la scrittura causa dipendenza. Ed è una passione che richiede tempo, impegno e fatica. Scrivere di notte, nei ritagli tra lavoro, famiglia e vita sociale può diventare un inferno, un’ossessione. Per poi arrivare a un dunque e cadere nei problemi citati finora.

9. Solitudine. Forse è esagerato dire che scrivere è una passione solitaria, ma di certo non è nemmeno l’espressione artistica che vi permetterà di conoscere chissà quante persone.

10. Un giorno arriverete a scrivere una lista come questa, e cercherete di riderci su.

Ecco invece:

DIECI MOTIVI PER DEDICARSI ALLA SCRITTURA

di Alessandro Girola

1. Anche se non pubblicherete mai nulla, nemmeno un racconto, imparare a scrivere in un italiano corretto e piacevole è un obiettivo di per sé nobile.

2. Creare storie è un’attività intellettuale che può tornare utile in molti settori estranei all’editoria. Per esempio nei rapporti sociali, o per scrivere un curriculum, o per interagire su Internet.

3. Col progressivo diffondersi di ebook ci si può svincolare dai farraginosi meccanismi dell’editoria tradizionale, lenta e marchettara. Se avete tempo ed energie da impiegare nelle public relations potreste ottenere buoni risultati anche con le autopubblicazioni.

4. Migliorare la vostra scrittura migliorerà di conseguenza la vostra capacità di analisi da lettore.

5. A livello meramente economico la scrittura è la forma artistica che richiedere il minor investimento iniziale di soldi. Vi basterà un computer o, se siete della vecchia scuola, carta e penna. E poi chissà…

6. Aprirsi a un pubblico esterno – non solo amici e parenti – vi servirà a tracciare le giuste proporzioni delle vostre capacità, e quindi a conoscervi meglio.

7. Oltre agli inevitabili troll troverete anche dei lettori gentili, entusiasti e puntuali nel farvi capire cosa funziona e cosa va perfezionato.

8. Essendo scrittura e lettura due attività oramai di nicchia, potreste trovare degli spiriti affini con cui condividere queste passioni, sentendovi un po’ meno isolati.

9. Ci sono dozzine di ottimi progetti di scrittura condivisa o partecipativa. Se avete pochi stimoli, se temete di non trovare un pubblico, beh, queste occasioni sono l’ideale per mettere in mostra le vostre capacità.

10. Male che vada vi farete una cultura globale più ampia, il che non viene granché valorizzato nel nostro paese, ma a livello umano e personale ha un valore impareggiabile.”

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Davvero formidabili questi due post, vero? A me ha colpito di più la prima lista: si capisce che Alessandro Girola ha vissuto sulla sua pelle ciò che la scrittura procura alla mente di chi da tempo si dedica a questo hobby e che da hobby non si è mai trasformato in lavoro a tempo pieno, remunerato adeguatamente. Ma oggi, in Italia, chi può permettersi di vivere con i proventi delle vendite dei propri libri?

E va bene, Girola mi hai convinto: anch’io smetterò di scrivere… MOST_P~1

Nicola