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Il momento che stiamo vivendo è bruttissimo non solo per la cattiva situazione economica che c’è in molti paesi del mondo, compreso il nostro, ma anche per le terribili guerre che si stanno combattendo non lontano da noi. I morti e i feriti nei combattimenti ormai non si contano più e non fanno più nemmeno notizia sui giornali o sui telegiornali. Se potessi, con una bacchetta magica, farli terminare non ci penserei nemmeno un istante.  Vivere in pace sul nostro martoriato pianeta è un’utopia che i signori della guerra disdegnano a priori. Eppure la pace, a parole, la sostengono tutti…

Per distogliere dalla mente questi tristi pensieri, faccio ricorso a un breve capitolo del primo libro che ho scritto parecchi anni fa ricordando una guerra particolare e abbastanza cruenta, ma senza morti e feriti, a cui ho assistito quand’ero bambino.

Buona lettura.

Nicola

La guerra del latte

Mucca1

L’estate del 1952 si presentava, in modo non difforme da tutte quelle precedenti, calda, stupendamente oziosa, inframmezzata dai soliti lavoretti fatti giusto per non dispiacere ai nonni che lo ospitavano nella masseria a Incoronata in Puglia.
I nonni confidavano molto in Nicola e nella sua capacità di affrontare con grinta la vita. Spettava a lui, in un futuro non lontano, portare la famiglia a un livello sociale più elevato e questo lo obbligava, quasi sempre, a comportarsi in modo da non deludere le loro aspettative.

Per nonno Pietro, Nicola da subito era diventato “il nostro ometto”.

Una simile definizione, se da un lato soddisfaceva la parte più profonda del suo io infantile, dall’altro, gli andava stretta e insopportabile proprio per la responsabilità che essa comportava. Lui avrebbe preferito mille volte di più potersi abbandonare a quelle gratificanti marachelle che sono il vero pane dei bambini della sua età.

Nonostante avesse solo dieci anni, Nicola aveva capito che conveniva dare ai nonni e ai genitori un’immagine di sé il più possibile rassicurante e matura: ciò faceva distogliere il loro sguardo vigile dalla sua persona quel tanto da permettergli un certo margine di manovra. In quei momenti di distrazione familiare, rari in verità, dava il meglio di sé e riusciva a godere di tutte le opportunità che la libertà e la sua fantasia gli offrivano.

Proprio in quei momenti nascevano le “azioni avventurose” più belle.

Con tale espressione, lui e il cugino Pietro, indicavano quei comportamenti che, una volta scoperti, avrebbero avuto ben altri appellativi e sarebbero stati salutati a scapaccioni e non certo a battimani.

Una di queste azioni, rimasta negli annali della famiglia Losito, fu la cosiddetta “guerra del latte”.

Ogni estate, alla masseria si riuniva una folla di parenti provenienti da diverse città d’Italia. I nonni Palmieri avevano generato sette figli e questi, sposandosi, si erano sparpagliati per tutta la penisola. La loro grande casa e le lunghe vacanze scolastiche erano il luogo e l’occasione adatti a riunirne buona parte. Nell’e¬state del ‘52 il lungo tavolo di cucina ospitava almeno venti persone tra adulti e bambini.

Fra questi c’era Pietro, il carissimo cugino di Roma.

Dopo pranzo, il nonno faceva sempre un breve pisolino seduto scomodamente sulla stessa sedia utilizzata poc’anzi per il pasto. La nonna e le donne di casa, figlie e nuore, rassettavano la cucina chiacchierando fra di loro a bassa voce per non disturbarlo. I bambini, se lo desideravano, potevano salire in camera per dormire o leggere.
In campagna non c’erano altre alternative. La temperatura esterna sconsigliava azioni più impegnative. Lui e il cugino Pietro, però, quel giorno non avevano sonno. I giornalini a disposizione erano stati letti e riletti più volte, per cui entrambi vagolavano annoiati per la cucina. Col proposito di fare qualcosa di diverso dall’ascoltare le chiacchiere delle donne, presero il corridoio che, attraverso l’atrio adibito ad attrezzeria, portava alla stalla. Anche qui, con i due cavalli da una parte e le sei mucche dall’altra, si respirava la stessa atmosfera oziosa del dopo pranzo.
Che inventare allora?
Saliti in groppa a Luna e Fiorello, da quell’alta e privilegiata posizione presero a imitare sfrenate cariche della cavalleria contro orde di indiani cattivissimi e dal volto variamente dipinto. A un certo punto, buttando l’occhio dall’altro lato della stalla e vedendo le enormi e gonfie mammelle delle mucche che ruminavano tranquille, a Nicola venne un’idea.

La comunicò al cugino e lui l’approvò immediatamente.

Fu così che i due bambini, afferrate per i capezzoli le mammelle delle due mucche più distanti e spremendole con forza diedero vita, con mirati spruzzi di latte, a una fantastica e combattutissima battaglia. Le mucche, per un po’ li lasciarono fare, poi cominciarono a dare segni evidenti di insofferenza, muggendo e scalciando nel contempo.

Era quello il momento di sospendere le ostilità e porre fine alla guerra.

La battaglia aveva però lasciato visibili macchie sui loro pantaloncini e magliette, macchie che, asciugandosi, si erano trasformate in striature giallastre accompagnate da un acre odore di latte, molto fastidioso all’olfatto. Fu questa la ragione per cui il ritorno in cucina dei due guerrieri non venne accolto con acclamazioni e applausi?
Parrebbe di sì. Il forte olezzo che viaggiava insieme a loro e la situazione disastrosa dei loro indumenti, trasformarono immediatamente l’esito della gloriosa tenzone in una storica disfatta. Mamme e nonni ci misero ben poco a capire cosa i due cugini avevano combinato nella stalla.

Nicola, rincorso da sua madre, si prese subito due solenni sculaccioni e una memorabile tirata d’orecchie. Pietro, prima che la sua potesse afferrarlo per affibbiargli la meritata punizione, fu raggiunto dal bastone che il nonno teneva sempre a portata di mano.

A quel punto successe il finimondo.

Mentre i due bambini piangevano a voce spiegata, la mamma di Pietro, offesa perché a punire il figlio fosse stato il suocero e non lei, iniziò a litigare con la madre di Nicola, colpevolizzandola per non essere mai stata capace in vita sua di bloccare in tempo le malefatte del figlio. Lei, per difendersi, contrattaccò facendo l’elenco delle cose orribili commesse da Pietro sin dal giorno della nascita. I nonni, nel tentativo di frenarle, difendendo ora uno ora l’altro dei nipoti, non fecero che provocare un ulteriore inasprimento della lite che proseguì furiosa per un paio d’ore.

Nessuno, nel frattempo, sembrava più interessarsi di Nicola e Pietro che, archiviato il pianto, si guardarono negli occhi e con gesti del capo e della mano si accordarono per salire in camera da letto e allontanarsi in fretta da un campo di battaglia diventato molto più pericoloso di quello affrontato prima nella stalla.
La guerra del latte si era rovinosamente trasformata nella ”guerra delle zie”, una battaglia così aspra e astiosa da lasciare tra le due donne strascichi e malumori mai interamente sopiti anche dopo anni di successive frequentazioni.

I due cugini, invece, amici per la pelle, nel giro di cinque minuti avevano dimenticato la punizione ricevuta. Dalla camera da letto situata proprio sopra la cucina, se la godettero un mondo nel sentire le loro madri mentre si beccavano in modo così acceso, impegnate, col procedere dello scontro, più nella strenua difesa della bontà e intelligenza del proprio figlio, che nello scusarsi del comportamento incosciente e birichino di entrambi.
Alla masseria una vera pace tornò solo al momento della partenza di Pietro per una nuova destinazione, una settimana dopo. La sua famiglia non si fermava mai per più di un mese in campagna: la loro vacanza, in agosto, proseguiva al lago di Lesina presso i nonni materni. Doversi lasciare così presto, per i due cugini era un grosso dispiacere: in barba alla nota insofferenza fra le rispettive madri, loro due si volevano un bene dell’anima. Il distacco era condito, come sempre, da lucciconi agli occhi. Per Nicola, in assenza del cugino, le “azioni avventurose” ancora possibili in quell’estate che stava volgendo al termine, sarebbero state purtroppo monche di un protagonista attivo ed efficiente.

Mio cugino, in seguito, intraprese la carriera militare in aeronautica, raggiungendo, alla fine, il grado di colonnello. Io, invece, mi laureai in ingegneria elettronica.
Da pensionati, di tanto in tanto, ci incontriamo e, come tutti i vecchi di questo mondo, spesso ricordiamo i bei tempi della nostra adolescenza.
Ci credereste?
Pietro non ha ancora dimenticato il colpo di bastone ricevuto, quella volta, dal nonno e a me provoca ancora sofferenza l’umiliante sculacciata infertami da mia madre di fronte a tutta la parentela.
Se lo incontraste e vi capitasse di parlare con lui della famosa “guerra del latte”, non dategli assolutamente retta.
Quel giorno, la battaglia con le mammelle delle mucche l’ho vinta io.
Giuro.

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                Einaudi Editore Euro 15,50

È la prima volta che nei risvolti di copertina di un libro trovo parole così precise e oneste per dare un’idea di ciò che il lettore troverà nel romanzo che sta per acquistare o ha già acquistato.

Tanto precise e oneste che ho deciso di riportarle pari pari ringraziando chi mi ha tolto la fatica di scrivere un breve sunto del romanzo che ho appena finito di leggere.

“In una bella notte di luglio del 1962, davanti alla lunga e romantica distesa di ciottoli di Chesil Beach, ha inizio la luna di miele di Florence Ponting e Edward Mayhew, ricca e promettente violinista lei, modesto e promettente storico lui, entrambi nuovi alle vie dell’amore. I due giovani si amano molto e, nel trepidante preludio alla prima notte di nozze, molto se lo ripetono, ma il loro discorso amoroso non va oltre.
Mancano a Florence le parole per dire la vergogna e il disgusto che prova ai pensiero pur vago di quanto l’attende sotto le coperte ben tese del letto d’albergo, proprio mentre si sforza di non deludere le aspettative del marito; e mancano a Edward le parole per dire l’ansia di non riuscire a contenere l’impazienza e la paura di non saper interpretare i segnali di un corpo sconosciuto e misterioso quanto un’altra galassia.
Poco tempo ancora e il vento della liberazione culturale avrebbe soffiato anche su quell’angolo d’Inghilterra, sciogliendo, forse, i loro due destini insieme a quelli delle generazioni a venire. Poco tempo, un anno appena, secondo il poeta Philip Larkin, prima di quell’«annus mirabilis» della rivoluzione sessuale – il
1963
appunto, «tra la fine del bando a Lady Chatterley e il primo ellepì dei Beatles » – quando, sdoganati gli scambi fisici e verbali fra i sessi, il litigio si sarebbe tramutato in accordo e la vergogna in gioco.
Ma sulla soglia scomoda di quell’evento sismico, è all’insegna della contesa inibita, davanti a un pasto sgradito che le convenienze impediscono di rifiutare, che Florence e Edward conducono in silenzio il loro delicatissimo negoziato.
Occorrerebbe una parola, un solo gesto, per distendere il groviglio e ricordare ai due sposi perché sono lì. Occorrerebbe una parola per impedire alla frustrazione di tramutarsi in fallimento, il fallimento in rabbia, la rabbia in amarezza, rinnovata all’infinito come la risacca sui ciottoli di Chesil Beach.”

Chesil Beach più che un romanzo, anche se del romanzo presenta tutta la struttura logica e funzionale, è un racconto lungo di 136 pagine che si può leggere in un paio d’ore. Scritto e stampato nel 2007 mi è capitato fra le mani solo oggi e ve ne parlo con piacere perché la storia e il suo dipanarsi meritano attenzione.

Banalmente Chesil Beach potrebbe sembrare la narrazione del divorzio più veloce della storia: appena nove ore dopo la cerimonia in Chiesa e con ancora i piatti del pranzo nuziale sul tavolo, il matrimonio tra due persone che si amano implode fragorosamente. Eppure se Florence e Edward non fossero state vittime predestinate dello sfondo sociale ante rivoluzione sessuale che aveva impedito loro di parlarsi a cuore aperto dei reciproci desideri più intimi, sicuramente le aspettative che entrambi riponevano nel rapporto d’amore culminato nel matrimonio, non sarebbero crollate cinque minuti dopo essere entrati in camera da letto. Se avessero potuto parlarsi senza i lacci e laccioli imposti dall’ipocrisia imperante nella società britannica del 1962, pur amandosi, i due non si sarebbero sposati o, meglio, avrebbero potuto decidere di farlo sapendo bene a cosa andavano incontro. Edward e Florence si amavano davvero e se avessero saputo cogliere sull’immensa distesa di ciottoli di Chesil Beach, immersa nell’oscurità della notte, il senso vero degli avvenimenti accaduti pochi istanti prima sul letto matrimoniale, se avessero saputo affrontare razionalmente la sproporzionata burrasca dei risentimenti e delle reciproche frustrazioni e avessero avuto la “pazienza” di ascoltare il loro cuore, quell’improvvida crisi l’avrebbero superata o, almeno, avrebbero potuto controllarla e indirizzarla diversamente.

Per quanto concerne la scrittura, l’uso accurato del lessico e l’introspezione psicologica della mente dei personaggi mi portano a dire che Ian McEwan sia un autore moderno che non disdegna la grande letteratura dell’ottocento.

Concordo con ciò che ha scritto Irene Bignardi:

“È vero che Flaubert è riuscito a entrare nei panni di Madame Bovary tanto da poter dire "Madame Bovary c’est moi". È vero che gli scrittori, da Omero in poi, hanno parlato di esperienze altrui, in quella strana forma di metempsicosi che permette la scrittura, e che il loro mestiere è proprio ricreare con le parole i mondi virtuali in cui non sono vissuti. Ma resta curioso il fatto che un autore, Ian McEwan, si tuffi con tanto agio e un effetto di rievocazione e di ricostruzione così sconvolgente nell’esperienza intimissima di una cultura sentimentale e sessuale che non ha vissuto. O almeno così ci auguriamo per lui. Perché Ian McEwan è nato nel 1948, e ha avuto quindi la fortuna di avere vent’anni proprio in quel fatidico ’68 che ha cambiato se non tutto molte cose. E che certo ha cambiato molto delle cose che Ian McEwan racconta in Chesil Beach.”

Concludo dicendo che il libro mi è piaciuto e lo consiglio a tutti. Non so se riuscirete a trovarlo ancora in vendita nelle librerie, io l’ho scovato nella biblioteca comunale a due passi da casa mia.

Nicola

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  Edizione ET Scrittori, Euro 13,50

Eccomi qui, con grande piacere, a parlarvi di questo libro di Murakami Haruki che ho finito di leggere ieri a notte fonda. Il romanzo parte con lentezza (infatti pagine e pagine sono spese per raccontare la noia esistenziale del protagonista, un giornalista free lance che vive con insofferenza il lavoro che gli dà da vivere) ma poi prende il volo e ti cattura così tanto che non vorresti smettere di leggere finché non sei arrivato alla fine. Sta tutta qui la bravura di Murakami, un autore giapponese che sto apprezzando così tanto da essermi procurato quasi tutte le sue opere.

Quello che segue è l’elenco completo, a oggi, dei suoi scritti tradotti in italiano da Giorgio Amitrano.

Romanzi:

· Nel segno della pecora 1982

· La fine del mondo e il paese delle meraviglie1985

· Norwegian Wood (Tokyo Blues) 1987

· Dance Dance Dance 1988

· A sud del confine, a ovest del sole1992

· L’uccello che girava le Viti del Mondo 19941995  (vedi la mia recensione di qualche tempo fa: https://nictrecinque42.wordpress.com/2011/06/30/luccello-che-girava-le-viti-del-mondo/)

· La ragazza dello Sputnik1999

· Kafka sulla spiaggia 2002

· After Dark2004

· 1Q84 (Libro 1 e 2 – Aprile – Settembre) – 2009

Racconti:

· Tutti i figli di Dio danzano

· I salici ciechi e la donna addormentata

Ho segnato in rosso quelli che ho comprato e già letto. A Natale mi regalerò (o meglio, mi farò regalare) quelli che mi mancano per completare la raccolta.

Murakami Haruki è uno scrittore a tutto tondo perché si è cimentato in varie tipologie di romanzo, passando con grande disinvoltura dalla classica storia d’amore di Norwegian Woods al mystery di L’uccello che girava tutte le viti del mondo, al magico e psicologico Kafka sulla spiaggia e al noir di Dance Dance Dance. In ogni suo libro ci si affeziona ai personaggi e si fa fatica a staccarsi dalla vicenda narrata perché è grande il coinvolgimento emotivo che lui riesce a procurare al lettore.

Il suo repentino saltabeccare fra realtà e irrealtà regala momenti di alta tensione difficili da dimenticare. I suoi viaggi nel mondo dell’inconscio, dei sogni o degli incubi sono quanto di più realistico io abbia mai letto. In Dance Dance Dance questi viaggi sono accompagnati da un sottofondo musicale di tutto rispetto, da vero conoscitore di musica classica e leggera (Vivaldi, Mozart, Human League, Fleetwood Mac, Abba, Bee Gees ecc…). La vicenda di questo romanzo che si svolge all’inizio degli anni ’80 tra Sapporo, Tokyo e le Hawaii, è complessa, difficile da raccontare in poche parole. Preferisco che sia il lettore a immergersi dentro e a cercare di raccapezzarsi seguendo il proprio intuito. Il protagonista (pensate, non ha nemmeno un nome!) è un giornalista strano, vive e agisce fuori dai normali schemi imposti dalla società, incontra persone, è testimone di fatti che seguono un filo logico (i cosiddetti “collegamenti” tra reale e irreale) che spesso si spezza per poi ricongiungersi e spezzarsi di nuovo, fino al momento clou della storia. Pochi, ma tutti importanti, i personaggi comprimari: Kiki e Mei, prostitute d’alto bordo, Yuki, ragazzina tredicenne di grande bellezza, spesso dimenticata in qualche albergo da Makimura e Ame, genitori divorziati e sempre in altre faccende affaccendati, Gotanda attore di successo e dal fascino irresistibile ma oberato dai debiti, Dick North, poeta senza un braccio, Yumiyoshi, sexy receptionist nel misterioso Hotel Delphin di Sapporo di cui il nostro giornalista s’innamora, l’uomo pecora e, infine, il Letterato e il Pescatore, due poliziotti dal soprannome curioso.

Giusi Meister, un’attenta lettrice ha scritto su Internet questo post:

Commentare un libro di Murakami Haruki è quasi una necessità perché le sue storie si depositano nell’anima e lì, da quest’humus, crescono cose. Cose strane. Strani gli occhi. Strane le facce. Strane le situazioni. Eppure le cornici in cui i nostri sogni cominciano a muoversi sono assolutamente normali. Proprio come nei libri di Haruki. Eppure. Eppure no. C’è una frattura nel mondo, e da quella frattura stilla un liquido che, assorbito, cambia la percezione di quel che ci circonda. I libri di Haruki sono fratture, pezzi che vanno fuori posto, puzzle che non ne vogliono sapere di rispondere alle regole del Reale. E allora ascensori, pozzi, stanze, si trasformano in atanor(*) in cui la materia si scompone e ricompone secondo una legge diversa. Quella della Vita.

Oltre quella frattura nel muro si intravede una luce. La promessa di una vita diversa, che si potrà ottenere al prezzo di ballare, ballare sempre, ballare meglio di tutti. Una danza circolare, che è anche un ritorno a se stessi. A un sé nascosto, profondo, oscuro, coperto e soffocato dalle convenzioni, dalle regole, Un sé che preme per spingere e uscire. Bucare la crosta.

I protagonisti di Murakami Haruki sono "strani" perché hanno visto la frattura nell’Ordine, e hanno ubbidito al loro istinto profondo, all’invito dell’Uomo Pecora. A quell’entità che li ricollega a un passato ancestrale, primordiale. Dimenticato. Il premio è l’amore. Un corpo di donna vicino a cui dormire. Una schiena bianca da adorare. Bellezza e orrore. Incubo e inquietudini. Più reali del reale.

Come sempre, vi presento alcune “chicche” estratte qua e là da Dance Dance Dance, giusto per regalarvi un piccolo assaggio dell’arte di Murakami.

Questa volta si trattava di un servizio sui migliori ristoranti di Hakodate per una rivista femminile. Io e un fotografo dovevamo girare per un certo numero di locali: io scrivevo il testo e lui scattava le foto. Cinque pagine in tutto. Le riviste femminili richiedono articoli del genere, e ci deve pur essere qualcuno che li scrive. È come raccogliere la spazzatura, o spalare la neve. Qualcuno deve pur fare queste cose, che gli piaccia o no. Erano tre anni e mezzo che facevo lavori di questo tipo. Spalavo la neve in nome della cultura.

“Da me ci sono due porte, una per entrare e una per uscire. Rigorosamente divise. Dalla porta d’ingresso non si può uscire, e da quella di uscita non si può entrare. Tutti seguono questa regola. Possono variare le modalità, ma tutti finiscono per andare via. C’è chi è andato via per sperimentare nuove possibilità, chi per risparmiare tempo. Qualcuno è morto. Fatto sta che non è rimasto nessuno. Tranne me, unico superstite. La loro assenza è sempre con me. Le loro parole, i loro respiri, i motivi canticchiati a bassa voce, aleggiano come polvere negli angoli di casa mia.”

"Ma cosa devo fare allora?"

"Danzare – rispose – continuare a danzare, finché ci sarà musica. Capisci quello che ti sto dicendo? Devi danzare. Danzare senza mai fermarti. Non devi chiederti perché. Non devi pensare a cosa significa. Il significato non importa, non c’entra. Se ti metti a pensare a queste cose, i tuoi piedi si bloccheranno. E una volta che saranno bloccati, io non potrò più fare niente per te. Tutti i tuoi collegamenti si interromperanno. Finiranno per sempre. E tu potrai vivere solo in questo mondo. Ne sarai progressivamente risucchiato. Perciò i tuoi piedi non dovranno mai fermarsi."

Una piacevole serata di primavera come tante altre. Il cielo del crepuscolo si faceva gradualmente più denso, come se un pennello trasparente continuasse ad aggiungervi del blu, una pennellata dopo l’altra.

Dalla sua sigaretta lasciata nel portacenere si levava un filo di fumo. Il fumo continuava a levarsi verso l’alto, poi si disperdeva fondendosi con il silenzio.

Dopo un attenta lettura di questi brevi esempi non si può che dare ragione a chi ha scritto che “Dance Dance Dance va bevuto tutto d’un sorso. Senza riprendere fiato.”

Per finire, ecco il mio consiglio spassionato: questo è un libro assolutamente da comprare o da farsi regalare perché può accontentare lettori dai palati più diversi: dentro c’è mistero, c’è realtà, c’è una storia d’amore, c’è musica, ed è scritto con i controfiocchi.

Cosa volete di più?

Nicola

Nota Bibliografica (reperita su Internet)

(*)Atanor: Termine derivato dall’ebraico ha-tannut, fornace. Talvolta scritto Athanor, venne adottato dal filosofo spagnolo Raimondo Lullo, che lo fa derivare da adanayoz, immortale, e poi da vari altri alchimisti, per indicare il fornello a fuoco continuo in cui le sostanze che si dovevano fondere erano racchiuse in un recipiente a forma d’uovo, entro il quale tentavano di produrre la pietra filosofale. Nella simbologia alchemica la materia chiusa nell’uovo è la materia umana prima della palingenesi, la chiusura ermetica è l’isolamento dal mondo sensibile, indispensabile per raggiungerla, il fuoco del crogiolo è il potere mentale che va diretto in modo da sciogliere la coscienza dalla cognizione del corpo. Tale crogiolo fa parte degli attrezzi del laboratorio alchemico, ed è anche il recipiente impiegato sul fuoco continuo per la fusione dei metalli, nonché corpo fisico dell’uomo in cui si realizzano le fasi di purificazione degli stati di coscienza, ed è infine l’intero Universo.

Wikipedia dopo avere affermato che Underworld è uno dei romanzi più importanti degli ultimi decenni, vincitore di numerosi premi internazionali, lo indica come uno dei massimi esempi della letteratura postmoderna americana e ne riporta un passo fondamentale:

«La palla da baseball non portava né fortuna né sfortuna. Era un oggetto che passava di mano. Ma spingeva la gente a raccontargli cose, confidargli segreti di famiglia e storie personali inconfessabili, a singhiozzare di cuore sulla sua spalla. Perché sapevano che lui era il loro, come dire, il loro strumento di sfogo.
Le loro storie avrebbero assunto un rilievo diverso, sarebbero state assorbite da qualcosa di più vasto, il lungo viaggio della palla stessa e l’assurda marcia di Marvin nel corso dei decenni.»

E poi ne fornisce un breve riassunto:

La vicenda inizia il 3 ottobre 1951, quando un ragazzino di colore riesce ad entrare di soppiatto nello stadio (il Polo Grounds di New York) in cui si sta giocando la storica partita di baseball tra i New York Giants (oggi San Francisco Giants) e i Brooklyn Dodgers (gli attuali Los Angeles Dodgers). Nel nono inning della partita, il famoso battitore Bobby Thomson effettua un memorabile fuoricampo, dando la vittoria ai Giants (5-4 il punteggio), che conquistano così il campionato. Nella realtà non si sa che fine abbia fatto la palla colpita da Thomson, ma nel romanzo il ragazzino riesce a impadronirsi di questo cimelio, che gli verrà però sottratto dal padre, il quale lo venderà per 32 dollari e 45 cents. La palla da baseball inizia così a passare di mano in mano, e viene usata come un filo conduttore per la costruzione di un gigantesco affresco dell’America dall’inizio della Guerra Fredda fino agli anni ‘90.

A tutto questo io aggiungo:

Underworld è un tomo di ben 880 pagine, difficile da digerire al pari dell’Ulisse di Joyce e ci è voluta tutta la mia buona volontà, diluita nell’arco di tre mesi, per  arrivare fino in fondo. Per quel che mi riguarda dico che ne è valsa la pena, ma di certo non è un libro per tutti i palati. Dovrebbero leggerlo con estrema attenzione coloro che hanno velleità letterarie, per chi invece intende la lettura come svago della mente il mio consiglio spassionato è di lasciarlo perdere ma, in alternativa, dedicare un quarto d’ora del proprio tempo per farsi un’idea della bravura di Don DeLillo godendosi questo bellissimo capitolo che ho stralciato per voi dalle pagine di Underworld.

Buona Lettura!

Nicola

UnderworldDon DeLillo

Edizione Einaudi – Super ET – Euro 16,50

Capitolo Terzo  pagg. 572-580

11 gennaio, 1955

Circolavano strane storie sul Papa. Strani aneddoti, quel tipo di dicerie sotterranee che riescono ad attraversare un intero paese, di parrocchia in parrocchia. Papa Pio aveva visioni mistiche. Era questa la voce che circolava. Il Papa aveva assistito a una serie di avvenimenti soprannaturali, sotto forma di visioni nel cuore della notte. Questo era quello che raccontavano certe persone, tipo, non so, suore, vecchie signore nelle serate di novena, ma anche parrocchiani abbienti, rosei e in buona salute, membri dell’associazione dei Knights of Columbus. La gente sente una storia del genere e qualcosa si rimescola nell’anima, qualcosa spicca un balzo dalla vecchia cara cantilena della vita e costringe a una lettura completamente diversa della realtà.

In classe uno studente accennò a queste voci con padre Paulus nel corso di una discussione che sfiorò l’argomento della taumatologia, ovvero lo studio dei miracoli.

Il vecchio prete guardò fuori dalla finestra.

– Se avessi bevuto rosso scadente fino alle tre del mattino, anche tu avresti le visioni.

Più tardi, nel corso della giornata, andai a trovare padre Paulus nel suo ufficio. Dovetti percorrere trecento metri sotto una tempesta di neve. Con i lembi del berretto di lana tirati sulle orecchie, mi proteggevo con l’avambraccio alzato, dal nevischio tagliente, da tutta quella violenza fisica, la tempesta di neve e gli spazi aperti, la realtà di una distesa di terra chiamata Nord America che mi era totalmente nuova.

Il padre cominciò a parlare prima che mi togliessi il giubbotto.

– Ecco, è quando mi si irrigidiscono i peli del naso che mi viene voglia di ritirarmi nel Sud della Francia.

– La neve sulla piazza.

– Sì. Lo so.

– Le panchine sono sepolte.

– Sì, – disse lui.

– Me ne accorgo adesso, guardando fuori dalla finestra, laggiù, ho camminato su una panchina.

– Sì. Mettiti a sedere Shay e dimmi come vanno le cose. Parlami un po’ dei progressi di un giovane. Sarà il titolo di questa seduta.

– Mi sono fatto prestare un paio di stivali.

La risposta gli piacque.

– Ti vanno bene?

– No.

Meglio ancora. Quando mi interrogava sul mio stato mentale e spirituale, cosa che faceva solo raramente, se davo risposte pratiche, come facevo sempre, sembrava credere che escogitassi una risposta terra terra grazie a un istinto virile, mentre in realtà ero solo confuso, perennemente alle prese col tentativo di mettere insieme una frase accettabile.

– Cosa stai leggendo?

Snocciolai una lista di titoli.

– Capisci quello che c’è in quei libri?

– No, – dissi.

Lui sorrise di nuovo. Doveva essere stanco di ragazzi dotati. Aveva lavorato con ragazzi molto preparati e credo avesse voglia di parlare con canaglie dell’altro tipo, quelli che avevano creato problemi a se stessi e agli altri.

– Qualcosa capisco. E quello che non capisco, lo imparo a memoria.

Teneva il gomito appoggiato sulla scrivania e sorreggeva la testa con la mano piegata. Niente sorriso stavolta.

– Non è questo il motivo per cui abbiamo creato questo posto, ti pare?

– Ma io studio come un matto, padre.

– D’accordo, ma non puoi imparare a memoria le idee come fai con le desinenze latine.

Le sue mani erano piccole e prive di macchie. Alcuni degli altri gesuiti indossavano maglie di flanella e maglioni pesanti, ma padre Paulus non si lasciava influenzare dal clima o dalla geografia , né dall’atmosfera di speciale libertà che regnava al Voyageur. Lui vestiva il completo nero con il colletto ecclesiastico, cosa che rispettavo e trovavo rassicurante.

– Qui, uno dei nostri principali obiettivi è produrre uomini seri. Che razza di fenomeno è un uomo serio? Non è cosi facile da spiegare. È una persona che, alla fine, sviluppa una certa profondità, un grande spazio interiore, diciamo, sotto forma di rispetto per altri modi di pensare e di credere. Vediamo di allargare un po’ lo stretto sistema delle tubature umane e vediamo di aiutare un giovane a raggiungere una forza etica che lo renda deciso, che gli mostri precisamente chi è, Shay, e come è destinato ad affrontare il mondo.

Si aveva sempre paura di deludere il padre, di non essere all’altezza del discorso. E di essere piatti, mentre lui voleva uno scambio più vivace, fosse anche un comportamento da spaccone, insolente e menefreghista. Piatto e sgobbone, mentre lui voleva l’indipendenza e la discussione aperta.

– La mia vita, lo confesso … sì, perché no, tu sentirai la mia confessione, Shay. Chi altri potrebbe ascoltarla meglio di te? Mi ci sono voluti tutti questi anni per capire che non sono un uomo serio. Troppa ironia, troppa vanità, troppo poco di, come dire, di un sacco di cose. E nessuna rabbia, capisci. Una piccola rabbia da unghia incarnata, un’insignificante frustrazione. Alla fine arrivi a capire queste cose. Cosa bisogna fare? Agire in base ai principi? Oppure individuare ragioni che giustifichino il tuo cattivo comportamento? Questa è la mia confessione, non la tua, quindi non sei tenuto a rispondere. Non ancora, almeno. Alla fine, sì. Alla fine, in cuor tuo saprai fino a che punto hai soddisfatto l’impegno di essere un uomo.

– Nessuna rabbia, – dissi io. – Cosa intende dire?

– Nessuna rabbia. Rabbia e violenza possono essere elementi di tensione produttiva in un’anima. Possono contribuire alla pienezza della propria identità. Uno dei modi che un uomo ha a disposizione per liberarsi dalla meschinità è di dare un pugno in bocca a un altro uomo.

Dovevo averlo guardato con tanto d’occhi.

– Questo non puoi metterlo in discussione, vero? Non mi piace la violenza. Mi spaventa a morte, ma penso che possa rappresentare una forza di espansione per la personalità. E penso che la capacità di un uomo di opporsi alle proprie tendenze violente possa essere fonte di virtù, un’affermazione di carattere e tolleranza.

– Allora cosa bisogna fare? Prendere a pugni o resistere alla tentazione?

– Bene, vedo che hai capito il problema, ma io non ho la risposta. Tu sì, – disse. – Ma quanto può essere serio un uomo se non sperimenta fino in fondo gli appetiti e le passioni della sua razza, anche solo per reprimerle o usarle, in un modo o nell’altro, proficuamente?

Chi meglio di te può ascoltare la mia confessione? Aveva detto proprio questo, giusto? Uno che è stato in riformatorio. Uno che ha la risposta. Naturalmente io non avevo niente che assomigliasse a una risposta e mi chiedevo perché lui fosse convinto che possedessi una conoscenza speciale per aver fatto quello che avevo fatto.

– Ti sei mai imbattuto nella parola velleità? Possiede una bella eco tomistica. La volontà al suo livello più basso. Una piccola cosa, un desiderio, una tendenza. Se hai una volontà debole, finisci per vivere nelle pieghe più superficiali delle tue preoccupazioni. Stiamo andando a parare da qualche parte?

– È la sua confessione, padre.

L’ufficio era in una delle vecchie baracche e la forza del vento scuoteva le travi facendole scricchiolare.

– L’Aquinate diceva che solo le azioni intense rafforzano un’abitudine. Non la semplice ripetizione. L’intensità è utile alle conquiste morali. Una volontà intensa e perseverante. Questo è un elemento di serietà. La perseveranza. Questo è un elemento. Un senso di finalità. Un compito che ci assegniamo da soli. Dimmelo se sto farneticando. Ti rispetterò per questo.

Eravamo a circa trenta miglia dal confine canadese in un disordinato ammasso di baracche e altre strutture di legno, un ritorno alle origini, forse, alle radici missionarie dell’ordine – eccetto che gli indigeni in questo caso eravamo noi. Poveri ragazzi di città che davano qualche speranza; alcuni dal corpo fragile e dalla memoria fotografica, con una certa sporcizia addosso; quelli che erano intelligenti ma instabili; quelli che non riuscivano ad adattarsi; quelli il cui adattamento era stato imposto dallo stato; un gruppo di latino-americani di un centro gesuita in Venezuela, giovani svegli e intelligenti dall’aria cosmopolita, con le chiappe congelate; e alcuni ragazzi di campagna, di fattorie poco distanti, più goffi di un vestito preso a prestito.

– Talvolta penso che l’educazione che dispensiamo qui sia più adatta a un cinquantenne che ha capito di aver mancato il bersaglio al primo giro. Troppe idee astratte. Verità eterne a destra e a sinistra. Ti servirebbe di più guardarti una scarpa e nominarne le parti. A te in particolare, Shay, visto da dove vieni.

Questo parve rianimarlo. Si sporse sopra la scrivania e fissò, letteralmente, i miei stivali bagnati.

– Sono oggetti orribili, vero?

– Sì, senza dubbio.

– Nominami le parti. Coraggio. Qui non siamo così ricercati, non siamo cosi intellettualmente chic da non poter esaminare uno studente faccia a faccia.

– Nominare le parti, – dissi. – D’accordo. Stringhe.

– Stringhe. Una su ogni scarpa. Procedi.

Alzai un piede e lo girai goffamente.

– Suola e tacco.

– Sì, continua.

Posai di nuovo il piede a terra e fissai lo stivale, che mi parve inespressivo quanto uno scatolone chiuso.

– Procedi, ragazzo.

– Non c’è molto da nominare, le pare? Un davanti e un dietro.

– Un davanti e un dietro. Mi fai venir voglia di piangere.

– La parte arrotondata sul davanti.

– Sei talmente eloquente che devo fare una pausa per riavermi. Hai nominato le stringhe. Come si chiama il lembo sotto le stringhe?

– La linguetta.

– Be’?

– Il nome lo sapevo, soltanto che non l’avevo vista.

Padre Paulus fece il suo piccolo numero, buttandosi a corpo morto sulla scrivania e sussultando lievemente come se fosse in preda a una terribile angoscia.

– Non l’hai vista perché non sai guardare. E non sai guardare perché non conosci i nomi.

Tentennò il capo come per rimproverarmi aspramente, con un gesto teatrale, e si ritrasse dal piano della scrivania, lasciandosi cadere sulla sedia girevole e guardandomi di nuovo prima di fare un quarto di giro deciso e sollevare la gamba destra quel tanto che bastava perché il piede, o meglio la scarpa, trovasse una sistemazione sul bordo della scrivania, punta all’insù.

Una normalissima scarpa da prete nera.

– D’accordo, – disse. – Suola e tacco li conosciamo.

– Sì.

– E abbiamo identificato la linguetta e le stringhe.

– Sì, – dissi.

Delineò con il dito una striscia di pelle che attraversava il bordo superiore della scarpa e scendeva sotto la stringa.

– Cos’è? – chiesi io.

– Dimmelo tu. Cos’è?

– Non lo so.

– È il risvolto.

– Il risvolto.

– Il risvolto. E questa sezione rigida sopra il tacco. Questo è il rinforzo.

– Questo è il rinforzo.

– E questo pezzo a metà tra il risvolto e la striscia sopra la suola. Questo è il dorso.

– Il dorso, – ripetei.

E la striscia sopra la suola. Quello è il guardone. Ripetilo, ragazzo.

– Il guardone.

– Lo vedi, come restano nascoste le cose di tutti i giorni? Perché non sappiamo come si chiamano. E l’area frontale che copre il collo della scarpa, come si chiama?

– Non lo so.

– Non lo sai. Si chiama tomaia. Tomaia.

– Ripetilo.

Tomaia. L’area frontale che copre il collo della scarpa. Credevo di non dover imparare le cose a memoria.

– Sono le idee, che non devi imparare a memoria. E non prenderci troppo sul serio quando arricciamo il naso di fronte all’apprendimento a memoria. La ripetizione a memoria aiuta a costruire l’uomo. E la stringa la fai passare attraverso che cosa?

– Questo dovrei saperlo.

– Certo che lo sai. I buchi su entrambi i lati e sopra la linguetta.

– Non mi viene in mente la parola. Occhiello.

– Forse ti lascerò vivere, dopotutto.

– Gli occhielli.

– Sì. E il rivestimento metallico su ciascuna estremità della stringa.

Diede un colpetto all’oggetto in questione con il dito medio.

– Questo non lo saprei neanche tra un milione d’anni.

– L’aghetto.

– Neanche tra un milione d’anni.

– Il puntale o aghetto.

– L’aghetto, – ripetei.

– E il piccolo anello di metallo che rinforza il bordo dell’occhiello attraverso cui passa l’aghetto. Stiamo facendo la fisica del linguaggio, Shay.

– L’anellino.

– Lo vedi?

– Sì.

– Questa è la guarnizione, – disse.

– Oddio, ragazzi!

– La guarnizione. Imparala, conoscila e amala.

– Sto andando fuori di testa.

– Questa è la conoscenza arcana definitiva. E quando porto la scarpa dal calzolaio e lui la mette su una forma per fare le riparazioni, un blocco di legno a forma di piede. Come si chiama?

– Non lo so.

– Si chiama semplicemente forma da scarpa.

– Mi si sta spaccando la testa.

– Le cose di ogni giorno rappresentano la conoscenza più trascurata. Questi nomi sono vitali per il tuo progresso. Cose quotidiane. Se non fossero importanti, non useremmo una parola così splendida di derivazione latina. Ripetila, – mi intimò.

– Quotidiano.

– Una parola straordinaria che suggerisce la profondità e la portata del luogo comune.

II colletto bianco pendeva allentato sotto il pomo d’Adamo e la pelle sulla gola stava diventando floscia e fibrosa, e sembrava coglierlo impreparato, la vecchiaia, che arrivava in ritardo ma in fretta.

Mi misi il giubbotto.

– Voglio darti un libro, – disse padre Paulus.

Le sue mani però erano ancora giovani, di un morbido rosa infantile. In un angolo del tavolo c’era una scacchiera, con i pezzi schierati in bell’ordine sui due lati.

– Vieni a Upper Red domani e vedrò di trovartelo.

Upper Red era la residenza del corpo insegnanti. Al Voyageur gli edifici portavano il nome di località famose – laghi, città, fiumi, foreste. Non venivano battezzati col nome di santi, teologi o martiri gesuiti. I gesuiti, secondo Paulus, erano stati trattati così brutalmente in tanti posti per i loro tentativi di convertire e trasformare – decapitati in Giappone, sventrati nel Corno d’Africa, mangiati vivi in Nord America, crocefissi in Siam, sventrati e squartati in Inghilterra, gettati nell’oceano al largo del Madagascar – che i fondatori del nostro piccolo college sperimentale avevano pensato di risparmiare al paesaggio alcuni degli emblemi più sanguinosi della storia dell’ordine.

– A proposito, Shay.

– Sì, – dissi.

– È possibile che ieri ti abbia visto insieme a quel gruppetto che firmava una petizione a favore del senatore McCarthy?

– Sì, c’ero anch’io, padre.

– A firmare la petizione.

– Sembrava okay, – dissi.

Lui annuì, guardando un punto sopra la mia testa. – Lo sai perché il senato lo ha condannato?

– Non lo so, ma gli altri stavano firmando, – dissi. – Alcuni dei sudamericani, – dissi con un filo di disperazione, sapendo quanto doveva sembrare stupida una risposta del genere, ma pensando che fosse comunque un modo per giustificarmi.

– Così hai firmato anche tu. Gli altri stavano cagando, padre.

Quindi ho cagato anch’io.

Mi oltrepassò con lo sguardo, facendo un ragionevole cenno d’assenso, e io mi girai per andarmene.

Per un po’ camminai avanti e indietro attraversando la piazza nella tempesta di neve. Poi tornai nella mia stanza e mi liberai del giubbotto. Volevo cercare le parole sul dizionario. Mi tolsi gli stivali e lanciai il berretto sul lavandino. Volevo cercare le parole. Volevo cercare velleità e quotidiano e impararle a memoria, queste stronze di parole, una volta per sempre, impararne l’ortografia, la pronuncia, ripeterle ad alta voce, sillaba per sillaba – vocalizzare, produrre suoni vocali, emettere suoni, pronunciare le parole per quello che valevano.

Questo è l’unico modo al mondo di sfuggire alle cose che hanno fatto di te quello che sei.

Fine

OUA2BE~1 a chi è arrivato fino in fondo!

 

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                        Sam Savage                    Einaudi Stile Libero 17,50 Euro

L’altra settimana mi sono recato nella biblioteca comunale vicino casa per restituire due libri che avevo preso in prestito qualche tempo fa. Mentre l’impiegato, gentilissimo, si apprestava a compiere al computer le operazioni di ripresa in carico di quei due volumi, mi sono immerso tra gli scaffali della libreria per cercare un altro paio di romanzi che potessero interessarmi.

Posso essere sincero?

Trovare in questo modo dei libri, cioè senza avere scelto in precedenza almeno l’autore o l’argomento, è un modo di agire del tutto assurdo e spesso si rivela una perdita di tempo. Essendo tutti i libri disposti in costa negli scaffali e quindi non potendo essere attratto dall’immagine di copertina (è lei che mi colpisce in primis) la sola cosa che posso fare è scorrere con l’occhio il nome degli autori sul dorso delle pile di volumi e leggerne le diverse intestazioni. Una volta individuato un nome conosciuto, lascio che ad attrarmi sia il titolo dell’opera. Confesso che quel giorno di intriganti ne ho individuati ben pochi. Dunque, dopo un quarto d’ora, mi sono annoiato e stavo quasi per andarmene via, rinunciando così al vantaggio di potere avere gratis a casa due romanzi da leggere.

Non appena decido di dare un taglio a quell’operazione di ricerca rivelatasi monotona e inconcludente, succede che l’occhio mi cade su due volumi, non distanti tra loro, che mi attirano. Il primo ha codice Hunt, numero N-823 e titolo “Il cane nero”; l’altro ha codice SAVA, numero N-813 e titolo “Il lamento del bradipo”.

La scelta del primo libro è stata ovvia: il titolo è identico a quello di un mio scritto che ho presentato qualche tempo fa proprio in questo blog e che qualcuno (mi auguro) ha già letto. Il cane nero è il romanzo di esordio di Rebecca Hunt, una signora inglese laureata in belle arti. Spero che sia interessante come il mio omonimo raccontino… ahem clip_image004 e che v’invito a leggere, se non lo avete già fatto.

Il secondo libro ha davvero un bel titolo: “Il lamento del bradipo” ed è, come ho scoperto nella terza di copertina, di Sam Savage, un misterioso e anzianotto scrittore americano, nato nel ’40 (dunque due anni prima di me, il ché mi lascia ancora qualche speranza di vedere stampato su carta qualcosa di mio…) e che ha pubblicato, sempre da Einaudi,“Firmino”, un romanzo che nel 2007 ha avuto un enorme successo sia all’estero sia in Italia e che piacque tantissimo anche a me.

A leggere “Il lamento del bradipo” ci ho impiegato pochi giorni e mi ha abbastanza soddisfatto. Sono andato a vedere su Internet le recensioni e i commenti di chi lo ha letto per controllare se il mio giudizio era condiviso da altri. Concordo col dire che questo romanzo è inferiore a “Firmino”, ma io che vivo sulla mia pelle gioie e dolori, vittorie e sconfitte, alti e bassi, tipici degli scrittori che cercano, senza riuscirci, di farsi apprezzare (e pubblicare) da una casa editrice importante, ho sorriso (a volte amaramente) leggendo e partecipando con umana comprensione a quanto Andrew Whittaker, il protagonista della storia, scrive nelle lettere accorate, divertenti, sarcastiche, lagnose, provocatorie, che invia alla ex moglie, ad amici veri o presunti, al direttore di “Arte e Letteratura” una rivista di successo, concorrente di “Bolle”, fanzine letteraria di cui lui stesso è unico redattore ed editore, ai poeti e scrittori che gli inviano opere penose che lui è costretto a rifiutare, agli inquilini che ogni volta inventano una scusa nuova per non pagare l’affitto dei fatiscenti appartamenti di cui è proprietario.

Il romanzo è l’epistolario, a volte feroce fino all’inverosimile, di un uomo che man mano si riduce a vivere come un bradipo, cioè con la lentezza esasperante di un animale asociale per natura, brutto da vedere e perennemente stanco. Consiglio questo libro solo a chi ha sense of humour, non soffre di solitudine e sa, almeno per sentito dire, quanto sia crudele il mondo letterario e quanto grandi siano le invidie che nascono fra autori che, non essendo stati baciati dalla fama, vivono malamente la loro condizione di emarginati dalle élite culturali imperanti.

Alcune lettere sono esilaranti, altre perdutamente tristi, tutte, comunque, espressioni di un carattere pretenzioso ma indeciso a tutto, furbesco ma, allo stesso tempo, sprovveduto. Andrew Whittaker è un perdigiorno nevrotico e puntiglioso nel controbattere le voci malefiche che girano sulla sua persona e sui comportamenti da lui tenuti nelle riunioni letterarie gestite dall’odiata rivista concorrente.

Tra queste lettere ve ne segnalo un paio, brevi, indirizzate a degli autori che sperano di essere pubblicati sulla rivista “Bolle” da lui creata, diretta e stampata.

Gentile Signora Lessep,

Le siamo grati per averci dato nuovamente la possibilità di leggere “Scarpette di vischio”. Dopo attenta riflessione, siamo spiacenti di comunicarLe che il Suo lavoro continua a non rientrare nella nostra linea editoriale. Ci dispiace che la frase “al momento non rientra nella nostra linea editoriale” l’abbia indotta a sottoporcelo di nuovo. Nel mondo dell’editoria “al momento” in realtà significa “per sempre”.

Andrew Whittaker, Caporedattore di Bolle

Caro Dalberg,

ho rifiutato l’ultimo racconto che mi hai spedito per i suoi scarsi meriti, e il fatto che tu sia canadese non ha niente a che vedere col mio giudizio, ma se ti fa sentire meglio continua pure a crederlo.

Andrew

Termino qui.

Per quanto riguarda il romanzo “Il cane nero”, l’altro libro che ho preso in prestito dalla biblioteca comunale, non posso dire nulla, non avendolo ancora letto. Ve ne parlerò soltanto se ne varrà la pena.

Nicola

Io e Agata è il secondo romanzo a cui sto dietro ormai da più di un anno. In questi giorni ho finito l’ottava revisione. Prima di iniziare la nona e spero ultima stesura, ho deciso di lasciare decantare per qualche tempo questo mio progetto letterario: anche gli scrittori non professionisti hanno bisogno di mandare in vacanza, di tanto in tanto, sia la testa sia il corpo!

In realtà sto aspettando gli ultimi feedback da parte di alcuni amici che con tanta buona volontà hanno letto o stanno leggendo il mio romanzo ancora in bozza e di sicuro le loro osservazioni mi saranno utili per andare avanti. Io e Agata l’ho presentato mesi fa, a puntate, su un sito letterario che si chiama Neteditor. In quell’occasione ho collezionato una media di 60 contatti per puntata ma, se devo tenere conto dei commenti ricevuti, solo cinque o sei lettori hanno “effettivamente” letto l’intero romanzo. Dunque devo ammettere – ahimé – che l’accoglienza non è stata granché buona.

Avevano ragione gli utenti di Neteditor?

Forse sì. Siccome non sono uno che si piange addosso, ho accettato con filosofia il verdetto del web, anzi è stato proprio quel giudizio a spingermi a riconsiderare tutta la storia e a rivederla nelle sue linee essenziali, in modo da renderla più accattivante alla lettura. In realtà avere pubblicato un romanzo in rete è stata un’enorme sciocchezza: ben pochi si cimentano a leggere lunghe videate al computer. Dopo una pagina di video l’attenzione scema e il lettore si annoia anche se si tratta di un capolavoro.

In rete funzionano solo le poesie e i racconti brevi (brevissimi).

L’ho capito troppo tardi, però da quell’esperienza ho tratto le debite conseguenze. Il romanzo, nella versione pubblicata in rete, cioè la sesta, non era ancora pronto per essere dato in pasto a lettori smaliziati e non sempre bendisposti a donare il proprio tempo a uno sconosciuto scrittore non professionista. Sono passati diversi mesi da allora, ma non sono stato con le mani in mano. Ho lavorato sodo per migliorare la mia opera, eppure non sono ancora soddisfatto al 100%.

Concludo presentandovi una delle prime modifiche che ho introdotto nell’ottava versione e cioè un “prologo” al romanzo vero e proprio. Spero che dalla lettura di questa breve introduzione vi venga la voglia di leggere il seguito di Io e Agata quando l’avrò finito.

Grazie per l’attenzione.

Nicola

AgataCopertina

 

Prologo

In famiglia dicevano che Agata, invecchiando, fosse diventata matta.

   Al contrario io sostengo che, essendo lei sempre stata una donna deliziosamente originale, col passare degli anni la sua fervida immaginazione si sia concentrata su un unico punto irrinunciabile: crollasse il mondo, lei voleva vivere e morire a Strà Ferrari. Una notizia del genere – mi chiedo – può turbare o impaurire così tanto da avvalorare l’ipotesi che Agata sia uscita fuori di cervello?

   Freud affermava che tutti gli esseri umani hanno delle fissazioni: se lo diceva lui, c’è da crederci! Solo chi ha poca inventiva non ha, o non ha mai avuto, delle ossessioni, tipo mettere le mani su una donna, su un terreno, su una casa o su qualsiasi oggetto che abbia assunto nella sua mente la connotazione di aspirazione assoluta e incontrollabile.

   Io, Fabio Fortis, professore di lettere antiche, al pari di Agata, sono un uomo pieno di passioni e perciò appartengo di diritto a questa interessante genia di persone con grandi fantasie per la testa.

   Non una ma due sono le idee fisse per realizzare le quali potrei anche uccidere: diventare uno scrittore famoso e possedere una biblioteca con un numero infinito di libri.

   Ce la farò, durante la mia esistenza, a concretizzarle entrambe o, mal che vada, almeno una delle due?

   A me, per fortuna, sta andando meglio di Agata: nessuno mi ha ancora detto in faccia che sono sulla buona strada per dare i numeri.

   Sin da bambino ho sognato di dedicarmi alla scrittura, per questo scelsi lettere alla Statale di Milano. In cuor mio speravo che, studiando I Grandi della Letteratura, avrei potuto affinare quelle doti che tutti, genitori, insegnanti e amici, sostenevano che io avessi nel DNA.

   Il mio primo romanzo lo scrissi a undici anni, in seguito alla lettura di Ivanhoe di Walter Scott. L’avevo intitolato Il cavaliere di ferro e, per l’occasione, avevo assunto lo pseudonimo di Victor Rilke. Il secondo, il cui titolo era Lettere aperte, lo scrissi all’inizio dell’Univer­sità. Ricordo che avevo preso una cotta per una ragazzina che stava frequentando da interna il terzo anno di liceo scientifico in un collegio di suore molto esclusivo di Milano. La nostra storia d’amore, complicata dalla differenza di età e da un abisso fra le nostre condizioni sociali, durò un anno, poi lei mi lasciò adducendo la scusa di essersi innamorata di un altro. Vissi quell’abbandono con grande sofferenza e per mesi non uscii di casa. C’erano, quindi, tutti gli ingredienti per trarre da quella mia vicenda personale un romanzo nello stile di Liala, scrittrice assai in voga a quei tempi, e così feci.

   Terminati gli studi, trovai subito posto in un liceo scientifico della periferia milanese e, sei mesi dopo, mi sposai con Marta, una bella ragazza che avevo incontrato a una festa in casa di amici. La nascita di quattro figli e l’impegno scolastico m’impedirono di dedicare anima e corpo alla scrittura: iniziai allora decine di romanzi che abortivano dopo poche pagine perché mi mancavano sia le idee sia il tempo per portarli avanti.

   Ho di buono che l’ansia da prestazione non acceca del tutto la mia razionalità, nel senso che se non raggiungo subito l’obiettivo primario non mi deprimo ma m’ingegno a cercare una meta alternativa. Infatti, proprio da quella temporanea incapacità di concludere qualsiasi progetto letterario, nacque la mia passione sfrenata per i libri scritti da altri. Intorno ai trent’anni prese a togliermi il sonno non solo il desiderio di leggerli, ma anche il possesso dell’oggetto in sé. Ai miei occhi uno scrittore che era riuscito a portare a termine un romanzo rappresentava un eroe da ammirare e qualsiasi libro, frutto di immense fatiche intellettuali, bello o brutto che fosse, doveva avere un posto d’onore in casa. Però, per arrivare ad accumulare libri nella quantità non modica capace di soddisfare il mio ego, occorrevano montagne di denaro.

   Purtroppo lo stipendio di professore di liceo era quello che era. Perciò, in attesa di scatti di carriera in grado di darmi una maggiore disponibilità economica, frequentavo le biblioteche comunali e passavo lì dentro gran parte del mio tempo libero. Giravo fra gli scaffali e col dito accarezzavo le coste dei libri: in questo modo provavo brividi di piacere e soddisfacevo le mie voglie più nascoste. Il matrimonio, con i suoi addentellati (quattro figli uno dopo l’altro, responsabilità sempre crescenti e ineludibili, cronica difficoltà a far quadrare i conti, eccetera) se da un lato mi aveva fatto rimandare a tempi migliori l’ambizione di diventare uno scrittore famoso, dall’altro aveva aperto uno spiraglio alla possibilità di realizzare la seconda delle mie ossessioni: avere una biblioteca tutta mia comprendente le opere più importanti della letteratura mondiale.

   Marta, infatti, aveva una parente che si chiamava Agata Rolli, una donna benestante a cui lei era affezionatissima. Per l’esattezza era la sorella minore di suo padre Guido. Quando me la fece conoscere mi piacque subito e ancora di più l’apprezzai quando seppi che non era sposata e che possedeva una biblioteca che dire fantastica è dire poco. Da allora mettere le mani sui suoi libri divenne il mio freudiano fort-da, un ripetitivo gioco del rocchetto, che ho praticato negli anni con tenacia degna di ben più redditizi traguardi.

   Se da un canto è impossibile sterminare in un sol colpo la lunga fila di editori incompetenti che hanno rifiutato o che in futuro rifiuteranno di pubblicare i miei romanzi, impedendomi così di raggiungere la celebrità, dall’altro, esistendo questa parente di Marta e giocando con astuzia le mie carte, forse, avrò qualche possibilità di realizzare l’altra mia fissazione. In realtà non ho mai pensato di ammazzare Agata per far sì che la sua biblioteca diventasse mia in anticipo però, visto il carattere spigoloso e ondivago di quella donna, ci sono andato molto, molto vicino…

   Ma questo è soltanto il prologo.