Posts contrassegnato dai tag ‘libri’

ErmellinoCurioso

Ermellino curioso

Innanzi tutto, giungano a chi ha la pazienza di seguire il mio blog (e anche a chi mi segue saltuariamente) i miei più sentiti auguri di un 2015 pieno di successi professionali e di vivere ogni giorno del nuovo anno in buona salute, accompagnato dall’affetto dei propri famigliari e amici.

Dopo la lunga pausa di fine anno, ricominciano i nostri incontri settimanali con un post apparentemente frivolo, ma che potrà piacere (o non piacere) a chi manifesta (o nasconde) delle velleità letterarie. Pongo una semplice domanda a cui mi piacerebbe che qualcuno rispondesse e a cui io stesso non mi sottrarrò.

Cosa desidera maggiormente chi ha pubblicato un libro?

Vi do un aiutino, elencando quattro risposte che tutti gli scrittori hanno in mente ma che si vergognano di esternare al mondo…

La prima è: “Vendere una vagonata di copie del libro e diventare milionario”.

La seconda è: “Scoprire un passaparola virale su Internet che convinca centinaia di milioni di webnauti a comprare una copia del libro. Alzi la mano chi non spera in una botta di culo come quello della scrittrice (si fa per dire…) Erica Leonard (E.L. James) che ha sfornato i tre “capolavori” di 50 sfumature di maialate…

La terza è: “Una presentazione con intervista da Fazio in TV”. Questo showman superpagato, con la sua faccia da falso amicone, per ogni intervista “marchettara” nel suo programma su Rai 3, assicura allo scrittore 300.000 copie vendute, minimo, del libro.

La quarta, forse la più eccitante fra le possibili risposte che si nascondono nell’animo di uno scrittore, è: “Raggiungere la fama in vita”, cioè ricevere il premio Nobel della letteratura e, subito dopo, buttare via carta e penna per godersi la vita sfruttando l’assegno milionario allegato al prestigioso riconoscimento dell’accademia svedese. Naturalmente ciò deve avvenire prima che l’Alzheimer bussi con prepotenza alla porta…

Ce ne sarebbero parecchie altre di risposte che gli scrittori vorrebbero dare, ma che per un certo qual pudore, non osano rivelare in giro. Tutte, più o meno, ribadiscono lo stesso arido concetto: arricchirsi dopo avere pubblicato un libro.

Come risponde, se interrogato, un qualsiasi scrittore per fare una bella figura?

  1. Desideravo mettere sulla carta le mie esperienze personali, unicamente per soddisfare un mio imprescindibile desiderio di approfondimento critico su me stesso, senza pensare che il mio vissuto potesse interessare altri da me.
  2. Ho sempre scritto sin da quando ero bambino e mai avrei pensato che il mio pensiero scritto potesse diventare un libro e mai ho desiderato che il frutto del mio ingegno uscisse dal cassetto della scrivania e fosse subito accettato da un casa editrice importante come la Mondadori (tanto per citarne una a caso…). Ho pubblicato il libro solo dopo pressanti insistenze di parenti, amici… e del mio agente letterario.
  3. Ammetto di essere consapevole delle mie capacità e mi diverto tantissimo a scrivere, ma mai ho sperato di diventare un maître à penser: cioè una importante guida in grado di orientare e influenzare la società con i miei scritti. Insomma lungi da me pensare di surclassare Umberto Eco.
  4. ….

Potete riempire a piacimento, basandovi su vostre esperienze personali i punti 4, 5, 6, eccetera, cioè segnalando altre (false) risposte che potrebbe dare uno scrittore per giustificare il suo successo o per sperare di ottenerlo.

Per quel che mi riguarda, (eh già, perché anch’io mi reputo uno scrittore…) queste sono le mie due semplici risposte alla domanda iniziale:

  • Essere letto da pochi ma genuini lettori. Vendere il libro a vagonate non  è ciò che m’interessa: sto bene di famiglia e godo di una pensione decente, ottenuta lavorando sodo per più di quarant’anni.
  • Essere recensito da chi ha letto il libro fino all’ultima pagina. Non sopporto le critiche di quei redattori che, su quotidiani e riviste, tengono una rubrica periodica sui libri. Costoro (quasi tutti scrittori mancati) odiano i libri e chi li ha scritti. Raramente leggono i libri che recensiscono, di solito sfogliano qualche pagina e scopiazzano la quarta di copertina. La recensione critica, inoltre, deve essere sincera e non una marchetta alla Fazio. Ecco, infatti, come un redattore vede i libri che deve recensire:

Peso sulla testa

…un gran peso sul cranio!

Una recensione critica che mi è molto piaciuta è quella fatta da Stravagaria e che potete leggere cliccando sia sul nome dell’autrice sia su questo link.

Avendo io acquistato 10 copie in cartaceo di “Io e Agata” da regalare a Natale ai parenti più prossimi, alcune settimane fa Amazon mi ha scritto che, se lo desideravo, potevo auto-recensirmi. Di primo acchito pensavo di rifiutare, invece poi ho accettato l’invito. Di seguito potete leggere ciò che ho scritto in Rete sul sito di Amazon Italia:

NuovaCopertinaAgata1

Cara Amazon,
grazie per avermi dato l’opportunità di recensire il mio ultimo libro, ma credimi, è come chiedere a una mamma se il suo bambino è bello o brutto.
Lei risponderà nell’unico modo che ci si aspetta.
Bene, io voglio essere onesto al massimo e dirò solo questo:
Scrivere e revisionare "Io e Agata" ha tenuto impegnata la mia mente per sei lunghi anni, mi ha fatto spesso soffrire e, a volte, sorridere, ma non mi ha mai annoiato. Chiunque lo leggerà, indipendentemente dal giudizio che poi ne darà, di sicuro arriverà fino in fondo al libro per sapere come finisce la vicenda. Io credevo nel personaggio di Agata: l’ho amato dalla prima volta che si è materializzato davanti ai miei occhi.
Agata esiste nella realtà e forse, se un giorno lei stessa leggerà questo libro che le ho dedicato, dopo avermi tirato le orecchie come si fa con i bambini discoli, mi regalerà una schietta risata e mi offrirà un bicchiere di buon vino.
Tutto qui.
Cordiali saluti e ancora grazie.
Nicola Losito

 

Annunci

Grazie

Carissimi amici,

prima di partire per un lunghissimo viaggio in Cina, ho fatto un sondaggio via mail (non tramite telefono, come fanno gli istituti demoscopici) fra tutti i parenti, gli amici e conoscenti vari per sapere quale impatto aveva avuto la notizia che, finalmente, aveva visto la luce il mio ultimo romanzo. La domanda era molto semplice: “Ti interessa leggere gratis Io e Agata, il romanzo della maturità artistica di Nicola Losito?”

Ho lasciato passare una settimana per dare tempo a tutti di riflettere prima di rispondere a un quesito semplice ma molto importante per me e oggi, finalmente, sono in grado di darvi il risultato dell’indagine.

Sinceramente non mi aspettavo tanto interesse.

Su 1500 mail inviate, 1480 hanno risposto sì, 10 hanno dichiarato che, per partito preso, non leggono mai libri di sconosciuti, i restanti 10 hanno esplicitato che amano la lettura ma non sopportano il modo di scrivere di Nicola Losito.

Fregandomene altamente di quei venti incompetenti che mi hanno snobbato e, felice come una pasqua per l’inaspettato risultato, sento il dovere di ringraziare – separatamente – tutti coloro che hanno reso esaltante questa irripetibile occasione della mia vita.

Grazie ai miei 300 followers, grazie ai 200 amici del social network Netlog, grazie ai 150 amici di Neteditor (un sito web di scrittura amatoriale), grazie ai 50 colleghi del Corso di scrittura creativa dell’Università Cattolica di Milano, grazie ai 40 colleghi dei Fiori blu (una brillante scuola di scrittura che frequentai una decina di anni fa), grazie ai 100 amici con cui ho viaggiato in Italia e all’estero, grazie alle 400 persone sconosciute che fanno parte di una mailing list nata spontaneamente leggendo i miei post .

****

Finiti i ringraziamenti, il prepotente trillo di una sveglia mi ha costretto ad aprire gli occhi. Sono sceso dal letto con un brutto presentimento in testa. Avevo forse sognato tutto? Sono corso nello studio, ho acceso il computer, ho aperto il mio gestore di posta… ed ecco l’amara sorpresa. Dalla lettura delle mail di risposta al sondaggio mi sono reso conto che la realtà è ben diversa:

Su 1500 intervistati, solo 10 persone hanno risposto sì alla domanda, altri 10 hanno risposto con frasi del tipo: “Di norma non leggo libri di sconosciuti e, per favore, mi cancelli dalla sua mailing list.”. I restanti 1480 hanno cestinato la mia mail.

Sinceramente non mi aspettavo tanto disinteresse.

Che tristezza scoprire che quasi nessuno è attratto dai libri di perfetti sconosciuti qual sono io, nemmeno se glieli regali! A mie spese ho capito perché le case editrici importanti pubblicano solo autori già famosi all’estero o in Italia e rifiutano le opere di esordienti. Di regola, quasi tutte le copie stampate di un libro di un principiante, dopo i classici 90 giorni, vanno dritte al macero. Per non parlare delle opere auto-pubblicate: queste sono destinate ai pochi parenti e ai quattro amici che uno si ritrova: il destino di questi libri, dunque, è l’oblio negli scantinati o l’annegamento  nel mare magnum della Rete.

Invece di mettermi a frignare per lo scarsissimo appeal di Io e Agata e del sottoscritto, autore alle prime armi, mi è venuto da ridere. Una risata un pochino isterica, ovvio, ma ridere è sempre liberatorio, e fa vedere le cose sotto una diversa luce. Infatti la delusione che si era intrufolata nei miei pensieri l’ho subito spazzata via prima che s’impossessasse della mia testa. Ho preso atto della débâcle delle mie aspettative e ho lanciato al vento questo messaggio subliminale: “Peggio per  loro! Non sanno cosa si perdono…”

Ieri, per cercare di capire le ragioni di un risultato così negativo, sono andato da un professionista esperto di marketing. Dopo avergli raccontato cosa mi era successo, lui mi ha elencato gli errori che avevo compiuto nel promuovere Io e Agata.

  1. Per lanciare un libro non usare mai quelle piattaforme dove i blogger sono tutti scrittori più o meno vanitosi  e sempre in competizione fra loro. Costoro, di sicuro, non fanno salti di gioia quando un competitor ha successo. Sfrutta, invece il passaparola innescato da qualcuno che ha letto e apprezzato veramente il tuo libro.
  2. Non regalare mai un libro scritto da te. Regali di questo genere vengono visti come una mossa disperata di un autore che non crede in se stesso e nelle proprie capacità di attrazione. E’ come chiedere benevolenza in anticipo.
  3. E’ sbagliato proporre a un amico che, come te, ha velleità letterarie di leggere un tuo testo. Questo invito viene interpretato come un impegno oneroso e nessuno ama essere costretto a fare delle letture obbligate. C’è gente che legge di mestiere e, a pagamento, può darti un parere professionale.
  4. Non sottovalutare, mai, l’invidia del pene o della vagina. C’è sempre qualcuna o qualcuno più bravo e più dotato di te.
  5. Sii umile. Anche se pensi di avere scritto un capolavoro, non esaltarti: lascia che siano gli altri a giudicare i tuoi scritti. Non esultare nemmeno se la tua opera vince un qualche premio. I libri che arrivano primi a un concorso quasi sempre sono delle sole…

Insomma non ne ho azzeccata una e si spiega così perché il post della settimana scorsa dove promuovevo Io e Agata è stato letto e commentato così poco.

A farmi sorridere, per fortuna, c’è il mio alter ego. Lui non ha i miei problemi…

Striscia72a

Arrivederci ai primi di Novembre.

Nicola

 

Io e Agata 3D

Io e Agata 3D back

Quella che vedete sarà la copertina della versione cartacea di Io e Agata realizzata per CreateSpace. Coloro che hanno letto il post della settimana scorsa avranno notato che è parzialmente diversa da quella della versione e-book. Ho dovuto modificarla per necessità. Lo sfondo marmorizzato che contraddistingue l’e-book non permetteva una facile lettura del testo nella quarta di copertina e per questo, ho dovuto cambiarlo. Dopo questa (inutile) notizia entriamo nello specifico del romanzo.

I personaggi principali sono tre: Agata, Fabio, Marta.

Marta è la moglie di Fabio. Di lei non ho potuto fornire ulteriori notizie. Mi è stato tassativamente proibito di descriverne l’aspetto fisico e i suoi intimi pensieri. Posso solo aggiungere che Marta è una donna di carattere, col cuore grande come una casa, ed è la nipote preferita di Agata. Il romanzo, sia chiaro, è di fantasia, ma alcuni personaggi, tra cui Marta, assomigliano molto a personaggi reali. Nel testo, comunque, disobbedendo un pochino all’impegno preso, la personalità di Marta emerge  chiara ed evidente.

Fabio, l’Io del titolo NON sono io, cioè l’autore del libro, ma è un simpatico signore laureato in lettere antiche che ha insegnato in un liceo di Milano. E’ doveroso sottolinearlo: io (scritto in minuscolo), infatti, sono un ingegnere elettronico a riposo e ho caratteristiche e aspirazioni del tutto diverse da quelle dell’Io, Fabio. Sbaglierà chi ravviserà in alcune fissazioni di questo personaggio le stesse che, in alcuni momenti della sua vita, ha manifestato il blogger Nicola. Fabio, da sempre, insegue il sogno di diventare un grande scrittore e di arrivare a possedere una libreria con un numero infinito di libri. Nicola si accontenta dei mille e passa libri che ha letto, inoltre, ben presto, ha capito che gli manca quel misterioso quid che permette a pochi eletti di raggiungere l’immortalità in campo letterario.

Agata, la minore delle due sorelle del padre di Marta, è una psicologa per vocazione e predisposizione mentale. Benché non avesse conseguito la laurea, esercitò con successo questa professione per parecchi anni. I suoi pazienti la chiamavano dottoressa con deferenza e affetto perché riusciva sempre a risolvere i loro disturbi mentali, emotivi e comportamentali. Agata era una psicanalista sui generis: curava la mente degli esseri umani sfruttando non solo l’ascolto ma il benefico influsso terapeutico delle piante. Il suo studio, infatti, era una specie di foresta tropicale dove trovavano posto solo una sedia per l’analista e una chaise longue per il paziente. Sono pochi quelli che non uscivano guariti dalle sue sedute. La sua cura, però, non era adatta a tutti. Chi soffriva di rinite allergica o di pollinosi veniva gentilmente invitato da lei a rivolgersi ad altro analista.

A sentire la campana dei famigliari, Agata non godeva di altrettanta considerazione. La sua originalità, manifestata abbastanza presto nel corso del suo cammino terreno, veniva da loro considerata fuori da ogni regola logica: tanta originalità faceva pensare che le mancasse qualche rotella. Matta come un cavallo era l’espressione con cui – carinamente – veniva ricordata nelle conversazioni in famiglia quando ci si riferiva a lei e alle sue azzardate scelte di vita.

Fabio conosce Agata il giorno del suo matrimonio con Marta e, subito, tra la psicologa e il professore di lettere nasce un sentimento di reciproca simpatia che nemmeno i tanti contrasti che avranno nel tempo, riusciranno a distruggere. 

Marta mi presentò a sua zia il giorno delle nostre nozze, durante il rinfresco, al termine della cerimonia in Chiesa. Lei mi diede una rapida occhiata e pronunciò una frase che ricordo ancora:
«Così questo è tuo marito? Beh, non è una gran bellezza, ma credo che ti farà felice!»
Lo disse sorridendomi apertamente e senza il minimo imbarazzo, facendo nascere nella mia testa quei sentimenti contrastanti che segnarono sempre i nostri rapporti: profonda attrazione per la sua fisicità, ammirazione per la vivacità della sua mente ma anche disapprovazione per certi suoi atteggiamenti sgarbati verso chi reputava non alla sua altezza.
Ho pensato parecchie volte a quella sua frase e non ho mai capito come abbia potuto esprimere un simile giudizio pochi minuti dopo avermi conosciuto. Riguardo al mio aspetto, non so se fece solamente dell’ironia, (in quel momento ero un ragazzo niente male) oppure se, con la lungimiranza degli indovini, riuscì a vedermi come sarei stato nella decadenza fisica dei settant’anni. Di sicuro centrò in pieno che avrei fatto del mio meglio per rendere felice sua nipote. Marta voleva dei figli e ne abbiamo avuti quattro e, in quasi mezzo secolo di vita matrimoniale, abbiamo avuto più momenti belli da ricordare che periodi brutti da dimenticare.

Ad accomunare Agata e Fabio sono la passione sfrenata per i libri. Agata, tra l’altro, dispone di una ricca biblioteca a cui Fabio farà apertamente il filo, sperando di entrarne in possesso alla di lei dipartita.

Quando Marta me la presentò, Agata mi piacque subito e ancora di più l’apprezzai quando seppi che non era sposata e che possedeva una biblioteca che dire fantastica è dire poco. Da allora mettere le mani sui suoi libri divenne il mio freudiano fort-da, un ripetitivo gioco del rocchetto che praticai negli anni con tenacia degna di ben più redditizi traguardi. Mille volte rimuginai fra me e me che, catturando con astuzia la sua benevolenza oppure utilizzando metodi di persuasione violenti, avrei avuto la possibilità di realizzare la seconda delle mie ossessioni. In realtà non pensai mai di ammazzare Agata per far sì che la sua biblioteca diventasse mia in anticipo però, visto il carattere spigoloso e ondivago di quella donna, ci andai molto, molto vicino…

A sessant’anni Agata decide di lasciare Milano, vende il suo prestigioso  appartamento e con il ricavato acquista una villa nella collina pavese a una quarantina di chilometri dalla città dove ha vissuto ed esercitato la sua professione. Questa svolta nella sua esistenza si rivelerà una scelta poco ragionata e, da quel momento in poi, comincerà il suo lento ma inevitabile decadimento fisico e mentale. Questa discesa all’inferno della ragione sarà da lei combattuta con caparbietà, aiutata dall’amorevole e costante presenza di Marta che  ha promesso a suo padre di vegliare – vita natural durante – su questa parente riottosa ad accettare regole e divieti della società del suo tempo.

Anche Fabio, con sempre in testa il pensiero fisso di entrare in possesso  della biblioteca di Agata, parteciperà a questa azione di supporto morale ed economico messa in essere da sua moglie per rendere meno solitaria e degradata la vita di una donna che sta invecchiando malamente in un luogo, Strà Ferrari, composto di quattro case in croce e nemmeno segnalato nelle carte topografiche.

Agata e Fabio, due personalità molto diverse fra loro, si incontrano e scontrano, si amano e litigano senza freni, come sempre avviene tra persone legate da amorosi sensi. Dunque, Io e Agata altro non è che il romanzo di due vite solidamente ed empaticamente intrecciate.

Fabio, sin da bambino ama leggere e scrivere. Entrambe queste passioni – vere e proprie ossessioni –  saranno la sua dannazione. Tutti sanno, all’infuori di lui, che scrivere con l’idea fissa di diventare uno scrittore di successo non è il modo migliore per affrontare con serenità e profitto la pagina bianca. Potrà l’Agata psicologa aiutare Fabio a superare indenne le tante delusioni che comporta l’attività dello scrivere senza avere mai gratificazioni? Agata, abituata a spendere in maniera scriteriata (la sua  famiglia era parecchio benestante), saprà affrontare senza davvero impazzire le ristrettezze economiche con cui, da un certo punto in poi, è costretta a convivere?

Il romanzo affronta e cerca di dare una risposta a queste problematiche e a tanti altri temi (i rapporti interpersonali, l’amore, la vecchiaia, la solitudine e la malattia) che si presentano pressanti e, a volte, irrisolvibili, nella vita di tutti gli esseri umani.

Io e Agata si sviluppa in 72 capitoli e con due racconti in appendice. Le voci narranti sono due. Agata e Fabio si alterneranno sulla scena per parlare della propria esistenza, entrambi sotto l’egida di Marta, personaggio volutamente tenuto in sordina, ma che rappresenta la saggezza e l’amore incondizionato in un mondo che, quasi sempre, è disordine, cattiveria, dolore e incomprensione.

Nicola

P.S. Andate su www.amazon.it e iscrivetevi (è gratis), scegliete la categoria Libri e cercate Io e Agata oppure Nicola Losito: nella videata che compare potete trovare il mio e-book e leggerne, senza alcun impegno di acquisto, i primi otto capitoli. Se trovate di vostro interesse il romanzo, è possibile comprarlo a 1,56 Euro, o richiederlo, in via gratuita, scrivendomi alla mail n.losito@alice.it.

A metà Novembre, se non ci sono intoppi, sarà disponibile anche la versione cartacea di Io e Agata. Un consiglio disinteressato: questo libro potrebbe essere un simpatico regalo di Natale per gli amici. Caldo Occhiolino

E, per finire, ecco una strip del Signor Giacomo:

Striscia70a

 

Giacomo Multifannullone

… e poi uno non dovrebbe incavolarsi…

Molti pensano che noi, uomini a riposo con una pensione maturata abbastanza dignitosa, non facciamo un cappero tutto il santo giorno. Ebbene, questa è la falsa e tendenziosa opinione che circola fra gli amici che sono in attività e ancora faticano da mattina a sera.

Balle! Senza tema di smentite, affermo che la suddetta considerazione è falsa, se riferita al sottoscritto…

Il mio fancazzismo è sempre stato laborioso e laboriosissimo lo è stato in quest’estate (di cacca) che volge al termine.

Se avete un attimino di pazienza, vi spiego perché non sono un multifannullone.

Mia moglie – un vero tesoro – vi confermerà che, benché in vacanza, ho tenuto in ordine il nostro grande prato all’inglese; ho coscienziosamente raccolto – giorno per giorno – le foglie cadute sul viale dei tigli che impreziosisce la nostra casa di campagna; ho combattuto strenuamente la mia battaglia contro milioni di formiche nane che quest’hanno hanno proliferato in modo abnorme (quasi a livello di calamità biblica!) e, infine,  ho fatto un’ora di ginnastica tutte le mattine per tenere in forma mente e corpo.

Infatti, a dispetto di una stagione estiva sgradevolmente autunnale (per chi non lo sapesse, passo il mio tempo libero nella pianura bergamasca a ridosso di un gruppo montagnoso piuttosto importante e qui ha piovuto quasi tutti i giorni!) ho perso la bellezza di cinque chili, tornando così al peso forma di quando anch’io ero in attività da mattina a sera.

Ma non è tutto, in questi mesi ho lavorato fino a tarda notte al computer, e ho realizzato il sogno della mia vita: mettere in Rete tutte le mie cinque opere letterarie, rendendole, in questo modo, fruibili in aeternum per tutti.

Dunque, la mia lunga assenza dal web è stata “letterariamente” proficua o, usando una difficile metafora (cfr. sinestesia), direi che la mia lunga assenza dal blog ha avuto il calore e il colore della “Grande Letteratura”. A bocca aperta

Su questo mi fermo. Il seguito alle prossime puntate, se avrete la bontà di ascoltarmi ancora. Vi parlerò dei miei libri e di come sono nati. Per finire con un sorriso questo mio post di re-inizio, eccovi una vecchia striscia del Signor Giacomo:

Striscia90a

Un cordiale saluto a tutti gli amici.

Nicola

P.S. L’omino dormiente è il mio alter ego, lui sì – un pochino -  scansafatiche…

Nella mia “ormai” lunga vita ho beccato un sacco e una sporta di “rifiuti” e immagino che qualcuno ne abbiate subito anche voi che avete la pazienza di fermarvi a leggere i miei pensieri e le mie divagazioni. Dunque, perché non riflettere qualche istante su questo scottante argomento?

Oggi prenderò in esame un particolare tipo di rifiuto che può essere capitato a noi che ci vantiamo, a torto o a ragione, di essere degli scrittori (o scribacchini), lasciando l’esame di altre tipologie a successivi post.

Vediamo subito cosa capita di norma a Snoopy, un mio caro amico dei fumetti:

ScrittoreRifiutato

È cosa nota che, con l’avvento dell’auto-pubblicazione dei libri e degli e-book, le case editrici tradizionali stanno perdendo terreno e fatturato. Quasi tutti gli scrittori esordienti (e anche qualche autore ormai affermato) oggi scelgono di pubblicare le loro opere su grandi piattaforme generaliste (come Amazon, Barnes&Noble, e altre) per diversi e importanti motivi. Primo, perché queste hanno un mercato potenziale vastissimo, secondo, perché l’auto-pubblicazione è praticamente gratuita, terzo e non ultimo, perché la fatica letteraria di un emerito sconosciuto, non passando attraverso le forche caudine di un editor di una casa editrice, non corre più il rischio di essere rifiutata. Non essendoci filtri, il web accetta tutto, sia capolavori sia emerite porcate.

Non è solo per colpa del self-publishing che le case editrici serie sono in crisi. C’è da tenere conto che oggi in troppi scrivono credendo di produrre letteratura (per scrivere qualcosa di memorabile c’è chi pensa che basti essere dotati di un computer e di un word processor) mentre, nella sponda opposta, pochissimi comprano e leggono libri. Su quante persone hanno letto più di un libro cartaceo in un anno esistono statistiche desolanti. Men che meno si leggono libri di autori sconosciuti che si auto-pubblicano. D’altra parte come si fa a dar loro fiducia se voci di corridoio assicurano che gran parte di costoro scrivono da cane non avendo mai letto un libro oltre quelli obbligatori a scuola? Ma questa potrebbe essere niente più di una malignità messa in giro dalle case editrici tradizionali…

Comunque, è triste verità che tra i tanti scrittori esordienti che hanno realizzato un romanzo o un saggio, solo pochissimi meritano una pubblicazione che abbia qualche speranza di successo di vendita e di critica. Ecco perché le case editrici non danno loro il giusto credito. Con gli esordienti rischiano di perdere tempo e quattrini. Per guadagnare gli editori devono andare sul sicuro e quindi scelgono di tradurre libri che hanno avuto successo nei rispettivi paesi di origine o si buttano su autori italiani che hanno già un certo nome. Agli esordienti, purtroppo, non rimangono che le briciole della torta editoriale cartacea.

Ciò detto, io penso che anche il rifiuto di pubblicazione (che spesso è indice di poco coraggio o scarsa lungimiranza degli editori) abbia avuto la sua parte di colpa nell’odierno declino del libro stampato. Esistono schiere di scrittori “rifiutati” che valgono tantissimo e meriterebbero di essere presi in considerazione dalle case editrici che vanno per la maggiore.

A questo punto alzi la mano chi ha inviato un manoscritto a una vera casa editrice e ha ricevuto – entro un tempo decente (diciamo qualche mese) – una lettera di rifiuto alla pubblicazione! In genere i grossi editori, sommersi da migliaia e migliaia di manoscritti di perfetti sconosciuti, non si prendono nemmeno la briga di scrivere due righe all’ansioso esordiente per comunicargli che la sua opera non è piaciuta a chi è preposto a valutarla. Quelle poche case che lo fanno, in genere inviano lettere di rifiuto standard che, seppur impregnate di parole gentili, sono di una tristezza infinita…

Il post di oggi, dunque, è rivolto agli scrittori esordienti che si arrabbiano con gli editori che cestinano ingiustamente i loro capolavori. Per costoro il rifiuto alla pubblicazione è colpa della dabbenaggine dei redattori che non sono in grado di capire la stoffa che si nasconde dietro un nuovo autore. Altre volte, però, santo cielo, come si fa a pubblicare quelle incredibili ciofeche che arrivano a tonnellate nelle redazioni delle case editrici?

Esaminiamo, a mo’ di esempio, il caso del Sig. Manzi, un fantomatico esordiente, per chiarire meglio cosa ci può essere dietro una lettera di rifiuto.

Egr. Sig. Manzi,
la ringraziamo per averci inviato il suo manoscritto.
Siamo spiacenti di non poterlo pubblicare. L’argomento da lei trattato non rientra nelle attuali priorità della nostra casa editrice.
Distinti saluti.
Carlo Astolfi

 
Questa che avete appena letto è la lettera standard, prestampata, di rifiuto che le case editrici inviano agli autori che non intendono pubblicare. Nel caso specifico, invece, ecco cosa l’editor Carlo Astolfi avrebbe voluto – in cuor suo – scrivere all’esordiente Manzi:

 
Egr. Sig Manzi,
la ringraziamo per averci inviato il suo manoscritto.
Siamo spiacenti di non poterlo pubblicare per le ragioni che ora le elenco:

 
1. La trama è banale, confusa e i vari personaggi sono poco caratterizzati. Gradiremmo sapere chi è la signora Guendalina, la protagonista del suo romanzo: è forse una zia, una prozia, una nonna di Giacomo? Non si è capito.
2. A meno che lei, in futuro, non aspiri a diventare il James Joyce italiano, nella nostra bella lingua, in genere, le frasi hanno un soggetto, un verbo e un predicato. Riteniamo un po’ azzardato mettere il soggetto nel primo capitolo, il verbo al terzo… il predicato lo stiamo ancora cercando. Ha forse dimenticato di spedirci la seconda parte del suo manoscritto?
3. È noto a tutti che l’apostrofo non si mette quando l’articolo indeterminato “un” precede un sostantivo maschile anche se inizia con una vocale.
4. Il tempo al congiuntivo non è un optional che si può mettere o non mettere a seconda che la mattina lei si sia alzato con la luna storta oppure allegro come una pasqua. Esistono delle regole.
5. Per esprimere una sensazione di sgomento, l’aggettivo “azzimato” non è adatto. Inoltre, si scrive “roba” e non robba, “spelacchiato” e non spellacchiato. Di preziosità di questo tipo ne ha inserite a centinaia nel suo lavoro, ma non voglio tediarla più del necessario con queste che sono solo sottigliezze.
6. È il verbo avere che, ogni tanto, mette la “h” davanti a sé e non l’anno inteso come periodo di tempo.
7. Quando ci si rivolge a una persona di sesso femminile, scrivere “gli disse” suona un po’ offensivo per le donne, mi creda. Soprattutto, non si capisce con chi il protagonista stia parlando.
8. Sull’uso della punteggiatura non ho molto da eccepire. In questa lettera le allego un po’ di virgole, alcuni due punti e qualche punto fermo. Ne spolveri un po’ nel suo manoscritto, forse qualcuno di essi cadrà nella giusta posizione. Così tutti coloro che avranno la fortuna di leggere questa sua prima fatica letteraria, ogni tanto potranno tirare il fiato, evitando un’anossia al cervello.

Per quanto riguarda tutto il resto, direi che può andare.

P.S.
Per migliorare la leggibilità del testo, le regalo alcuni suggerimenti: elimini Giuseppe e Maria. Questi due personaggi, benché di grande spessore nell’iconografia cristiana, sono inutili all’economia del suo romanzo ed eviti, se possibile, di usare tutte quelle espressioni idiomatiche logore e abusate di cui sono infarcite le sue pagine.
Infine, una preghiera.
Sia gentile, il suo prossimo lavoro lo mandi alla Casa Editrice Parenti, da loro ci sono diversi editor che hanno, a differenza del sottoscritto, parecchio tempo da perdere.
Cordialmente.
Carlo Astolfi

**********

 
Persino in America le case editrici non scherzano: ne sapeva qualcosa Snoopy che, tra le sue tante attitudini, aveva anche quella di scrivere racconti e romanzi.
Le sue storie iniziavano sempre così: “Era una notte buia e tempestosa…”

Ed ecco la lettera tipo che Snoopy riceveva:

 
Caro Collaboratore,
grazie per avere inviato il suo racconto alla nostra rivista.
Per risparmiare tempo, le alleghiamo due lettere di rifiuto.
Una per questo racconto e l’altra per il prossimo che ci invierà…
Distinti saluti.
La redazione

Se avete un po’ di tempo, seguite questo link e ringraziate il blogger Elinepal per la pazienza che ha avuto nel catalogare le mille disavventure di Snoopy, lo scrittore esordiente più scalognato del mondo…

snoopy

Siccome anche a me non hanno mai pubblicato nulla, devo ammettere che tutto il mondo è paese per noi sfortunati autori esordienti! Perciò non prendiamocela troppo se le grandi case editrici rifiutano i nostri manoscritti. Forse  abbiamo sbagliato a sopravvalutare il nostro talento letterario: dunque un bel bagno di umiltà non ci farebbe male. Anzi, dico di più, per molti di noi sarebbe consigliabile scegliere un hobby di più immediata soddisfazione: darsi all’ippica, per esempio.

Io ho già preso le prime lezioni e mi sto divertendo da matti ad andare a cavallo…  GRIN_C~1

Nicola

Crediti: La vignetta dei Peanuts e l’immagine di Snoopy sono di Charles M. Schulz e le ho scaricate da Internet.

Libreria

La domanda di oggi è: “Quando vai in libreria (se ci vai ancora…) quale metodo adotti per acquistare libri?”

Tanto per cominciare, pur essendo un esperto di aggeggi elettronici di avanguardia, non mi sono ancora appassionato agli e-book. Mi piace troppo l’odore della carta stampata e i libri voglio averli ben solidi tra le mani per poterli annusare e sfogliare come e quando mi pare. E non mi accontento di averne uno solo sul comodino, ma due o tre… Infine, i libri non li acquisto via Internet, ma preferisco mille volte di più andare in libreria.

Ciò premesso, tre volte all’anno (Natale, Pasqua, Vacanze) con tutta calma preparo una lista dei desideri, a questa ci aggiungo i titoli consigliati da amici di cui mi fido e, infine, scelgo il negozio in cui recarmi. Vivendo a Milano, di solito mi reco alla Mondadori di Piazza Duomo, o alla Rizzoli in Galleria o alla Feltrinelli di Piazza Piemonte: trattasi di tre enormi empori generalisti (ormai manca poco che lì dentro vendano alimentari, frutta e verdura per poter accontentare, in un colpo solo, stomaco e mente…) dove penso sia più facile trovare, senza prenotazione, i testi che cerco.

Appena entro in uno di questi mega negozi e comincio a dare un’occhiata alla distesa infinita di libri in mostra, mi assale un senso di smarrimento tale che dimentico di avere in tasca una lista ben precisa. Inizia così la lenta osservazione delle mille e mille copertine colorate allineate sui banconi e tutte mi gridano: comprami, comprami… Ovviamente inciampo nelle enormi pigne di libri di Dan Brown, di Benedetta Parodi, di 50 cinquanta sfumature di porcherie, piazzate in posizioni strategiche in modo tale che non posso evitare di andarci a sbattere contro. Mentre cerco di sistemare alla belle e meglio il danno che ho provocato alla super studiata composizione dei duecento e passa volumi di Inferno  artisticamente impilati, in un nanosecondo il mio cervello li sostituisce con Alla bisogna tango si balla (uno dei miei tre libri inediti) e, felice come una pasqua, proseguo il mio cammino. Arrivato in fondo al locale sono andato del tutto in confusione. Ondeggio quasi. Per darmi un tono, tiro fuori la lista e mi rendo conto che, sui banconi che ho appena esplorato, non ho individuato nemmeno uno dei libri che avevo in nota.

Questo mi fa venire dei dubbi amletici: sono proprio sicuro di voler comprare dei romanzi che non sono più esposti in bella vista? Non sarà che sono delle boiate tali che li hanno tolti subito dal commercio e li hanno già mandati al macero? Faccio bene a fidarmi dei consigli degli amici?

Scaccio dalla mente questi pensieri e decido di comprare, senza condizionamenti preventivi, qualcosa che mi colpisce al momento e, per fare questo, intraprendo a ritroso un nuovo giro della libreria. A mente libera mi lascio sedurre – nell’ordine – dalla bellezza del titolo, dall’immagine di copertina, dal carattere tipografico usato dalla casa editrice e dall’incipit. Il prezzo e l’autore non li ho nemmeno citati, tanto so già che alla fine spenderò una fortuna ed è cosa nota che il nome dello scrittore non sempre è garanzia di una scelta felice.

Ok, questo è il primo metodo con cui, in genere, raccolgo una prima infornata di libri. Lo so che non è il sistema migliore per intercettare capolavori, ma che ci posso fare? Sono fatto così… Spero sempre nella buona sorte. Poi ritiro fuori la lista e mi rivolgo a uno dei tanti volenterosi giovani che girano in negozio per adocchiare eventuali ladruncoli e sistemare il disordine provocato da clienti maleducati che prendono in mano i libri, leggono qualche pagina e poi li abbandonano dove capita. I  commessi di libreria sono fantastici: in cinque minuti trovano quello che io non sono riuscito a individuare in un’ora e passa di esplorazione.

Anche quest’anno, prima di partire per la campagna, le cose sono andate come ho appena finito di raccontare. Volete conoscere i titoli e gli autori dei libri acquistati col primo metodo? Ok, vi accontento subito e aggiungo anche il perché della mia scelta libera.

  • Le età di Lulù di Almudena Grandes: copertina sull’erotico snob.
  • Della Bellezza di Zadie Smith: mi ha colpito il titolo.
  • Accabadora di Michela Murgia: vincitrice del premio Campiello 2010.
  • La preda di Irène Némirovsky: mi ha incuriosito la donna nuda in copertina. Un’immagine molto audace per una casa editrice seriosa come l’Adelphi.
  • L’occhio del lupo di Daniel Pennac: da anni avevo perso  di vista questo famoso scrittore francese.

Con ‘sto malloppo in mano ho beccato un commesso e gli ho affidato la lista di libri che avevo preparato a casa e di cui, come accade sempre, non avevo trovato traccia sui banconi. Il giovanotto ha dato un’occhiata veloce al foglietto, mi ha guardato ammirato ed è partito in tromba per accontentarmi. In quattro e quattr’otto mi ha consegnato i seguenti testi:

  • Inseparabili (Il fuoco amico dei ricordi) di Alessandro Piperno
  • Molto forte, incredibilmente vicino di Jonathan Safran Foer
  • 1Q84 – Libro 3 Ottobre-Dicembre di Murakami Haruki
  • A sud del confine, a ovest del sole di Murakami Haruki
  • La ragazza dello Sputnik di Murakami Haruki

I primi due titoli mi sono stati consigliati da amici, gli altri li ho voluti io perché, come è noto a molti, sono un fan sfegatato di Murakami Haruki e quei tre mi mancavano per completare l’opera omnia di questo scrittore giapponese che, solo per un soffio, quest’anno ha mancato il premio Nobel della Letteratura.

Quest’estate, oltre a cercare sassi sul prato, andare in piscina e scorrazzare in bicicletta  nella pianura bergamasca, ho letto molto e ho finito tutti i libri elencati prima.

Devo confessare che dei cinque titoli scelti da me con criteri molto discutibili, solo due mi sono piaciuti: Della bellezza e Accabadora. Gli altri tre potevo benissimo evitare di comprarli. L’età di Lulù è un romanzo pornografico tout court e ve lo sconsiglio. Se proprio siete interessati all’argomento sesso sfrenato di coppia e di gruppo (mancano solo gli animali e poi gli accoppiamenti strani ci sono tutti, incesti compresi), allora andate in Internet e cliccate su You Porn, forse vi divertite di più e non spendete 10 euro per acquistare quella boiata di libro. La preda è un romanzo noiosissimo, direi inutile. L’occhio del lupo è quello che mi ha deluso di più. Peccato. Anni fa avevo amato alla follia Benjamin Malaussène, capro espiatorio di professione, protagonista di alcuni dei romanzi più riusciti di Pennac. Ecco l’esempio di uno scrittore che non ha saputo, dopo tanti successi e onorificenze, deporre la penna e dedicarsi ad altro.

Termino con alcune brevi osservazioni sulla mia lista di libri, cioè quelli acquistati previa accurata ponderazione.

Inseparabili (Premio Strega 2012) è il seguito di Persecuzione, un romanzo di qualche anno fa che mi era piaciuto ma che finiva lasciando parecchi argomenti aperti che sarebbero stati ripresi e completati da Piperno in un successivo libro. Inseparabili, infatti, spiega il tutto, raccontando anche diversi antefatti relativi ai vari personaggi della famiglia ebrea dei Pontecorvo. Non so quanto sia stata felice la scelta di spezzare in due parti la vicenda. Secondo me, tagliando qua e là, poteva bastare un solo libro per raccontare l’epopea di questa famiglia. Dunque un premio Strega non proprio esaltante. I due suddetti volumi sono da acquistare insieme, altrimenti lasciate perdere.

Molto forte, incredibilmente vicino di Jonathan Safran Foer è un romanzo molto bello, parla di un bimbo che ha perso il padre a New York l’11 settembre nel crollo delle torri gemelle. Da leggere assolutamente.

Dei tre libri di Murakami Haruki citati in elenco, vi consiglio gli ultimi due: sono entrambi sullo standard piuttosto elevato di questo scrittore giapponese. Su 1Q84 Libro 3, ho qualche perplessità, non perché sia brutto, ma può interessare solo a chi ha letto il precedente 1Q84 Libri 1 e 2. Vale il discorso appena fatto per i due libri di Piperno, cioè è stato un errore non unire in un solo volume 1Q84. D’accordo, forse sarebbe risultato un tomo di troppe pagine, ma chi ama questo scrittore sarebbe arrivato in fondo senza problemi. Infatti la vicenda narrata è molto interessante e i tanti personaggi che popolano 1Q84 rimarranno per parecchio tempo nella mia mente di lettore.

Volete sapere il perché del titolo del post odierno? A detta di mia moglie sono un compratore compulsivo di libri e, proprio per questo, spendo troppo quando metto piede in una libreria. Credo che in famiglia stiano seriamente pensando di interdirmi l’uso della carta di credito… ROFL_C~1

Nicola

Della serie: gli scrittori di oggi supereranno i grandi del passato? – 1

Leon_tolstoi

Lev Tolstoj

(Dipinto di Iwan Nikolajewitsch Kramskoj – Tretyakov Gallery – Mosca)

Da qualche tempo la mattina mi alzo depresso e vagolo tutto il giorno per casa come uno zombie: praticamente non riesco a combinare alcunché di proficuo né per la società né per me. E la sera, per farmi coraggio, ripeto sempre lo stesso ritornello: «Passerà… Domani è un altro giorno e, di sicuro, recupererò il tempo perduto!»

Dovete sapere che da circa un mese sto revisionando l’ennesima versione del mio ultimo romanzo e sto avendo un mucchio di difficoltà a portare a termine questa (noiosissima) incombenza. Ingenuamente, pensavo che quanto avevo prodotto con tanta fatica e impegno cerebrale in tre lunghi anni fosse già la versione finale del capolavoro che mi avrebbe consacrato alla posterità come il Nuovo Lev Tolstoj Italiano

Ne ero così convinto che avevo stampato le quindici canoniche copie da inviare alle più prestigiose case editrici nazionali le quali, come sempre, avrebbero fatto fuoco e fiamme per ottenere l’esclusiva della mia seconda fatica letteraria. Da parte mia, avrei avuto solo l’imbarazzo della scelta del migliore offerente.

Che ci crediate o no, io sono una persona sicura di sé e nutro grande considerazione delle mie capacità “scrittorie”, a volte però, colto da umanissimi dubbi, sento il bisogno di  un’immediata conferma della mia bravura e allora, prima di spedire i miei testi in giro per l’Italia, li consegno nelle mani esperte delle mie tre storiche collaboratrici per un’ulteriore e definitiva valutazione. Trattasi di tre amiche di notevole cultura le quali, con insolita e gratuita abnegazione, da quando ho iniziato la mia carriera di scrittore, hanno la missione di far aumentare tramite le opere del mio ingegno il prestigio (di già altissimo) di cui gode la Letteratura Italiana nel mondo. Vi prego, non sorridete! Basta che pensiate non dico all’obsoleto Dante Alighieri o a Alessandro Manzoni, odiato da generazioni di studenti, ma a due grandi autori contemporanei del calibro di Fabio Volo e Federico Moccia…

Mi fido ciecamente di quelle tre signore, in quanto avendo fatto studi universitari dissimili e avendo sensibilità assai diverse, esse rappresentano la più attenta e acculturata fetta del complesso e variegato mondo dei lettori di libri. Questi tre angeli custodi, di regola, danno i seguenti lapidari giudizi ai miei manoscritti:

· Signora n. 1: piuttosto buoni, ma migliorabili.

· Signora n. 2: così così, potresti fare di meglio.

· Signora n. 3: sono una schifezza, devi rivederli daccapo.

Mai che tutte e tre all’unisono mi abbiano detto: «Ok, spedisci!»

Amo follemente le mie tre editor, ma credo che gran parte della mia attuale depressione dipenda dall’eccessiva sincerità delle loro meditate valutazioni.

Revisionare di nuovo un libro che ho finito da anni, che ho già riscritto dieci volte ma che fa ancora storcere a loro il naso, è una palla santissima e, ultimamente, non sono quasi mai nella condizione di spirito giusta per buttare giù il groppone e dedicarmi, anima e corpo, a questa tediosa bisogna.

Stamattina, però, dopo una nottata insonne, spesa a cercare il modo migliore per vincere la mia attuale accidia, mi sono alzato deciso a dare una conclusiva svolta alla mia carriera di scrittore. Dentro di me avevo finalmente trovato le risposte atte a cancellare la depressione che da un mese mi attanaglia il corpo e la mente e a darmi la forza di volontà necessaria per rimettermi al lavoro.

Sono andato in bagno, mi sono lavato, sbarbato, vestito di tutto punto e mi sono recato in cucina, fresco e pimpante, per fare colazione.

Lì mi attendeva mia moglie.

Di norma lei si alza prima di me e difficilmente ha l’occhio spento e il passo strascicante che ho io quasi tutte le mattine. Inoltre capisce sempre al volo se sono in vena di collaborare nelle faccende domestiche o se, invece, necessito di essere lasciato in pace perché, preso da furore creativo, ho urgenza di sedermi nel mio studio a inseguire una sfuggevole vena letteraria.

A volte, però, anche lei si sbaglia a leggere i pensieri che frullano nella mia testa, rinverdendo l’antico adagio: “nessuno è perfetto”, mogli comprese…

«Senti, Nicola – mi fa – oggi devo stirare tonnellate di camicie, vestiti e tovaglie, perciò ho bisogno del tuo aiuto. Vai tu a prendere i giornali, a portare in giro il cane e a fare la spesa al supermercato?»

«Assolutamente no!» avrei voluto gridarle in faccia, pensando al progetto che avevo in mente di revisionare almeno un centinaio delle trecento e passa pagine del mio ultimo capolavoro.

«Certamente, cara!» rispondo, invece.

Ecco perché non diventerò mai il Lev Tolstoj Italiano… 01772D~1

Morale della favola

Avete notato com’è facile (e persino spiritoso) dare la colpa delle mie difficoltà alle amiche editor o alla moglie? A completare il quadro manca che parli della scarsità del tempo a disposizione, ma questo sarebbe stato davvero troppo, visto che sono in pensione da cinque anni e sono libero di fare ciò che voglio…

In realtà per poter aspirare al successo letterario, oltre a una naturale predisposizione e una volontà di ferro bisogna avere qualcosa in più: occorre quel misterioso “quid” che solo pochi eletti ricevono in dono dal buon Dio.

Quindi perché mi arrabbio o mi demoralizzo se, arrivato alla decima versione, il mio secondo romanzo non funziona ancora?

Nicola

P.S.

Domanda: «Le mie chance di successo letterario aumenterebbero se mi facessi crescere la barba alla maniera del grande scrittore russo di cui sopra?»

ROFL_C~1