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4 Maggio 2013, Sabato – Turchia, Cappadocia.

Il nostro viaggio alla scoperta della Cappadocia riprende con un’accurata visita al Caravan Serraglio di Saruhan, costruito nel 1249 sulla Via della Seta e ancora in buone condizioni, oggigiorno. L’antica costruzione è a Nevşehir, capitale di uno degli otto distretti della Turchia.

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La struttura, in parte restaurata, si caratterizza per un ampio cortile a portici con parecchie sale e con al centro una bella fontana. In fondo c’è un’immensa sala che anticamente era usata come stalla per gli animali dei viandanti (commercianti) che sostavano lì prima di riprendere il loro cammino verso le varie città dell’Anatolia.

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Interno CaravanSerraglio

Gli storici affermano che nell’antica Anatolia, sulla Via della Seta, esistevano più di 120 caravan serragli (uno ogni otto ore di cammino di un cammello): praticamente funzionavano come una rete di alberghi destinati alla sosta e al riposo dei viaggiatori e dei loro animali carichi di merce.

Terminata la visita, risaliamo sul bus e, durante il percorso, ci imbattiamo in altri interessanti quanto misteriosi scorci della Cappadocia:

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Cappadocia

Il blogger Adriano Cioci descrive così la Cappadocia:

L’ambiente lunare, particolarmente visibile nel triangolo che ha i vertici nelle località di Nevşehir, Avanos e Urgup, è quanto di più originale, fantastico e attraente si possa trovare. Qui le conformazioni di tufo calcareo sono state plasmate nel tempo dando vita a una serie infinita di monumenti rocciosi dalle forme e colorazione variegate. Cilindri e coni in “colonia” o isolati spuntano dal terreno elevandosi anche per decine di metri, assumendo ventagli di cromie che vanno dal grigio al giallo, dall’ocra al rosso. Lo spettacolo si fa magnifico in alcune ore del giorno per la presenza di luce particolare. Molti di questi pinnacoli sono stati scavati al loro interno e usufruiti come abitazioni già dal IV secolo a.C., alcune delle quali ancora usate oggi.

La nostra successiva tappa è la zona delle Chiese Rupestri nella Valle di Göreme, un autentico museo all’aria aperta:

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Chiesa Rupestre

Si tratta, come si vede dalle foto, di resti di una comunità monastica costituita da diverse chiese, cappelle e monasteri bizantini scavati nella roccia vulcanica da monaci ortodossi cristiani e costellati da magnifiche decorazioni e pitture murali.

Arriviamo così a mezzogiorno: stanchi e affamati (dovete sapere che siamo su un altipiano che in alcuni punti arriva a superare i 2000 metri e scorrazzare su e giù tra le varie chiese rupestri col sole a picco non è uno scherzo…) mangiamo delle specialità locali in un bel ristorante della zona. Rifocillati, riprendiamo il nostro viaggio verso Avanos, una cittadina nota per i tanti laboratori artigianali specializzati nella produzione di tappeti.

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Lavorazione e produzione della seta partendo dai bachi

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Il direttore della fabbrica illustra le varie tipologie di tappeti da loro prodotti tutti a mano

Tappeti

Alla fine della presentazione molti acquisteranno dei tappeti che verranno recapitati direttamente a casa senza spese di spedizione. Anche noi ci siamo fidati e vi confermo che il tappeto scelto e pagato in loco ci è arrivato regolarmente un mese dopo a Milano. Resta così dimostrato che i turchi sono i migliori commercianti del mondo e che, come recita un famoso detto, sono in grado di vendere un asino dipinto di bianco al padrone dell’asino. 

Tornati in albergo a Urgup, giusto il tempo di una veloce doccia e poi si va a cenare in un lussuoso ristorante strutturato come un antico caravan serraglio. Siccome non vogliamo farci mancare niente, subito dopo, molti del gruppo, tra cui mia moglie e io, andiamo ad assistere a una cerimonia religiosa di dervisci danzanti dove non ci permettono di filmare e nemmeno fotografare. La cerimonia dura una mezz’ora. Per tutto il tempo, alcuni religiosi, magri e alti più della norma, vestiti di una lunga sottana bianca e con in testa il loro classico cappello a cono mozzo in cima, accompagnati da una monotona musica suonata dal vivo, girano in tondo (e la sottana si apre a ruota) sempre nello stesso verso, tenendo le braccia alzate in una posizione ben precisa e immutabile, eseguendo di tanto in tanto, a mo’ di variazione, degli inchini al sacerdote che conduce le danze e recita (o canta) qualcosa a noi incomprensibile. A me è girata la testa solamente a guardarli, ma loro non hanno fatto una piega e, senza barcollare, al temine della rappresentazione si sono inchinati davanti a noi e si sono ritirati in silenzio nelle loro stanze.

 

Roba da rimanere di stucco! Ma tant’è. Paese che vai, usanze e religioni che trovi. Con questo “spettacolo” termina la nostra quinta giornata in Turchia. Altre grosse novità ci attendono domani. Ma di questo parleremo nella prossima puntata.

Pochissimi guardano i miei filmati (a me piace parlare chiaro)  e un po’ mi dispiace perché, per prepararli, ho adoperato una gran fetta della mia fancazzista laboriosità. Però io credo che il video sulla Cappadocia meriti qualche minuto in più del vostro tempo. Spettacoli di questa bellezza non si vedono spesso in giro: qui la natura è stata davvero benigna e anche un operatore modesto come me, non poteva riuscire a rovinarla con la sua videocamera da quattro soldi… e, soprattutto, il filmato dura pochissimo. Buona visione.

Arrivederci a presto per le altre puntate.

Nicola

Crediti: quasi tutte le foto sono di proprietà dei miei amici Giorgio e Franco che facevano parte del nostro gruppo in Turchia e che mi hanno gentilmente permesso di usarle nel post. Alcune immagini sono opera di mia moglie e altre (poche) le ho trovate su Internet, ma di queste non conosco gli autori che, comunque, ringrazio vivamente.

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3 maggio 2013 – Venerdì. Partenza da Istanbul verso la Cappadocia.

Accidentaccio! Proprio oggi che è il  mio compleanno, invece di ricevere regali e felicitazioni (71 primavere è un traguardo di tutto rispetto, non vi pare?) vengo buttato giù dal letto alle 4.30 del mattino! Faccio buon viso a cattiva sorte: mia moglie che non dimentica mai una ricorrenza, mi fa gli auguri di prammatica e subito dopo mi sprona a darmi una mossa. L’aereo che ci porterà in Cappadocia mica aspetta che mi passi il malumore per la sveglia antelucana e l’assenza di doni… C’è da ricomporre le valige, fare colazione ed essere pronti alle 6 per raggiungere l’aeroporto di Istanbul. Chicca è fantastica: in quattro e quattr’otto risolve tutte queste incombenze e siamo tra i primi a salire sul bus con cui lasceremo l’albergo. Alle 8.40 ci imbarchiamo sull’aereo e verso le 10 siamo già atterrati a Kayseri da dove inizierà l’esplorazione dell’Anatolia Centrale utilizzando un nuovo e capiente bus che trasporterà anche tutte le valige un pochino martoriate dagli addetti al carico e scarico in aeroporto.

Durante il trasferimento a Özkonak che è la prima destinazione oggi in programma, qualcuno dorme e si perde l’impatto iniziale con un territorio che l’UNESCO ha definito patrimonio dell’umanità per le sue specialissime caratteristiche geologiche e per le sue risorse storiche e culturali. In questi luoghi, come è noto, passava l’antica via della seta e delle spezie. Lasciato l’aeroporto di Kayseri, attraversiamo estese pianure deserte, mentre all’orizzonte si scorgono solo colline basse e brulle. Esseri umani al lavoro o macchine agricole in funzione non ne vediamo: gli unici a dimostrare che c’è una parvenza di vita sono dei casolari isolati, resti di antichi caravan serragli e qualche spartano distributore di benzina:

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Finalmente arriviamo nei pressi di Özkonak, una cittadella di notevole pregio storico ma che, per mancanza di tempo non visiteremo ma di cui ho trovato una foto in rete:

Özkonak

Non lontano da Özkonak, nel villaggio di Kaymakli, nascosta nel sottosuolo, c’è una gigantesca città sotterranea (in turco, Yeralti Sehri) scavata tra il VI e il X sec., in un tufo particolarmente friabile e articolata su otto livelli (solo quattro sono visitabili) fino a una profondità di 45 metri. Questa città sotterranea, le cui strade sono dei veri e propri cunicoli, avevano depositi per il grano, celle, stanze d’abitazione, cappelle, loculi per sepolture, che si affacciano su un labirinto di scale e stretti corridoi in pendenza. Vorrei potere filmare ogni cosa, ma non mi è possibile. L’illuminazione è scarsa e si cammina a schiena piegata tra una stanza e l’altra. Nel filmato allegato troverete quel poco che ho potuto riprendere all’inizio della visita. L’areazione però è perfetta ancora oggi e la temperatura ambiente è gradevolissima. La popolazione si rifugiava sottoterra per difendersi dalle invasioni che in passato colpivano periodicamente la regione: ingegnosissimo il sistema di chiusura degli ingressi alla città sotterranea realizzati con pesantissime ruote in pietra manovrabili solo dall’interno. In rete ho trovato un’immagine che spiega come era costruita la città nei suoi vari livelli:

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 Un cunicolo della città sotterranea di Özkonak

Terminata la visita all’ingegnosa città sotterranea, il bus ci porta in una zona dove è possibile ammirare i cosiddetti Camini delle Fate: qui lo spettacolo che si presenta davanti ai nostri occhi ci lascia tutti senza fiato. Ciò che stiamo vedendo è difficile da descrivere  a parole e nemmeno le fotografie rendono giustizia alla stranezza affascinante di queste conformazioni rocciose uniche al mondo. Sembra quasi di calpestare un territorio misterioso paragonabile a un paesaggio lunare.

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Sono state le eruzioni vulcaniche di migliaia di anni fa, la pioggia e i venti a creare questo paesaggio quasi surreale, composto da rocce laviche a forma di cono che poi divennero case di eremiti. Ma le peculiarità del luogo  non sono finite qui. La guida ci porta in punti panoramici che meritano una sosta e tanti scatti fotografici:

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Decisamente strane e affascinanti, alle nostre spalle, le tre fate con cappello: mia moglie e io non possiamo esimerci da farci immortalare insieme a loro!

Altre meraviglie ci  aspettano nella cittadella di Uchisar. Prima, però, pranziamo in un ristorante panoramico dove è possibile scattare le classiche fotografie ricordo. Siamo tutti felici e lo si può notare qui sotto (la città si intravede sullo sfondo):

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Ed eccoci, finalmente, a Uchisar, ultima tappa della nostra prima giornata in Cappadocia:

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col suo famoso castello scolpito nel tufo:

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Qui ammireremo altri scorci del paesaggio:

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e potremo acquistare le classiche spezie locali:

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Del tutto frastornati dal fascino incredibile dei luoghi che abbiamo appena visitato, risaliamo sul bus che ci porterà in albergo nella cittadina di Ürgüp per un meritato riposo. Domani ci immergeremo ancora nella splendida Cappadocia, una regione che da sola merita un viaggio in Turchia. Ma di questo parleremo nella prossima puntata.

Per finire, ecco un brevissimo filmato (poco più di tre minuti), per chi desidera visionare immagini in movimento dei luoghi che ho cercato di descrivere a parole.

A presto.

Nicola

Crediti: Foto di Giorgio, Franco e Chicca, la mia signora.

P.S.

Se per caso trovate una segnalazione di blocco della riproduzione del video su WordPress, per far partire il filmato cliccate sull’icona di You Tube in basso a destra nello stesso riquadro.

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Ormai da qualche anno, cioè da quando per me la parola “vecchio” ha assunto il suo effettivo significato, al ritorno da un viaggio all’estero, appena rimetto il piede sull’amato/odiato suolo italiano, devo esclamare:

“Finalmente eccomi a casa!”

Indipendentemente da come è stato il viaggio, bello o brutto, noioso o interessante. In realtà io sto bene nel mio appartamento milanese, lì ho a disposizione le cose che amo, i miei libri, il mio computer, una moglie che, pur borbottando, mi accudisce come solo lei sa fare e mi prepara (salvo il venerdì in cui, purtroppo, si mangia sempre il pesce) deliziosi piatti, mattina, mezzogiorno e sera. Non devo correre con un piatto in mano lungo i banconi del self service di un albergo, sgomitando con altri ospiti affamati, alla ricerca di qualcosa che si avvicina almeno un po’ a ciò che piace a me. Non devo alzarmi alle quattro di mattina per arrivare all’ora giusta nel sito da visitare, non devo sorbirmi centinaia di chilometri in bus o in aereo per spostarmi fra le varie regioni del paese straniero che mi sta ospitando… Insomma, il fatto incontestabile è che non ho più l’età per fare lunghi viaggi. Ecco perché ho messo come incipit di queste note una mia foto in cui tutto ciò che ho appena scritto risulta ben evidente. In quella ripida salita, su un antico selciato romano, immerso in un prato verde decorato da splendidi papaveri, ci sono io, grassottello, che arranco, ultimo del gruppo, per raggiungere un luogo denso di storia, un luogo così bello da rimanere scioccati e di cui vi parlerò nei prossimi post.

Qualcuno, un po’ malizioso, potrebbe chiedermi: “Ma se hai tutti questi retro-pensieri, perché, ogni qualvolta ti propongono un viaggio all’estero sei uno dei primi ad aderire?”

La risposta è facile: a me è sempre piaciuto viaggiare. Da giovane, per mille e una ragione, non ho potuto farlo e ora che posso permettermelo, perché non dovrei andare? Lo so, lo so, che già il secondo giorno fuori dall’Italia, alla prima difficoltà, vorrei tornarmene a casa, però resisto, e seguo con grande forza di volontà ogni iniziativa che la guida locale ci propone.  La natura umana è proprio strana, e io ne sono un esempio eclatante! Quest’anno c’erano tutte le condizioni (le scuse) per non aderire al viaggio in Turchia, eppure, testardo come sono, ho voluto partire lo stesso. Due mesi fa (ormai lo sanno anche i sassi) mi ero rotto l’omero del braccio sinistro e non ero ancora fisicamente a posto; due giorni prima della partenza, per un fastidioso quanto doloroso ascesso a un dente, avevo metà faccia (quella sinistra) gonfia come un pallone; terzo, si andava in un paese in cui usano il sesamo in quantità industriale e lì ho scoperto, a mie spese, che nei ristoranti e negli alberghi nessuno sa che per chi ne è allergico questa spezia è come veleno. Si rischia uno shock anafilattico e, persino, la morte per soffocamento se la lingua si gonfia troppo. Il sesamo, come dice la letteratura medico-scientifica, è un frutto dalle mille proprietà benefiche, tra queste ricordo che l’assunzione di semi di sesamo è un toccasana per le ossa, migliora le funzioni del fegato, è efficace nella rimozione dei vermi intestinali, riduce i reumatismi e i dolori articolari, stimola la circolazione e contribuisce a migliorare la digestione. L’olio di sesamo, ricavato dai semi, viene impiegato per la cura della pelle, per effettuare massaggi rinvigorenti, contro la forfora e per contrastare la congestione nasale. Tutte queste formidabili caratteristiche farebbero al caso mio: come mai, allora, per me il sesamo è un veleno?! Il buon Dio ha, forse, introdotto delle eccezioni per punire chi, come me, non è mai stato un buon cristiano?

Pur con tutto ciò contro ho voluto partire lo stesso e, devo ammettere che ho fatto bene. La Turchia è un grande e splendido paese, dalle tante sfaccettature che merita di essere visitato almeno una volta nella vita. Con un tour organizzato, insieme a una cinquantina di amici/amiche della mia stessa età, lo abbiamo girato in lungo e in largo e moltissime volte siamo rimasti a bocca aperta di fronte a inaspettati spettacoli della natura e dell’ingegno umano. Di tutto questo parlerò diffusamente nelle prossime puntate, accompagnando il testo con dei brevi filmati che ho girato sul posto.

In queste note introduttive mi premeva sottolineare l’animo con cui sono partito, la fatica e la stanchezza che ho dovuto superare in pro di tutto ciò che di bello ed entusiasmante ho avuto la possibilità di vedere in un paese lontano da noi non più di tre ore di aereo. La prima tappa è stata Istanbul, una città di quasi 15 milioni di abitanti, con caratteristiche diverse da quartiere a quartiere. Una città magnifica ma terribile da girare sia in macchina sia in bus, sia in bici. Siamo poi volati nell’Anatolia centro occidentale: lì abbiamo visitato il sito archeologico di Hierapolis e molto altro. In bus abbiamo attraversato la Cappadocia,  una regione che affascina con i suoi paesaggi lunari e le tante case scolpite nel tufo. Per ammirarla al meglio siamo persino saliti su una mongolfiera! Il nostro viaggio è terminato nella regione Egea con un’immersione nella storia antica raccontata dalle rovine di Efeso e con il successivo pernottamento a Smirne (Izmir), una città moderna, occidentalizzata, in grande espansione e con già un capitale di cinque milioni di abitanti.

L’unica nota stonata della Turchia è che correndo, come abbiamo fatto noi, da un luogo a un altro, non abbiamo avuto la possibilità di entrare in amicizia con gente del posto, sia della nostra età sia più giovane, per carpirne speranze e delusioni. L’unico contatto con il loro mondo è avvenuto attraverso gli astuti commercianti dei vari bazar e bancarelle e ascoltando le parole della nostra guida turca, un bel tipo, accesissimo fumatore, decisamente contrario al regime attuale. Secondo costui, l’unico personaggio che ha goduto e gode di indiscussa popolarità è Atatürk il fondatore della Turchia moderna, deceduto nel 1938.

Molti di noi si sono chiesti come il cosiddetto padre della patria sia riuscito, senza grandi proteste e tumulti da parte delle tante popolazioni che abitavano quelle terre, a chiudere tutti i luoghi di culto. In alcune località, oggi oggetto di turismo, abbiamo potuto constatare con i nostri occhi quanto le diversità religiose siano state e siano ancora causa di odio e lotte fratricide fra gente di diverso credo e come ciò abbia portato, nei secoli, allo scempio di opere d’arte prodotte da religioni in decadenza.

In Turchia, per fortuna, non abbiamo incontrato l’Islam ottuso e intransigente, ma abbiamo respirato una certa aria di libertà nei costumi e nel modo di comportarsi della gente. Ci sono donne col velo e donne con la minigonna e col capo scoperto, però nelle moschee tutti si comportano con rispetto. Anche se è una notevole rottura di scatole, senza problemi noi turisti ci siamo tolti le scarpe e le donne si sono coperte il capo per potere ammirare l’interno delle grandi moschee di Istanbul. Camminando su enormi e bellissimi tappeti, abbiamo vissuto l’atmosfera di vera religiosità di quei pochi fedeli che riescono a pregare rivolti alla Mecca, anche se dattorno ci sono migliaia di persone che parlano e scattano foto di nascosto.

Prima di terminare, vi anticipo alcune immagini scattate da mia moglie:

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  Moschea Blu a Istanbul

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Chiesa di Santa Sofia a Istanbul

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Gran Bazar a Istanbul

Minicrociera sul Bosforo

Minicrociera sul Bosforo

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Villaggio nel tufo in Cappadocia

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Castello di tufo in Cappadocia

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La mia signora e io davanti a tre strane rocce col cappello.

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Paesaggio “lunare” in Cappadocia

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Gita in mongolfiera sui “Camini delle fate”

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Dervisci Danzanti

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Le Cascate Pietrificate di calcare bianco a Pammukale

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La grande biblioteca romana a Efeso

Da questa mini carrellata di foto si può già avere un’idea delle bellezze che abbiamo ammirato in Turchia: ma questo è solo l’inizio. Arrivederci alle prossime puntate che pubblicherò man mano che saranno pronti i relativi filmati che ho girato – fortunosamente – in loco.

Nicola

 

Guardate queste due belle foto:

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il sorriso stampato sui volti di questi due bambini dimostra che la vera felicità è partire. A contrastare l’universalità di questa affermazione c’è che, prima di qualsiasi viaggio, bisogna espletare un noiosissimo compito…

“Prepariamo le valige?”

La domanda  non è indirizzata a voi, care lettrici/cari lettori, ma è l’invito che mia moglie mi rivolge ogni qual volta si è in partenza per una vacanza, un weekend o un viaggio. La sua – sia chiaro – è una richiesta legittima, ma è assolutamente irricevibile dal sottoscritto.

Un attimo di pazienza e saprete perché.

Il prossimo 28 luglio ricorre il nostro 44° anniversario di matrimonio e, non essendo ancora completamente rimbambito, significa che mi sono sposato giovanissimo. In pratica, appena laureato, sono uscito dalle grinfie dei miei genitori (più che altro da quelle – fin troppo amorevoli – di mia madre), e sono caduto subito nell’altrettanto amoroso “trappolone” costruito per me dalla mia futura moglie. Non scandalizzatevi per la libertà con cui esprimo i miei pensieri più reconditi: mamma e papà sono in paradiso da parecchi anni e Chicca, la mia metà, non legge mai i miei post. Occhiolino

L’intervallo tra la mia uscita dalla casa paterna a Bologna e l’entrata in quella di Milano in cui abito tuttora fu, giorno più giorno meno, dell’ordine di un anno, cioè, all’epoca del “fattaccio”, pur disponendo di un buon stipendio, non ebbi nemmeno il tempo di godermi da “single”,  una vacanza in luoghi esotici. Da bambino le vacanze le facevo con la famiglia, ospite dei nonni in campagna e, da più grandicello, le finanze di casa mi permettevano, in estate, al massimo una settimana presso la riviera romagnola (Porto Corsini) in campeggi molto economici insieme ad amici della mia stessa età. Ricordo che dormivo in una tendina canadese presa a noleggio, dentro un sacco a pelo e con il minimo indispensabile di vestiario stipato alla bell’e meglio in una piccola tracolla di stoffa. Logico, dunque, che io non abbia mai imparato a preparare una valigia, quella “cosa” rettangolare di cuoio o di plastica dura, munita di cerniere, manico e (oggi) anche di rotelle, dove si depongono, piegati come si deve, tutto quello che occorre quando si parte per un viaggio e si sta via un po’ di giorni…

Nessuno me l’ha mai insegnato!

Da piccolo questo difficoltoso impegno se l’assumeva mia madre – lei era una maniaca del: “nelle valige tutto deve stare ben piegato e con un ordine logico”  e non permetteva alle mie manine di rovinare il suo lavoro di esperta donna di casa. Oltre questo, essendo l’erede maschio di una famiglia meridionale  tradizionalista, godevo di privilegi sconosciuti alla mia unica sorella (la figlia maggiore). Dunque per diritto di nascita avevo il permesso di stare alla larga dalle valige. Occhio, questo non vi autorizza affatto a pensare che fossi trattato come un principino! Al contrario, mia madre pretendeva da me l’impossibile: dovevo essere un modello per tutti i mocciosi del caseggiato. Non ridete! Vorrei vedere voi a rappresentare l’emblema della buona creanza, dell’igiene personale, dell’accuratezza nel vestire e nel parlare, mentre state giocando a calcio in un cortile di periferia. Le peggiori parolacce le ho imparate lì ma, per fortuna, non me n’è mai scappata una in presenza dei genitori. Sarebbero volati scapaccioni e altre ben più severe punizioni. In casa mi davano pochi lavoretti da sbrigare perché la  missione che mi era stata assegnata era quella di studiare sodo per ottenere il più in fretta possibile quel famoso pezzetto di carta da incorniciare.

Completata velocemente l’Università, avrei trovato di sicuro un buon impiego e così, col mio stipendio, avrei potuto partecipare  al ménage famigliare. Insomma, la mia vita di bambino e poi di ragazzo, sotto certi aspetti, è stata parecchio impegnativa.

Riuscii a laurearmi nei tempi (quasi) canonici e due mesi dopo trovai lavoro a Milano. Contrariamente alle previsioni, aiutai ben poco i miei genitori, infatti un anno più tardi, dopo un fidanzamento lampo, mi sposai. I miei veri problemi esistenziali cominciarono al momento di partire per il viaggio di nozze. Alla domanda: “Allora, Nicola, prepariamo le valige?”, Chicca si trovò davanti agli occhi il sorriso ebete di uno che non aveva capito di cosa si stesse parlando. Ho dovuto ammettere, quel giorno, i tanti difetti strutturali che le avevo nascosto per timore di perdere la donna che reputavo la più giusta con cui formare una famiglia e progettare tre figli.

Quel giorno ho rischiato parecchio: le ho confessato anche che non mi piacevano le verdure cotte, il pesce lesso e altri cibi di cui lei andava matta e che la mia religiosità era all’acqua di rose, mentre lei era ed è una fervida credente. Chicca non mi lasciò al mio destino solo perché ero un giovanotto simpatico (!), intelligente (!) e un grande lavoratore.

Da quel momento lei si è spesa per farmi apprezzare minestre e pietanze della tradizione milanese che, da figlio orgoglioso di meridionali qual sono, trovavo incompatibili col mio delicato palato e, soprattutto con le mie abitudini alimentari pregresse. In 44 anni di convivenza lei ha vinto parecchie battaglie nei miei confronti, ma una in particolare non ha mai capito di averla irrimediabilmente persa: preparare le valige. Infatti ancora oggi, lei non molla l’osso e ogni volta, prima di partire per un viaggio, mi convoca in camera da letto, davanti al nostro grande guardaroba, e mi fa la stessa domanda.

Indovinate quale. A bocca aperta

Sinceramente mi secca che pensiate che io sia un incapace cronico e che non abbia mai tentato di imparare ad arrangiarmi da solo: il mio problema irrisolto e irrisolvibile è piegare bene le camicie e le giacche che stanno appese negli armadi. Uno dei miei primi tentativi portò a un risultato disastroso:

Valigia

I successivi tentativi, pur mettendoci la più buona volontà di questo mondo, non migliorarono di molto la faccenda, cosicché mia moglie e io stipulammo un patto che vale ancora oggi: lei studia e scrive la lista dell’abbigliamento e prepara le valige, in cambio, per tre giorni consecutivi, io faccio la spesa, preparo colazione pranzo e cena, apparecchio, sparecchio e faccio andare la lavastoviglie. Lo so, lo so: per un vero uomo questo è un patto capestro ma, alla fine della fiera, vista la mia conclamata inettitudine a trattare in modo corretto (e intelligente) qualsiasi capo di vestiario che non sia già piegato, mi è convenuto mandare giù l’amara pillola e sottoscriverlo.

Qualcuno si chiederà il perché di questo post su un argomento tanto futile: la risposta è semplice. Il 30 di aprile, mia moglie e io, andremo in Turchia con un gruppo organizzato e, mancando meno di dieci giorni alla partenza, in casa c’è già sentore di tragedia greca. Chicca è entrata in fibrillazione. L’atmosfera si sta saturando sia di domande a cui occorre dare immediata risposta, sia di affermazioni perentorie difficili da confutare. “Oddio, porteremo roba leggera o pesante? Invece di buttare via il tuo tempo col blog, guarda su Internet che clima c’è in primavera in quel paese! Devi provare i tuoi pantaloni, mi sa che sei ingrassato! Visto che viaggiamo con le stesse persone, dell’anno scorso ovvio che non possiamo indossare sempre gli stessi vecchi vestiti! Domani si esce a far compere, chiaro?”

Che altro potevo rispondere, dato che odio andare in giro per negozi?

Mi spieghi perché diavolo dovremmo rifarci il guardaroba per visitare la Turchia?”, ma mia moglie ha fatto finta di non sentire.

Ringraziando il cielo, sono ingrassato di pochissimo e, al limite, necessito di un pantalone di scorta. Fortuna vuole che lei abbia trovato nell’armadio almeno un paio di vestiti comprati e mai indossati e che le stanno ancora bene… Quindi l’operazione vestiario last minute durerà al massimo mezza giornata, così mi potrò finalmente concentrare sui menù e sul conseguente elenco di cibarie da acquistare per i tre giorni di corvè obbligatoria che mi attendono prima della partenza per la nostra breve vacanza all’estero.

Ma chi l’ha detto che la vera felicità è partire?!?! Mi rotolo per terra dalle risate

Alla prossima!

Nicola

P.S.

Solito avviso sulle immagini del post: non sono di mia proprietà e un grazie di cuore va ai due sconosciuti autori.