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Viaggio in Cina – Gran Finale!

Suzhou, 22 Ottobre 2014, Mercoledì, primo pomeriggio.

Prima di lasciare Suzhou andiamo a visitare un altro importante giardino il cui nome, al solito, lunghissimo è il Giardino del Maestro delle Reti (o del Pescatore). In città ci sono decine e decine di giardini/parchi, ma questo ha un fascino speciale dovuto al coreografico intreccio di laghetti, ponticelli, passatoie coperte e scoperte, e alla simpatica offerta di graziose pagode a disposizione dei visitatori per una piacevole sosta all’ombra. Il tutto corredato da una miriade di estese piante acquatiche, cespugli, fiori e alberi di mille varietà. In questo giardino, inoltre, c’è una notevole raccolta di rocce bizzarre che avevamo già visto a Guilin, disposte un po’ ovunque a mo’ di imponenti e coreografiche statue.

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Avrei tante altre foto da pubblicare, ma penso di avervi dato abbastanza l’idea della bellezza del giardino del maestro delle reti.

Usciti da questo piccolo paradiso terrestre, facciamo quattro passi a piedi in una via di Suzhou, in attesa che il pullman ci venga a prelevare. Abbiamo così la possibilità di intravvedere un vicolo dove c’è un frequentatissimo mercato delle pulci: sarebbe stato interessante dargli un’occhiata ma il tempo stringe. Dobbiamo tornare a Shanghai in autostrada e poi raggiungere l’aeroporto di Pudong dove ci attende l’aereo che ci riporterà in Italia.

Per tornare a casa utilizziamo ancora la compagnia Emirates, ma il volo verso l’Italia non è diretto. Facciamo scalo a Dubai e, infine, dopo una sosta di un paio di ore, riprendiamo a volare verso Milano dove atterriamo alle ore 16 di giovedì 23 Ottobre 2014.

Conclusione.

Ho già raccontato nelle prime puntate del diario di bordo cosa mi è successo durante il volo di ritorno e non sto a ripetermi, dico solo che per almeno una decina di giorni ho sofferto le pene dell’inferno a causa del jet lag. Ma io sono un caso particolare e non faccio testo. Da quel che so, tutti gli altri del gruppo non hanno avuto gli stessi miei problemi.

Il tour in Cina, durato circa 15 giorni, è costato all’incirca 4000 euro a testa, compresi tutti i voli, i pasti, gli alberghi, gli ingressi alle varie location visitate, le mance alle guide, i souvenir per gli amici… e quant’altro. Dunque non è stato un viaggio economico, però, mi auguro che tutti possiate farlo almeno una volta nella vita. Ne vale davvero la pena.

Moltissime sono le cose che mi sono piaciute nel Paese di mezzo, elencarle tutte sarebbe troppo lungo. Nelle diverse puntate del diario, però, ho già avuto la possibilità di dichiarare le mie preferenze nelle località visitate. Comunque, quelle che di sicuro non dimenticherò sono tre:

1) la crociera in battello sul fiume Li a Guilin, per lo spettacolo unico al mondo delle colline bizzarre che ci hanno accompagnato lungo tutto il tragitto (73 km.), per la vita (lavoro e svago) che si svolge su quel placido corso d’acqua e per le numerose altre attrattive naturali che si affacciano su entrambe le sue rive.

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2) l’esercito di terracotta a Xian, per la maestosità del progetto della tomba che il generale Qin Shi Huang si è voluto predisporre per accompagnare il proprio sonno eterno.

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3) il Grande Budda scolpito nella roccia a Leshan che, da secoli, è punto di riferimento per i credenti che vivono e gravitano in quelle terre.

Budda Gigante

Sulla popolazione cinese ho poco o nulla da dire perché non abbiamo avuto mai contatti diretti con gli abitanti delle varie città dove abbiamo sostato, non perché fosse proibito, ma perché non avevamo il tempo per intrattenerci con loro. Inoltre c’era il problema della lingua: pochi in Cina conoscono l’inglese o altre lingue. Solo nelle grandi città gli studenti universitari e i professionisti parlano l’inglese: pare però che adesso questa lingua venga insegnata anche nelle scuole inferiori. Hong Kong e Shanghai sono le città moderne che mi sono piaciute di più: in entrambe si respira davvero aria internazionale. I grattacieli sono molto belli e danno l’idea di non essere ammassati fra di loro come capita in alcune zone di New York o di altre città degli Stati Uniti.

La Cina è un colosso che – per numero di abitanti e potenza economica – fa paura a noi abitanti del vecchio mondo però, se il made in Italy  di pregio saprà aggredire  con intelligenza quell’immenso mercato, per noi ci saranno grandi possibilità di espansione in un paese che sta iniziando ad apprezzare le cose belle e ben fatte.

Ringraziamenti.

Un grazie sentito a tutti gli amici che hanno partecipato al viaggio assieme a me: sono stati una compagnia gradevolissima. Grazie a chi mi ha permesso di utilizzare le loro foto sia nei vari post che nei filmati: Mirella e suo marito Giorgio II°, Barbara e suo marito Sergio, Giorgio I° e mia moglie Chicca. Alcune foto a corredo dei post le ho scovate in Internet: per queste mi sento in dovere di ringraziare gli sconosciuti autori che le hanno rese disponibili gratuitamente.

Per le notizie storiche mi sono servito spesso di Wikipedia, di articoli scovati in Rete e del libro Appunti di Viaggio di Luigi Paoli: Cina, la civiltà del Fiume Giallo edito da Mistral Tour e della Guida Express Viaggi & Turismo, Cina, donataci dall’Agenzia La Mirage che ha organizzato ottimamente il nostro tour.

Grazie, infine, ai tanti naviganti della Rete che hanno avuto la pazienza di spendere un po’ del loro tempo per leggere i miei lunghissimi post e, infine, un ringraziamento particolare va a quei pochi che hanno visionato anche i miei filmati.

Appuntamento al prossimo viaggio!

Nicola

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Shanghai, 22 Ottobre 2014, mercoledì.

Sveglia antelucana questa mattina. Dobbiamo fare colazione ed essere pronti con i bagagli al seguito perché oggi lasciamo definitivamente l’Hotel Central e col pullman ci spostiamo a Suzhou, ultima tappa del nostro tour in Cina. Durante il trasferimento accendo la macchina fotografica e, per passare il tempo, mi diverto a scattare decine di istantanee dell’estesa periferia di Shanghai e dell’intrico di autostrade che escono dalla città. Nella foto sotto se ne notano tre…

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Dopo avere percorso 80 Km. di autostrada, verso le nove arriviamo a Suzhou, una città che viene definita, stante la sua conformazione idrica, la Venezia d’Oriente.

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Suzhou si trova nella provincia di Jiangsu, lungo le rive del Fiume Azzurro e sulle sponde del lago Taihu. La città è famosa per i suoi ponti di pietra, le pagode e gli splendidi giardini. Qui l’industria della seta, sviluppatasi durante la Dinastia Song (960 – 1279), continua ad avere una grande importanza strategica ancora oggi. A detta della guida, Suzhou è una delle città col più alto sviluppo economico della Cina e conta, attualmente, circa 8 milioni di abitanti. Sebbene vanti 2500 anni di storia, devo confessare che fino a qualche mese fa non conoscevo nemmeno il nome di questa bellissima città…  Oh, splendida ignoranza!

Con i miei occhi ho potuto constatare la raffinatezza e la delicatezza dei suoi numerosi giardini e, giustamente, alcuni di questi sono nell’elenco dei patrimoni culturali dell’Unesco. Infine, vengo a sapere che per il suo clima temperato e per il suo pittoresco paesaggio, Suzhou è una delle più gettonate mete turistiche nei tour internazionali e nei tour della stessa popolazione cinese. L’impatto con la città è subitaneo: appena scendiamo dal pullman siamo catapultati in un paesaggio che ricorda molto alcuni scorci della Venezia  che tutti noi italiani conosciamo:

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La prima visita in programma è il Giardino dell’Amministratore Umile che, come vedremo, è il paradiso degli alberi bonsai. Il bonsai come si conosce oggi, è sostanzialmente quello giapponese, tuttavia l’origine dei bonsai è da situarsi in Cina: furono dei transfughi cinesi, approdati sulle coste giapponesi, a portare nel paese i primi bonsai. I giapponesi appresero questa tecnica e ne fecero un’arte, applicando alle piante coltivate i canoni della propria estetica influenzata dallo Zen.

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C’è poca gente in giro e così possiamo percorrere il giardino in tutta calma e scattare centinaia di foto, tutte da ammirare. Una curiosità: questo paradiso deve avere sicuramente ispirato il Tao chi all’anziano qui sotto fotografato:

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Davanti a noi, l’uomo si è tolta la giacca, l’ha piegata per benino, l’ha appoggiata su un tavolino di marmo lì vicino e si è messo a danzare rivolto al sole… Fantastico! (vedi filmato)

Usciti dal giardino dell’Amministratore umile, prendiamo un largo sentiero alberato affiancato da un canale con acqua corrente pulita e, in pochi minuti, arriviamo ai piedi della Collina della Tigre dove, alla fine di una lunga scalinata, c’è un piccolo tempio buddista:

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In questo tempio, oltre alle classiche immagini di Budda, c’è qualcosa di simile al presepio caratteristico della religione cristiana, solo che qui le statuine, grandi e piccole, rappresentano personaggi del credo buddista.

La leggenda narra che il re Wu, fondatore di Suzhou, fece seppellire suo padre, re Fuchai, con le sue mitiche 3000 spade, su una collina artificiale alta 36 metri. Una tigre si insediò sulla collina, si dice per custodire le spoglie del defunto re e, per questo, essa prese il nome con cui oggi è conosciuta. Sulla cima della Collina della tigre venne eretta una pagoda in mattoni alta 47 metri che, a causa della superficie irregolare del terreno, iniziò a pendere. Attualmente è inclinata di due metri.

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Dunque anche in Cina c’è un pizzico d’Italia: la laguna di Venezia e la torre di Pisa… in salsa cinese!

La mattinata termina con la visita a una fabbrica della seta dove vedremo come avviene il ciclo di formazione di questo prezioso tessuto, partendo dai bachi:

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Alcune signore, bypassando i mariti, acquisteranno splendidi foulard e colorate camicie, approfittando dei prezzi scontati, nel magazzino collegato alla fabbrica… e, alla fine, pranzeremo nella mensa predisposta appositamente per i turisti dalla direzione commerciale dell’azienda stessa.

Nel pomeriggio visiteremo altre bellezze di Suzhou, ma questo sarà l’argomento della prossima e ultima puntata.

Arrivederci.

Nicola

Crediti: foto di Mirella & Giogio II°, Barbara & Sergio, Giorgio I° e Chicca. Il filmato in Cinemascope e Alta Definizione è mio. Le notizie storiche su Suzhou le ho ricavato dagli Appunti di Viaggio di Luigi Paoli: Cina, la civiltà del Fiume Giallo. Edizioni Mistral Tour

 

Shanghai – 21 Ottobre, martedì pomeriggio.

Appena usciti dal magnifico giardino del Mandarino andiamo a pranzo e, subito dopo, raggiungiamo il Tempio del Budda di Giada (Yufo Si), l’unico tempio che non ha subito distruzioni dissennate durante la “rivoluzione culturale” di Mao.

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Costruito nel 1882 e riedificato nel 1928 per custodire due statue di giada di Budda portate dalla Birmania dal monaco Huigen è meta tutto l’anno di visitatori e fedeli. Oggi, dopo successive ristrutturazioni, il tempio offre oltre al Budda disteso e al Budda seduto in meditazione, entrambi in preziosa giada bianca, altre statue sia di giada sia in legno di grande pregio. Quelle che seguono sono le foto delle due statue birmane originali di Budda:

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Il tempio è anche un monastero in cui si celebrano molte feste religiose e dove il culto è intensamente sentito: canti e processioni accompagnano i riti che iniziano all’alba e durano tutto il giorno.

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Nella sala maggiore a pianterreno ci sono tre grandi statue in legno di Budda che rappresentano il passato, il presente e il futuro:

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Nel tempio ci sono tante pregevoli statue che rappresentano demoni, guardiani, tutte figure che appartengono al credo buddista:

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Terminata la visita al tempio, si torna in albergo e la guida, prima di cena, ci lascia liberi di girovagare per Shanghai. Ci dice, inoltre, di avere prenotato per noi il pullman per andare di nuovo nel quartiere Pudong e poterlo così gustare nella versione by night.  All’uscita del nostro albergo mia moglie e io ci immettiamo nella famosa via Nanchino, la più importante strada commerciale di tutta la Cina. In certi tratti, a pochissima distanza dall’Hotel Central dove siamo alloggiati, la via diventa solo pedonabile e assomiglia moltissimo alla newyorchese Manhattan: un vero spettacolo di palazzi, grattacieli, negozi di lusso. Peccato che stia piovigginando. Durante la passeggiata incontriamo un grande rivendita di prodotti alimentari che dire fantasiosi può sembrare un eufemismo… Entriamo per filmare e fotografare, di certo non per acquistare! Tra l’altro quel “cibo” è tutta “roba” che costa cara.

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Un’altra cosa bella di Shanghai che, purtroppo, non abbiamo visto è il Parco Huangpu: questo parco fu aperto ai cinesi solo nel 1928: prima di quell’anno, un cartello all’ingresso recitava: «Vietato l’accesso ai cinesi e ai cani». A bocca aperta

Dopo una sostanziosa cena al self-service dell’albergo Central, prendiamo il nostro bus che, in pochi minuti, ci porta al quartiere Pudong proprio di fronte al Bund, il centro finanziario di Shanghai. Le condizioni atmosferiche sono migliorate, non piove più, rimane soltanto una nebbiolina che nasconde la parte alta dei grattacieli. Comunque sia, lo skyline di Pudong è uno spettacolo di luci capace di vincere anche qualche piccola défaillance del tempo.

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Per i volenterosi che desiderano vivere dal vivo Shanghai, possono guardare il mio filmato:

Alla prossima!

Nicola

Crediti: foto di Mirella & Giorgio II°, Chicca, Giorgio I°, Barbara & Sergio che sono appena rientrati nel gruppo dopo avere esplorato il Tibet e dintorni. Alcune foto sono frutto di ricerche sul Web. Il filmato è mio. Le informazioni storiche le ho ricavate da Internet e dagli Appunti di viaggio di Luigi Paoli su Cina e la civiltà del Fiume Giallo, ed. Mistral

 

Shanghai 19 Ottobre 2014, tardo pomeriggio di lunedì.

Shanghai Mappa

Ad attenderci alla stazione dei treni ad alta velocità, troviamo la nuova guida che sarà il nostro angelo custode per tutto il tempo che sosteremo a Shanghai, ultima tappa del nostro tour in Cina. Si tratta di un distinto signore sulla quarantina che parla molto bene l’italiano e con il suo sorriso accattivante riesce subito a entrare in sintonia con il nostro gruppo. Ci chiede se abbiamo voglia, prima di andare a cenare in albergo, di dare un primo e veloce sguardo panoramico alla città che si prepara ad accendere le luci che la illumineranno fino a tarda notte. Ovvio che il gruppo dei mai stanchi accetta l’invito! Dopo un breve tragitto in pullman arriviamo sulla sopraelevata pedonabile che si affaccia sul fiume Huangpu. Nella foto aerea potete subito farvi un’idea della città:

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L’Huangpu, affluente di destra del fiume Yangtze in cui sfocia nella parte terminale dell’estuario, è il principale dei fiumi che attraversano Shanghai e costituisce una via di comunicazione per le merci dirette ai vari cantieri della città e anche a quelli in prossimità del mare cinese orientale.
Nonostante si tratti di un corso d’acqua di modesta lunghezza, ha una buona portata, costante tutto l’anno. Di media ampio 400 metri, larghezza considerevole che ne rende difficile l’attraversamento con ponti; profondo 9 metri,  fornisce gran parte delle risorse idriche alla metropoli; divide Shanghai in due zone: Pudong (est) e Puxi (ovest).
Dicono che sia molto piacevole percorrerlo in battello in quanto permette di ammirare il Bund (il distretto finanziario della città) e le ardite costruzioni di Pudong, ma noi non avremo tempo di affrontare questa gita.
L’Huangpu si dirige verso est e passa sotto il Ponte Yangpu: questa colossale infrastruttura, ideata per collegare Pudong al resto di Shanghai, è il ponte sospeso più lungo della Cina.

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Più avanti, la sponda pullula di gru, di macchinari per il sollevamento, di magazzini e di tutte le strutture tipiche di un porto fluviale sempre attivo. Il fiume, infatti, è costantemente solcato da mercantili, giunche, chiatte, navi cisterna, lance e rimorchiatori. Le imbarcazioni cariche di sabbia, legname e di cemento lo risalgono dirette in città ai cantieri di Pudong, seguite da altre cariche di carbone. A causa dell’intenso traffico che lo caratterizza l’Huangpu è molto inquinato. Nelle foto seguenti, il fiume e lo skyline della città, visti percorrendo un’ampia pedonabile sopraelevata. Sulla sinistra, l’avveniristica torre della TV.

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Come potete capire dalle foto, il primo impatto con la città è impressionante. Benché sia sera, il fiume è ancora in piena attività, mentre sulla pedonabile terrazzata i turisti si attardano a fotografare il panorama immerso nella foschia del tramonto.

A questo punto riprendiamo il pullman e ci spostiamo nell’albergo Central dove ceneremo alla grande, scegliendo personalmente tutto ciò che desideriamo e nelle quantità che più ci aggradano in un self-service davvero attrezzato con specialità sia cinesi che internazionali.

Shanghai Hotel Central

Ma la sera non finisce qui, la guida ci propone (e noi accettiamo) di avventurarci nell’ex Concessione Francese dove potremo ammirare un pezzetto di Parigi trapiantato in Cina (vedere filmato). Non per niente la città è anche chiamata la Parigi d’oriente

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In effetti sembra proprio di essere immersi in un tipico quartiere francese con tavolini sulla strada e chiassosi avventori che mangiano mousse de saumon, rissoles ai funghi, soufflé al formaggio, bouillabaisse marseillaise sorseggiando un Chablis d’annata, un Chardonnay o un Domaine de Vaudon… Qui potrebbe trovarsi a proprio agio anche l’esimio commissario Maigret mentre gironzola fra i vari bistrot con la sua eterna pipa in bocca e l’occhio vigile a cercare l’assassino di turno con gli occhi a mandorla…

Un’altra curiosità della serata nel quartiere francese è il palazzo che ospitò la prima riunione del nascente partito comunista cinese: qui, a seconda delle proprie convinzioni politiche, è d’obbligo una preghiera di ringraziamento o una maledizione… Occhiolino

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Risaliti sul pullman, torniamo sulla sopraelevata pedonabile che avevamo visto al tramonto per dare uno sguardo di notte agli enormi fasci di luce multicolore che si alzano dall’acqua sorvolando i grattacieli e i monumenti di Pudong.

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Dopo questa scorpacciata di luci colorate e di grattacieli illuminati a giorno, arriva – finalmente –  l’ora di tornare in albergo per fare riposare le stanche membra.

Shanghai 20 Ottobre 2014, martedì mattina. 

Il programma della giornata inizia con un’accurata visita alla Città Vecchia:

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Intermezzo

Nella città vecchia ci sono una pletora di negozi e bancarelle che vendono un po’ di tutto e perciò la guida, prima di proseguire, ci lascia mezz’ora di tempo per fare acquisti. Proprio qui è avvenuto un episodio che poteva portare alla rottura delle relazioni commerciali tra l’Italia e la Cina: protagonisti i Losito (io e la mia metà)  e una simpatica quanto furbetta commessa di una bancarella che vende chincaglieria per la casa. Mia moglie, da tempo, desiderava acquistare dei poggia-posate in ceramica da mettere in tavola durante pranzi o cene fra amici, giusto per preservare le preziose tovaglie che lei sfoggia in alcune importanti ricorrenze, ebbene, la città vecchia di Shanghai è il posto giusto per trovare quest’articolo. Infatti lo vediamo esposto in negozi di un certo livello ma il prezzo unitario di 10 yuan (circa un euro e mezzo) ci sembra eccessivo per quei minuscoli oggetti in ceramica cinese. A noi ne occorrono 12 e avremmo speso 120 yuan (poco più di 17 euro).

Decidiamo di comprarli su una bancarella, pensando di spendere meno. Ce li offrono due commesse (una magrolina e l’altra, il capo in testa, più cicciottella) al prezzo di complessivo di 200 yuan (circa 29 euro). Naturalmente dico subito di no e faccio la mossa di andarmene. La commessa più in carne mi trattiene per il braccio, mi passa la calcolatrice e mi fa segno di indicare io stesso quanto voglio spendere. Digito 100 ma lei controbatte con 140. Dico ancora no e lei scende a 130, ultimo prezzo. Vorrei continuare la trattativa ma mia moglie mi da un calcio negli stinchi per farmi capire di piantarla e di accettare il prezzo proposto, in fondo è praticamente lo stesso visto prima nei negozi. Di malavoglia dico di sì e la commessa magrolina comincia a contare i 12 pezzi richiesti ma, ahimè, a disposizione ne ha solo 10. Mi cascano le braccia, abbiamo perso un sacco di tempo per niente, a noi 10 non bastano. Per la seconda volta decidiamo di andarcene,  ma la commessa capo in testa ci assicura che in pochi minuti può procurarci i due pezzi mancanti. Acconsentiamo di aspettare e la commessa in seconda corre via diretta non so dove…

Passa il tempo e la commessa magrolina non compare. Vedo che la guida fa segno che è quasi terminato il tempo dedicato agli acquisti e perciò, dispiaciuti, salutiamo e ci allontaniamo dalla bancarella. Non facciamo che pochi passi in direzione di un negozio dove avevamo visto lo stesso articolo (e dove, oltretutto, costava qualche centesimo in meno) che, tutta trafelata, ci raggiunge la commessa magra con i due pezzi mancanti e ci invita a tornare sui nostri passi. Ormai ho perso la pazienza e le dico di no e lei, per farmi cambiare idea, mi assicura un ulteriore piccolo sconto sulla cifra pattuita con la sua collega. Ritornati alla bancarella vedo e sento le due ragazze che discutono animatamente: in tutta evidenza la commessa grassoccia sta dando una girata alla collega che ha preso una decisione commercialmente scorretta: quando il cliente ha accettato un prezzo non si può e non si deve fare un ulteriore ribasso.

Questione di un attimo e la commessa capo in testa, inaspettatamente, scoppia in lacrime. A rigor di logica a piangere doveva essere l’altra…

A quel punto interviene mia moglie. Questa volta non mi dà un calcio negli stinchi ma mi ordina di farla finita, di pagare il pattuito e di rientrare nel gruppo che è lì in attesa di proseguire la visita della città vecchia. Tiro fuori il portafoglio, pago e, prima di andarmene, abbraccio la commessa in lacrime che, subito, smette di piangere e accetta il mio gesto conciliatore.

A tutt’oggi sono convinto che il pianto della ragazzotta sia stata una messinscena a mio uso e consumo. Una furbata commerciale. Comunque mia moglie aveva ragione. Non valeva la pena di rischiare un incidente diplomatico per così pochi centesimi. A bocca aperta A bocca aperta

°°°°

Proseguendo all’interno della città vecchia, incontriamo un delizioso laghetto che percorriamo su un classico ponte cinese a zig zag (anche a Shanghai esistevano i draghi…) e dove ci scateniamo a fare foto e filmati.

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Ma questa meraviglia non è che l’anteprima di quello che, fra qualche minuto, vedremo nel Giardino del Mandarino Yu (Yu Yuan):

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Con queste belle immagini negli occhi e nella mente, usciamo dal giardino e andiamo a pranzo.

Il seguito della prima giornata a Shanghai lo rimando alla prossima puntata.

Nicola

Crediti: Foto di Mirella & Giorgio II°, Giorgio I° e Chicca. Il filmato è mio. Notizie e approfondimenti li ho tratti da articoli scovati in Rete.

 

 

Mercoledì 15 Ottobre – Chengdu, primo giorno.

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Lasciata Guilin, siamo arrivati a Chengdu ieri sera verso le dieci, dopo un volo di circa due ore. Una volta registrati nell’Hotel Tianfu Sunshine, abbiamo cenato in albergo e poi subito a nanna: domani si deve raggiungere Leshan in pullman (160 km. di autostrada) per una visita al Budda Gigante.

Informazione di servizio: Chengdu è la quarta città della Cina quanto a numero di abitanti: più di 15 milioni di belle anime con occhi a mandorla. La città più popolosa della Cina è Chongqing (oltre 30 milioni), seconda è Shanghai (più di 25 milioni), terza è Pechino (Beijing, più di 20 milioni).

Curiosità: riuscite a immaginarvi una città con un numero di abitanti pari a metà della popolazione italiana? Io no. Così ho cercato su Internet una foto di Chongqing:

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Non vi sembra un’immagine presa da un film di fantascienza di Steven Spielberg? Ok, torniamo a Chendu…

Chengdu (=città imperiale) è la capitale della provincia di Sichuan:

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Città prevalentemente industriale, a detta della guida, è famosa per cinque caratteristiche: il fiore ibisco, il broccato, il thè, il cibo (sarà vero?) e le maschere che indossano gli attori del teatro popolare. Non faremo in tempo a visitarla perché resteremo qui solo due notti. Durante il primo giorno andremo a visitare il Budda gigante a Leshan a 160 km. da Chengdu e, nel secondo, andremo presso il Centro di Ricerca e Riproduzione del panda gigante e del panda rosso, alla periferia della città. A scopo di documentazione per chi vuole fermarsi qualche giorno in più a Chengdu: assolutamente da non perdere è una visita alla Piazza Tianfu. Qui si trova una delle più grandi statue di Mao Zedong presenti in Cina e il Museo della Scienza e della Tecnologia. La piazza è circondata da grattacieli e viene illuminata di notte da luci di mille colori. Attorno alle fontane si radunano i giovani nel tardo pomeriggio e questo rende la piazza un gradevole luogo di ritrovo. Dalla piazza, inoltre, partono le principali vie dello shopping di Chengdu (la più rinomata è la Chun Xi Lu, seconda foto a destra, sotto) e poco lontano si trovano buone opzioni per mangiare lungo la strada.

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Partendo dal nostro hotel con il pullman, in un paio d’ore di autostrada, raggiungiamo Leshan, saliamo su un battello e ci avviamo verso la congiunzione di tre fiumi (Minjiang, Dadu e Qingyi) dove si trova la più grande statua di pietra di Budda del mondo:

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Il Budda gigante, scolpito nella roccia del monte Lingyun nel 713 d.C., è alto 71 metri e largo 28, e si trova proprio di fronte al Monte Emei, con i tre fiumi che scorrono ai suoi piedi. La leggenda narra che in quel punto le correnti fossero così impetuose e pericolose da impedire il passaggio delle barche da pesca e questo era un problema per l’economia degli abitanti della zona. Un monaco pensò di rabbonire le divinità predisponendo dei templi sul monte Emei e progettando una statua di Budda così grande da essere vista in lontananza e omaggiata per l’eternità con doni e preghiere dalla popolazione dei dintorni. Budda gradì molto l’opera e, da quel momento, il punto d’incontro dei tre fiumi fu facile da oltrepassare: pare infatti che i detriti di roccia caduti in acqua durante la sagomatura della statua, abbiano modificato in senso positivo il corso delle correnti.

Un altro gioiellino architettonico è il sistema di drenaggio della scultura realizzato tramite grondaie nascoste, canali sparsi sulla testa, sulle braccia e dietro le orecchie e nei vestiti. Questo sistema, aiutando a eliminare l’acqua piovana e  mantenendo la parte interna asciutta, svolge un ruolo importante nella protezione del Budda. La due orecchie, ognuna lunga sette metri, sono in legno e decorate da fango sulla superficie. Nel 1996 la scenica area del monte Emei comprendente, oltre al Budda gigante, una trentina di templi costruiti dalla popolazione locale nei secoli passati, è stata proclamata patrimonio mondiale dell’umanità dall’Unesco.

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In ragione della moltitudine di turisti che gravitano giornalmente nella zona, l’attesa per prendere i pittoreschi camminamenti esterni che si vedono nelle due foto sopra è così grande che decidiamo di affrontare la salita alla testa del Budda seguendo un percorso di 500 metri con gradinate sul retro del monte.

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Durante il tragitto, all’ombra di bamboo, alberi secolari e fiori, incontriamo il Tempio Lingyun frequentatissimo da fedeli e curiosi:

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E finalmente arriviamo alla testa del Budda Gigante:

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Lo spettacolo davanti ai nostri occhi è impressionante: mancano le parole per descriverlo. Per fortuna c’è la macchina fotografica e la videocamera per memorizzare il tutto.

Finita la visita, la guida ci porta in un tipico ristorante della zona, pronti a gustare le specialità della cucina cinese della provincia di Sichuan. Purtroppo non abbiamo trovato grandi differenze sulla qualità del cibo locale rispetto a quello riscontrato altrove. Sempre la stessa modesta solfa. In più nel bagno degli uomini abbiamo fatto un pericoloso incontro: un ragno gigante con sul dorso un teschio nero…

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Finito il pranzo, abbiamo la possibilità di fare qualche altra foto panoramica e poi, ripreso il bus, torniamo a Chendu. Durante il viaggio quasi tutti ci regaliamo un riposante sonnellino. Arrivati in albergo c’è solo il tempo di fare una doccia ed è già ora di cena. Il gruppo dei mai-stanchi, per smaltire noodles cinesi, riso scotto, verdure al vapore  e altre squisitezze, propone di fare una passeggiata a piedi per raggiungere la piazza Tianfu dove si può godere uno spettacolo di son & lumière. Chicca e io acconsentiamo, portandoci dietro l’ombrello perché il cielo non promette nulla di buono. Un quarto d’ora dopo ci troviamo nella famosa piazza, ma comincia a piovere. Niente spettacolo, dunque. Facciamo velocemente qualche foto dattorno prima che si spengano tutte le luci:

Chengdu 02 Notturna Pioggia (3)Chengdu 02 Notturna Pioggia (4)DSC_0424 CHENGDU piazza tianfuDSC_0426DSCN2661Piazza Tianfu2

Per tornare a casa, ahimè, prendiamo la direzione indicataci dal braccio destro del grande Mao e, ovvio, sbagliamo strada: aveva ragione la buon’anima di mio padre a dirmi di non fidarmi mai dei comunisti! A bocca aperta

Dopo mezz’ora di cammino alla cieca (le targhette delle strade sono scritte solo in cinese), per fortuna incontriamo due giovani universitari con cellulare dotato della mappa della città che ci fanno capire che il nostro hotel è situato proprio nella direzione opposta a quella che abbiamo preso. Metà gruppo è stravolto dalla stanchezza e perciò decide di fermare un taxi per tornare in albergo. Più facile a dirsi che a farsi. L’ora è tarda e piove. Nessuna auto si ferma: la strada su cui ci troviamo è a scorrimento veloce e, forse, i taxisti non ci vedono. Ci disponiamo in una via laterale nelle vicinanze e ci mettiamo pazientemente ad aspettare che qualche auto pubblica passi di lì. Non la faccio lunga: il buon Dio aiuta sempre gli avventurosi e così metà del gruppo rientra sana e salva in albergo. L’altra metà, la più coraggiosa, ritorna sui propri passi (torna cioè in piazza Tianfu), manda qualche indicibile parolaccia a Mao e sceglie la direzione giusta (quella più democratica, ça va sans dire), arrivando in albergo quasi in contemporanea con quelli di noi che hanno preso il taxi.  L’unica nota positiva della serata è che a Chendu i taxi costano pochissimo e gli autisti si offendono se gli dai la mancia.

Giovedì 16 Ottobre – Chengdu, ultimo giorno.

Dopo una lauta colazione al buffet, prepariamo le valige e lasciamo l’albergo Tianfu Sunshine definitivamente. Oggi è in programma la visita al Centro di Ricerca e Riproduzione del panda gigante e del panda rosso nelle vicinanze di Chengdu, poi ci condurranno all’aeroporto per volare verso la nuova tappa del nostro viaggio.  Dopo mezz’ora siamo all’ingresso del Centro:

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DSC_0427DSC_0439aDSC_0428DSC_0436Chengdu 04 Panda MT (12)DSC_0432DSC_0437 panda rosso

A Chendu risiedono la maggior parte dei panda giganti presenti in Cina e, assieme a loro, vivono i panda rossi, altra specie protetta, esemplari, questi, molto più minuti dei classici panda presenti nel Centro. Entrambe le specie passano la vita mangiando bamboo e dormendo: una gran bella vita! Forse se non avessero sempre attorno migliaia di turisti con macchine fotografiche pronte a immortalare ogni loro cambio di posizione, starebbero ancora meglio. A bocca aperta

Un ultimo saluto ai simpaticissimi panda giganti:

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e poi, di corsa all’aeroporto di Chengdu dove ci aspetta il volo interno per Xian.

Le mie impressioni su Chengdu? Non saprei cosa dire. Praticamente non siamo mai stati in città, non abbiamo incontrato che due ragazzi universitari e un taxista: entrambi gentili. Troppo poco per dare un giudizio critico su alcunché. La popolazione sembra tranquilla, in giro non abbiamo visto mendicanti e nemmeno scritte deturpanti sui muri. Ci sono tantissimi grattacieli e le strade sono adeguatamente larghe. Molte le auto e le motorette come a Guilin, ma qui c’è ancora gente che va al lavoro in bicicletta. Il traffico è ben regolamentato e rispetta i semafori. Sul cibo ho già detto la mia.

Arrivederci a Xian.

Nicola

Crediti: le foto sono di Mirella & Giorgio II°, Barbara & Sergio, Giorgio I° e Chicca. Qualche immagine l’ho scaricata da Internet. Il filmato è mio.

jet lag (Pastor Cartoon)

Jet lag

Oggi voglio fare del terrorismo psicologico – giusto per scherzare un po’ – per mettere sull’avviso tutti coloro che amano viaggiare in paesi lontani, ma che, come me, hanno un fisico così così…

Ok, chiarisco subito che col viaggio in Cina (presto inizierò a raccontarlo) questo post c’entra come i cavoli a merenda, però la Cina interviene colpevolmente per il fatto che è una terra TROPPO lontana dall’Italia. Per raggiungerla, infatti, occorre prendere – minimo – due aerei ma, soprattutto, dopo il grande affaticamento del fascinoso tour attraverso quest’esotico paese, bisogna, per forza, tornare a casa ed è proprio in questo frangente che possono comparire gli effetti malefici del jet lag.

Domanda stupida: perché solo al ritorno del viaggio, avviene questo fenomeno? 

Semplice, all’andata (è l’8 ottobre 2014, ore 14 italiane), siamo tutti belli, freschi, riposati, pieni d’entusiasmo per la vacanza e, pur andando incontro a:

1) 6 ore di volo Milano-Dubai, l’orologio viene portato avanti di due ore rispetto all’ora italiana. Ore 22 locali. Percorsi 4713 km.

2) Sosta di 5 ore all’aeroporto di Dubai (tra parentesi, trattasi di costruzione spettacolare, con marmi, luci, negozi extra-lussuosi, tutto qui lascia a bocca aperta e, ovvio, ogni piccola cosa costa più del dovuto) dove gli emiri, soddisfatti del risultato scenografico, non badano a spese anche sull’aria condizionata, che io odio.

3) Alle 3.00 di Dubai parte il volo per Hong Kong. Dopo circa 9 ore in cielo e un fottio di kilometri, arriviamo a destinazione: l’orologio locale segna le 17,20. In Italia, invece, sono le 11,20, cioè qui è tardo pomeriggio, mentre in patria è mattina inoltrata. Portiamo ancora avanti l’orologio di 6 ore. Se non ho sbagliato i calcoli, il nostro ormai rodato meccanismo biologico viene spostato in avanti di 8 ore. In pratica, in Cina, noi italiani scambiamo quasi il giorno con la notte…

in realtà non succede quasi nulla. Arrivati in Cina, l’organismo di chi ha affrontato la lunga trasferta aerea ha sopportato benissimo i punti 1), 2), 3). Nessuno lamenta problemi di jet lag. All’aeroporto di Hong Kong abbiamo sbrigato le solite formalità, incontrato la guida, una simpatica signora cinese di nome Mabel – italiano parlante – e, infine, siamo saliti su un bus che, in 45 minuti, ci ha scaricato nell’ottimo Hotel Regal Kowloon Metropark a Hong Kong.

I guai da jet lag, per me, sono iniziati a Shanghai il 22 ottobre, alla vigilia del finale del lungo e piacevole tour che ci ha portato a visitare bellissimi posti – purtroppo – lontani fra loro migliaia di chilometri. Quel giorno, dopo avere preparato e caricato armi e bagagli sul bus a nostra disposizione, da Shanghai abbiamo raggiunto Suzhou – la Venezia cinese – percorrendo circa 85 km. di autostrada. Per tutta la giornata abbiamo scarpinato, ammirando le bellezze di questa città di più di 10 milioni di abitanti e, infine, a sera, ci hanno portato direttamente all’aeroporto di Shanghai. Espletate le solite formalità d’imbarco, abbiamo sostato alcune ore in un gate perché il volo verso Dubai partiva a mezzanotte passata. L’aeroporto di Shanghai è nuovo e, ovviamente, è dotato di aria condizionata erogata alla massima potenza. Comincio a sentire freddo anche se sono abbastanza coperto, forse c’entrano la stanchezza accumulata durante l’intensa giornata passata a Suzhou e la saturazione alimentare causata da due infelici pasti di modesta cucina cinese (sul cibo parlerò in un apposito post). Salendo in aereo ho già un pizzicorino in gola, partono alcuni starnuti e si manifestano le prime avvisaglie di un malessere alla pancia…

Appena l’aereo dell’Emirates Airlines parte (gli emiri hanno solo velivoli nuovissimi con l’aria condizionata a palla) le splendide ed efficienti hostess (non sto scherzando!) ci propinano la cena. La vista di quel miscuglio di roba cinese, preconfezionata chissà dove, mi fa venire subito il voltastomaco. Corro in bagno per la prima volta e, da quel momento, inizia il mio calvario personale che durerà imperterrito per tutte le ore che occorrono per raggiungere Dubai. Nel frattempo mia moglie e tutti gli altri componenti del gruppo mangiano beatamente e poi dormono o guardano sul proprio schermo personale uno dei tanti film offerti dalla compagnia aerea degli sceicchi arabi.

Scesi a Dubai, attendiamo un bel po’ nello sciccoso quanto gelido aeroporto che venga pronto il nuovo aereo Emirates che ci porterà in Italia seguendo un tragitto più lungo e diverso di quello percorso durante il viaggio di andata. Non posso dire molto di cosa sia successo durante quest’ultima trasferta, perché sono stato quasi sempre seduto dentro una delle tante toilette dell’aereo Emirates che, per fortuna, ho sempre trovate libere, pulite e a mia disposizione…

Scesi a Malpensa. erano le due del pomeriggio del giorno 23 ottobre. Verde in viso e debilitato al massimo, ho ritirato l’auto da uno dei tanti parcheggi, coperti e non, esistenti in vicinanza dell’aeroporto lombardo e sono tornato, con la mia signora, nella nostra casa di Milano. Prima di mettere l’auto nel garage, ho vomitato l’anima nel sotterraneo dello stabile in cui viviamo.

Questa è la cronistoria dettagliata del mio viaggio di ritorno in Italia. Ma dov’è l’effetto jet lag?

Calma, ragazzi. Adesso ci arrivo!

Appena messo piede in salotto sono crollato addormentato su una poltrona. All’ora di cena, verso le venti, mia moglie (a proposito, lei ha sofferto solo di un leggero mal di gambe per le tante ore passate seduta in aereo) mi ha svegliato per andare in tavola. Il mio stomaco ha rifiutato qualsiasi cibo. Ho bevuto un po’ d’acqua e me ne sono andato a letto a dormire, digiuno.

A dormire? Macché! Per tutta la notte, a occhi semi chiusi (o semi aperti), non ho fatto altro che voltarmi e girarmi nel letto, perseguitato dagli odori del cibo cinese impressi ormai indelebilmente nel mio naso e tormentato da incubi innescati dal fatto che in Cina, a quest’ora è giorno e, solo ieri, stavo girovagando con gli amici tra mura antiche, pagode, colline bizzarre, fiumi, laghetti e quant’altro offre di bello quel lontano paese.

Due esempi di sogni angoscianti?

In uno, stavo scappando in una foresta di bamboo (reminiscenza del vecchio e terrorizzante film Alice in Wonderland della Disney, intravisto in aereo tra una seduta e l’altra sul water) inseguito da mostri giganteschi, spaventosi, e tutti con gli occhi a mandorla; in un altro, ero fermo e sperduto in un incrocio di un’ignota città della Cina, senza soldi in tasca, senza telefono, non sapendo in quale lingua rivolgermi a un vigile per chiedere indicazioni su come tornare in albergo. In un albergo di cui non ricordavo né il nome né in quale via fosse dislocato. Rivivevo, cioè, un’evenienza realmente capitata al sottoscritto in una zona molto bella e frequentata della città di Guilin che stavamo visitando, accompagnati da una giovane quanto inesperta guida locale. Come ulteriore sofferenza, benché sepolto nel letto sotto tonnellate di coperte, non riuscivo a riscaldarmi e così, ogni due ore, dovevo alzarmi e andare in bagno a fare pipì. Bene, per avvicinarvi alla mia reale condizione fisica e mentale di questi ultimi giorni in Italia, post tour, ripetete questa descrizione per almeno otto volte…

Ecco cosa è stato per me l’effetto jet lag, tornando dalla Cina.

Oggi, mentre scrivo queste brevi note, sto piano piano ricollocando nella giusta sequenza il giorno con la notte, il raffreddamento nelle ossa è terminato, la tosse è scemata, ho ripreso a gustare il cibo (italiano) e sto ricominciando a vivere una vita “quasi” normale.

Termino dicendo ai cari amici che stanno seguendo il mio diario di bordo che i miei guai da jet lag non fanno testo. A quanto ne so, nessuno dei 16 simpatici compagni di viaggio ha sofferto come me il rientro in Italia dopo 15 bellissimi giorni passati in Cina. Anzi li ricordo tutti allegri e ciarlieri nell’aeroporto di Malpensa, disponibili fin da subito a programmare una nuova trasferta in terre lontane.

Evidentemente loro hanno un fisico bestiale e io no…   A bocca aperta 

Nicola

Crediti: L’immagine è tratta da Internet ed è opera di Pastor Cartoon.