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Siracusa 3 giugno 2016, venerdì.

Il programma odierno prevede una gita a Catania, visita della città, pranzo da una sorella di Teresa, una veloce puntata nei dintorni per ammirare la Riviera dei Ciclopi con i suoi scenografici isolotti. Per realizzare il tutto, visto che c’è da coprire solo una distanza di una settantina di chilometri, ce la prendiamo comoda. La giornata è splendida. Ci accompagnerà un sole caldo ma per nulla fastidioso.

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Catania e l’Etna

Verso le dieci del mattino siamo a Catania, parcheggiamo (a fatica) l’auto in vicinanza della Piazza Stesicoro e cominciamo l’esplorazione della città:

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Piazza Stesicoro

Il primo impatto è magnifico. La piazza Stesicoro mostra da una parte il monumento a Vincenzo Bellini e dall’altra la Chiesa di San Biagio, le rovine dell’Anfiteatro Romano e, a sinistra nella foto, l’imponente settecentesco Palazzo Tezzano.

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Palazzo Tezzano

L’edificio è di forma quadrangolare con cortile interno che la costruzione contorna formando una "U" con l’interruzione a nord. Vi si accede dalla piazza Stesicoro attraverso un ampio portone, posto al centro del prospetto principale. Il tetto è impreziosito da un balcone monumentale sopra al quale torreggia un orologio. Il prospetto è simmetrico ed è diviso nel senso dell’altezza da false colonne in pietra chiara che, contrastando con il tono grigio basalto dell’intonacatura, creano una suddivisione in cinque unità architettoniche per lato. In passato questo palazzo ha ospitato l’Ospedale San Marco, il Tribunale di Catania e altri uffici pubblici, mentre attualmente è sede dell’Archivio Ceramografico dell’Università degli Studi  e ospita la Scuola Media "L. Capuana".

L’anfiteatro Romano che si vede in piazza Stesicoro è un piccolo frammento di quello più grande situato tra piazza S. Francesco, via Vittorio Emanuele, via Timeo e via Teatro greco. Il suo aspetto attuale risale al II secolo ed è stato portato alla luce a partire dalla fine del XIX secolo:

Catania - Teatro Romano

Anfiteatro Romano

Lasciata piazza Stesicoro ci avviamo verso il centro storico di Catania. Durante il tragitto lungo la panoramica e trafficatissima Via Etnea:

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Via Etnea

incontriamo la Basilica della Collegiata:

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Basilica della Collegiata

La facciata campanile (tipica della tradizione siciliana) è su due ordini. Nel primo ci sono sei colonne in pietra, sormontate da una balaustra. Nel secondo ordine c’è un finestrone centrale e, ai lati, quattro grandi statue di San Pietro, San Paolo, Sant’Agata e Santa Apollonia. Sul secondo ordine un elemento centrale ospita le campane. Si accede alla chiesa mediante una grande scalinata, sulla quale, a delimitare il sagrato, è posta una cancellata in ferro battuto. Al suo interno i bellissimi affreschi di Giuseppe Sciuti:

Camminando sempre sulla Via Etnea raggiungiamo il famoso centro storico di Catania, riconosciuto patrimonio dell’umanità dall’Unesco per la magnificenza delle due grandi piazze che si susseguono una all’altra, lasciando senza fiato i turisti. C’è una nota canzone siciliana il cui ritornello dice, tra l’altro: Lassa tutte cose e veni ‘cca… (la potete  ascoltare nel filmato) per esaltare le bellezze della Sicilia e che ben si addice alle due piazze che stiamo per vedere.

La prima che s’incontra è Piazza dell’Università. Da un lato si ha questa vista:

Università degli Studi a sinistra nella foto

Dall’altro, invece:

Palazzo dell’Università (Rettorato) a sinistra nella foto

Ma non sono solo le facciate di questi due importanti palazzi che rendono magnifica la piazza. Potete ammirare anche i loro bellissimi interni visionando il mio filmato. Proseguendo il cammino si arriva in Piazza del Duomo:

Piazza del Duomo

In questa vista dall’alto si nota l’ampiezza della piazza con la centrale Fontana dell’Elefante. Andando nel particolare, a colpire la vista è il Duomo (Cattedrale di Sant’Agata): 

e il Palazzo dei Chierici:

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la Fontana dell’Amenano:

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il Mercato del pesce:

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e, infine, la Porta Uzeda:

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Lasciato il centro storico, raggiungiamo Piazza Vincenzo Bellini con l’imponente Teatro Massimo:

Teatro Massimo Vincenzo Bellini

e con il Palazzo delle Finanze:

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Arriva così l’ora di pranzo. In tutta fretta torniamo sui nostri passi per recarci da Mirella, una delle sorelle di Teresa, che ci ha preparato una tavola imbandita di specialità catanesi nel suo appartamento all’ultimo piano di un prestigioso palazzo da cui si gode un panorama grandioso della città e, in lontananza, dell’Etna. (Vedi filmato)

Dopo il sontuoso pranzo e un riposino di un’oretta, Mirella ci porta, percorrendo alcuni chilometri nei dintorni della città, sulla Riviera dei Ciclopi. Qui ci attendono un mare azzurro spettacolare, la vista degli isolotti del Ciclope e dei bagnanti in acqua anche se siamo appena all’inizio di giugno…

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In questa deliziosa località di mare finisce la nostra gita a Catania e dintorni. Riprendiamo l’auto e torniamo a Siracusa. L’indomani è il giorno della partenza per Milano.

Chi desidera visionare su YouTube il filmato della giornata, basta che clicchi sull’immagine sottostante:

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°°°

Siracusa 4 giugno 2016, sabato.

Oggi è il giorno della partenza per Milano. Si torna a casa.

La nostra prima vacanza in Sicilia è giunta al termine. Non ci resta che ringraziare caldamente Teresa e Peppino, i nostri deliziosi anfitrioni, e iniziare a preparare le valige. Finita questa incombenza, abbiamo ancora un paio d’ore a nostra disposizione. Come sfruttarle al meglio? Chicca ha un’idea: fare un giro nel famoso Mercato di Ortigia. Ottima idea! Sicuramente lì potremo acquistare delle specialità locali da portare a Milano.

Detto e fatto.

Il mercato è uno spettacolo che meritava di essere visto: volete sincerarvene con i vostri occhi? Cliccate sull’immagine qui sotto:

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Fine

Crediti: alcune immagini aeree di Catania le ho trovate su Internet e da Wikipedia ho estratto le informazioni sui palazzi storici della città. Tutte le altre foto sono originali e sono state scattate da mia moglie Chicca. I filmati sono miei.

Nicola

 

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Piazza Armerina

Siracusa, 31 maggio 2016, martedì

Oggi, visto che in programma c’è la gita a Piazza Armerina che dista da Siracusa circa 130 chilometri, ci alziamo di buon’ora per raggiungere velocemente in auto questa meta e potere poi visitare con calma la Villa Romana del Casale nella mattinata.

L’idea era quella di andare a Enna in autostrada e da lì dirigersi a Piazza Armerina, ma Peppino ha voluto provare una scorciatoia (a suo dire) più veloce. È andato tutto bene fino al momento in cui sono venute a mancare le indicazioni stradali per Piazza Armerina. A quel punto, essendo priva di navigatore l’auto presa a noleggio e non avendo installato google maps sul cellulare, ci siamo un po’ persi nei dintorni agresti e disabitati non lontani dalla nostra destinazione. Per fortuna abbiamo trovato un distributore di benzina il cui gestore ci ha gentilmente rimessi sulla retta via.

Piazza Armerina è un paese di circa 23.000 abitanti disposto su tre colline al centro di un territorio ricco di boschi e campagne. Il suo centro urbano è dominato dal Duomo, una possente costruzione barocca dei primi anni del 1600. Sarebbe stato interessante dargli un’occhiata, ma decidiamo di lasciar perdere perché ci preme dedicare più tempo alla visita della più importante testimonianza della civiltà romana in Sicilia.

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Piazza Armerina

La Villa Romana del Casale, situata a tre chilometri da Piazza Armerina, fu costruita fra il III e IV secolo d.C. nelle vicinanze del fiume Gela e rappresenta, a tutt’oggi, il complesso di mosaici pavimentali più grande, più vario e più bello della Sicilia romana. Vi do qualche numero per farvi capire l’importanza di questa costruzione seppellita dal fango di una terribile alluvione e riportata alla luce solo in anni recenti: 63 ambienti, 42 pavimenti policromi che sviluppano 3500 metri quadri di superficie pittorica e musiva (cioè ricoperta da mosaici) per un totale di 120 milioni di tessere da mosaico di 4/6 millimetri. Il tutto posato da squadre di artigiani in gran parte provenienti dal Nord Africa che impiegarono dieci anni per completarlo.

La Villa, costruita per il tetrarca Massiminiano, in seguito allontanato da Diocleziano, era un complesso disposto su più livelli con funzioni sia residenziali sia di abitazione di pregio, cioè centro economico e amministrativo di latifondo. I suoi diversi gruppi di edifici con sale, peristili, gallerie, terme e corridoi rappresentavano lo stato dell’arte dell’epoca per dare le migliori condizioni di vita possibili al proprietario e ai numerosi ospiti sia stanziali sia di passaggio.

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Pianta di Bernhard J.; Scheuvens aka Bjs – Opera propria

Oggi, i pavimenti e i vari ambienti, protetti da capannoni, sono visitabili su pensiline sopraelevate da cui è possibile ammirarli e scattare (senza pagare dazio) foto e filmati. Cosa questa in cui io, mia moglie e i nostri amici ci siamo sbizzarriti e che voi, cari lettori potrete godere da casa cliccando sulle immagini in fondo al post.  Ciò perché è complicato per me descrivere a parole la bellezza e la varietà dei soggetti dei mosaici: una grande emozione per la vista potere osservare la bravura di chi ha saputo così bene rappresentare scene di vita domestica e disegnare animali esotici africani.

Naturalmente la cosa che ha colpito di più noi uomini è stata la sala dove sono raffigurate un certo numero di bagnanti in bikini davvero sensuali…

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Con queste magnifiche immagini negli occhi, a mezzogiorno lasciamo la villa romana e ci dirigiamo verso il vicino paese di Aidone per visitare il Museo di Morgantina. Il piccolo museo, ospitato nel convento dei Cappuccini annesso all’omonima chiesa, contiene diversi reperti trovati a Morgantina, una località a 15 chilometri da Piazza Armerina, durante degli scavi avviati nel 1955 dagli studiosi dell’Università di Princeton (New Jersey – Stati Uniti). Il pezzo forte è la Dea di Morgantina, del V secolo a.C. attribuita a uno scultore della Magna Grecia allievo nella scuola di Fidia. La statua, alta più di due metri, del tutto fedele alla legge delle armoniose proporzioni delle parti, è piacevolissima da guardare da ogni angolo di visuale. Peccato che le manchino le braccia e il piede sinistro, i capelli e il velo della testa. La testa e le parti nude sono di marmo, mentre il drappeggio in tufo calcareo, in origine era dipinto.

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Dea di Morgantina

Da Wikipedia leggo che: “Il museo di Morgantina in anni recenti è stato al centro di eventi di portata storica. Lo Stato Italiano è riuscito a ottenere la restituzione di preziosissimi reperti trafugati dai tombaroli e, attraverso il mercato clandestino acquistati dai principali musei statunitensi. Il 13 dicembre del 2009 sono rientrati dal Museo dell’Università della Virginia due acroliti (dal greco estremità di pietra: due teste, tre mani e tre piedi in marmo) di epoca greca arcaica appartenenti verosimilmente alle dee Demetra e Kore, molto venerate nell’antichità nella Sicilia centrale.

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Acroliti di Demetra e Kore

Il 5 dicembre del 2010 è stata la volta del rientro dal Metropolitan Museum di New York di un servizio di sedici pezzi in argento per usi rituali e da tavola, appartenuti a tale Eupolemo, come ci rivelano delle scritte incise nell’arula votiva. Infine nella primavera del 2011 è rientrata l’ormai famosa Dea di Morgantina.”

Usciti dal museo avevamo superato abbondantemente l’ora di pranzo e morivamo di fame, perciò ci siamo messi alla ricerca di un ristorante ancora aperto a Aidone. Dopo diversi tentativi infruttuosi abbiamo trovato un piccolissimo locale a gestione famigliare dove ci hanno accolto con estrema simpatia anche se era molto tardi. Ebbene non me ne vogliano gli ottimi ristoratori di Siracusa, ma nella Trattoria Antichi Sapori Aidonesi in via Garibaldi 71 Aidone (Enna) Cell. 338-8816040, abbiamo mangiato alla grande, spendendo il giusto. Questo era solo l’antipasto:

Antipasti Aidonesi

Terminato il lauto pranzo siamo tornati in tutta calma a Siracusa, questa volta senza sbagliare la strada. Ci siamo recati a casa dei nostri amici dove abbiamo chiacchierato del più e del meno e fatto il programma per la visita a Pachino l’indomani. In seguito abbiamo fatto insieme una frugale cena e poi mia moglie e io siamo tornati in albergo a dormire.

Siracusa 1 giugno 2016, mercoledì

Ci siamo svegliati verso le otto e, aperte le imposte della camera d’albergo, ci siamo accorti che, durante la notte, era caduta un po’ di pioggia sulla città. Il cielo mattutino, ancora grigio, non mostra segni visibili di miglioramento. Al momento non piove ma promette di farlo. Telefoniamo agli amici e concordiamo di saltare la gita a Pachino prevista per oggi. Peccato perché questo paese di circa 22.000 abitanti, situato nel lembo più meridionale della Sicilia, stretto fra il mare Ionio e il mare Mediterraneo, è un importante centro vinicolo e ha in Capo Passero il suo riferimento e nei vicini stagni costieri della Riserva Naturale di Vendicari una notevole area di sosta per gli uccelli migratori che attraversano il canale di Sicilia. A detta dei nostri amici, nella riserva si possono ammirare stormi di anatre e, se si è fortunati, è possibile vedere cicogne, fenicotteri e molte altre specie di uccelli anche più rari.

Optiamo, perciò, per un programma diverso. Muniti di ombrello e libretto turistico la nostra nuova meta è il Castello Maniace, situato nella punta estrema dell’isola di Ortigia a pochissima distanza dall’albergo Domus Mariae che ci ospita. Peppino e Teresa che quel castello l’hanno visto diverse volte, rinunciano e ne approfitteranno per prepararci un pranzo casalingo alla siciliana degno di questo nome.

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Castello Maniace

La monolitica fortezza, voluta da Federico II nel 1239, rimaneggiata diverse volte sia in epoca spagnola sia dopo i danni subiti durante il terremoto del 1639, conserva ancora l’originaria struttura a pianta quadrata con imponenti torrioni cilindrici angolari che la rendono difficilmente espugnabile dal nemico che arriva dal mare.

Ad accoglierci c’è un importante Portale ad arco rivestito di marmi policromi. Mentre stiamo girovagando tra le antiche mura, una pioggerella poco fastidiosa non impedisce a Chicca di scattare un sacco di foto e a me di usare la videocamera per riprendere i punti più belli della fortezza e lo splendido panorama dei dintorni osservato da una posizione alta e privilegiata.

Usciti dal Castello Maniace, sempre sotto la pioggia, ci avventuriamo per le strade e le viuzze di Ortigia per dare una nuova e più approfondita occhiata alla Siracusa vecchia che ormai giriamo senza timore di perderci. Con passo spedito percorriamo il panoramico lungomare che guarda verso il Porto Grande e una volta arrivati in prossimità di uno dei ponti che collegano l’Ortigia alla Siracusa nuova, due megagalattiche navette stanno sfornando un gran numero di chiassosi turisti accolti da una frotta di bengalesi (gli stessi che vendono fiori dentro e fuori dai ristornati) che stanno facendo affari d’oro vendendo loro ombrellini da 5 euro.

Lasciato il Porto Grande abbiamo poi proseguito verso il centro e, in Piazza Duomo, abbiamo acquistato una confezione di gelato da portare ai nostri amici che ci aspettano per pranzo. Una curiosità: in mattinata, uscendo dall’albergo, avevo acceso il contapassi sul telefonino per vedere quanta strada avremmo percorso nella mattinata, ebbene, arrivati a casa di Teresa e Peppino, nel nostro girovagare abbiamo percorso più di otto chilometri! Non male, vero?

Resta, quindi, giustificato che Chicca e io avessimo una gran fame. Volete conoscere il menù che ci hanno preparato i nostri amici? Antipasti misti gustosissimi, Paccheri alla Norma, Salciccia di Siracusa, Vino bianco doc, gelato, caffè e ammazza caffè. Oh, che bel vivere in Trinacria!

Per finire la giornata con i nostri amici, dopo un corroborante pisolino in albergo, siamo andati a piedi in Piazza del Duomo, giusto per sgranchirci le gambe e farci tornare l’appetito. Qui, entrati in una pizzeria, abbiamo concluso in allegria questo piovoso mercoledì siciliano.

Chi desidera vedere il filmato sulla Villa Romana del Casale a Pazza Armerina e sul Castello Maniace basta che clicchi sulle immagini sottostanti.

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Villa Romana del Casale

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Castello Maniace

Arrivederci alla prossima puntata!
Nicola

Crediti: alcune foto le ho reperite su Internet e sono di proprietà dei rispettivi autori a cui va il mio grazie. Le foto originali e i filmati appartengono a me e a mia moglie Chicca. Alcune notizie storiche le ho prese da Wikipedia e dal libro di Giuseppe di Giovanni, già ispettore onorario Beni Archeologici, su Piazza Armerina e Morgantina, stampato da Siculgrafica.

È l’ultimo giovedì dell’anno, ora dell’aperitivo, e mi trovo qui a visitare la mostra “Cezanne, Les ateliers du Midì” . In questo momento c’è poca gente: ho tutto il tempo per guardare e vedere senza correre, e non è cosa da poco durante gli eventi di grande richiamo dove occorre prenotare i biglietti con settimane di anticipo per poi ritrovarsi comunque in coda nei saloni e dover dedicare alle opere esposte solo sguardi rapidi e sfuggenti. Proprio per questo motivo, la mostra di Dalì a cui sono stata giorni fa è rimasta nella mia memoria non come il “sogno che si avvicina”, ma come un incubo: sale poco illuminate, quadri mal disposti, una folla incalzante e rumorosa che preclude ogni tentativo di avvicinamento ai quadri, immagini di per sé ansiogene e di toni scuri, che non ho avuto tempo né di vedere né tantomeno di capire. Unici barlumi degni di nota in tanta desolazione, una Crocifissione inquadrata da una prospettiva inconsueta, un enorme affresco di ambientazione spagnola, desertica ma di colori caldi, e soprattutto i disegni preparatori e il cartoon Destino, disegnato da Dalì per Disney. Nel video, visibile all’indirizzo http://www.youtube.com/watch?v=U2vfab6UNpM, finalmente ho incontrato Dalì, poetico, folle, sognatore, e quest’ultima esperienza è tra il paio che salvo dal catastrofico percorso espositivo.

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Dalì – Destino

I quadri di Cezanne in mostra non sono molti, e questo permette di goderseli senza il classico timore di “non riuscire a vedere tutto”; i dipinti esposti nelle prime sale sono talmente distanti dalla maniera pittorica di Cezanne a cui siamo abituati, che potrebbero essere stati dipinti da chiunque altro; eppure sono immagini emozionanti, come il Sogno dell’artista e le Stagioni, forse un tributo o forse il gioco di un esordiente, perché li ha firmati Ingres

Ho sempre trovato istruttivo guardare i quadri prima da distanza e poi molto da vicino, magari un po’ di sbieco, per cogliere l’insieme della prospettiva e l’intreccio della pennellata. All’inizio lo facevo per imparare, sì, per imparare a muovere il pennello sul legno, nei miei maldestri tentativi di pittura a olio sul compensato. La pennellata è personale, è per il pittore una sorta di calligrafia, di impronta digitale, si adatta di volta in volta alla rappresentazione del mondo, segue le forme sinuose delle onde o delle colline, i tratti decisi di alberi ed edifici, le sagome leggere di nuvole e petali… ma rispecchia anche l’io di chi dipinge. Nel Duemila ho provato un’emozione incredibile a contemplare le pennellate di Leonardo sulla tavola della Vergine delle rocce al Louvre. Potevo quasi sfiorare la superficie, nemmeno un vetro mi separava dalla pittura, avrei potuto toccarla, ci ho pensato, ma non ho osato. Nulla di paragonabile alla visita alla Gioconda, sepolta dietro vetri blindati, sorvegliata da guardie armate, irreparabilmente distante dietro un mare tempestoso di teste ondivaghe, colli allungati e flash lampeggianti… nemmeno a dirvelo, mi comunicava più mistero e aspettativa ammirare quel sorriso celebre sul coperchio della scatola di latta dove la nonna teneva i cotoni da ricamo; quando ho potuto finalmente vederla dal vivo a Parigi, ne sono rimasta profondamente delusa.

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 Leonardo – Vergine delle rocce

La pennellata di Cezanne è densissima, carica di materia, nelle nature morte come nei panorami i primi piani si sollevano letteralmente dalla tela a forza di materia, ogni piano luminoso emerge a colpi di olio stratificato su altro olio. È la pennellata di un Capricorno, legato alla terra e alla materia, introspettivo, analitico… perfino i suoi cieli sono chiari, ma coperti di pennellate talmente dense da screpolarsi; così anche le fronde degli alberi di Provenza sembrano leggere solo a distanza, basta avvicinarsi per sentire tutto il peso di quelle frasche che sembrano scolpite in una pietra verde. Anche i colori di Cezanne appartengono alla Terra, predominano le ocre, terre, verdi scuri, bruni, blu violacei.

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Cezanne

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Cezanne

Viceversa, Leonardo era un Acquario, segno di Aria, di leggerezza, di versatilità… le sue pennellate sono impalpabili, aeree, come i suoi orizzonti persi nella foschia. Nonostante la leggerezza, i primi piani di Leonardo hanno una definizione di dettagli da naturalista, da fotografo: nell’Annunciazione, le erbe in primo piano e gli alberi sullo sfondo sono descritti con una precisione da guida botanica, puoi identificarli senza ombra di dubbio.

Certi ritratti di Goya, invece, rivelano una pennellata che da vicino pare incerta, ma che a debita distanza ti descrive il pizzo di un colletto con tutta la leggerezza e la precisione necessaria; poco più in là, colpi di pennello agili e precisi come tagli di fioretto ti illuminano la piega di un tessuto, il riflesso di un gioiello, dettagliano un occhio e ti spalancano un’anima… Goya era un Ariete, Fuoco.

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                  Leonardo – L’annunciazione          Goya – Don Manuel Osorio

E l’Acqua? La liquida fluidità delle figure e degli abiti vaporosi, i riflessi della Senna e degli sguardi femminili, i giochi della luce e dell’ombra, una inquieta malinconia che vela i momenti della festa, balli e gite fuoriporta, sono i classici temi di Renoir; in un altro pittore d’Acqua, Michelangelo, la continua contrapposizione dei chiaroscuri che scolpiscono i volumi… serenità e malinconia, solidità e leggerezza, luce e ombra, bene e male, le dualità contrastanti che convivono nel doppio segno dei Pesci e fluiscono incessantemente dall’uno all’altro polo, come nel simbolo cinese yin-yang.

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                          Renoir                                   Michelangelo

Non so perché ho raccontato alcuni quadri e artisti a partire dalle loro pennellate e le ho messe in relazione agli elementi, ai segni zodiacali e ai simboli, non mi occupo affatto di astrologia, ma mi è sembrato il modo più semplice per comunicare con immediatezza le mie sensazioni. Ci tengo a precisare che non ho studi artistici alle spalle; se ho provato a dipingere a olio è perché ho trovato in casa una vecchia cassetta di tubetti mezzi rinsecchiti e un cavalletto pieghevole… in verità, mi è sempre piaciuto disegnare, soprattutto quando a scuola si faceva la “copia dal vero” di una mela o un barattolo portati da casa e per un’ora carta matita, pastelli o tempere si muovevano come volevo io. Adesso in città non ho tempo per dipingere, né un posto sicuro in casa per tenere in giro cavalletto e colori in attesa dell’attimo fuggente… ma vi immaginate la mia micia rossa che passeggia sulla tavolozza annusando con circospezione tubetti e pennelli impregnati dell’odore acre e caratteristico dell’olio di lino e della trementina e poi passeggia solenne per casa con il pennacchio della coda ritto in aria a punto interrogativo, seminando ovunque tracce multicolori delle sue zampine, come il gattino Matisse degli Aristogatti?

Gli oggetti in primo piano nei quadri di Cezanne, vasi, frutta, tronchi, case, sono cerchiati di scuro, come da bambini ti insegnano che non devi fare, eppure mantengono il loro volume, pur quando sono talmente precisi, talmente artificiali da diventare cubisti: uno degli ultimi quadri della mostra, un bosco di pini con uno sfondo indecifrabile, ricorda straordinariamente le Damoiselles d’Avignon di Picasso, pur se i due soggetti sono totalmente diversi.

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                          Cezanne                                    Picasso

In effetti un critico d’arte vi direbbe che Cezanne è stato un ispiratore del Cubismo. Quel giovedi sera io ignoravo tutto di Cezanne e dei cubisti, perché non ho letto nulla delle didascalie della mostra. Odio dover leggere ai musei, c’è sempre troppo testo a caratteri troppo piccoli, poca luce e troppa gente per farlo tranquillamente, se proprio devo, leggo solo i titoli dei quadri e al massimo i luoghi di provenienza delle opere… Per sapere se Cezanne era davvero un segno di Terra come ho immaginato, ho cercato la sua biografia su Wikipedia mentre scrivevo questo commento.

Non condivido del tutto questa mania di classificare i periodi artistici, mostrare quasi sempre le opere in ordine cronologico…. si, può essere utile, didattico, ordinato, ma ogni opera d’arte è una storia a sè, può essere riuscita o non compiuta, ma deve comunque comunicarti la poetica, il pensiero, il suo messaggio.

Incasellare opere e artisti in una corrente, in un periodo ti dà una sensazione libresca e scolastica dell’arte, può servire quando devi costruire uno schema, ma poi gli schemi devono essere rotti, come i giocattoli meccanici due giorni dopo Natale, e sarebbe molto più liberatorio ricostruire la storia dell’arte per analogie, per differenze, per contrasti, per soggetti… Quello che ho colto alla mostra sicuramente non stava scritto sui tabelloni, forse si poteva coglierlo tra le righe manoscritte di Cezanne che giganteggiano nei saloni (“L’armonia del colore accresce la precisione del disegno”), oppure nei suoi quadri… ricorderò a lungo la pennellata greve, il cielo opaco, i colori terrosi, le masse pesanti che sembrano scolpite nella pietra. Se uno storico dell’arte mi raccontasse i pittori a partire dal loro gesto, dai loro colori, dai loro soggetti, per arrivare a spiegarmi storia, correnti e avanguardie solo alla fine, probabilmente vorrei ascoltarlo giorno e notte e arriverei a capire l’Arte nel suo senso più profondo; a volte è un dettaglio a metterti in moto la fantasia e l’intuizione, nell’arte come nella scienza, una pennellata può essere illuminante quanto la mela di Newton. Peccato però che l’arte ce la raccontino sempre nel modo noioso, quello che non ti avvicina ma ti allontana, quello che ti porta a concludere che l’arte è cosa per gli iniziati, gli eruditi, o per quelli che hanno tempo da perdere.

A questo punto dovrei concludere, forse incitando chi legge a visitare la mostra o a non farlo… decidete voi! Forse ci andrete, se vi ho incuriosito a sufficienza, oppure se vorrete controllare se quello che vi ho raccontato ha senso oppure se si tratta di folli divagazioni di una presuntuosa imbrattatele della domenica… In attesa di ricevere, eventualmente, le vostre impressioni personali sulla mostra, un sincero augurio di Buon Anno e l’invito a non essere, almeno per una volta, vittime rassegnate dell’audioguida.

Silvia Russo